lunedì 18 maggio 2026

Angelo Corbo, Memorabile viaggio nello spazio, Genesi Editrice, Torino, 2024


 

Molteplici e differenti sono le ragioni per cui si scrive un romanzo di fantascienza: ragioni che solitamente si intrecciano fra di loro. Le principale potrebbero essere: esplorare il futuro, incontrare altre civiltà, contattare intelligenze virtuali, guardare possibili mondi in alternativa al nostro, riflettere sul presente attraverso un confronto su civiltà lontane, sia nel futuro che nel passato, creare sperimentazioni al limite dell’assurdo, inventando anche linguaggi, società, leggi fisiche, stimolare la curiosità del lettore riguardante la scienza, avvertire dei rischi che la manipolazione scientifica e il progresso incontrollato possono avere, infine divertirsi sognando e costruendo viaggi immaginari. In sintesi scrivere di fantascienza significa principalmente immaginare mondi possibili per capire meglio il nostro. Il “memorabile viaggio nello spazio di Angelo Corbo va letto proprio in questa prospettiva, usando in modo avveduto e sapiente la lente dell’aspetto speculativo della fantascienza. Infatti il viaggio spaziale non è solo un’avventura, ma diventa un pretesto per immaginare scenari oltre i limiti dell’esperienza umana quotidiana. L’autore non si limita a raccontare una storia bensì immagina cosa succederebbe se alcune condizioni cambiassero radicalmente. Quindi l’incontro del protagonista con i cosiddetti alieni formula vere e proprie domande nonché ipotesi aperte. Mentre lo spazio rappresenta ciò che non conosciamo (pianeti lontani, condizioni estreme, possibilità di vita diverse) ci si chiede: come cambierebbe l’uomo dopo le informazioni ricevute? In effetti questo aspetto speculativo va ad influire direttamente sulla coscienza del lettore, sulla sua sensibilità, sulla sua etica, sul suo rapporto tra tecnologia e uomo, formando o riformando una nuova identità umana. Vengono spontanei a tale riguardo alcuni esempi del passato, come 1984 di Orwell, Neuromancer di William Gibson, Dune di Frank Patrick Herbert. Andando più indietro nel tempo, viene spontaneo far riferimento al Viaggio al centro della Terra di Jules Verne. Si sa che il desiderio di esplorare l’ignoto è uno degli impulsi più profondi dell’essere umano, e la letteratura lo ha spesso trasformato in racconti di viaggio straordinari. Se davvero si vogliono confrontare i due viaggi, uno al centro della terra e l’altro verso gli spazi dell’infinito, si può notare, oltre che un desiderio di esplorazione identico e inamovibile, una sostanziale differenza. In Verne i dettagli scientifici, ora in parte superati, vengono descritti minuziosamente e trasmettono un forte entusiasmo davanti a nuove scoperte e al progresso scientifico, in Angelo Corbo viene dato più spazio alla fantasia e soprattutto alla riflessione sul senso della vita e sul rapporto bene-male esistente in terra. Il viaggio diventa quindi una scusa per approfondire e acquisire nuove conoscenze in un’avventura che non è solo fisica ma anche interiore. Come spesso accade nella fantascienza, l’attenzione non è solo sull’ambiente ma sull’essere umano e sulla sua psicologia. Il viaggio diventa allora simbolico e al momento stesso mette in discussione le certezze terrestri aprendo interrogativi esistenziali: che ci facciamo noi qui sulla terra, perché ci comportiamo in certe maniere, chi siamo veramente? Il romanzo fantascientifico di Angelo Corbo è un libro che, come quelli più famosi e letti, fa riflettere su noi stessi e sul destino dell’umanità.

 

Enea Biumi

Marco Lamberti, L’avvocato del purgatorio, Genesi Editrice, Torino, 2024

 


