Sensibili ai
silenzi, alle ingiustizie che abitano la quotidianità, alle mancanze percepite
negli sguardi, alle assenze o ai timori, alle domande che sorgono pungenti.
Sensibili ai versi di Riccardo Olivieri in questo suo esito “Santa brezza”,
dove qualcosa deve inevitabilmente porci uno spazio da abitare nella più
ammissibile prospettiva di tregua se non di salvezza. Ciò che ho reso sacro tu
non chiamarlo più profano, è stato detto... tutto l’empirico filtro della
consistenza materica, nella sua graduale assimilazione che non esclude
l’intensità di certi impatti, ci pone al confronto con le cose; le più umili e
solide come retroterra della nostra “viandanza” continuamente esposta alla
riflessione ontologica. Noi essenti, enti tra gli enti, guardiamo, come fa
Olivieri, gli occhi dei figli. Cerchiamo di recuperare quelle fasi decisive,
quali boe alle quali aggrapparsi, impresse nel nostro ricordo vigile.
Attraversare le emozioni come segnali di un cammino esistenziale nel quale i
versi della poesia sono tracce, linee, di un disegno necessario perché
necessaria è la scelta dell’interpretare il bisogno atavico di una parola che
sia senso oltre il senso. L’input dell’autore è nei versi brevi, spesso
essenziali, asimmetrici nell’abitare gli spazi, nella parola rivolta, paziente
e meditata nel suo accenno montaliano: “Io per me ho già scelto un posto/ che
non posso dire,/ da cui saprò come vederti. Ma ora vai, fai/ Rivoluzione – di
tua repubblica gentile”. L’approccio elegante dell’assonanza si accorda lieve
con la traiettoria prosodica incisa dall’enjambement, che spezza ulteriormente,
al di là della stessa versificazione. E’ un sentire d’amore, quasi una
espressione di fedele d’amore, per citare un riferimento a Giuseppe Conte; un
ritrovarsi attraverso le sensazioni dettate dal confronto con gli stimoli
circostanti di natura: “il ronzio della veste alata che mi saluta d’intorno/
qui,/ nella campagna inspiegabilmente felice”. Così s’immerge la penna in una
alternanza che include l’apertura d’orizzonte per una possibilità acuita dalla
precisione di una terzina espansiva: “Mare enorme oggetto obliquo ai
continenti,/ mentale soprammobile ingombrante,/ missile a benzina per le iridi
più azzurre”. Linee di confronto, afflati paterni, segnali di luce a ricordare
opzioni difese nella consapevolezza del peso delle parole, della loro ostinata
resistenza, la sola apparentemente rimasta sul piano della praticabilità
quotidiana ed immanente. Anche la preghiera stessa è parola, segnale intriso di
un sentire sensibile e mobile. La voce di Riccardo Olivieri è anche voce di
condanna verso un degrado in cui la caduta dei valori etici ha determinato
ingiustizie e sofferenze. Allora diviene necessaria l’attenzione che emerge
dalla frequentazione degli spazi angolari, delle contingenti estensioni
minimali, delle tonalità immiti e riflettenti; “Tieniti sempre un ultimo
sorso./ Lascialo appoggiato/ discosto/ al lato sinistro di te,/ servirà”. La
grazia che si coglie nei versi attiene alla pratica di un levare, di un’assidua
limatura che s’intrattiene con la definizione relativa dei ruoli e li determina
comunque: “Li vedi e ti vedi e credi ancora più/ alla vita che c’è/ fuori”; così come assume ruolo
significativo la figura del manichino che è alter ego, identità che s’impone
nella nitidezza stagionale: “D’estate il mio manichino prende importanza,/ si
sente padrone del gioco,/ mi dice ch’è sua la vacanza”. Ci sono date che si pongono
simboliche, accennano ad un lungomare, alla presenza femminile che accompagna,
che cura, dove è possibile percepire il segnale d’attenzione, quella brezza che
è presenza: “poi – con l’aria in faccia come in bici/ ho ripensato alla foto
che mi hai fatto”. E Parigi, la Senna, scorte di luce ma anche contrasti dei
particolari che sembrano riecheggiare toni presenti nella prosa di Patrick
Modiano, nel suo respiro regolare. Aria, sassi, pioggia, sciami di frumenti,
piante, sedie, osservazioni e accostamenti propri di un poeta che ha amato
tratti e segni di figure come Sereni e Luzi. Il libro termina con un ulteriore
omaggio rivolto a Mario Benedetti, nella traduzione di due suoi testi di
valenza civile. Un percorso poetico quindi, quello di Riccardo Olivieri,
intessuto di acquisizioni della durata comprensiva di una biografia nella sua
più partecipata sensibilità.
Andrea
Rompianesi




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