martedì 27 febbraio 2024

Angelo Manitta, Nel volto di Mirra, Il Convivio Editore, 2023

 


Rappresentare l’amore attraverso tutte le sue sfaccettature non è impresa facile. Tanto più se il racconto viene costruito in versi. Ciò evidentemente non ha spaventato Angelo Manitta che nel suo poema “Nel volto di Mirra” è riuscito a cogliere i vari gradi dell’amore trasportando il lettore in quel mondo sentimentale raccolto in personaggi mitologici e non, eroici o profani essi siano.

“L’amore è un fiore / nato dal nulla e nel nulla dissolto, // rinverdisce le giovinezze e smorza gli animi / nella vecchiaia inquieta, vissuta senza vita, / spenta senza morte, per reggere sulla croce / l’esistenza fredda dell’ultima parola”.

Il poema ha come un andamento di exemplum: un itinerario, tra finzione e realtà, che occupa una miriade di situazioni, luoghi, circostanze tra loro interagenti, animati e stimolati, sofferti e combattuti, immaginifici e verosimili. Il tutto in nome e per conto dell’amore.

Si sa che l’exemplum è un racconto veridico, tipico della letteratura medievale, a scopo didattico-religioso in cui il protagonista alla fine raggiunge la salvezza dell’anima. In questo poema rievocativo delle tragedie alfieriane gli exempla sintetizzano le più svariate emozioni causate da storie e accadimenti inerenti l’amore stesso. Eroi ed eroine affrontano il senso di vite tribolate, spesso contorte, sicuramente illuminanti ed illuminate da ardite metafore atte a dare il la a considerazioni e valutazioni che trasportano il lettore verso una analitica riflessione sull’oggetto amore. La salvezza dell’anima, contemplata negli exempla medievali, in questo caso, è la catarsi che alla fine di ogni episodio, dopo una delucidante e serrata dialettica, risulta essere la conoscenza del bene e del male.

“Dalle rocce dell’anima” grazie alla “figura ieratica d’un poeta” che “mescola la tragica verità con la vita” sgorga, come una magia e quasi per intervento divino (“Marte dal rosso viso d’azalea”, “impavidi profili che Antares ripercorre”, “nostalgie d’infanzie, curve soglie di mistiche gelosie”), una “eterna simbiosi” tra l’autore e il poeta che ha suscitato queste emozioni e   che ha fatto rivivere episodi e personaggi in una unità di sentire. Si scoprirà in seguito che il poeta influente è Vittorio Alfieri e lo sviluppo dei temi amorosi è la sequenza delle sue tragedie sulle quali emergerà il dramma di Mirra.

Prima ancora della rievocazione delle tragedie alfieriane, tuttavia, Angelo Manitta si sofferma sugli amori dell’Alfieri stesso: il primo, giovanile e folle, con Penelope Pitt (“La donna, dal manto di grano, appare / fugace baccante tra le braccia d’uno stalliere”); il secondo, non meno tumultuoso ma più duraturo, con la contessa d’Albany (“La trasparente figura d’Emmanuelle d’Albany / distrasse i miei occhi”).

Dopo la descrizione delle due donne che hanno trascinato con sé il cuore del grande astigiano, rivediamo Merope e la accogliamo tra le sue dubbiose riflessioni, “eternamente infelice (…) donna-oggetto, baratto / di sensualità, soprammobile abusato, / consumato da voglie malsane, / gettato nel letamaio d’una cloaca (…)”. Lo sguardo dell’autore poi si posa su Ottavia “che muore / tra fiamme inviperite d’una Roma incendiata”. Allo stesso modo si consuma la vita di Romilda, vittima d’una gelosia inconsulta, mentre “il vate impietrito si contrappose ai miei occhi” prosegue Angelo Manitta “Le sue immagini creaturali diventarono mie. / Una simbiotica osmosi fuse le emozioni”.

Il poema, ora, giunge al culmine dell’ispirazione trattando il dramma di Mirra. Inutile sottolineare come l’osmosi letteraria prosegua in un susseguirsi di immagini, riflessioni, metafore che coinvolgono l’emotività del lettore. Citerò solo alcuni punti che più mi hanno affascinato, rimandando il lettore alla scoperta di tutto il poema.

Sentite la delicatezza amorosa di questo passo in cui il padre, Ciniro, pensa e trasfigura l’immagine della figlia: “Il tuo volto di luna è sorto / ad oriente e il mio tenero cuore / luce imperlata di tristezza /evasa in arabeschi di libertà, // sussulta come un bambino danzante, / sorregge i tuoi occhi di perle, / incendia il mio senile tormento”. Oppure ammirate quegli spazi che Manitta dedica ai simboli e alle metafore come questi versi emblematici e che danno ulteriore vivacità al poema: “L’estate sorride a farfalle / esuberanti di luce e d’amore / sui rami inclinati dal vento, // sul volo delle rondini migranti. / I fiori occulti cercano / ardore di tombe. Vinceremo / il mare e le tempeste // per sfondare i battelli delle notti, inerpicarci a ruvidi orizzonti, / arrotare l’acqua coi coltelli / e spegnerci nel fragore delle onde”, dove si delineano sentimenti contrastanti d’amore, di morte, di tradimenti, di travagli, di sogni e speranze.