Varie sono le domande e gli interrogativi sulla giustizia in Italia. Ne è stata una prova il recente referendum. Le opinioni possono essere diverse, ma sicuramente tutte vanno in un’unica direzione: che è quella dettata dall’esigenza del giusto e il più possibile della verità. Gli undici racconti inclusi nell’Avvocato del purgatorio di Marco Lamberti aprono una panoramica di esempi e di fatti che coinvolgono direttamente il discorso sulla giustizia e sui suoi protagonisti: sia essi siano rei, innocenti, difensori, giudicanti. Nel breve prologo l’autore spiega le motivazioni che lo hanno indotto a scrivere, vale a dire la “speranza di suscitare riflessioni ed emozioni”.  Si sente, in tutte le pagine, che Marco Lamberti è un buon conoscitore dell’ambiente legale. Minuziosamente descritti sono gli avvocati, i truffatori o malfattori, i cittadini che ricorrono alla giustizia, realistici e concreti sono gli interrogatori, gli ambienti delle caserme, i carabinieri, i protagonisti tutti. In effetti l’autore è un avvocato, patrocinante in Cassazione, ma è pure giornalista e questo gli dà la possibilità di unire nei suoi scritti le peculiarità di entrambe le professioni. Il risultato è un libro che intrattiene il lettore in un excursus narrativo capace di avvincere e far pensare. Matteo Della Zattera, il protagonista di tutti i racconti, difende clienti ambigui e mai completamente innocenti, vive un conflitto interiore, si chiede in continuazione se sta aiutando la giustizia o solamente il suo assistito. Il “purgatorio” sembra proprio essere questa sua coscienza che si barcamena in un mondo sospeso tra colpa e innocenza, verità e strategia. Dietro l’apparenza perbenista si nascondono inganni sociali: chi appare innocente può benissimo non esserlo, ogni situazione può essere letta in modo diverso, la verità risulta non essere sempre assoluta, ma può venire costruita. Alla fine sembra che il sistema giudiziario premi maggiormente l’abilità retorica che non la verità. Così il dubbio diventa permanente. E tormenta. Non si tratta allora solo di meri episodi, quelli raccontati nel libro, bensì di momenti esemplificativi di una umanità “sotto processo”. Si legge quindi di un pretore che al limite del sadismo trascina a 1600 metri di quota due litiganti; si assiste all’assoluzione di un cliente in cui, tutto sommato, appaiono più furbi ed avveduti gli avvocati; riviviamo episodi simili a quelli degli anni di Mani pulite con un imputato che confessa anche il falso pur di salvarsi; leggiamo di scene di corna, di mariti che tradiscono, di mogli che accusano, di vittime di profonde ingiustizie. Chiaramente i contesti sono diversi fra loro e come cambiano personaggi e vicende così pure muta il tono del linguaggio: serio, ironico, divertente. Riporto in particolare due momenti per far comprendere come l’autore sa giostrarsi sui vari livelli. Il primo è tratto dal racconto che si intitola “Una vicenda sciagurata”, il secondo da “L’assoluzione di un furbastro”. “Non era possibile iniziare una causa impostandola su ragioni fondate, su tutte le pronunce dei massimi Giudici se poi, come se la giustizia fosse un gioco perverso, questi, nel corso del giudizio e a loro piacimento e arbitrio avrebbero potuto mutare le carte in tavola. In questi momenti l'Avvocato Matteo Della Zattera giungeva a odiare la propria professione e rimpiangeva il momento in cui l'aveva scelta anziché ad altro dedicarsi. Sotto questo aspetto viveva in un mondo incivile. Italia, patria del diritto e tomba della Giustizia. Ed era quello che, nell'amarezza pensava in quel frangente.” “L'Avvocato Della Zattera, con malizia forse ben riposta, provò a immaginare quanto il collega si sarebbe trattenuto dall'importo versato, ma allontanò i cattivi pensieri. In fondo la cosa era indifferente tanto per lui quanto per il suo cliente. Eirale infatti gongolava per il guadagno di decine di migliaia di lire, tante anche al netto delle spese. L'Avvocato non ebbe più occasione di rivederlo, salvo ricevere, in occasione di ogni Santo Natale, una consueta cassetta regalo di bottiglie di champagne.” Come si nota facilmente nel primo caso in cui si raccontano fatti drammatici il linguaggio risulta misurato, ponderato, particolarmente serio fino alla conclusione amara dove si afferma che l’Italia è patria del diritto e tomba della giustizia. Nel secondo caso invece il linguaggio è scherzoso, ironico, mette in mostra segnatamente l’utilitarismo, l’egoismo e l’indifferenza alla questione giustizia. Tutto sembra destinato al guadagno. L’avvocato Matteo Della Zattera, protagonista dell’avvocato del diavolo, è presente in ogni vicenda come fosse un deus ex machina, che domina e riflette un mondo ingarbugliato in situazioni che a volte sovrastano la stessa volontà dei protagonisti. Il tutto è raccontato in maniera realistica, piacevole alla lettura, scorrevole come scorrevole è la vita di ciascuno, non priva di punte di amarezza nel vedere e considerare le difficoltà di una giustizia giusta, nel raccontare come spesso di buone intenzioni sono lastricate le vie dell’inferno.

 

Enea Biumi

 

Valeria Rossella, Oltre il buio e il tremore, Marco Saya Edizioni, 2026


 

La silloge poetica di Valeria Rossella insiste su alcuni temi quali la memoria, la natura, l’amore, il tempo, l’identità. Si tratta quindi di una riflessione su più livelli in cui si analizzano situazioni e momenti della propria esistenza in rapporto ad un mondo e ad un modo di concepire la vita. Non è un caso che in questo variegare di considerazioni e osservazioni siano citati filosofi come Talete, Leibniz, Hume, Hegel, o persone della propria famiglia come la sorellina Bianca o il nonno. L’opera, suddivisa i sei sezioni (Fiume affatato, fiume eracliteo; Piroettando nella polvere volubile; Appoggiata alla balaustra della notte; Atlante dei giorni cupi; Spettri d’amore; Allor porsi la mano un poco avante), offre al lettore immagini suggestive attraverso riferimenti letterari, allusioni onirico meditative, cenni filosofici, ricordi, sogni, dialoghi con figure del passato reali o immaginarie.

