sabato 8 agosto 2026

Maura Baldini “Insula” (Marco Saya Edizioni, 2025)

 

                             


 La citazione parla di un’isola che per Auden è irreale...ma quella che Maura Baldini affronta nel suo testo di poesia “Insula” invece non lo è. L’Islanda, teatro naturale di una rapsodia, un avvicinarsi all’inizio, una terra nella quale l’aria si spezza e ferma il tempo, un simulacro. Ogni singola poesia si apre con una citazione che coinvolge un vasto orizzonte di riferimenti: da Rilke a Shelley, da Byron a Walcott, da Verne a Montale, da Celan a Ungaretti, da Hugo a Sereni. E’ l’ascolto il dizionario fonetico che propone l’evidenza di una osservazione filtrante il dato oggettivo, lo personalizza coinvolgendo la reazione seduttiva e posta quale alternativa alla solitudine esistenziale. “La notte, qui, è una voglia,/ che sfrega dietro la rètina,/ mentre il giorno imperterrito/ veglia, non recede,/ in un tempo di fasulla quiete”. Ecco che la strofa mista di settenari, senario e ottonario piano, compone un avvio indicativo che conclude con assonanza modulata e tenue. Allora si congiunge il ritmo con la complessità di ogni ritorno, o tentativo, poiché mai in realtà si ritorna davvero, e ancor di più dove si è stati felici. Sono viaggi che concedono una resa apparente alle inquietudini notturne, ad approdi e convergenze, ad un alternarsi di stati che le brevi strofe compongono nella formula applicata ad una versificazione di rigore e nitore nell’emergere dagli spazi d’interlinea. Maura Baldini acquisisce flusso davvero levigato, attraverso la possibilità allitterativa appena accennata, cauta, espressiva nella opzione : “Immagina un vento che aggredisce,/ d’acchito, e tenta di divellere la pelle./ Un vento che s’insinua addosso”. E’ un coro d’acque che spiega dolori, avverte circa le ferite riconoscibili e condivise nella quotidianità delle fratture; è linguaggio e testimonianza, sovrana in forra così come in oceano; è un richiamo che mi riporta ad un riferimento prezioso: “Libro d’acqua” di Massimo Scrignòli. Il percorso osserva, coglie, interpreta le percussioni della praticabilità dissestata; così come s’intersecano illusioni di pausa e ristoro, spoglie terrigne, assenze incombenti, la falcata agognata... e poi giunge “il requiem del giorno”. Il sentire è corposo e rarefatto insieme, scavalca l’ossimoro, conduce alla riproducibilità dell’assente; “Ho visto quella luce di seta/ scivolare dagli occhi alle spalle chiare/ come il fiato che si soffia in amore”; tre endecasillabi sciolti che disegnano un tessuto di similitudini attese nella modalità di una composizione calibrata. Sussulti di strade, flora e laghi, spettri di colori, incendi e cavalli, aprono espressioni cucite intorno a proporzioni leggibili, riconoscibili nelle pratiche di relazione che intuiscono la presenza di densità non limitabili, almeno nella percezione concessa dalla prassi poetica quando favorisce un’agnizione. Scrive Maura Baldini: “Appesa a una foglia guardo/ sbiadire le offese, e guardo te,/ paleolitico cielo che avevo tracciato”. In alcuni punti del libro, s’inseriscono interventi in una prosa poetica che estende la visibilità in un flusso orizzontale. E’ un passare anche per i luoghi dell’isola: Reykjavìk, Gullfoss, Husavìk, Stokksness, Landmannalaugar e altri. Così succedono avvistamenti di balene, respiri, porti, luci, cieli screziati, solitudini ataviche, silenzi albini, emersioni e tonfi, resistenze e paure, rifugi di dèi. Il verso in alcuni casi si allunga fino a diventare pentadecasillabo, quasi a costruire un accenno di narrazione intima e panica allo stesso tempo: “Perché tu sei la testuggine capovolta nell’indugio”. Gli elementi di natura determinano sviluppi e rimandi alla composizione inquieta del nostro sentire più profondo, più nascosto; così il filtraggio avviene in empatica sussistenza, comprende le reiterate migrazioni, le successioni dei rimandi. “Dal ghiacciaio, in discesa, venti catabatici/ increspano la laguna,/ le correnti sui fondali smuovono il ghiaccio/ che comincia a migrare verso l’oceano”, oltre i passi e le soste, le acclamate accelerazioni che le partiture frenano. Davvero allora, per l’autrice, la salvezza possibile muove gli aneliti attraverso distanze e cautele, nelle verticalità incessanti, ben compattate dal nitido rigore delle strofe. Anche le pagine in prosa esprimono uno stile raffinato e ritmico: “Così cantano i viandanti quando riprendono il cammino, con il passo che fa razzia di scoscendimenti, e di avvallamenti d’acque stagnanti. Avanzano verso il cerchio dei monti striati di malachite, di zafferano giallo e rosa, di ocra rossa”. Un rievocare sinuoso percorsi di genti nomadi come nomade è il nostro vagare nella complessità degli intarsi e dei riflessi quando, dice Maura Baldini, il volto cercato “non è nell’esilio/ e nemmeno nel ritorno”.

