sabato 28 gennaio 2023

POETI BOSINI DEL 2022


 

Superata, almeno si spera, la fase pandemica, il Premio Poeta Bosino dell'anno è ritornato in presenza. Durante la tradizionale cena della Giöbia, rallegrata dalla presenza del gruppo folk bosino, è stata proclamata poetessa bosina 2022 Carlotta Fidanza Cavallasca, la maestrina della Valceresio, con la lirica ‘Un dì da pü’. Al secondo posto un’altra donna, Lidia Munaretti, con la poesia ‘Pensèer’. Infine una new entry, il giornalista e scrittore Federico Bianchessi Taccioli, con ‘Amùur d’un furestèe’. 

Enea Biumi


 

LE POESIE VINCITRICI

UN DI’ DA PÜ

di Carlotta Fidanza Cavallasca

 

Dopu ‘na nott scüra

là in fund

dadrè du la culina,

al sa s’ciariss ul ciel

cun penelaa leger da lüüs…

 

Gh’è tanta paas…

dorman i fracass dul dì…

 

Sü la porta di ur

‘na giurnava növa

l’è lì ca la specia…

 

Adasi adasi

turnan a cumparì

sagum e culur

e sa sent l’incant

ca ta dà quaicoss

ca sa ripet,

ma ca l’è sempar növ.

 

L’è ‘l dì ch’al riva

tra vugh e cantà da  üsei,

cul so cavagn da pensà,

da rop bei, da dispiasee.

 

Un dì da pü da viv

da matina a sira,

bun da fa rinass chi speranz

ca parevan mort

giò in fund al cöör.

 

UN GIORNO IN PIU’

 

Dopo una notte buia

là in fondo,

dietro la collina,

si schiarisce il cielo

con pennellate leggere di luce…

 

C’è tanta pace…

dormono i rumori del giorno…

 

Sulla porta delle ore

una giornata nuova

è lì che aspetta…

 

Pian piano

tornano a comparire

sagome e colori

e si sente l’incanto

che ti dà qualcosa

che si ripete,

ma che è sempre nuovo.

 

E’ il giorno che arriva,

tra voli e canti di uccelli,

col suo cesto di pensieri,

di cose belle, di dispiaceri.

 

Un giorno in più da vivere

da mattina a sera,

capace di far rinascere le speranze

che sembravano morte,

giù in fondo al cuore.


PENSÉER

di Lidia Munaretti

 

‘Mè ‘na góta d’àqua in sü ‘na föia,

scarlìgan i mè penséer cunt la vöia

da turnà indré e pö vugà luntàn

quand la sperànza la gh’éva nómm “dumàn”.

 

Quanti “dumàn” trasàa, par ingenüità,

ciapàa sótt sèla sénza nànca pensà,

parchè ‘l dì dòpu, già, sa po mai savé,

al portarà, ‘l füss véra, ’n quai belée!

 

Ma ‘l témp, par disprées, al cùrr ‘mè ‘na spìa,

‘l sàlta, ‘l pìrla, ma pö ‘l sa ferma mìa.

Quèll ca gh’hémm da fa, ‘l va fai ai nòstar dì,

prìma da truvàss vöi, stràcch e invegìi.

 

Però in fùnd al cöör gh’ho anmò ’n quaicóss

ca ‘l rüga,  ca’l dà la mösta a ricugnóss

dabun, che ‘l mè santée, fin chì, l’ho buzzàa:

mò podi ‘na innànz, dasìn cun dignitàa.

 

PENSIERI 

 

Come una goccia d’acqua su di una foglia,

scivolano i miei pensieri, con la voglia

di tornare indietro e poi volare lontano

quando la speranza aveva una nome “domani”.

 

Quanti “domani” sprecati, per ingenuità,

sottovalutati senza neanche pensare,

perché il giorno dopo, già, non si può mai sapere,

potrà portare, fosse vero, qualcosa di grazioso!

 

Ma il tempo, per dispetto, corre velocemente,

salta, piroetta, ma non si ferma. Quello che dobbiamo fare,

deve essere fatto senza perdere tempo,

prima di trovarsi vuoti, stanchi, invecchiati.

 

Però in fondo al cuore ho ancora qualcosa 

che rimescola, che sprona a riconoscere, 

davvero che il mio sentiero, fin qui, l’ho trovato,

adesso posso andare avanti, piano, con dignità


AMUR D'UN FURESTEE

di Federico Bianchessi Taccioli

 

Mi sunt mia nassù propri chi, bel Varés                               

vegnù da ben fora, ‘n àsen furestee;                        

Bubià, Masnagh, Casluncio, Camairagh                

ghe sto apena da ‘na brencava d’ann,                   

sa sent, sa ved, che in sto mè parlà busin             

scarlighi anmò e và, intend, scusèm un bott,       

se te vorat cureg mi saress cuntent,                      

semm semper a temp par indurà la ment,           

st’asen g’ha voja da cantà en tà lengua                

ol tò dialett ch’al sona inscì alègher                                       

ch’in pee sott’al bongbong del Bernascùun        

well, Varés, ma senti finalment a cà.                    

 

E quand ch’el miri al gran cedar secular,             

in dul giardin cunt ul Rosa sul fundal,                   

senti l’immens, e ‘l nient, e ‘l temp brusàa          

menter se dislengua al su in dul lagh durà           

insiema a tucc i sogn d’un fiò cal spera,             

ma al po piov o tirà vent, al po fiucà,                  

quand dervi la finestra e me riva su                    

ul ciciarà di tusann dal prestinè                           

e ‘l meccanich ch’al discur de l’Emmevì             

cunt ul gommista centaur de la Vespa,              

e al café l’avucàtt arringa al dutur,                     

bien, Varés, ma senti finalment a cà. 