In Lezioni di filosofia, ad esempio, l’autrice con un’audace sintesi ricerca un senso di continuità tra presente e passato, che coglie in una specie di compendio del pensiero degli autori. “Dice Talete che tutto è pieno di dèi / e dice Leibniz che siamo microcosmi impenetrabili / e Hume dice che siamo toppe di Arlecchino / e Hegel: nulla è più difficile / che tenere fermo ciò che è morto”. Il tempo attraversa la sua memoria e si trasforma in esperienza spirituale, mentre il ricordo si radica nei dettagli più semplici, ma vivi e vitalizzanti, e la presenza della natura, che si trasforma in continue sorprese, ci invita a riflettere sul visibile e l’invisibile che ci approccia alla vita. “Là dove il tempo torna friabile materia senza forma / corrono i fili conduttori di luci e voci, / sottoterra.” (…) “vitaque mancipio nulli datur, e nelle luci / dei kebab e del Basko o del Carrefour le ossa / della tribù Stellatina mi nuotano accanto, / malinconici pesci, nelle buche del tempo, / nuvole sul cuore nichelato del nulla.”

Molteplici sono i simboli, che, comunque, convergono tutti verso un unico interrogativo: che cosa siano la vita e la morte. In effetti “Oltre il buio e il tremore” vuole appunto indagare in ogni lato dell’esistenza e con ogni mezzo a disposizione della parola poetica. Per questo la memoria è oltremodo indispensabile nella comprensione dell’universo e il ricordo ci aiuta e ci stimola a soppesare fatti e parole per cui il “fiume affatato eracliteo” si accompagna alla “Tribù Stellatina” – vale a dire: il pensiero deve essere ancorato alla realtà e al vissuto personale – mentre l’esperienza di “Laika in the sky” non è solo omaggio ad una cagnolina sacrificata alla conoscenza ma anche viaggio verso l’ignoto.

In questa ottica, allora, sottolineare che “la natura si sfoglia come un libro” ha il significato di una riflessione sulla ciclicità della natura stessa e sulla sua metamorfosi, così come quel sottinteso «Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma» di Lavoisier, che permea molte parti della raccolta, ci fa intuire che l’uomo è un minuscolo essere in balia di forze sconosciute e che la vita altro non è se non un incessante cambiamento.  Importante, quindi, se non necessaria, è la dialettica che si instaura con i defunti e il passato (il nonno, la sorellina Bianca, i Murazzi, la tribù Stellatina, le necropoli, il nastro di Moebius, i dischi di Brassens). “Là dove il tempo torna friabile materia senza forma / corrono i fili conduttori di luci e voci, sottoterra.” (…) Ma qui dove la materia si trasforma, / formiche alate, convolvoli, / a una a una io le riconosco / quando mi urtano sfregandosi / contro la pietra focaia che ho nel petto / (e ogni fiamma ha un differente aspetto)”.  

Gli oggetti, oltre le persone, diventano custodi della memoria, sia personale, sia collettiva, sia storica. E tutto ritorna e si trasforma in un perpetuo dialogo tra passato remoto, prossimo e presente perché la memoria non è statica, come quelle farfalle migranti che “non sono farfalle partite la scorsa primavera”, perché “sapevo che quella polvere eri tu.”

L’opera è permeata da una soffusa spiritualità laica – un ossimoro in grado di visualizzare, senza spiegare, il mistero dell’esistenza – ed un concetto capace di sublimare il terreno in cui si svolge il quotidiano trasformando l’effimero in assoluto. Così le anime dei defunti, insieme con la storia del passato, si manifestano nei sogni, negli oggetti e persino nei pixel di una fotografia, portando il ricordo a riconoscere i segni di chi ormai non c’è più. “Sì, è solo un gioco nascondersi, Nicoletta, / sotto le pietre nei cassetti fra le elitre / degli insetti e tutto torna / ad essere pura natura, bella natura come ora, / inumana, tra l’acqua e i pioppi, / la natura sola.” (…) “Col raffio ora agganciaci, su, portaci via, / divinità invisibile, / mentre passiamo piroettando nella polvere volubile, / eterna jeunesse dorée qui va mourir, / sventate ballerine / oltre il buio e il tremore, oltre questa nube di spine, / oltre il fragore del tempo, oltre l’amore”.

Ecco: l’amore. Per Valeria Rossella è paragonato ad un’esperienza ineffabile, a volte risulta legato al dolore, a volte alla sola malinconia. Viene sigillato come “muto e analfabeta”. Non si può descrivere con parole, ma semplicemente sentire. Un po’ come la musica. “Toccami / perché ciò che può essere toccato / non può essere detto / e se non può essere detto non può esser distrutto.” E c’è un desiderio, una ricerca di contatto e di senso in quel “toccami”.  Di più: L’amore è cieco perché è scritto in Braille / e si legge con la bocca e i polpastrelli. / Il mio ha un cielo di marzo scartavetrato dalla brina, / luce di clorofilla e di ruscello, / la testa di capriolo, e la gola / crudele di una martora.”

L’ultima parte del libro conclude con un verso dantesco (“Allor porsi ma mano un poco avante”) in cui la poetessa riprende il tema della metamorfosi citando l’episodio di Pier delle vigne: “Forse non schizzerai né sangue né parole / se spezzerò i tuoi rami, albero spinoso, / addolorata bocca spalancata, bocca muta.” Si ha l’impressione che in queste ultime liriche Valeria Rossella voglia farci vivere in una sorta di apocalisse dove “Nel buiore dove tratenebra o traluce / car la nuit sera noire et blanche”, perché “morire è tornare”. Ed è il gran finale della silloge, tradotto in quei versi che dicono: “Al vento dondolano, lanterne tremanti, al respiro / tremendo di Dio nella gabbia toracica del cosmo.”