                                                   Andrea Rompianesi

Rudy Toffanetti, Eresia dei giusti, Vallecchi, Firenze, 2026

 


Suddivisa in sei capitoletti, la silloge presenta una unità di fondo, una sorta di file rouge che sottende ogni poesia tanto che i versi diventano un poema unico sia che ci parla di Ediacara, Atlantide, fossili, dinosauri, sia che si avventuri sui tram di Milano, o nei vicoli di Genova, o parli di satelliti Starlink e del Donetsk, o affronti relazioni amorose e famigliari. Il discorso poetico si innesta in un gioco del quotidiano, non scevro da sentimenti, preferenze, ricordi, per concentrarsi o per lo meno evidenziare problemi vitali sia del singolo che della comunità.

In quei giorni, tra lutti e gozzoviglie,
si stava in un acquario, col tramonto
sopra i mobili di casa ...
Oltre tante pagine del vento (attentati
migrazioni bombardamenti) non sembrò
cambiato niente, e la pioggia solo
un tocco vedovile alla scogliera ...

 Tra le crepe di tanti mali e le problematiche esistenziali si viene a formare un connubio che ci svela come tutto sia vita: lavoro, politica, storia, natura, religiosità, passato, amori, famiglia. Non c’è ordine, diacronicità assoluta, bensì disordine, a volte caos, timori di rimanere alla retroguardia del tempo.

C’è un tempo precedente
a ogni movimento, un tempo la cui stasi
è un’evoluzione disperante, ed è stata
una strana eccitazione della morte (…)

 Per questo è d’obbligo arrancare, districarsi per salvarsi, per indurire il corpo nella lotta con la vita. Non ci sono convenzioni sociali che tengano.

Provai la grazia di lasciare tutto
e mi dedicai al saccheggio. Nei carruggi umidi
di pesto e alici, ché a vent'anni non puoi altro,
c'era il vento e tu ti entusiasmavi
degli zingari, degli attimi e dei rigattieri.

 Il mondo con i suoi delitti ben confezionati, le sue macerie e i suoi veleni, finisce sempre per far capo alla fatica quotidiana, come in una catena di montaggio.

Qua gli affatturati, i pensatori della birra,
qua i maghreb e gli ufficieri, i pensionati, le raucedini,
gli alzheimer, ipertesi, i dolori compressivi -
metamorfa cerca di falò nelle cucine, sono
corpi santi, i fuochi fatui della periferia.

 Toffanetti è un giovane poeta (classe 1994) e sa già utilizzare una propria efficacia descrittiva, in cui la natura non ha nessun compito idilliaco né rassicurante, ma semplicemente realistico. Si tratta, infatti, di una poesia esistenziale, priva del fascinoso cielo o del pampino mosso dal vento o della coccinella sulla foglia di melissa o della compatta siepe di ligustro. La sua poetica è ricca di flash rapidi e concisi, rivela gamme accese di eloquio, ha la forza e la fantasia di chi ancora vuole battersi in un’arena difficile e torbida.

