venerdì 22 aprile 2022

Gianfranco Galante, "Cento volte ancora" (seduto al mio ansare), Scriptores, Varese 2021, € 15,00


 

L’elemento sicuramente interessante della poetica di Galante consiste innanzitutto nel suo approccio stilistico. Quali sono quindi le caratteristiche del suo modus operandi? Una prima risposta consiste nella volontà di recuperare un linguaggio che per molti può apparire desueto ma che stimola la lettura e induce alla riflessione. Tuttavia perché un poeta del terzo millennio dovrebbe utilizzare termini e sintassi che ricordano l’ottocento? Che cosa sta dietro a questa operazione non certo di facciata ma decisamente contenutistica? Analizzando dapprima la forma troviamo allora vocaboli come “smusse basole”, “bruma silente”, “come stelle furo”, “nocumento”, “vita vagisce”, “stilla”, “fibrillo”, con accenni oltre che letterari anche tecnici, se si vuole. Accanto a questi termini notiamo anche una costruzione sintattica che abolisce spesso l’uso dell’articolo introducendo direttamente il nome: “Vento già scuote fronde ed assilli,/ mente confonde il cuore a fibrillo”. E se andiamo più a fondo verifichiamo anche un genitivo sassone, “di figlio la figlia”, oppure  una rielaborazione dell’usanza latina di posticipare il verbo alla fine della frase, “e verbo alato,/ vinto, avvinca”. Si assiste anche all’uso frequente del “cui” non in posizione di complemento di termine ma di rimando concettuale, spesso figurativo, “nel cosmo infinito/ cui spazio è offerto al grande scrittor”. L’impiego stesso dei versi senari, quinari, settenari in forme alternative, l’uso di rime e assonanze in grado di richiamare concetti similari e/o antitetici, (“Adesso, giacché sveglio,/ averti addosso voglio,/ con la pelle tua adesa / che, su me me stesa, piano poggia; / ‘sì come voglio pioggia”,) fanno della poesia di Galante un unicum preciso e specifico. La parola può diventare gioco, come si è visto, attraverso rimandi armonici e talvolta ironici. E la forma in questo caso serve a richiamare la sostanza. Il tutto, poi, ci restituisce un ordine. Meglio ancora ci invita ad un viaggio interiore durante il quale il poeta si concede una sosta affinché la viandanza lo induca, insieme con il lettore, comunque coinvolto,  ad una riflessione. Si guardi ad esempio al titolo che dà il nome alla raccolta. “Cento volte ancora” (seduto al mio ansare). È già tutto specificato lì: una sintesi della silloge in essere. Il suo ansare non è che l’iter della sua vita, dove ansare implica non solo l’affanno, ma pure il dolore, il desiderio di conquista, la felicità, pur rara, ottenuta; mentre il rimanere seduto sta a significare la sosta tranquilla e riflessiva, per nulla scontata; e il numero cento sottintende simbolicamente, in una specie di cabala laica, l’iterazione della memoria. La visione che ne produce è uno sforzo riflessivo che coincide con le immagini descritte e rappresentate iconicamente. “Tornan da sepolti ricordi mai sbiaditi,/ pensieri sol sopiti; dal presente tolti”. Il riemergere degli accadimenti nella loro inusuale formula ritmica disegnano rimandi ed intrecci personali. C’è una specie di effetto domino che si erge nel tempo e nello spazio, quasi enigma cui si voglia sfuggire per non avere risposte dolorose. “Lasciami vita, sii pièta,/ giacché accanita al tuo voler mi piego; /e chiedo a fil di voce / sì ch’io pur che preghi:/ ‘Basta, bieca vita!’”.  Ma gli interrogativi avanzano originando un intrecciarsi di azioni e reazioni, organizzate in versi simmetrici che servono a congiungere ritmi e pause, gioie e travagli, affetti e desideri. L’introspezione diventa la fase principale dello scrivere coniugato nel verticalismo dei versi brevi, che, come detto sono vincolati alla continua osservazione minuziosa, dove la rivisitazione delle vicende legate alla propria vita evoca confessioni in prima persona che ci offrono una prospettiva di intimo travaglio dell’anima, destinato comunque a riprendere il viaggio, sempre accompagnato naturalmente a qualche buona e ineludibile sosta. “Mesto abbasso pièto sguardo/ e prego il tempo che mi senta;/ scorra presto, passi in fretta, la mia vita ormai dismetta. / Ponga fine a inutil viaggio /tanto, è vero, s’è di passaggio”

 Enea Biumi