Tutto sommato “Oltre il buio e il tremore” offre una poesia che usufruisce di elementi filosofici che ci indicano come la vita sia una impermanenza. Quell’aforisma di Eraclito di Efeso che recita “πάντα ῥεῖ” potrebbe essere la summa di tutto il libro, tradotta attraverso una scrittura polisemica e una sintassi che alterna periodi lunghi e meditativi a frasi brevi e incisive, riflettendo un andamento di pensieri ed emozioni che danno l’atout per una meditazione profonda sul senso della vita e della morte. Un excursus poetico che non dà soluzioni ma solo interrogativi, sensazioni indefinite e cauchemar.

 

Enea Biumi

 

RUMINICU U MULINARU - Una Poesia dialettale di Vincenzo Capodiferro


 

RUMINICU U MULINARU

 

U vì ca chianu chianu si ni scenni,

ra chiazza nu bellu pizzarrone,

Ruminicu u mulinaru penni

rasa rasa ‘mbera a lu vaddone.

 

U vì ca mò arapi lu mulinu,

sotta a chiazza tanda gendi aspetta,

è tuttu ‘mbappatu ri farinu,

nun sapi a chi chiù addà rà retta.

 

Prima hiìnu tutti a la iumara,

a macinà au mulinu u Mangusu,

a Torri, o adduvi l’acqua para

movi roti r’inda a lu pirtusu.

 

E mò vannu tutti sott’a chiazza,

ka c’è u mulinu a currenti,

sacchi ri granu ‘nda na iazza

ammetinu e li tennu a menti.

 

Vannu a macinà lu granu r’oru,

e ni essi quedda porivi ianga,

vannu li famiglieddi ‘n coru,

mamaranni cu vandisinu stanga.

 

Prima li terri tutti siminati,

finu a sopa Raparu a chiantani,

vigni, avulivi e cultivati,

mari r’oru e ri pecuri a minani.

 

Li gregni li carrijavinu a l’aria,

pisavinu li iermiti e a lu ventu,

a lu ventu ca si port la malaria,

a paglia vola e ‘nderra lu frumentu.

 

Na fidduccia hi pani cu li fichi,

nu sursiceddu hi vinu ra Pandana,

vai a ricogli a femmena li spichi

‘ndà na manda e po' si ni nghiana.

 

E s’acchiappi u vin ri li Costi,

a li mitituri rai assai forzi,

ca pari abballinu ‘nda quiddi posti,

s’abbraminu cumbanaggiu e scorzi.

 

Fannu festa granni ‘mbera a terra,

li mitituri abballinu cu favuci,

festa finu a che scuppiau a guerra,

a femmini belli rannu cavuci.

 

Mangiavinu e bivihinu a boglia:

s’angappi u vinu ru Turnatori,

nghianavi a ‘Ndenna mò a ‘sogli

furmaggi e crapetti appisi a nuri.

 

Cumba Ruminicu u mulinaru

na parola roci ti rici tanni,

na bona misura a lu furnaru,

nu surrisu prondu ‘nda li sanni.

 

Tutti avihinu lu furno ‘nta casa,

lu luvatu girava tuttu u munnu,

cu li scialli paravanu la rasa

e virihinu ogni tandu u peritunnu.

 

A festa hi li morti hinda a Chiesia,

carriavinu monti ri frumentu,

a Cristu riinu oru ‘ndà stu mesi,

u pani e a li morti a lu purtentu.

 

Mittihinu a sera a na funestra

u granu a li morti ‘nda nu piattu,

na botta hi notti a la parti restra:

è hiddu vinuto quattu quattu.

 

A menzanotti c’era a prigissioni

hi li morti ca iinu a senti a messa.

Nun ci hava hìni ca ti tirinu mamoni,

cumma Rusina ci rumasi fessa.

 

Cu spichi ‘ngapu e cu canneli

pu paisi purtavinu li centi,

a li festi giravinu fireli,

cu statui e accipreviti cuntendi.

 

Si viri a Ruminicu u mulinaru,

ca prisenzia ti ‘nghia na chiazza,

nu baffu bellu, nu visu caru,

tuttu nghianghicatu cu na tazza.

 

E ti rìa na paci ‘ndù cori,

na voci bella ca paria na tromba,

ti candava nu verbu r’ammori

ca s’u virivi tè mò zomba.

 

Cu li mastri hi fatiha mbappatu,

ca nun si cangiavinu mai

s’accucchiava tuttu spirticatu,

ca alligria ci ni era assai. 

 

 

TRADUZIONE

 

DOMENICO IL MULINAIO

 

Ecco che pian piano se ne scende

dalla piazza un bello omone,

Domenico il mulinaio scende

da un lato dirimpetto al vallone.

 

Ecco, va ad aprire il mulino,

sotto la piazza tanta gente aspetta,

è tutto impappinato di farina,

non sa a chi più deve dar retta.

 

Prima andavano tutti alla fiumara,

a macinare al Mulino di Mancuso,

alla Torre, o dove l’acqua amara

le rote move dal pertuso[1].

 

Adesso vanno tutti sotto la piazza,

che c’è il mulino a corrente,

accatastano sacchi di grano in un’azza,

ognuno i suoi tiene a mente.