Il tram è la vita anfibia dei due mondi,
quando cuce e scuce la Barona, Chiaravalle,
Niguarda e l'Ortica, quando gracida
e sferraglia sopra gli starnuti e le code
degli eterni pellegrini, i rimossi, i pendolari.

 Il ritmo si fa serrato, il verso in alcune poesie quasi prosaico, ma la musicalità è costante perché l’autore è consapevole che senza musicalità la poesia diventa scialba e inquinata. Inutile. E non è il suo caso. Non per nulla Toffanetti cita e ammira incondizionatamente un artista come Franco Loi. Un po’ perché l’ha conosciuto, ma soprattutto perché ha tratto dai suoi insegnamenti la capacità di far “cantare” i versi nella loro dovuta e giusta intonazione. Basta leggere ad alta voce qualsiasi poesia di questa raccolta che ci si accorge di quanto significativo sia questo procedimento.

Non c'erano spaventi,
nessuno ti mangiava,
non c'erano creature né c'erano i creatori:
i figli resistevano da soli
all'esistenza e questa non chiedeva
in ausilio la speranza.
Non so per primo chi
abbia cominciato a inventare
che ci fosse un'eredità o un motivo
per trionfare.

Forse è troppo presto e forse mi sbaglio, ma mi piacerebbe inserire Toffanetti fra quella schiera di poeti che appartengono alla cosiddetta Linea lombarda. Non solo e non tanto perché Franco Loi è stato il suo mentore, bensì nel rifiuto costante della retorica e del soggettivismo, nell’uso di toni dimessi, quotidiani, antieroici e antilirici, nell’interesse per il presente. La sua lingua infatti non è né lirica né narrativa, ma un intreccio di lessico scientifico, domestico, cronachistico, filosofico, a volte religioso e fiabesco. Si sente infatti nei suoi versi lo studio, l’affinamento, il rapporto con la tradizione poetica di Raboni, Sereni e persino di Testori.

Lì galoppa il gorgosauro, cerca
un buco nella rete, lì lancia il petardo –
dice “capodanno!” Siede a cena con gli zii.
Nella vecchia casa alligna il cotechino,
il bimbo, all’ombra della mamma, trova
la vita, e la scambia per destino.

Giunti alla fine di questa raccolta sembra che il contenuto si dilati come a significare l’impossibilità di una chiusura. I versi acquistano un tono forse più intimo e familiare ma non rinunciano a gettare uno sguardo sul mondo. L’universo – sembra dirci – non finisce, si trasforma.

(…) intanto
tu arricciavi un buco dentro l'aldiquà e come sempre
grattavi l'infinito: concludevi l'universo in uno sguardo.

 È un rimettere in campo quello che i suoi versi ci hanno suggerito fin dall’inizio per tutta la raccolta. Immerso in uno stile elegante, con un lessico incisivo e una fervida immaginazione, il lettore è diventato il protagonista di un’avventura esemplare attraverso situazioni, stagioni, città che lo hanno accolto e cullato, accarezzato e ammaliato. Di autentica poesia.

 

Enea BiumiInizio modulo

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giovedì 6 agosto 2026

La terza edizione della Manifestazione “Vicoli in Arte” si terrà a San Martino d’Agri ( PZ) il 10 e 11 Agosto sul Tema “paesi da vivere o borghi da visitare?”

 

                                


Promossa dal Comune, dalla regione Basilicata  e dall’associazione culturale Marinelli  si terrà il 10 e 11 Agosto a San Martino d’Agri (PZ) la terza edizione della manifestazione Vicoli

 



In Arte…. Parteciperanno i pittori con le proprie opere: Paolicelli, Rosa ,Gelsomino , Ramaglia ,Cicala, Del Prete, De Stefano, Candeliere, Orlando, La  Casa, Motta, Zaminga, Montesano, Santarsiero, Torre, Schettini, Martino, Notargiacomo, Lo Giudice, DiLascio , Miraglia , Akulova, e Spit.

