
È passo
ponderato, è digradare nella tessitura di estrema prudenza ma anche gesto che
pone il confine, lo trasforma in altro quando la posizione è quella di una
terra che non appartiene a nessuno. “Terra nullius” appunto, l’opera poetica di
Doris Emilia Bragagnini che intreccia risvolti di penombra, incursioni nella
dizione ermeneutica recante una traccia che conduce lo sguardo verso la nudità
della forra carsica. Così “smessa la circospezione/ il guado tentato d’arraffo
leggero/ la tela miniata dal ragno sorpreso/ l’attraversamento infantile senza
dare la mano”; ciò che apre alla vocazione di una ipotesi che assume il valore
della libera scelta mai, in realtà, del tutto possibile perché limitata
comunque dalle nostre connotazioni ontologiche. E allora davvero l’instabile
acutizzarsi dei fenomeni comporta un interiorizzarsi reiterato attraverso il
confronto con le asperità trattenute nei tratteggiati passaggi tra modalità e
risonanze acquisite dopo la solitaria ammissione che frequenta la complessità
del segno liminare. È, quello di Bragagnini, un tentativo che riformula, con
perizia e stile, una sorta di esistenziale approdo quale sacrificale rito
linguistico attinente a ciò che determina il rilievo più suggestivo e, nello
stesso tempo, sfuggente delle parti in campo, nel pensiero che tematizza il
lascito. Il dolore si fa intervento poietico sulla fissità della durezza
materica qui scolpita dall’autrice con la responsabile incisione ad effetto di
stesura: “è vuoto minore/ il silenzio della vestizione dei ripari/ curva su sé
le adunchità di brama”. Intercorrono sulla pagina tracce di asimmetrie e spazi,
trattini bassi e chiasmi, corpo di strofe ed estensione di versi, esigibili
portamenti d’intenzione linguistica, condensati risvolti di passaggi
orizzontali, aperture in successione calibrata, non inerte, addossata a
segnature in scalfittura, in drappeggio occupante turni fonetici ad evento diramati
dai moduli controllati dell’attenzione, “la gravità lunare concede scorte di
sobbalzi/ innesca lo scrigno torace lucina battente/ sfuoca il suo tempo il
versare del senso/ ricama il ricordo. è un’arma puntata alla tempia”, quindi
affiora un’urgenza imprevista ma possibile, quale squarcio esplicitato nella
consapevolezza del dire, e del dire poetico. È un chiamare la presenza
attenuata ma conforme di appoggi e corpi, rilievi e riflessi, fluttuazioni e
iridescenze, soppressioni e rimbalzi, attraverso un consenso non acritico, non
pacificato. Se qualcosa si ferma, altro determina lo sviluppo insonne, la
coriacea distanza che l’autrice affida ad un verso particolarmente efficace e
significativo: “un monolite è l’indocile riverbero dell’imbrunire”, come
l’apertura che non esclude il rilascio temporale dei particolari, anche quelli
apparentemente secondari e sfuggenti. Nella mappatura di Doris Emilia
Bragagnini la versificazione procede in accordo alternato, in peculiari
estensioni di una verifica addossata alla domanda insorgente, alla condotta
osservazione percepibile nella contaminazione verbale come ansante espediente
della dicitura che esprime moti non escludenti anche sbalzi e scosse. Forse le
tracce degli enti che abitano interni elevati a dimora conducono a regesti
d’ombre e presidi quali referti silenti da cui ripartire verso “l’armonia delle
cose”. Una terra che non appartiene a nessuno, una terra dell’assenza che si fa
tuttavia presente, come appare in una strofa di evidente bellezza stilistica:
“ancheggia il pomeriggio/ clemente si arrotonda il fianco/ scivola il chiarore
in lamento verso il buio/ infinitesima il tramonto lo spinge in superficie/ il
rosso sulle gote e in fondo al campo”. S’intona un riproporsi, un sollecitare
inquieto che raccoglie frazioni linguistiche in successione a timbro sillabico
evocante traumi e lesioni, segnature su pagina antistanti il bordo che si fa
episodio, rimando acuito nel suono modulare, nella complessa distanza di un
riconoscersi fonetico che ben riproduce l’interpretazione del percepibile
tornare.
Andrea Rompianesi
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