 

Vanno a macinare il grano d’oro,

ne esce tanta polvere bianca,

vanno le famigliole in coro,

la nonna con grembiule stanca.

 

Prima i terreni erano tutti seminati,

fin sul monte di Raparo a piantare,

viti, olivi e tutti coltivati,

mari di grano e d’armenti a menare.

 

Portavano i covoni in un’aia,

buttavano le spighe al vento,

al vento che si porta la malaria,

vola la paglia e resta il frumento[2].

 

Una fetta di pane con due fichi,

un sorsetto di vino di Pantano,

va la spigolatrice a le spighe

le accoglie e s’en va lontano.

 

E se assaggi il vino delle Coste:

ai mietitori dà assai forze.

Ballano e poi fanno le soste,

bramano companatico con scorze.

 

Una festa grande ai piè di Terra,

i mietitori ballano con le falci,

una festa finché scoppiò la guerra,

alle donne belle danno a calci[3].

 

A mangiare e bere tante voglie,

chi assaggia il vino del Tornatore

sale l’Antenna e presto scioglie

i premi annodati al portatore[4].

 

Compare Domenico il mugnaio

ti dice una parola dolce allora,

una buona misura al fornaio,

un sorriso sempre pronto all’ore.

 

Tutti avevano il forno in casa,

il lievito girava tutto il mondo,

donne con scialli il recavano da rasa

e vedevano schiette il pieditondo[5].

 

Alla festa dei morti in chiesa

innalzavano monti di frumento

che donavano a Cristo in questo mese,

il pane ai defunti in gran portento.

 

Mettevano la sera a una finestra

per il morto un piatto di grano,

se c’era una botta a parte destra,

era il defunto che veniva piano.

 

A mezzanotte c’era la processione

dei morti a sentir la messa avita:

non seguir la scia dei Mammoni,

comar Rosina ci rimase stecchita[6].

 

Con spighe in testa e con candele,

alle feste portavano le cente,

alle feste giravano i fedeli,

con statue e arcipreti contenti.

 

Se vedi a Domenico il mugnaio,

la presenza ti empie una piazza,

un baffo bello, un viso gaio,

tutto imbiancato di gran stazza.

 

Ti dava una pace al core,

una voce bella qual di tromba,

ti diceva una parola d’amore,

lo senti da lungi che romba.

 

Con i mastri di fatica impappinato,

che non si cambiavano mai,

si presentava tutto imbeccato,

in giro d’allegria ce n’era assai.

 

 


[1] Domenico il mugnaio gestiva il primo mulino a cilindri, a corrente elettrica, fabbricato sotto la piazza del paese. Addio mulini ad acqua, di cui oggi restano solo ruderi di nostalgia lungo il torrente Racanello!

 

[2] Il rito della “pisatura”: dopo la mietitura recavano i covoni in un’aia ventilata. Veniva passata una grossa macina tirata da asini. Poi si gettava al vento, che separava la pula dal frumento. Questo lavoro poi man mano veniva soppiantato dalle trebbiatrici.

 

[3] Si riferisce alla festa della mietitura, celebrata fino al 1940, quando scoppia la seconda guerra mondiale. Facevano danze con falci a piazza S. Antonio e il tutto si concludeva con una mangiata ed una bevuta di ottimo vino delle Coste: una zona molto esposta a sole.

 

[4] Si riferisce al culto arboreo di S. Antonio, consistente in varie fasi che vedono il taglio di un faggio, lo spellamento, l’unione con un pino e l’innalzamento nell’omonima piazzola. Anticamente all’albero venivano annodati i premi consistenti anche in animali vivi, caciotte e prodotti vari. Gli animali vivi venivano colpiti dai cacciatori e presi indi dagli scalatori. Oggi quel rito cruento è stato sostituito da tacchette di legname contenente i premi e appesi all’albero.

 

[5] Il pieditondo nella tradizione popolare è il diavolo che le donne schiette, con scialli neri, la sera vedevano per le strade. Non c’era luce e si facevano strada con tizzoni ardenti. Era facile così scorgere strane figure, che chiamavano i “mamoni”, da Mammona, cioè i fantasmi.

 

[6] Si riferisce a vari riti mortuari: i monti frumentari nelle chiese il 2 novembre, l’usanza di lasciare il piatto di grano per il defunto alla finestra e soprattutto la creduta processione dei defunti fantasmi di mezzanotte. A mezzanotte non bisognava uscire, perché si rischiava di essere trasportati dalla processione dei defunti fino in Chiesa, dove veniva celebrata la solenne messa di mezzanotte. Chi si trovava in chiesa, al chiudere delle porte, poteva rimanere stecchito per lo spavento, come era successo a comare Rosina. 

 

lunedì 4 maggio 2026

UNA LETTERA DAL PASSATO di Vincenzo Capodiferro

Si tratta di un’epistola immaginaria, inviata dalla Badessa del monastero di Torba, presso Castelseprio a Guido da Velate, vescovo di Milano, dopo la morte di Arialdo, santo diacono, legato alla Pataria Milanese, avvenuta il 27 giugno del 1066, per eccidio, di cui, in qualche modo fu responsabile lo stesso principe della Chiesa. La figura della badessa Urbana è inventata. Naturalmente ogni riferimento a fatti, persone o luoghi reali è puramente casuale.

