martedì 25 ottobre 2022

Anna De Pietri, Nove stelle più una, Macchione Editore, Varese, 2022, € 15,00


 

Stella” è il trait d’union dei dieci racconti della recente pubblicazione di Anna De Pietri. Ma esiste un altro filo conduttore non tanto nascosto che procede dalle prime alle ultime pagine. Ed è quello che unisce le storie dei vari personaggi riproducendo nomi e situazioni che il lettore ha trovato nei racconti precedenti.  In modo tale che ci pare di leggere un unico romanzo, come se la trama si svolgesse in una specie di spirale in grado di agganciare un elemento per riposizionarlo altrove. Si è proiettati, in altre parole, entro una costellazione di avvenimenti tutti legati tra loro, in primis dalle stelle, in secundis da alcuni personaggi. A ciò va aggiunto una buona tecnica narrativa, a mio avviso “all’americana” (tanto per intenderci: Fitzgerald, Hemingway, Kerouac) che derubrica fatti e azioni quasi sempre borderline e con protagoniste donne, comunque convincentemente avvolgenti e fotograficamente inquadrati. Anche la descrizione delle varie figure, protagoniste o no, dei luoghi, dei sentimenti che si intrecciano tra loro, appare del tutto sicura e decisa tanto che si viene stimolati nel prosieguo della lettura, o come volgarmente si dice “per vedere come va a finire”, e, senza nemmeno accorgerci, arriviamo alla fine delle pagine consapevolmente soddisfatti. L’autrice scandaglia i particolari che costituiscono l’originalità dei racconti infondendo agli stessi l’autorevolezza del “verosimile”, ben chiarito nella nota finale in cui sostiene giustamente di non voler porre nessun limite alla propria fantasia. Le storie infatti si snodano in modo del tutto naturale e partecipano dei sentimenti comuni a tutti noi. Anna De Pietri dispone di un repertorio che esplora l’intimo umano attraversando e perscrutando paure, ansie, gelosie, amori, e via dicendo, che sono esattamente condizioni legate alla psiche umana in determinate esperienze. L’impressione che se ne coglie è quella di trovarci di fronte alla vita vissuta da altre persone ma che, come in uno specchio, riflette in parte o in toto, ciò che rientra nella nostra sfera emotiva. Ma non solo nostra. Alcuni episodi appartengono a realtà distanti da noi che si traducono comunque, ipso facto, in una comprensione e compressione collettiva e corale che, sebbene lontana, non può non scuoterci e quindi appartenerci. Infatti, protagonisti e deuteragonisti – semplifico per non essere troppo didascalico – si muovono sotto un cielo stellato che li avvolge, colti alla ricerca di se stessi. Lo rivela l’incipit del terzo racconto, “La visita”, in cui l’autrice, attraverso il pensiero della protagonista, afferma “Guardarsi dall’alto fa un po’ impressione. Non siamo abituati a vederci da quelle angolazioni che sfuggono ad ogni specchio”. Ci si perde, allora, ci si sente un po’ smarriti. Ma ci si perde per potersi ritrovare, in noi o negli altri. E lo smarrimento ci costringe ad indagare, a proseguire il viaggio (non per nulla proprio il primo episodio si intitola “Il viaggio” ed il viaggio, da sempre, è un topos della letteratura) anche se le incognite sono tante e i timori non cessano. La sicurezza sta nelle stelle che ci guardano, ci conducono, ci rafforzano. Sono un collante nella nostra coscienza e conoscenza. “Non ho la minima idea di dove sto andando – afferma Fatimah, una bimba che viene fatta fuggire dalla madre nella speranza di mettere fine alla miseria della sua esistenza – ma spero che almeno sia un posto sicuro. Mi piacerebbe andare a scuola e non dover lavorare. Mi piacerebbe giocare quando ne ho voglia. Chissà, se almeno una di quelle stelle ha sentito la mia voce forse andrà così.” Queste pagine di Anna De Pietri ci raccontano di noi stessi alle prese del nostro viaggio – esterno ed interiore – per una maturazione in progress, attenti a non perderci in futilità, ma costretti ad una riflessione che si fa vitale e inderogabile. Le stelle sono anche questo. Un momento per calarci in noi stessi. Un passo verso un miglioramento spirituale. Da farsi però non con la fronte aggrottata e pensierosa, bensì con estrema leggerezza e naturalezza, in un gioco letterario costruito con sapienza e abilità, consapevoli che si può meditare non solo con le lagrime e il rimbrotto, ma anche col sorriso e il perdono, a seconda dei casi che la vita ci presenta, reali o surreali, piacevoli o drammatici, affascinanti o apprensivi.