 

L’alter dì dal pugiò dra Maria dul Munt,            

la man pugiada sura ul cartel da brunz                

dul Papa sant ca l’è vegnù su a pè,                       

l’istess che ‘n dì a basà giò ul me paes,               

te vardavi là, burgh en pas, ul cor vert,              

e ma vegnuu da ringraziàtt, sunt sincer,            

va’, che se m’ariva su anca ‘l magùn,                  

l’è assee un cicinin al Burducan,                          

subit ma senti ul Re dul Carneval,                       

ciapi la sbilenca e sota a pedalà,                                                 

e vuli cont la grenta d’Ivan Basso,                       

bueno, Varés, ma senti finalment a cà.                 .

    

 AMORE DI UN FORESTIERO

 

 Non sono proprio nato qui, bella Varese             

 venuto da molto lontano, un asino forestiero;

 Bobbiate, Masnago, Casluncio, Camairago

 ci sto soltanto da qualche anno,

 si sente, si vede, che in questo mio parlare bosino

 scivolo ancora e via, capisci, scusami tanto,

 se vorrai correggermi, sarò contento,

 siamo sempre in tempo ad arricchire la mente,

 quest’asino ha voglia di cantare nella tua lingua

 il tuo dialetto che suona così allegro                 

 che in piedi sotto allo scampanio del Bernasconi,

 well, Varese, mi sento finalmente a casa.

 

 E quando ammiro il gran cedro secolare

 nel giardino con il Rosa sullo sfondo

 sento l’immenso, e il niente, e il tempo bruciato

 mentre il sole si scioglie nel lago dorato

 insieme a tutti i sogni di un ragazzo che spera,

 ma che piova o tiri vento, o nevichi,

 quando apro la finestra e mi arriva

 il chiacchierare delle ragazze dal panettiere

 e il meccanico che discute della MV

 con il gommista centauro della Vespa

 e al caffè l’avvocato arringa il dottore,

 bien, Varese, mi sento finalmente a casa.

 

 L’altro giorno dal balcone del Sacro Monte

 con la mano posata sulla targa di bronzo

 del santo Papa salito qui a piedi,

 lo stesso che un giorno baciò il mio paese,

 ti guardavo là, borgo in pace, il cuore verde,

 e m’è venuto di ringraziarti, dico davvero,

 guarda, che se mi sale anche il magone,

 mi basta un goccio del Borducan

 subito mi sento il Re del Carnevale,

 prendo la ‘sbilenca’ e giù a pedalare,                        

 e volo con la grinta d’Ivan Basso,

 bueno, Varese, mi sento finalmente a casa.

 

lunedì 9 gennaio 2023

Michele Toniolo “Gli affetti del giovane Berg” (Amos Edizioni, 2022)



In questo esito, dove l’intelaiatura testuale si esprime in brevi capitoli, passi di una prosa volutamente calibrata, essenziale, tenuta quasi al rigore della poesia, Michele Toniolo, autore ed editore, ci affida una testimonianza matura bilanciata su due poli, due riferimenti acquisiti che si collegano: la radicalità della lingua madre, il congedo della madre dal figlio. “Gli affetti del giovane Berg”, titolo evocante atmosfere alla Goethe, afferma la limpidezza del dettato dicibile capace di ammettere la stessa inevitabilità del mistero. Ma nella radicalità del nostro essere voce, il segno della scrittura che esalta il ruolo della seconda persona singolare determina l’ascolto richiesto e il concentrato intuibile; oltre potremmo assecondare la linearità e l’espressione nel piano applicato, pensando quasi alla tesi di Hjelmslev che distingue in quella una forma e una sostanza. L’origine stessa è fermentazione linguistica concessa alla lotta contro l’assenza, l’inesorabile catena delle perdite, il netto contorno delle mancanze. “La tua scrittura trattiene ciò che scrivi dai fatti, dai ricordi. Non diventerà ciò che è stato, non andrà incontro a nessuno...” scrive Toniolo “Né ti sarà possibile un racconto disteso, un orizzonte nel quale vagare, ma solo la verticalità, solo lacune e spazi vuoti”. Verticalità e spazi che sono per lo più caratteri della poesia quando attende l’insidia sulla pagina bianca. Così come giunge l’occasione salvata dalla traccia del nostro procedere sulla resistenza delle sillabe. Il figlio, poi, celebra la madre, l’estremo congedarsi, e qui affiorano note di uno struggente sentire la relazione specifica in un coinvolgimento che ricorda alcuni timbri pasoliniani, dove il dato rievocato allude alle origini, ai materici tratti delle memorie, al contrasto con le stagioni felici. Michele Toniolo applica quindi l’esordio del dolore dicibile, l’evenienza rarefatta che testimonia la lucidità della solitudine. “Questi paragrafi brevi sono di un tempo di tosse”, ed ecco che “nell’assenza hai bisogno di parole di vita eterna”, anche sapendo che la peculiare fattezza dell’ascrivibile determina quel pensiero nel quale il nuovo inizio è precisamente il ritorno all’origine. Il principio emotivo ed intimo di una madre, di una lingua.

Andrea Rompianesi