                  


 Al salotto letterario  sempre sullo stesso tema  parteciperanno i  poeti e  gli scrittori: Novella Capoluongo, Prospero Cascini, Giulia De  Stefano, Giuseppe Surico, Nicoletta Fortunato  , Francesco Serafino ,Roberta Alberti ,  Michelangelo D’ Auria , Mina Falvella, Nicola Antonio Roberto Amato, Maria Carmela Scutillo e Sabina La Grutta. Coordinatore dei moderatori (Celeste Alberti, Cinzia D’Agostino e Arjana Bechere) sarà Domenico  Luca Tranchitella. 

Intermezzi musicali  del maestro Simona Russillo. 



La supervisione è garantita, come sempre, da Domenico  Dragonetti ormai punto di riferimento …

                                 







mercoledì 22 luglio 2026

Giovanni Laera “Creanza” (Marco Saya Edizioni, 2026)

 

                         


 

La maturità letteraria non è anagrafica. Parla già nel tratto aperto, si incista nella materica consistenza bilanciata del verso quando contiene ed esprime la condivisa forma sintattica e metrica, nel groviglio creativo di geniale sonorità. “Creanza”, edito poetico di Giovanni Laera, riporta sulla pagina tutta la perizia linguistica e la ricchezza terminologica di una ricerca autentica, riuscita e particolarmente raffinata. I quattro versi finali della lunga poesia di apertura riportati in quarta di copertina sono emblematici di un risultato svelante: “ferocemente andando a colpi d’ascia/ e perdonati mai morire ma felici/ felici nell’azzurro eterno dirsi/ restiamo ancora qui – non è più tardi”; così la versificazione compatta conclude un iniziale avvio che nel suo sviluppo da “Luminosa maniera di esistere/ nel bosco di un buio fammi male/ ridicolo chiamarti puberale e/ reviviscente, sciame di specchi, respiro”, rimarcava il dato delle pluralità in assonanza con anche presenza di rima, ma un insistere graziato da una avvolgente armonia irregolare abbinata al senso del passaggio in urto e ritorno, nella possibilità terrigna così come nelle variabilità atmosferiche che stratificano l’approccio al tu posto nella condizione di possibile relazione in procinto di avviarsi o estendere la praticabilità nella giusta complessità che richiede l’intervento poietico potenziato, qui, dal passaggio alla intelaiatura facente con i versi asimmetrici un impianto che non esclude vocazione rivolta agli accostamenti paratattici e alle allitterazioni reiterate. Anche il trattino entra in campo in alcuni passi esprimenti aggregazioni grafiche, oppure episodi d’intenzione tesi a mantenere il passaggio interrotto però dal rientro di un blocco strofico in cornice parentetica; elencazioni a responsabilità acuita dal lemma emergente e, allo stesso tempo, integrato nella serialità dei vocaboli stessi: “(essere, brain rot, zero/ tra reel e storie, rot, brillano, brain/ le scorie, brain, la storia, rot, la stella”. Giovanni Laera sa anche esprimere il senso d’amore in una versificazione nobile, di eleganza ritmica e metrica mista, attraverso l’effettuarsi dei rimandi: “come nel vero si riduca il quieto falso/ della bellezza, ti spio per ogni lusco/ fiore di primavera nell’acquaglia, ti/ dico che ti amo in questo azzurro in cui// siamo infiniti, eterni – il paradiso esiste”. Ma, in contrasto, sorgono e si innestano nel tessuto linguistico anche raffiche e scoppi, risate e numeri, turisti e monopattini, episodi ad incastro e rivelazione nella mappatura emissaria di collegamenti spesso inusuali, con auspicio di endecasillabo e rimario, enjambement e afflato lirico rivisitato. Una miscellanea