Enea Biumi

venerdì 7 ottobre 2022

Alberto Mori “Dettagli Fuori Campo” (Fara Editore, 2022)


 

Il dettaglio è innestato nella rapidità fluida dello sguardo che percepisce, registra, comporta le sezioni e le tonalità evidenti nella compostezza della collocazione in spazi adibiti a scenario. Già il primo testo di questo esito di Alberto Mori, poeta e performer dei non luoghi urbani, “Dettagli Fuori Campo”, la poesia che avvia la prima sezione annuncia una versificazione calibrata nella tenuta delle strofe. Culmina aprendosi un varco, l’espediente pronto a raccogliere il minimo, quotidiano, concreto evento: “Avanzando nel ronzio acuto/ il taglio dell’affettato/ deposto disteso/ a rilascio della pinza/ ricopre il foglio”. Alberto Mori scolpisce la realtà togliendo il prevedibile e rendendo nitido il particolare anche periferico ma svelante. Ci sono accorgimenti graficamente incisi sulla pagina a rivelare le fissità inagibili, le distinzioni dei caratteri affioranti dalle luminosità in evento, con “Intermittenza fioca/ d’arancione diluito”. Il minimo accadimento è conforto contestuale a vocazione d’argine per la difesa occorrente, quando l’episodio rischia d’indicare l’eclissi ontologica. La risposta di Mori è contingente, materica, ostinata nella iterazione dei referenti; comporta l’azione dicibile, la risposta provvisoria ma tangibile. Poi, però, qualcosa insinua il dilemma e il segreto; “Nel buio nascente/ appaiono due pianeti/ allineati in segmento cosmico”... dove l’evanescenza tace e allora si dispone una progettualità onerosa, una configurazione evoluta dalla prossimità estensiva, come “Quello che era stato/ oppure poteva essere// Spazio esteso/ Pianura percepita”. E fuori campo continuano a scandirsi i passaggi alle attenzioni, nella seconda sezione del libro, dove gli anfratti tenui sono opposti ritagli alla condensazione condotta oltre i sintagmi diffusi, operanti nel solco del commento fulmineo, intonato sulla prospettiva di un cenno suggestivo all’evento reso tale, composto nel fotogramma: “Corpo per aria sola/ Respiro risacca mare”. Molti gli elementi e i temi della poetica di Mori che qui ritornano e rimarcano la centralità del passaggio o, meglio, della successiva sosta concentrata nella ricezione sensoriale capace di trasmettere sussulti episodici. Le tensioni vitali rimarcano l’ossessiva presenza delle cose che ritornano, della fisicità acquietata nella posizione inerente a ciò che appare. L’apertura indugia su prospettive ritratte ed estrapolate al fine di una evidenziazione concentrata sul dato colto e individuato come inquadratura: “Tempo limite d’orizzonte/ La ripresa in campo lunghissimo/ avanza nel presagio della prima pioggia”.Richiesta che Alberto Mori pone al reale di un contesto colmo di effetti stimolanti energie che il poeta trasforma in indizi linguistici capaci di far emergere la parola esatta; qualcosa allora si rifletterà nell’oltre che si origina dalla calibratura attenta del verso breve.

                                                                                                           Andrea Rompianesi

 

 

Davide Racca “L’ora blu” (Anterem Edizioni, 2022)


 

