mercoledì 28 giugno 2023

Angelo Manitta, La regina di Saba (La Reine de Saba), traduzione francese di Jean Sarraméa, Il Convivio Editore, Castiglione di Sicilia (CT), 2023

 


La storia della Regina di Saba viene narrata in tre libri diversi che rimarcano sostanzialmente un’unica vicenda: l’incontro della Regina con Re Salomone. Sia nella Bibbia, che nel Corano e nel Kebra Nagast, al leitmotiv dell’ammirazione della Regina per Re Salomone, si aggiungono la smisurata ricchezza del regno di Saba donata al Re e velatamente, per il Corano e la Bibbia, esplicitamente per il Kebra Nagast, l’amore tra i due regnanti. Gli studiosi hanno tentato di storicizzare l’avvenimento, ma rimangono dubbi e la distanza fra religione, leggenda e storia sembra non essere colmata.

Tuttavia, ciò che non riesce agli studiosi viene raggiunto dai versi di Angelo Manitta che, in un unicum coinvolgente, attraversa storia, leggenda, religione, offrendoci un ritratto che va ben al di là del dato contingente per trasformarsi in qualcosa di immateriale, universale e senza tempo. La poesia ha questa capacità illuminante e trasformatrice, sa uscire dal marcescibile e donarci l’ebbrezza dell’assoluto.

In questo contesto il lettore affronta lo stesso viaggio regale della regina di Saba e si ritrova immerso in un mondo favoloso, al limite della magia e del surreale. È, tale, la funzione dell’incipit che ci introduce in una meravigliosa luminosità (“Sgranano grappoli di luce le alcansie / lanciate nell’aria da rotondi universi”) e il deserto diviene motivo di curiosità e di racconti ancestrali dove si misurano donne impaurite dai serpenti e bimbi incuriositi, dove le carovane attraversano esotiche dune e la sensualità si scontra con demoni tentatori. Siamo davanti ad una sorta di prefazione che serve ad introdurci nel munifico mondo d’una regina, che non solo offre al re stupende e innominabili ricchezze, non solo fa richiesta di strani e variegati quesiti, come se volesse testare la sapienza di Salomone, ma si concede in toto ad un amore sublime, materiale e spirituale allo stesso tempo.

Ecco allora che lo scandire delle azioni segnano il destino degli amanti e le voci che si susseguono hanno la complicità e la varietà di un andare musicale che accompagna gesti e pensieri. “Le mie parole volano in eccelsi pinnacoli / e lì restano appiccicate in muti frontoni”. Ma non esistono solo parole “che inseguono parole”. Esiste l’incombenza del viaggio, l’anelito dell’incontro. La regina è circondata dal desiderio, immersa in “tentazioni di stelle / flagellate dai tramonti (…) giochi d’amore / che risvegliano fantasie di Eros nella bellezza / d’un maschio, sesso innocente di piaceri.” Però il cammino sembra incedere lento, mentre “scie di carovane (…) attraversano la pianura, solcano / il deserto”. E l’aspettazione diventa bramosia d’amore. “Il sangue giovanile /delle sue passioni scorre in fantasticherie / erotiche d’un giovane re che la violenti”.

La distanza geografica non si riduce ancora. Si fa sentire nell’animo. Si traduce in similitudini evanescenti come sono evanescenti i sogni e i desideri. “La strada è lunga, gli argini indefiniti” e non è sufficiente l’oro di Ofir o le tazze di smalto o i tavoli d’argento. La regina sembra impaziente, è impaziente: “spinge con gli occhi i saturi cammelli”, sebbene nel frattempo “L’ansia dell’alba si è spenta nell’ombra / di un’oasi.” E finalmente si annuncia lo sposo, in tutta la sua regalità di “nordico re”, nella considerazione amorosa, nella dolcezza di una fantasia avveratasi nel momento in cui “porge la mano ai datteri che pendono / dalla bocca di una bianca imperatrice innamorata”.

L’incontro, a questo punto, palesa non solo la gioia rasserenatrice della regina ma l’entusiasmo di un’intera popolazione, che si vede come liberata da un incubo. “Mormora il passante tra le viuzze cupe, / borbottano le voci entro le case buie. / Le maghe agli angoli fanno sortilegi, // le puttane aprono le gambe agli avventori, / ignari dei turgidi sessi abominevoli. / In filari, le porte, chiuse con spranghe / di legno, ondeggiano al venticello delle colline, // e foreste di cedri, piantate sulle strade, / come scheletri di abeti sognano ogni notte / giochi d’amore e coppe di vino / innalzate al cielo per essere bevute.”

È facile notare, ora, che il seguito della regina (e ormai anche del re) non è costituito solo da uomini, servi e liberi allo stesso tempo. Il contorno che riempie lo spirito degli amanti è composto pure dalla natura che segue, come in un tripudio magico, l’unione dei due protagonisti.

Dapprima la regina pone quesiti a Salomone che risponde in maniera saggia e perfetta. “Gli occhi si incrociano in una sfida di sapienza: / enigmi proposti contro enigmi sciolti”. In un secondo momento, abbandonate domande e sentenze, l’amore tra i due raggiunge il suo acme. Amore sensuale e amore spirituale si intrecciano intersecandosi senza tregua. La descrizione che ne sorte ha un che di sublime. Non c’è volgarità, sebbene le parole mostrino tutta la carnalità dell’essere umano. Ciò che si sottolinea è la felicità dei corpi e dell’animo: è la vita stessa che dona e si abbandona in un viluppo di estremo edonismo, nel pieno piacere di ricevere ed elargire vicendevolmente i propri corpi e la propria anima.