espressiva varia e complessa dove, come giustamente affermato da Guglielmo Aprile, il tempo non è lineare ma sviluppa intrecci e ritorni che s’intersecano. Una effettiva koinè operante in stato di prolungato atto, disposizione verso una intelaiatura multiforme d’inquietante e assiduo compenso nel rintracciare, al passo sincopato dei versi, le pluralità materiche evolventi, abitate nel loro mutarsi e riprodursi. L’instabilità biologica avverte condizioni riflessive esposte al tratto energico e capace di esprimere l’intento nascosto; così assistiamo ad esiti che rivolgono alla dicitura la coesistenza di raffigurazioni binarie: “La spiaggia/ è un periodo fitto di concessive...” dove duplice è l’emersione nel dato dal luogo e dal tempo, nell’intrecciarsi di significati multipli ma rigorosamente scolpiti. Domande metafisiche appaiono nella consistenza erratica della scrittura quasi termica che Giovanni Laera propone in un dispiegarsi di solidi costrutti a diramare gli afflati ma anche gli spaventi, le consistenze toccate e poste all’attenzione che impongono i quesiti; “Opzioni vaginali, uomini – uccelli, multicolori/ suoni sbadigliano sul lungomare: il mondo-/ solo tatuaggi sulla terra emersa”, dove la concretezza eversiva incontra una opzione surreale. Le pagine presentano uno sviluppo votato anche ad aspetti di onomastica, quale vera e propria linguistica intrecciata alla storia che si connette ai processi di denominazione in una articolata toponimia. Emergono poi successioni fonetiche complesse, richiami al provenzale e al vocalismo chiuso, con una sorprendente vitalità di alternanze e rimandi, inserti vernacolari a specchio nella miscela di timbri espressivi che comprendono una mistura colta che non esclude il termine volutamente crudo: “e la notte mancata sarà per te foresta/ quando spompinerai  marmitte nei parcheggi/ o riempirai le bocche con l’acquata/ che sta arrivando, monna, monna/ Leonessa de le peccata, della fogna”. Presente è poi la terra natale di Noci, le fragranze e i colori, il trasportare gli stimoli d’origine alla possibilità di aperture ulteriori, quali riecheggianti ritmi in vivacità fonetica: “o quando autunno o alunno, sarchio, spera/ di ritrovarsi indenne con le piume,/ finché la primavera apra le tende”. La sezione “Rugose, ineffabili scimmie” presenta quelli che verrebbero definiti poemetti in prosa ma che preferisco nominare come brani in prosa poetica, dove la successione continuativa nega la versificazione e, qui, si costituisce in un’alternativa affiorante da schema testuale nel quale s’innestano rimandi a lupi antropomorfi, volatili azzurri, angeli passanti, poeti vampiri, amici e marmotte, tovaglioli e statue, folgori e pescatori, deserti di paure, strami di cinismo. E l’opera continua con una sezione, “Stanze del vero bene”, dove le poesie rivelano una centratura esemplare nel composto rigore di versi che determinano una precisa inquadratura: “Nel trito verso che non spera un sonno/ allunga la verdura e freme. Il tramite/ è una voce che immilla in verbi e frasi/ questa paura. Coste immerse in siero”. Ma l’intero esito di “Creanza”, nella sua complessità, detiene la peculiare valenza ritmica, pur nelle differenti scansioni, di uno spartito magistralmente proposto da Giovanni Laera attraverso un continuo sviluppo battente mentre “La noia intanto inghiotte altre domande,/ l’afa opprimente ci dissolve al bianco” e ancora “tra i pitosfori gonfi verso il mare./ E’ tutta luce, sembra dirci: è un sogno”.