Perché blu l’ora? Perché l’attesa nel frastuono muto degli elementi, della condensazione accumulante effetti percorribili e tardi? Così incespica l’accorrere ai dettagli, ai disadorni passaggi delle travi. Ma poi è ondivaga risposta la permeante postura che incide il solco nella traccia dell’ora. “L’ora blu”, appunto, è il titolo dell’esito poetico di Davide Racca. Le corrispondenze si accumulano in un tentativo linguistico arduo e distinto, materico e abissale. Attonito conduce il mirabile esordio della domanda inesausta, d’accenno e riprova, a desiderio d’intero. E l’intero, per sua natura inalienabile, non può esserci restituito dalla morte, in quanto essa è assenza e l’intero invece richiede ed esige una presenza assoluta...”le dita aperte/ scheggiate/ la morsa, le lunghe stasi/ (e si comincia sempre/ a ricominciare)”. Davide Racca chiede una direzione d’alba, una distrazione dai cardini, gli estremi riproposti in sentenze acquisite, nello iato sospeso, “o un punto qualsiasi/ fuori del mondo”. Attraverso la solidità dei frammenti, il percorso tende al senso, vocazione dell’ortodossia filosofica che non può certo ignorare la tensione all’essere e, quindi, la domanda metafisica (da troppi fronti messa a lato per deformazioni ideologiche). Certo la luce individuata da Racca è “rabbiosa tra i solchi”, imprime sonorità di sinestesia occhieggianti il diradarsi di mutamenti nella peculiarità dei corpi fisici. Così “un brivido sul dorso dell’acqua/ rompe la linea degli argini”; come zone sottratte ai deserti se non per accumulo di sedimenti e rilasci, cedimenti perturbanti in odore di miscele fonetiche essenziali nella verticalità dei versi. “Quando lo spazio si spezza/ e tutto finisce (come tutto/ finisce) nell’eco// ecco/ steli ricrescono...”; l’ora acconsente al blu della sera che inoltra la persistente richiesta in dimora costante e caparbia. Quell’attenzione alla reiterante analisi di partizione in essenza ed esistenza, in possibilità e attualità, continuamente riaffermata e ridisegnata in ulteriori accezioni (un riferimento è, ad esempio, la riflessione di Giorgio Agamben). Davvero, in questa fase, nel lavoro di Racca, è ben visibile il senso del fare poesia e la natura più intima della poesia stessa quale ricerca nel linguaggio. Realtà che abita lo spazio della pagina e coniuga le espressioni significanti. Oltre il dato percepito, l’accumulo sonoro è intarsio nello sforzo scritturale coniugato alla vocazione evocativa che si libera di scorie superflue e seleziona, nella dimensione assertiva, l’intelaiatura minerale. C’è un silenzio di ere, di conduzioni memorabili, di “un tocco di cosa o/ cosa non sai”, attraverso la costante percezione del pensiero. E ci si muove all’interno di uno spazio indefinito del prima o del dopo; in evenienza solitaria e fragile nei risvolti del protrarsi, quando “del corpo della lingua/ non resta che mutamento/ e pietra”. Ma Davide Racca immette nei versi un sibilare accorto, sapiente, composto nella postura dell’osservatore silente che detiene l’opzione di un correlativo prosciugato ma non inerme, capace di tratteggiare in tale esito un imprevisto, riuscito e convincente effetto dove lo stato in luogo è maturo tracciato linguistico; composizione che sembra filtrare elementi e atmosfere quasi fosse avvenuto un precedente passaggio nella prosa di Jean-Philippe Toussaint.

                                                                                                         Andrea Rompianesi

mercoledì 5 ottobre 2022

La maestrina del Copacabana e altri racconti, Genesi Editrice, Torino 2021

 


La maestrina del Copacabana e altri racconti: quadri di provincia disegnati con realismo e ironia da Giuliano Mangano.                                                      

di Gianfranco Gavianu

La rappresentazione realistica, partecipe e a un tempo disincantata,  della concreta realtà della nostra regione costituisce un tratto costante della produzione narrativa di Enea Biumi, pseudonimo di Giuliano Mangano, artista versatile, prolifico, amante della musica e del teatro, autore non solo di racconti, ma anche di poesia in lingua e in dialetto bosino,  una produzione molteplice di cui in questo giornale ho dato altre volte conto.