Madre Urbana da Castelseprio, Badessa del Monastero di Torba, al suo dilettissimo figlio Guglielmo da Velate

Episcopo e pastore della Ecclesia Milanese, nell’A.D. MLXVI, in die 30 Juni

Disappunto per la morte del beato Arialdo, accaduta nell’infausto die XXVII per eccidio

 Al diletto figliolo Guglielmo.

 È con summa sorpresa et dolore che abbiamo appena ricevuto la nova della morte del beato Arialdo. La ragione della sorpresa nostra potete immaginarla, ma quella del nostro sgomento vogliamo, invece, dispiegarvela: quando abbiamo conosciuto Arialdo a Varese, abbiamo subito visto la semplicità dell’anima sua, che sembrava fosse dipinta con i toni innocenti degli infanti, i quali pur rivestendo insegne di estrema vulnerabilità all’inganno, è pur vero che agli occhi di Cristo possiedono virtù indispensabili per accedere al Regno dei Cieli.

È questa semplicità che ci ha permesso di ricordare con slancio un’anima che in terra abbiamo visto qualche volta soltanto. Nelle profondità del suo essere non era una persona dubbia, come in verità, ti sei rivelato, o Principe della Chiesa, ma vera e sincera, e queste virtù sono quelle che più amiamo e da parte nostra ci rallegriamo punto del fatto che sia più vivo il ricordo di Arialdo che abbiamo veduto qualche volta, mercè l’affetto per la creatura sorella, che il ricordo di voi, mercè la diffidenza per una persona di dubbia religiosità, come vi siete dimostrato.

Molto è mutato in te, Guido da Velate, dal tempo in cui ti abbiamo conosciuto, una sola cosa è però rimasta immutata in Arialdo, anzi accresciuta, da quando l’abbiamo conosciuto: l’amor di Dio. Più ti avvicini a Dio, più ti accorgi di non conoscerlo. Credevamo di servirlo parlando di Lui, ma ora ci accorgiamo che solo il silenzio e l’umiltà sanno degnamente riverirlo.

Quando le anime con verità vanno verso Dio non sono mai peggiori o migliori di altre che le accompagnano; solo sono diverse. È proprio la diversità che crea l’equilibrio. Immagina che tutti fossimo eguali, o tutte le cose fossero eguali, che noia! Non riusciremmo neppure a distinguere nulla. Se tutti gli alberi della foresta fossero eguali, e tutti i fili d’erba, e tutti gli animanti e piante!

Achille e la tartaruga possono dirigersi nella gara verso la medesima meta, ma lo faranno in modo diverso, perché sono diversi. Potrà dire forse Achille alla tartaruga: «Sono più bravo di te perché so correre!». O non è più bravo l’eroe perché, se egli corre, non è per sua bravura, ma per opera di Dio che così l’ha fatto? Se vanaglorioso Achille, certo di vittoria, al confronto della sua lenta compagna, dovesse proseguire distratto a ciondoloni il suo cammino, potrebbe la tartaruga vincerlo per impegno, se non per andatura.

Similmente non s’inzuppi di gloria la tartaruga di aver raggiunto cotali traguardi, perché non per sua virtù piano è giunta lontano, ma per l’aiuto di Colui che il tutto mosse.

San Paolo quando era Saulo, non uccideva i cristiani per invidia, ma nella convinzione di servire Dio. Egli voleva far propria la causa di Dio, il quale proprio per questa ragione lo ha illuminato, guardando al fervore della sua anima, all’impeto di devozione che lo spingeva a compiere qualcosa che, se pur errata nella sostanza, era giusta per essenza. L’essenza è l’amor di Dio! Non così l’ipocrisia di Caifa e dei Farisei!

Tu, o Guido, da che parte stai? Se a muovere i nostri passi è vero Amore ed umiltà sincera, nelle eventualità in cui uno di noi si trovasse in un’errata via, sono certa che il Signore non mancherebbe di ammonirci, a noi poi il dovere di non farci sordi per non udire e ciechi per non vedere.

Se solo potessi leggerci dentro e vedere tutta l’angoscia che abbiamo provato al pensiero della morte di Arialdo! Sapresti con quanta celerità si trasforma l’anima nostra, che a stento riusciamo con la testa a stare dietro a tutto quello che si muove nel cuore, sarebbe come andare nel laboratorio di uno scultore prima che egli abbia portato a termine la sua opera a voler osservare quello che un giorno potrebbe pur essere un capolavoro, ma che in quel mentre di certo ha del mostruoso.

Meno male che la fede muove i nostri passi: se confidassimo in noi stessi, fin d’ora saremmo persi per sempre.

Un profeta di Dio non lo si riconosce solo da quel che insegna, bensì dalla sua stessa vita e dal suo operato. Questo possiamo dirlo certo di Arialdo, ma non di te. Velate era patria di eretici e colà Ambrogio possente, come Elia sconfisse i sacerdoti di Baal, egli stesso cacciò gli Ariani.