 

                                                                               Andrea Rompianesi

 

 

 

martedì 21 luglio 2026

Assunta Sànzari Panza, La visionaria, Vallecchi, Firenze, 2026


 Le quattro sezioni in cui è divisa la silloge (Bios, Onirica, Eliotiana, Fragmenta) offrono immediatamente l’idea sia del contenuto sia del percorso che il lettore si trova ad affrontare. E sembra quasi una sfida: prima di tutto con il tempo che diventa elemento immateriale di riconoscimento, contratto in passaggi che guarniscono quesiti ancestrali come, ad esempio, “Chi soccomberà, chi trionferà?” fra bene e male, fra memoria e oblio, fra visione e realtà.

“Ridono gli ignari del tempo in dono / dimentichi forse del vile inganno / perpetuo cielo di vitamorte”

“È andato il tempo / l’ora è ferma / lei soltanto siede nel cerchio”

“La vita è andata / pulvis es / la collina si farà montagna / con ossa spaccate / et in pulverem / che resterà dell’uomo?”

C’è una varietà d’intenti segnata dal voler riportare ogni motivo poetico alla sua sostanza, dove le idee sono immagini e le immagini assumono il ruolo di idee in un contesto che appare un labile cosmo. Il tutto si risolve, o si riconduce, alle emozioni individuali della poetessa che debbono oggettivarsi nella concretezza della realtà. Da qui il suo linguaggio: sobrio, quotidiano, a volte apparentemente freddo per non dire arido, ma che si apre a echi di mistero, a risonanze metafisiche, a fantasie di sogni.

“Polvere grigia / barlumi di brama / tensione dispersa / farraginosi spettri / di castelli incantati. / Il mondo resta silente / dinnanzi al folle capriccio del fato.”

“Battono i colpi ed è risonanza / di ricordi apocrifi a galla / scolano in acqua di stagno: resta la melma.”

Assunta Sànzari Panza è una scrittrice sorvegliata e attenta, che possiede una coscienza e conoscenza verbale ascrivibile alla tradizionale classicità, calata però in un contesto storico attuale che le permette di utilizzare un lessico genuino, fedele a se stesso. Nei suoi versi si avverte una specie di estrosa grecità che si incarna in sintagmi di differente estensione, così come enunciato nell’esergo tratto da Max Bense “scrivere significa costruire il linguaggio”. Ecco perché le immagini si riconducono ai miti e il sentimento che ne scaturisce le ordina e subordina.

Infinito il tempo del gioco / tenace memoria del frutto acerbo. / Dov’è la bimba che godeva / rotonde delizie sapore ancestrale? / Dove la voce che irrompeva / nel folto del bosco?”

Il richiamo di Cicerone è qui doveroso, là dove afferma “Brevis a natura vita vobis data est, at memoria bene redditae vitae sempiterna”. E non c’è chi non veda nei versi successivi un rimando alla letteratura novecentesca. Da Proust a Montale. All’aridità montaliana, per essere meglio precisi, come sosteneva il Flora.

“Taci, non voglio sapere, / smetti il mugolio dolente / affrettiamo il passo prima che il gelo / rapisca la quiete. / Il freddo è ruggine sparsa / corrode annienta la lingua / Ecco il cavallo stramazzato / ultimo gemito mortale. Cerchiamo anche noi il tempo perduto.”

Nonostante ciò, la memoria pensosa e affettuosa della poetessa affronta la vita tentando di liberarla dal male e diviene, la vita, ipso facto luogo di verità e realismo, rapendo l’anima del lettore e trasportandola verso orizzonti di quasi mistica evasione.

Traspare allora e fluisce un vocabolario classico ed elegante, nel quale si intravedono rime e ritmi scientemente travasati in ricchezza di stile e contenuto.

“Ultime stelle / ultimo volo mancato: / fine dei giochi. / Nessuno si muova. / Tutto fermo. /Niente pioggia, / nell’arido volto implorante / nessun desiderio. / Spenti i lumi trapassano il nulla / mercanzia di vane speranze / baratti di falsi mercanti.”

La struttura della frase, non solo nei versi citati precedentemente, bensì in tutta la raccolta “La visionaria”, fa pensare al lavoro dell’archeologo che pazientemente analizza, raffronta e ricostruisce. Si trovano in effetti nelle liriche di Assunta Sànzari Panza richiami d’ogni tipo: da quelli letterari a quelli filosofici. Sono tanti puzzle che si intrecciano con altrettanti significati e significanti, attraverso morfemi e “logemi”, che richiamando strati latenti della psiche vogliono portare alla luce ciò che il nostro es vorrebbe tener nascosto. “La poesia è memoria fatta voce” diagnosticava Octavio Paz. E in ciò la poetessa è senz’altro una degna esecutrice.