Per la casa editrice Genesi di Torino, nell’aprile dello scorso anno, Biumi ha pubblicato un volume di narrativa dal titolo La maestrina del Copacabana e altri racconti (pp.127, €12,50). Il libro è una raccolta di cinque racconti brevi: oltre a quello che dà il titolo, ne fanno parte: Bocciofila Cartabbia, Una corolla di tenebre, Aristide Giovanni  Principe Turibbio,  Il Windsurf. Evidentemente l’autore ha voluto conferire un particolare risalto al primo di questi racconti, con cui non a caso il libro si apre. La vicenda, ambientata in Brianza negli anni settanta da un fatto effettivamente accaduto ovviamente rielaborato dalla fantasia dell’autore, si incentra sulla figura  di Schilly  una maestrina, il cui nome molto prosaico è Nuccia Aliverti. La giovane insegna  con zelo e con una condotta irreprensibile in un  istituto di suore il Pio Istituto del Sacro Cuore di Gesù. Stanca di una vita  scandita dalla triade casa-scuola-chiesa, superando le resistenza di una madre oppressiva, Nuccia, confortata dall’amica di gioventù Corinna, bruscamente decide di cambiare radicalmente vita: chiede alla Preside un anno sabbatico e inizia a fare l’ entraineuse in un locale notturno: il Copacabana. Antonio, un vecchio scapolo non certo attraente, (grassoccio, calvo e zoppo), da tempo innamorato di lei, la incontra nel locale, le fa delle goffe profferte d’amore ma viene rifiutato risolutamente. Lo sventurato Antonio, per la frustrazione subita, cova un cupo rancore e si vendica scrivendo un livido articolo che trasuda di ipocrita moralismo denunciando la duplice vita di Nuccia – Scilly : insegnante-entraineuse, in nome dei valori della santità della famiglia, dell’educazione dei giovani…. La voce narrante è anche personaggio del racconto che suona nel locale dove Scilly si esibisce ed è portavoce del punto di vista critico e demistificante dell’autore. Compaiono anche altri personaggi disegnati con attenzione  quali suor Arianna, la preside dell’Istituto, Genni, la cantante del Copacabana, la madre di Nuccia, l’amica Corinna, la maîtresse Dolores che, con la  sua lingua ibrida che mescola italiano, francese, spagnolo, richiama la figura di Madame Pace del pirandelliano Sei personaggi in cerca d’autore: la dubbia moralità di costei vede nello scandalo che travolge Nuccia un’occasione per far soldi: un business dice l’autore. Il mondo che emerge da queste pagine è  dominato dall’interesse economico e da una feroce, soffocante ipocrisia che opprime e determina l’ ambiguità e la scissione interiore della protagonista. La  trama ha una conclusione aperta che lascio al lettore la curiosità di scoprire.

Gli altri racconti ci presentano argomenti, situazioni, personaggi a volte legati alla vita della nostra provincia apparentemente tranquilla in realtà percorsa di oscuri drammi, a volte tratti dalla diretta esperienza umana dell’ autore seppur sapientemente trasfigurata. Di una fosca vicenda d’amore, tramata da interessi economici e di viscerali legami di sangue che si conclude tragicamente ci parla la vicenda narrata in Bocciofila Cartabbia; come una sorta di autobiografia esistenziale e letteraria si presenta Una corolla di tenebre. Decisamente complesso, drammatico e percorso da tensioni contrastanti tra ironia e tragedia è  Aristide Giovanni Principe Turibbio, dove il protagonista, dal nome altisonante che dà il titolo al racconto, narra  la sua catabasi infernale, la sua tragica discesa verso la morte, la sua angosciosa agonìa, rievocando a ciglio asciutto, senza compiacimenti sentimentali, i momenti essenziali della sua vita. Nella prima parte la voce narrante rievoca la giovinezza, gli amori, i compagni della vita goliardica di provincia: una rassegna di tipi umani disegnati con un gusto e una sensibilità che rievoca certi racconti di Piero Chiara, e un celebre film di Fellini: I Vitelloni. Ne consegue  che la scelta  di aderire alla lotta partigiana fu per il protagonista, come per molti giovani della sua generazione, in parte frutto del caso e non ebbe nulla di eroico o di astrattamente ideologico: la rappresentazione ad esempio di uno scontro coi nazifascisti è condotta con distacco ironico, con un punto di vista simile a quello del Fenoglio dei Ventitré giorni della città di Alba  o di un Calvino del Sentiero dei nidi di ragno. In questa discrezione, in questo pudore privo di ostentazione è, d’altra parte riconoscibile, una superiore dignità etica. Il racconto che conclude il libro, Windsurf, insiste ancora sull’ipocrisia della vita di provincia, narrando la  squallida vicenda  di Adelaide che si rassegna a un matrimonio riparatore dopo aver concepito un figlio con Windsurf, soprannome del giovane, aitante dongiovanni di cui s’era improvvidamente innamorata.

Giuliano Mangano ci propone dunque una serie di racconti  che, per l’agilità narrativa, la varietà di tipi umani che li popolano e per l’ironia disincantata che li percorre sollecitano nel lettore  un indubbio “piacere del testo”.