Il paragone col “Cantico dei Cantici”, attribuito come si sa al re Salomone, viene, a questo punto, spontaneo. Sebbene, a mio avviso, al testo di Manitta non posso ascrivere valori simbolici bensì filosofici. C’è infatti un’iterazione di concetti che trascendono la semplice metafora. I termini “ricchezza”, “onestà”, “felicità”, “bellezza” sono ripetuti, nel susseguissi delle quartine, ben quattro volte ciascuno e all’inizio di ogni quartina, dando risalto e valore a quello che di più prezioso l’uomo possiede. Qui il poeta sembra voler uscire dalla narrazione e farci riflettere anche sull’attualità. Alla fine, se è vero che la ricchezza è stata un fattore intrinseco alla visita della regina di Saba, è pur vero che non è sufficiente, così come non sono sufficienti la bellezza o la stessa onestà. È necessario amalgamare il tutto perché solo in questo modo “la saggezza dell’uomo si misura nel vivere / distaccati dal mondo e dalle emozioni” e “la saggezza d’una donna innamorata sta / nel capire che tutto è finito”. Vale a dire è necessario possedere la capacità di andare oltre la passione. Sembra quasi di ascoltare la filosofia di Epicuro in questi ultimi versi che terminano con una descrizione disincantata, e liricamente avvolgente, della natura.

“Canta / il vento una canzone triste alla partenza // della carovana, piangono i cammelli e i cammellieri, / piange il suo cuore nell’ultimo sospiro. / L’orizzonte che accoglie umidi albori / spegne nell’aria emozioni d’amore”.

 

Enea Biumi

martedì 20 giugno 2023

Enea Biumi, Sfulcìtt - Inganni, Lupi Editore 2022



Una raccolta in vernacolo, fatta di “riflessioni tra dubbi, asserzioni, sogni”

Questa volta Enea Biumi, pseudonimo di Giuliano Mangano, scrittore, poeta, intellettuale varesino, ci regala “Sfulcìtt”, che significa “inganni”: un’intensa raccolta in vernacolo, fatta di “riflessioni tra dubbi, asserzioni, sogni”, edita da Lupi editore nel 2022. Parte proprio da una libera traduzione del “De Rerum Natura” lucreziano:

La vita l’è ‘na nòcc de tribuléri

e la cùur cumpàgn d’una saéta

La vita è una notte di affanni

e corre come una saetta

Si tratta di una raccolta molto esistenziale, che fa riferimento alla vita vera, all’erlebnis, con espressioni che solo il dialetto può rendere, sia perché era - e dico “era” - una lingua più vicina al popolo, alla saggezza popolare, e non alla sapienza degli intellettuali, sia perché la vita cui si riferisce era più semplice, più genuina. Peccato che il dialetto si sia perso tra le giovani generazioni. Nel Sud è un po’ diverso, ancora si respira il fascino delle tradizioni popolari, della lingua. Ogni paese ha una lingua diversa, tradizioni diverse. Il dialetto reca con sé un patrimonio vastissimo culturale orale, che rischia l’estinzione. Quest’assaggio di Enea ce ne può rendere un minimo di sapore. E sapienza deriva da sapore: dà l’idea di mangiare. Ricordate la metafora del profeta che divora i rotoli della Torah.

Dìsan che cunt un bòff de fantasia

Domenedìu l’avrìa fa ul mund

giüst in pòcch tèmp

Dicono che con un soffio di fantasia

Domineddio avrebbe creato il mondo

solo in poco tempo

Si tratta di uno di quei detti che la sapienza popolare ci offre dal suo scrigno arcano di tesori, tesori che rimandano a quelle idee archetipiche dell’inconscio collettivo junghiano. Dio, come diceva Eraclito, è un fanciullino che gioca ai dadi. È l’oltreuomo per eccellenza di nietzschiana memoria. Cristo è l’oltreuomo, colui che ha effettuato tutte le metamorfosi (cammello, leone, bambino).

L’uomo è:

Anima biòta

tra bistùrni e stranzénn

slisàda in un cièl a tacùnn

Anima nuda

fra maldicenze e malocchio

consunta in un cielo a rattoppi

Notate come il vernacolo tende sempre alla rima, alla musicalità, al ritmo, all’eufonia. Il dialetto è canzone, è armonia, è intuizione dello slancio vitale bergsoniano che si tuffa nel tempo, il tempo dell’anima. Il mondo contadino è fatto di credenze, di malocchi e di fatture, di quelle che noi chiamiamo superstizioni, come se appartenessero agli uomini primitivi: ma in effetti - diciamoci la verità! - anche noi ci crediamo. L’uomo contemporaneo crede ai maghi più che mai, perché l’uomo stesso è impastato di fantasia, e di magia. La vita è sogno, come dicono molti poeti e scrittori.

Leggere Enea è sempre bello, tanto più in questi versi, così stringenti, attuali, e sentiti.

 

Vincenzo Capodiferro

 

(tratto dal blog "Insubria Critica")