 

Enea Biumi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

giovedì 16 luglio 2026

Alberto Mori “Framing” (Fara Editore, 2026)

 

                                    


 Alberto Mori, poeta, performer e artista, tra le voci più originali della generazione poetica nata nei primi anni Sessanta, ci dona il titolo “Framing”. Accezione linguistica nell’ottica delle distorsioni nelle quali la percezione delle cose cambia a seconda di come il messaggio viene incorniciato, ma anche veicolato attraverso i mutamenti personali di prospettiva. Significativo che Mori inauguri la pagina citando il sociologo Erving Goffman, in particolare quando indica il framing come una lente che può deformare o mettere a fuoco, in uno sviluppo che porta quindi, inevitabilmente, ad una peculiarità soggettiva e interpretativa. Il libro è suddiviso in sei sezioni su partitura mobile e strutturata, accattivante e modulare, come alternanza di percezioni abilitata alla cattura di elementi fonetici e visivi graficamente posti nella tracciatura poliedrica. “Le ciglia viste finalmente in due archi/ Dal basso verso il piano dello sportello/ dove discoste s’appartano dallo schermo” e ancora “Dalla ringhiera per inerzia/ Penzolano basse mani rilasciate/ Il ginocchio spinge sollevato/ con pressione del corpo/ Baluardo dello sfinimento tenuto in trazione”. Sono inquadrature esigenti, accorte perché sperimentate nei ritagli di una singolarità che acuisce la percezione del particolare portato a segno tangibile e capace di richiamare lo sguardo e reindirizzare il pensiero. Non è un caso che le sezioni siano aperte da una sorta di pagina “dialogica”, quasi a definire un processo cinematografico di preparazione alla ripresa filmica. Gli accostamenti delimitano gli spazi e ne ammettono la liceità irregolare, l’ampiezza estorta alla condizione dicibile, relativa al cospicuo fenomeno che osa l’alternanza ma anche la modifica nella possibilità che include sentire di sinestesia: “Vento disinquadra ora/ Increspa accenno invisibile/ Abbandona fiato buio”. E’ un rapportarsi alle aperture che disegnano scorci e intagli, arrivando a configurare percezioni asimmetriche, posture, passaggi, enti che imprimono reazioni di sosta e di gesto, di frantumazioni e insistenze. Anche l’elemento in natura determina agnizioni improvvise e selettive, in auspicio di colori attesi o parziali, di movimenti e mutamenti da interpretare: “Nuvola nella nube/ Nembo in strato/ Cirri appesi/ sopra masse cumuliformi”. Nella sezione “Luce” è possibile cogliere una flessibilità di veduta che opera in versi la prosecuzione di un accenno situazionale costituito da fotogrammi irrisolti, tratti che concedono soste e sequenze, riproducibilità peculiari compiute nella sonorità della parola attraversata dallo sguardo del poeta. “Oscilla chiarità nota della trasparenza/ aperta al formicolio di fosfeni invisibili”, evocando quelle luci del sistema visivo, i fosfeni appunto, che già Andrea Zanzotto poneva come ciò che resta della visione, in una pluralità che non esclude una particolare sensibilità di veglia. Nella sezione “Aria e sorvolo”, poi, Alberto Mori costruisce anche un esempio di architettura strofica dove i versi sono compattati in una differenza d’interlinea, attraverso una successione di moduli caratterizzati da accensioni e spegnimenti: “Origine accesa l’interno spazio luminoso attraverso/ immagini dettaglia giorno” e “Scomparsa in evanescenza restringente obbiettivo/ chiuso da portale dissonante”. Così dentro e fuori l’autore dirama, acuisce l’attenzione verso le strategie espressive che si contaminano diffondendosi in tracce di fiato, d’ossigeno, di gravità minimali. Nell’ultima sezione “Suono e corpo”, l’attenzione si concentra sulla visibilità di un esito testuale che accorpa i lemmi, in un caso ne pone anche il seguito con anagramma a frase, interviene sulla stessa variabilità di corpo dei caratteri, concentra il filtro interpretativo nel particolare asimmetrico, quando si esprime una collocazione che implica l’esistenza dell’opposto perché in riferimento a quello sussiste, in una condivisa osservazione che riafferma la decisiva tonalità dei particolari: “Lo spigolo ritma/ Trattiene frammento”; un frammento che Alberto Mori rileva e propone per evidenziare i molteplici significati del reale stesso sotto “cieli perfettibili”.