«Chi salirà al Monte del Signore? Chi ha mani innocenti e cuore puro». Noi non siamo giunti alla cima del valoroso monte, che ancora a fatica con tanti ruzzoloni stiamo scalando. Ma voi, o diletto figlio? Con questo atto vi siete precipitato nell’abisso. Come potremmo cert’anco solo osar di dirvi: «Vieni, segui il mio andare!» ed arrischiare l’anima vostra a battere con noi un sentiero che ci è ancora ignoto? Chi in verità può essere maestro del cielo se non chi l’abita? Oh! Sì. In molti si dicono e si sono detti della Sapienza dotti, ma abbiamo chiuso le orecchie alla voce dei molti per aprirle al Verbo. La prudenza è lo scudo dei saggi e da essa abbiamo imparato che un profeta di Dio non lo si riconosce solo da quel che insegna, bensì dalla sua stessa vita e dal suo operato che deve essere coerente a quel che predica. Un Dio che non dà le sue perle ai porci cosa dovrebbe pensare di te? E come potremmo credere a chi dall’alto di un trono di porpora si dice apostolo di un Cristo che è nato in una stalla?

Non sta a noi giudicare, bensì a Dio soltanto, nelle cui mani abbiamo riposto la nostra vita, implorandolo come la più misera fra gli ignoranti e l’ultima dei mendicanti che non elemosina cibo per il ventre, ma per l’anima. Ora una cosa sola sappiamo e cioè di non sapere.

Abbiamo compreso che credere non è sapere. Quale terrore ci attanaglia il cuore nel dover enunciare qualcosa di Colui dinnanzi al quale, per sua grandezza, saremo sempre a dir poco ridicoli come bimbi presuntuosi che parlano di sapienza ad un adulto.

O celeste Verità, che sola di sé sa parlare, facendosi udir volendo anche dai sordi!

Per di più, siamo diversi gli uni dagli altri e non uno può dire all’altro: «Fa questo!» anziché quest’altro, ma solo può farlo Colui che ci ha creati membra di un unico Corpo di cui Egli è il Capo, ed è il Corpo a dire alla Mano: «Ora muoviti così!», e non il piede, tanto meno la mano potrebbe muoversi da sé stessa senza apparire spastica. L’uccello volerà verso la cima del monte, il cervo vi giungerà saltando e correndo, la lumaca vi striscerà pian piano, forse morendo anche prima di giungere, ma tutti procederanno senza errore se leveranno gli occhi alla via che hanno dinanzi anziché a quei compagni di viaggio che mai potranno imitare, per questo non l’uomo può istruire l’altro uomo sulla Verità celeste, la quale è la sola che di sé sa parlare, facendosi udir volendo anche dai sordi.

Dio non si studia come si studiano le leggi del mondo: chi fa così, come i dotti Farisei che ben conoscevano le Sacre Scritture, finirà per non riconoscere la Verità che indica la Via che conduce alla Vita; Dio si ottiene per grazia. Beati i piccoli, poiché a Dio è piaciuto rivelare a loro la Verità sua, negandola a coloro che già di essa si credono dotti!

Guai a coloro che da sé stessi vogliono erigere la Torre di Babele per toccare il Cielo, perché non vi riusciranno e finiranno per parlare ognuno in modo diverso dall’altro di un cielo che mai hanno raggiunto!

Non potendo, dunque, in altro modo, non farò altro che ricordarti quel che già sai, ma che di certo, anche tu come me, meglio dovrai adempiere. A chi domandò a Cristo: «Maestro, come si accede al Regno?» egli rispose: «Adempi i comandamenti e se di più vuoi fare lascia tutto e seguimi». E tu come potrai dire come si segue il Signore? Hai amato il Signore Dio con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutto sé stesso, e il prossimo suo come sé stesso, dopo quello che avete fatto? Hai amato il suo profeta Arialdo?

La cruenta morte del beato Arialdo ci lascia col cuore ferito e in pena. Arialdo con passo lesto girava paese per paese, contrada per contrada per annunziare la lieta novella, per castigare i costumi, riformare la Chiesa, rinnovellare i borghi. È stato ucciso! Il suo corpo martoriato gettato nel lago! Il Signore lo conserverà in eterno. Non dobbiamo temere, come ben sai, chi uccide i corpi, ma chi uccide le anime, perché c’è la seconda morte e quella è eterna. Arialdo, a differenza tua, è stato un amante del Signore. 

Come poi si ami non v’è bisogno di insegnarvelo, come non dovrebbe insegnarsi ad uno sposo novello come si fa, perché egli non si perda in naturalezza, allorché dinanzi alla sua sposa saprà cosa fare come il bimbo sa che deve bere al seno di sua madre.

Lo Spirito di Dio, che dà la vita e che in principio aleggiava sulle acque, abita in ogni uomo. Se voi, dunque, comprenderete di non poterlo intendere con le orecchie, né vederlo con gli occhi, o capirlo con la mente, in quanto che, essendo di natura mortale, mai intenderanno l’Eterno e farete di essi tutto tacere, imparerete a contemplare con l’anima eterna che è in voi, in modo silente, l’Iddio vivo e vero, come in verità ha ben fatto il beato Arialdo, che nei suoi sermoni ripeteva: «La mia preghiera è invece il silenzio».

«Oh! Signore, in noi nasci in una stalla e tu ci chiami a divenire un Tempio».

Io non prego mai come è in uso fra gli uomini, non recito lunghe preghiere, contandone addirittura il numero, tanto meno proco a suggerire a colui che è veramente saggio e giusto quel che di me voglio sia fatto, la mia preghiera è invece il silenzio che una cosa soltanto gli dice: «O Dio, ora è la tua Voce che deve essere udita e non la mia. Possa io udire te che tutto hai da dirmi e non tu ad ascoltare il niente del mio dire».

