martedì 2 maggio 2023

Prospero Antonio Cascini – Prospero Valerio Cascini, Lucanità saracena tra poesia e fotografia, Monetti Editore, 2022

 


 

La terra in cui si nasce è come una madre. Ce lo insegna il Foscolo in quel prezioso sonetto che inizia con “né più mai toccherò le sacre sponde”.  Ed oltre ad essere madre è anche sacra. Questi due termini di maternità e sacralità ben si addicono al volume “Lucanità saracena” di Prospero Antonio Cascini e Prospero Valerio Cascini. Non si tratta, notate bene, di una semplice e scontata linea encomiastica, come di solito avviene nella descrizione e rievocazione di un passato felice in un luogo idilliaco, soprattutto là dove si innesca il vernacolo o il vissuto in città lontane da quella natia. Si tratta bensì di un ritratto, amorevole certo ma non sdolcinato, in fotografie e poesie di Castelsaraceno. La responsabilità dell’impresa è dovuta a due cugini, Prospero Antonio Cascini e Prospero Valerio Cascini che si sono impegnati a raffigurare una civiltà antica proiettata nel futuro, una civiltà fatta di bellezza e tradizione, di passione e di memoria, di realtà e poesia. D’altra parte i due autori non sono nuovi ad operazioni di tal genere. L’uno, Prospero Antonio, ha nel proprio curriculum volumi e premi di poesia, l’altro, Valerio Prospero, vanta raccolte in vernacolo premiate e celebrate. Entrambi i poeti hanno la capacità di saper intrattenere il lettore e condurlo ad emozioni e riflessioni attraverso una versificazione che non si avvale di orpelli retorici ma si aiuta di icasticità e sensibilità. Un piccolo esempio è la lirica “La lucanità saracena” di Prospero Antonio. Notate il suo incipit accattivante:

“Dormirci sopra

in un anfratto innevato

tra un cirro argentato

e un bucaneve imbalsamato”

La lirica poi prosegue nell’evocazione amorevole e sincera del suo Paese dove “pendono nelle toppe le grosse chiavi / dei palazzi antichi”, dove “è il sogno di ognuno / che lascia il segno… / sul proprio selciato”.

Non meno incisiva è la lirica di Valerio Prospero, tutta legata ai suoni dialettali che sono un segno di ancestralità e di passione e che rievocano momenti topici della vita a Castelsaraceno (dalle feste religiose, come il Natale, ai gesti quotidiani come la compra vendita al mercato, o a figure tipiche del posto come commà ‘Ndumeta o Filice u Sinisaro). Nulla, come in precedenza sottolineato, di regionalismo encomiastico, ma momenti di vera ed autentica poesia esaltati dalla musicalità di un patois lucano saraceno, come ben delineato in questa lirica dal titolo “Puhisia” (Poesia)

“Fammila na puhisia e ch’ t’ costa.

Parole ‘mbastate ca parole a bella posta.

Ca nu sbendano a l’aria pi fa sputa,

ch’arrivano d’rett’ addun’ so’ binut’.

Rammila na puhisia

a voglio tene ‘ndu portafoglio

cum’ fosse a zita.

Parole ‘mbastate cu parole

pi tutt’ a vita.”

(Fammela una poesia e cosa ti costa. / Parole impastate con parole a bella posta, / che non siano insulse tanto per parlare / ma che arrivino dritto al cuore che le fece andare. / Dammela una poesia, / la voglio tenere nel portafogli / come una sposa. / Parole impastate con parole / per tutta la vita.)

 

 

Enea Biumi

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