 

                                               Andrea Rompianesi

sabato 11 luglio 2026

Flaminia Rocca “Strappare lo scalpo” (Puntoacapo Editrice, 2026)

 

                   


Disposizione all’attesa o curatela ancestrale, disciolto portento o compressione avvitante; ecco un segno che appare ad eludere continenze reiterate e pianeggianti, verso invece una stratificazione che non esclude il verticale riarso, l’appunto dispiegato che condona la domanda inerente alla pretesa del mito. “Ma il mio palmo non è una zattera/ una finestra,/ eppure ha vista e fitta e fiato e/ dal vuoto del suo centro/ io spio la terra che mi spoglia/ dentro”; sono versi di Flaminia Rocca nel suo esito poetico “Strappare lo scalpo”. Maturo testo capace di consolidare una voce che sa coniugare sensualità e misticismo, crudezza e trasporto; oltre l’assiduo sentire di una musicalità trattenuta ma incisiva, condotta attraverso le sembianze di una ipotesi di attenzione non esibita, piuttosto coltivata, nella condensazione di un inciso: “Sei con me/ nella sete che/ non placo”. Il versetto 8.7 di Giovanni dice: “chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”; ma ancora più significativo è il successivo “neanche io ti condanno; và e d’ora in poi non peccare più” sapendo bene che ogni passo porta a ricadute e a ulteriori infiniti perdoni. Flaminia Rocca ne sottolinea il dato, il legame caduto tra il sasso e la colpa, la mano che scrive sulla sabbia ciò che nella sabbia non resta perché passa un vento nuovo; ma tutto implica il pensiero che si avvita, che si inoltra e non teme trafitture o anche solo distrazioni che si fanno mancanze, assenze di pacificazione. L’autrice pone le coordinate di un’attenzione mimetica, passo dopo passo, in strategie attive, anche umorali, energiche, quasi violente: “Trafitta/ dal ricordo - ad ogni passo/ coltelli ai piedi/ dell’acerba sirena che/ più non canta”. Ed è un fugare di scalpi e di labbra, di bocche e nomi, di partiture inedite così come di costole e capelli, di graffi e d’aceto; di domande comunque sospese alla inesorabile frattura di equilibri irrisolti che comportano tratteggi di mappe fonetiche delimitate da ricorrenze dolenti ed immagini limitrofe che gravano come “snodata scolopendra sinuosa”. Stefano Massari, nella postfazione, parla giustamente del porsi quasi come ostacolo che chiama all’attraversamento e, direi, al contatto anche se fugace, in contrapposizione radicale con una realtà odierna votata alla inconsistenza virtuale. Incombe il dato stregonesco che dietro l’angolo può invadere o deturpare dove muove lo sguardo alla capillare attenzione verso l’estenuante pericolo echeggiato: “Rettilario di vene sublinguali/ Cattività pallida di desiderio/ che rumina o semina morsi”. E poi emergono figure mitologiche del folklore nordico, il senso della morte in agguato, la sventura, i rilievi di isole immaginarie; così come le case di pietra, le maschere, le ossa, le braci e i tronchi, quelli che restano a galla. L’autrice accede ai suggerimenti estremi partendo da “il gesso sudato dei palmi”; nelle fasi di una dicitura ebbra di rimandi alternati alle tregue riproposte nella versificazione breve, assertiva nel distinguere la capillarità emergente degli equivoci, l’approssimarsi di confinate intonazioni, di tormentate reliquie. E’  poesia veicolante una “verticale della sete” che non si placa, un riproporsi di domande che affiorano dalle porosità e dalle cortecce, da solitarie abluzioni che si fanno ritratti intimi di una vocazione al sentire ma, forse, in disparte perché l’esegesi filtra le cose ma poi allude ad una prossimità, rivela Flaminia Rocca, “che non proprio mi s’addice”.

 

                                                                                                               Andrea Rompianesi

Maura Baldini “Insula” (Marco Saya Edizioni, 2025)

                                  La citazione parla di un’isola che per Auden è irreale...ma quella che Maura Baldini affronta nel suo te...