Spero così, mio caro amico, che tu abbia inteso che ciò che Dio chiede alla tua anima: non da altri devi saperlo, ma da te stesso, imparando prima solo l’umiltà del riconoscersi di Lui totalmente ignorante e così alla sua porta bussare, a Lui chiedere, e da Lui cercare, poiché egli ha promesso e non mente: «Il Padre vostro che è nei cieli darà lo Spirito Santo a tutti coloro che glielo chiederanno» e bada bene che chi crede di avere già, non chiede e quindi non ottiene.

L’aver chiesto sapienza per Salomone fu motivo di virtù e merito agli occhi di Dio e non di condanna e questo doppiamente dal momento in cui per riceverla non si rivolse a profeti, né a sacerdoti, né fece affidamento alle sue capacità intellettive, mettendosi a studiare i sacri testi, bensì spinto da un amore tanto grande verso Dio da non volere essere mediato da opachi specchi terreni, la chiese a Lui stesso e la ottenne.

Un uomo che innamorato di una fanciulla, si chiedesse che senso ha dichiararsi a lei con insistenza, portarle fiori e doni in abbondanza, decantare la sua bellezza, mostrare e provare interesse per la sua vita e per i suoi nascosti pensieri, desiderare di conoscerla e possederla in tutta la sua nudità se poi, in fondo lei si concede solo a chi le piace, non finirebbe del privarsi da solo della possibilità di farsi amare? Per averla, infatti, non basta il farsi bello o il rimirarla da lontano, poiché premiato sarà soltanto l’intraprendente.

Ora è Dio e non noi a paragonare il rapporto con il suo popolo ad un legame fra due sposi, i quali se sono tali è in virtù di un amore reciproco e non incorrisposto come nel caso in cui la sposa di Dio è detta adultera. In verità Cristo disse che Dio avrebbe dato lo Spirito Santo a chiunque glielo avesse chiesto. Chiedere è possedere sempre di più l’Amato. Diversamente mostreremmo solo che il nostro timore di non piacergli è più forte dell’amore che ci spinge, palesando forse proprio in questo caso più amor proprio che amor per Lui. È orgoglioso, infatti, che non tollera di non essere respinto e non l’umile! Voi siete sposi di Cristo! Odiate dunque il concubinato e la simonia!

O mio Dio, troppe incoerenze e blasfemie osservo da non voler più proseguire nell’elencarle, non volevo turbarti oltre misura, Guido, tanto più che so quanto la durezza di questo mio dire ti faccia soffrire, a quanto pare, e doppiamente confondere. Dovrei per questo dubitare della Chiesa? Affatto.  

Ma sappiamo bene entrambi che c’è la Chiesa terrena e la Chiesa celeste: «Fecerunt itaque civitates duas amores duo».

Infinita è la Verità e quindi irraggiungibile, tale per forza deve essere anche la Via che ad essa conduce, ma poiché la Via e la Verità sono la medesima cosa, già nel percorrerla se ne ottengono indicibili grazie.

Medita allora, o Guido, su questa misteriosa Scienza che è negata, a dir dell’Apostolo, a coloro che ancora vivono del peccato, ma non nel peccato: molta è la differenza! Non è una sapienza carnale, ottenibile per via intellettiva, alla maniera della comune scienza teologica.

Può forse il sole specchiarsi anche nelle impure pozzanghere? Si può bere l’acqua pura da un contenitore sporco? C’è una Chiesa celeste e una Chiesa terrena.

A Pietro Cristo disse: «Quando ti sarai ravveduto, va e conferma i tuoi fratelli». Quando ti sarai ravveduto però, caro figliolo!

Quando tacciono i fallibili insegnamenti del mondo, quando intorno non si scorge altro che tenebra e dentro i tarli del dubbio ci corrodono, null’altro ci rimane allora che affinar l’udito perché l’unico Verbo, nell’ascolto lambisca il silenzio e poi domandarsi: son cieco? O è buio?

Potrà realmente conoscere chi non l’ha mai vista la bellezza dei fiori solo dal racconto di altri? Non potrà in verità il cieco immaginar codesti di tutt’altra fattura, non avendoli mai visti e non avendo alcuna cognizione delle varietà dei colori? Oh sì! Ben lontano è il concetto del vero dalla Verità ed essa non è proprietà culturale e tesoro delle tradizioni del mondo, bensì Luce che solo scorge chi non teme di aprire gli occhi e vedere da sé.

«Guai all’uomo che confida nell’uomo!», perché nessuno conoscerà mai la Verità se non da Dio stesso e nessuno vede se non con i propri occhi.

Medita, figliolo, su questo grave delitto. Fate pentimento. Convertitevi e che possa questo richiamo guidarvi nel tornare sulla retta via.

 In Jesu Cristo Domino Nostro

Dato in Castel Seprio, in die 30 Juni


(Vincenzo Capodiferro)

Angelo Corbo, Memorabile viaggio nello spazio, Genesi Editrice, Torino, 2024

  Molteplici e differenti sono le ragioni per cui si scrive un romanzo di fantascienza: ragioni che solitamente si intrecciano fra di loro. ...