Insomma, si sovrappone in questo itinerario d’amore una miriade di impressioni che ora sembrano tempeste, ora dolce quiete. E le parole di Manitta diventano quelle dell’Alfieri, e quelle dell’Alfieri amplificano le parole di Mirra e di Ciniro, e la natura fa da sfondo e controcanto ad un dramma che diventa perpetuandosi eterno. Così che alla fine “i sensi si smarriscono tra le rughe degli anni, / rapide gocce di miele cospargono, / come lagrime amare d’una amata mirra, / il volto del vate che, statua di marmo, / accoglie, insensibile, venti e tempeste”. Ecco, allora, come il titolo stesso del poema viene di fatto recuperato. Nel volto di Mirra effettivamente vengono a specchiarsi Alfieri, i suoi drammi e, aspetto non del tutto scontato, anche Angelo Manitta.

Un ultimo e non meno importante commento va fatto a proposito della struttura del poema. I versi, come viene indicato dall’autore stesso, apparentemente sembrano liberi. Sono invece quadrimetri, cioè con quattro arsi principali e quattro parole portatrici di significato, oppure trimetri, vale a dire con tre arsi principali. Si tratta di una particolare forma che vuole evidenziare metrica e musicalità della poesia attraverso il recupero della parola chiave contenuta nel singolo verso. Alla fine di una accurata analisi attraverso esemplificazioni esaustive a supporto di quanto esplicitato sopra, Manitta sottolinea che “il lettore che si avventura nella lettura di questo poema, si troverà come in una foresta, rimarrà spaesato di fronte ad una poesia che esce fuori dagli schemi tradizionali e da un consolidato sistema letterario. Ma probabilmente, scoperta la chiave di lettura, si avventurerà con delizia, oppure poserà il libro sul tavolo per sempre.”

 

Enea Biumi




mercoledì 21 febbraio 2024

LA POETICA DI PROSPERO E VALERIO CASCINI COLMA DI LUCANITA’, RACCOGLIMENTO E SILENZIO


I cugini Prospero e Valerio Cascini, nati a Castelsaraceno (PZ) nel 1951 hanno frequentato la primina e le scuole elementari insieme, poi Valerio si  è trasferito con la famiglia a Torino nel 1962, dove vive ancora  svolgendo la professione di Avvocato. Attraverso il dialetto e le poesie si è tenuto in contatto POETICO con la propria terra.


Prospero non si è mai spostato dal proprio borgo natio e scrive poesie in lingua. I legami di sangue sono stati sempre salvaguardati e le vacanze estive le hanno trascorse insieme a Castelsaraceno. La loro poesia ci aiuta a riconoscere - con CALVINO - chi e cosa sono l’inferno e chi e cosa non lo sono. Valerio si definisce compositore breve affetto da “vernicolite acuta”. Ha vinto tanti premi con la raccolta U pruf  ssore e di recente si è classificato al primo posto alla prima edizione del premio "Pietro Paolo Montano" di Corleto Perticara. Prospero Cascini (preside e poi dirigente scolastico) ha pubblicato nel 2018  la silloge Il girotondo tra primina e buona scuola, Monetti editore. Di recente ha vinto il premio della critica al concorso internazionale di poesia 2022 Postiglione (SA). Insieme, Prospero in lingua e Valerio in vernacolo, hanno pubblicato due raccolte edite da Monetti: Lucanità Saracena e la recente L’unicità della Lucania: un approccio fotografico e poetico. In queste opere  i poeti evidenziano il loro essere lucani dentro: hanno vissuto la loro infanzia a diretto contatto con il mondo rurale, l’area interna della Basilicata, assimilando linguaggio, modo di vivere e relativi disagi. Attenti osservatori, sempre puntuali nelle analisi, sempre attratti dal loro paese. 

Riconoscere/senza guardare/ il passante dal suo incedere/riconoscere il neonato/senza averlo mai visto…….vivere la ruralità/senza alcuna marginalità . 

Pino loricato di Valerio come sincero attaccamento…

Coto..ru lambo/cenner nu mi fazzo/ storto e malorto/ risisto….. a fa cumbagnia a le frat/.

