sabato 8 agosto 2026

Rudy Toffanetti, Eresia dei giusti, Vallecchi, Firenze, 2026

 


Suddivisa in sei capitoletti, la silloge presenta una unità di fondo, una sorta di file rouge che sottende ogni poesia tanto che i versi diventano un poema unico sia che ci parla di Ediacara, Atlantide, fossili, dinosauri, sia che si avventuri sui tram di Milano, o nei vicoli di Genova, o parli di satelliti Starlink e del Donetsk, o affronti relazioni amorose e famigliari. Il discorso poetico si innesta in un gioco del quotidiano, non scevro da sentimenti, preferenze, ricordi, per concentrarsi o per lo meno evidenziare problemi vitali sia del singolo che della comunità.

In quei giorni, tra lutti e gozzoviglie,
si stava in un acquario, col tramonto
sopra i mobili di casa ...
Oltre tante pagine del vento (attentati
migrazioni bombardamenti) non sembrò
cambiato niente, e la pioggia solo
un tocco vedovile alla scogliera ...

 Tra le crepe di tanti mali e le problematiche esistenziali si viene a formare un connubio che ci svela come tutto sia vita: lavoro, politica, storia, natura, religiosità, passato, amori, famiglia. Non c’è ordine, diacronicità assoluta, bensì disordine, a volte caos, timori di rimanere alla retroguardia del tempo.

C’è un tempo precedente
a ogni movimento, un tempo la cui stasi
è un’evoluzione disperante, ed è stata
una strana eccitazione della morte (…)

 Per questo è d’obbligo arrancare, districarsi per salvarsi, per indurire il corpo nella lotta con la vita. Non ci sono convenzioni sociali che tengano.

Provai la grazia di lasciare tutto
e mi dedicai al saccheggio. Nei carruggi umidi
di pesto e alici, ché a vent'anni non puoi altro,
c'era il vento e tu ti entusiasmavi
degli zingari, degli attimi e dei rigattieri.

 Il mondo con i suoi delitti ben confezionati, le sue macerie e i suoi veleni, finisce sempre per far capo alla fatica quotidiana, come in una catena di montaggio.

Qua gli affatturati, i pensatori della birra,
qua i maghreb e gli ufficieri, i pensionati, le raucedini,
gli alzheimer, ipertesi, i dolori compressivi -
metamorfa cerca di falò nelle cucine, sono
corpi santi, i fuochi fatui della periferia.

 Toffanetti è un giovane poeta (classe 1994) e sa già utilizzare una propria efficacia descrittiva, in cui la natura non ha nessun compito idilliaco né rassicurante, ma semplicemente realistico. Si tratta, infatti, di una poesia esistenziale, priva del fascinoso cielo o del pampino mosso dal vento o della coccinella sulla foglia di melissa o della compatta siepe di ligustro. La sua poetica è ricca di flash rapidi e concisi, rivela gamme accese di eloquio, ha la forza e la fantasia di chi ancora vuole battersi in un’arena difficile e torbida.

Il tram è la vita anfibia dei due mondi,
quando cuce e scuce la Barona, Chiaravalle,
Niguarda e l'Ortica, quando gracida
e sferraglia sopra gli starnuti e le code
degli eterni pellegrini, i rimossi, i pendolari.

 Il ritmo si fa serrato, il verso in alcune poesie quasi prosaico, ma la musicalità è costante perché l’autore è consapevole che senza musicalità la poesia diventa scialba e inquinata. Inutile. E non è il suo caso. Non per nulla Toffanetti cita e ammira incondizionatamente un artista come Franco Loi. Un po’ perché l’ha conosciuto, ma soprattutto perché ha tratto dai suoi insegnamenti la capacità di far “cantare” i versi nella loro dovuta e giusta intonazione. Basta leggere ad alta voce qualsiasi poesia di questa raccolta che ci si accorge di quanto significativo sia questo procedimento.

Non c'erano spaventi,
nessuno ti mangiava,
non c'erano creature né c'erano i creatori:
i figli resistevano da soli
all'esistenza e questa non chiedeva
in ausilio la speranza.
Non so per primo chi
abbia cominciato a inventare
che ci fosse un'eredità o un motivo
per trionfare.

Forse è troppo presto e forse mi sbaglio, ma mi piacerebbe inserire Toffanetti fra quella schiera di poeti che appartengono alla cosiddetta Linea lombarda. Non solo e non tanto perché Franco Loi è stato il suo mentore, bensì nel rifiuto costante della retorica e del soggettivismo, nell’uso di toni dimessi, quotidiani, antieroici e antilirici, nell’interesse per il presente. La sua lingua infatti non è né lirica né narrativa, ma un intreccio di lessico scientifico, domestico, cronachistico, filosofico, a volte religioso e fiabesco. Si sente infatti nei suoi versi lo studio, l’affinamento, il rapporto con la tradizione poetica di Raboni, Sereni e persino di Testori.

Lì galoppa il gorgosauro, cerca
un buco nella rete, lì lancia il petardo –
dice “capodanno!” Siede a cena con gli zii.
Nella vecchia casa alligna il cotechino,
il bimbo, all’ombra della mamma, trova
la vita, e la scambia per destino.

Giunti alla fine di questa raccolta sembra che il contenuto si dilati come a significare l’impossibilità di una chiusura. I versi acquistano un tono forse più intimo e familiare ma non rinunciano a gettare uno sguardo sul mondo. L’universo – sembra dirci – non finisce, si trasforma.

(…) intanto
tu arricciavi un buco dentro l'aldiquà e come sempre
grattavi l'infinito: concludevi l'universo in uno sguardo.

 È un rimettere in campo quello che i suoi versi ci hanno suggerito fin dall’inizio per tutta la raccolta. Immerso in uno stile elegante, con un lessico incisivo e una fervida immaginazione, il lettore è diventato il protagonista di un’avventura esemplare attraverso situazioni, stagioni, città che lo hanno accolto e cullato, accarezzato e ammaliato. Di autentica poesia.

 

Enea BiumiInizio modulo

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