venerdì 10 aprile 2026

Doris Emilia Bragagnini “Terra nullius” (Anterem Edizioni, 2025)

 

                     


 È passo ponderato, è digradare nella tessitura di estrema prudenza ma anche gesto che pone il confine, lo trasforma in altro quando la posizione è quella di una terra che non appartiene a nessuno. “Terra nullius” appunto, l’opera poetica di Doris Emilia Bragagnini che intreccia risvolti di penombra, incursioni nella dizione ermeneutica recante una traccia che conduce lo sguardo verso la nudità della forra carsica. Così “smessa la circospezione/ il guado tentato d’arraffo leggero/ la tela miniata dal ragno sorpreso/ l’attraversamento infantile senza dare la mano”; ciò che apre alla vocazione di una ipotesi che assume il valore della libera scelta mai, in realtà, del tutto possibile perché limitata comunque dalle nostre connotazioni ontologiche. E allora davvero l’instabile acutizzarsi dei fenomeni comporta un interiorizzarsi reiterato attraverso il confronto con le asperità trattenute nei tratteggiati passaggi tra modalità e risonanze acquisite dopo la solitaria ammissione che frequenta la complessità del segno liminare. È, quello di Bragagnini, un tentativo che riformula, con perizia e stile, una sorta di esistenziale approdo quale sacrificale rito linguistico attinente a ciò che determina il rilievo più suggestivo e, nello stesso tempo, sfuggente delle parti in campo, nel pensiero che tematizza il lascito. Il dolore si fa intervento poietico sulla fissità della durezza materica qui scolpita dall’autrice con la responsabile incisione ad effetto di stesura: “è vuoto minore/ il silenzio della vestizione dei ripari/ curva su sé le adunchità di brama”. Intercorrono sulla pagina tracce di asimmetrie e spazi, trattini bassi e chiasmi, corpo di strofe ed estensione di versi, esigibili portamenti d’intenzione linguistica, condensati risvolti di passaggi orizzontali, aperture in successione calibrata, non inerte, addossata a segnature in scalfittura, in drappeggio occupante turni fonetici ad evento diramati dai moduli controllati dell’attenzione, “la gravità lunare concede scorte di sobbalzi/ innesca lo scrigno torace lucina battente/ sfuoca il suo tempo il versare del senso/ ricama il ricordo. è un’arma puntata alla tempia”, quindi affiora un’urgenza imprevista ma possibile, quale squarcio esplicitato nella consapevolezza del dire, e del dire poetico. È un chiamare la presenza attenuata ma conforme di appoggi e corpi, rilievi e riflessi, fluttuazioni e iridescenze, soppressioni e rimbalzi, attraverso un consenso non acritico, non pacificato. Se qualcosa si ferma, altro determina lo sviluppo insonne, la coriacea distanza che l’autrice affida ad un verso particolarmente efficace e significativo: “un monolite è l’indocile riverbero dell’imbrunire”, come l’apertura che non esclude il rilascio temporale dei particolari, anche quelli apparentemente secondari e sfuggenti. Nella mappatura di Doris Emilia Bragagnini la versificazione procede in accordo alternato, in peculiari estensioni di una verifica addossata alla domanda insorgente, alla condotta osservazione percepibile nella contaminazione verbale come ansante espediente della dicitura che esprime moti non escludenti anche sbalzi e scosse. Forse le tracce degli enti che abitano interni elevati a dimora conducono a regesti d’ombre e presidi quali referti silenti da cui ripartire verso “l’armonia delle cose”. Una terra che non appartiene a nessuno, una terra dell’assenza che si fa tuttavia presente, come appare in una strofa di evidente bellezza stilistica: “ancheggia il pomeriggio/ clemente si arrotonda il fianco/ scivola il chiarore in lamento verso il buio/ infinitesima il tramonto lo spinge in superficie/ il rosso sulle gote e in fondo al campo”. S’intona un riproporsi, un sollecitare inquieto che raccoglie frazioni linguistiche in successione a timbro sillabico evocante traumi e lesioni, segnature su pagina antistanti il bordo che si fa episodio, rimando acuito nel suono modulare, nella complessa distanza di un riconoscersi fonetico che ben riproduce l’interpretazione del percepibile tornare.

                                                                            Andrea Rompianesi

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