La Lucanità dei Cascini è lieve, delicata, che si nutre di rimpianti, di raccoglimento e silenzio partendo dal microcosmo di Castelsaraceno. Uno schiaffo di Lucanità, rimestata nel profondo, che attinge ai moti dell’anima. Una lucanità che si trasforma in emozioni forti,  che lasciano un retrogusto di malinconia, di silenzio e di pace. I due poeti, pur nella loro diversità: Prospero, un cultore della parola per una poesia filosofica, Valerio un cultore dell’immagine e dell’espressione poetica  esprimono all’unisono la coralità degli anfratti che hanno vissuto con le luci e le oscurità del loro tempo.



sabato 17 febbraio 2024

Mauro Ferrari “Seracchi e morene” (Passigli Editori, 2024)

 

Seracchi come blocchi di ghiaccio di metri vari d’altezza a forma di guglia o torre; morene quali accumuli di materiali rocciosi disgregati da un ghiacciaio delle pendici montuose poi trascinato a valle; così i significati letterali portano a “Seracchi e morene” appunto, esito poetico di Mauro Ferrari, autore, editore, critico, operatore culturale. L’opera si suddivide in quattro sezioni: la prima e la quarta caratterizzate dal rapporto con le vicende della storia, la seconda, che offre il titolo al libro, e la terza espressamente rivolte al rapporto con il mondo della natura. Un intreccio che è guida per una consistenza riflessiva dominata dalla consapevolezza di muoversi poeticamente su di un terreno che possa essere tracciabile, quasi calpestabile nella sua realtà ontologica. “L’approdo deve essere cauto/ le rotte scelte con cura, ché poche/ hanno correnti amiche e dèi benigni”; l’insidia è opprimente condizione che impone la veglia e l’attenzione irta verso l’episodio diurno capace di svolta e operosa mediazione propositiva in opzione di luce. Molto infatti è per Mauro Ferrari nel senso della vista, nella decisione acuta di volgere il passo verso un tempo civile che si fa spazio, luogo da abitare così come i versi scolpiti abitano lo spazio stesso della pagina. Qui si parla della follia del nulla che davvero è tale poiché, come insegna il principio di Parmenide, sussiste sempre l’essere che non può non essere; d’altra parte, se il nulla esistesse non sarebbe nulla ma qualcosa. E il ritrovare frammenti in abbandono, oggetti quali rifiuti e depositi di ansie, tormenti fisici e morali, segni bellici, ordini caotici e graffi insistenti, conduce alla necessità della responsabilità etica, al cosa devo fare di una ragion pratica...”e poi di nuovo quella trasparenza/ che nasconde e illude,/ il tempo che fugge/ e l’attrazione del fondale”. Ancora giungono echi di pandemie ed azzardi, di macerie e abusi; così la netta necessità del poeta posto di fronte al dovere di risolvere il nitido senso percepibile della domanda. Sembra, a questo punto, davvero una svolta l’affidarsi allora a ciò che di natura rappresenta elemento di resistenza come montagne, ghiacciai, rocce. Tracce di solidità a cui aggrapparsi in una soluzione d’ordine che apre ad una possibilità forse non illusoria, anche se vediamo “il vento e la pioggia che rodono/ istante su istante/ mentre il muschio appone la firma/ su contratti in bianco”; come tempo che si sottrae nelle sue creature all’azione di Shiva distruttore. Si esprimono trame e tregue che Ferrari insegue alle foci di una contaminazione che è ferita, quesito e tracciato inquieto. Il ciclo di rinascite e morti, l’integrarsi degli elementi nei versatili asserti vegetali e animali ove l’esergo anticipa la veduta sulla persistenza minerale. Il poeta, in uno slancio intimo, concede l’alternativa, “posso fingermi altrove/ un attimo a sussurrare al vento” in una partizione spaziale visivamente costruita sulla pagina nella breve distanza del distico dalla terzina: “fiore lichene zampe che vagano/ sotto un cielo vuoto e sereno/ senza squarci né voci”. Il tono aurorale e panico incide con determinazione l’asciuttezza rigorosa del verso compiuto all’interno di un equilibrio solido tra strofe composte nella geometria del dettato, quando “solo la pietra non soffre la sua logica”, tra spuntoni ed abissi, “sistri e cimbali”. Gli elementi attirano lo sguardo, la svolta dell’osservatore nel dramma della verifica, nell’innesto magmatico dove l’accesso è dimenticanza, oblio inesausto. La terza sezione è rapidissimo e fugace confronto con tempo e spazio, per “contemplare il tutto che noi siamo”, forse risposta all’ipotesi del nulla. L’ultima parte ripropone il poemetto “la spira” che, affrontando una tematica industriale, la sua crisi, pone il nucleo relativo alle disillusioni, alla caduta delle utopie coltivate da una generazione: “in questi giorni brevi fra due notti/ la spira sale dietro al cimitero/ e azzurra il cielo grigio/ salendo a pena per sfaldarsi in nulla”. Mauro Ferrari in questo suo lavoro riavvolge le segnature contratte che si materializzano in versi posti a ridestare una matura e partecipe presa di coscienza intima e civile, dura e avvertita, consapevole delle sconfitte ma non arresa alla dicitura della dispersione; piuttosto concentrata sulla consistenza delle ustioni e rivolta alla forza desiderante di un disgelo.

                                                                                Andrea Rompianesi