Andrea Rompianesi
Scrittura Nomade - Viaggio polidiomatico di Arte e Cultura - Variazioni sul tema scrittura
Andrea Rompianesi
C’è innanzitutto una grande fiducia nelle parole. La parola poetica, in primis, quella capace di trasformare in qualità semantica l’accaduto in accadente da cogliere nella molteplicità delle sue sfumature cromatiche offerte dal risultato prosodico. Siamo di fronte a “La forbice e il fiore”, esito editoriale di Marina Rezzonico. Sono sguardi dalla periferia del presente, confida il sottotitolo; incisioni scritturali che veicolano movimenti vissuti e pensati in una sensibilità ricettiva attenta ai luoghi e ai fatti. Ma anche alle derive e contraddizioni del nostro stare, attraverso una dicitura che sospende quasi, in molti passi, l’opzione fonetica a favore di una versificazione che ammette una voluta tonalità piana, non nella tessitura stessa dei versi ma nel nucleo intimo dei vocaboli posti a richiamo, a testimonianza etica: “Lo zenith si è abbassato: ha subito la confisca/ del tempo e dello spazio”. Emerge da certi squarci linguistici l’attrazione di Marina Rezzonico per l’equilibrio delle parti in natura emergenti dalla fascinazione dei luoghi che veicolano stati d’animo, possibilità remote ma dicibili, tratti che scompongono le fioriture espletate dai sentimenti muti dei volti, delle conflittualità non arginabili. Un tono evidente nella ironia amara conduce ad osservazioni che concentrano nelle strofe la necessità della sosta momentanea, episodica, chiamata alla riflessione che scalza la consuetudine, l’arrendevole disagio delle revisioni. Il dato sembra richiedere una traccia che risulta difficilmente circoscrivibile, piuttosto inaugura una vocazione mite dove l’assolo è ascolto, la tonalità è brina. Il tocco leggero imprime comunque la consistenza della presa d’atto che educa il nesso in un’aria trafitta ma non vinta. “Alla finestra si sa/ che è laggiù che si gioca la comune/sorte:/ dove si agita l’attraversare/ lo spintonarsi/ e l’urtare della folla”; l’asimmetria rende, nel versificare, gli squilibri del trauma, l’affanno materico del porsi, la perdita possibile della continuazione. E’ un’accezione che muove il “prima”, la domanda, quello che non è stato, la rosa non colta. Lo iato non esclude il senso di rivolta, l’ostinata volontà di connettere l’espressione lucida che non estirpa l’evento ma lo integra; il segno che collega le pratiche terse della definizione al supporto responsabile della cura, anche se troppo spesso difficilmente attuabile. C’è, nello scrivere dell’autrice, una epidermica condivisione ancorata al valore dei ricordi reinterpretati e franti ma, nello stesso tempo, solidi e capaci di elaborare il senso degli eventi e delle storie ben al di là degli apparenti rilievi minimali. Ciò che rimane è quindi voce, plesso costitutivo di un approccio esegetico, parola ancora rilevante nella sua prossimità e postura: “sezioni senza misure/ geometrie perpendicolari/ avvitate in una spira”. L’impressione sale e si distribuisce tra territori e litorali, ipotesi di deserti o radure nelle quali le domande che Marina Rezzonico si pone sono molteplici spine comprese nel pungolo quotidiano che forma il nostro precario procedere. “Litorale che vogliamo/ di sponda. Di radici/ che si ritirano dall’onda, mentre/ nella gola il respiro già si prepara/ ancora all’andare./ A tentare ancora il piacere dell’orma,/ a non perdere il mare”; sembra un accenno all’inevitabile passo che distende ma, nello stesso tempo, il procedere poetico sembra quasi volersi fermare, evitare il possibile flusso, l’ancorarsi ad un dicibile rassicurante, “essere la roccia rinunciataria”. Il tono spinge a evocare anche fatti che riguardano gli effetti subiti dalla natura nei suoi travagli, così come sono gli spopolamenti, le alluvioni, le caducità di condizioni che mettono a nudo impotenze, paure, velleità reiterate, tristezze innervate, perplessità affioranti, algidi ritratti periferici: “caseggiato di/ memoria operaia,/ vano opaco/ tra soffitto e pavimento/ oltre una finestra vuota”. E non può mancare l’approccio alla peculiarità del mare, in un coinvolgimento biografico che riguarda l’autrice, originaria di Basilea, ma vissuta poi in Liguria e Toscana. Il testo poetico, nel suo definirsi, rivela sottotraccia una marcatura che potrebbe determinarsi in opzioni di approdo prosastico.
Andrea Rompianesi
Divisa in sei capitoletti la silloge “Due paradisi” appare come un chiarimento, passo dopo passo, di una giornata tipo del poeta in cui ogni vicenda diventa un rapporto con l’anima, ogni desiderio richiama una coscienza che deve sentirsi pienamente e attivamente coinvolta nella vita stessa, come una rivelazione di ciò che sta altrove, verosimilmente nascosto.
Tutta una vita attaccata
addosso / come una resina, raccolta per la strada, / così la rada che svela ciò
che è sotto / una città, che è attorno, è dentro.
Da qui la quotidianità
che scardina tempi e dissolve ricordi – trasfigurazioni oniriche di una realtà
vissuta e rivissuta anche in situazioni limitatamente erogene – per giungere ad
una specie di epinicio che celebri i momenti trascorsi, le grida dell’oggi e il
timore del domani. La necessità del racconto di un modo d’essere si trasforma
in una doverosa inchiesta su se stesso. Molteplici sono le domande e sebbene non
sempre si aprano a soluzioni, restano comunque auspicabili perché segnalano
l’esistenza di un mondo organizzato a spezzoni dove l’individualismo cerca di
ottenere il sopravvento. Forse a questo punto l’incertezza è la sola certezza
del domani costruito su un ieri rivelatosi traditore e tradito: un amore
latente delle cose e per le cose, degli uomini e per gli uomini.
Viviamo di abitudini
segrete, l’uno / all’altro ignoti, come tra polvere / e vento le fasi remote
della luna (…)
Nulla di noi / sappiamo
fuori dell’agosto, io / e il mio giardino vivi al mondo / un’unica stagione,
quella che non fa / mai notte (…)
L’immagine poetica si
rinnova in costanti e perpetui trapassi dalla realtà ai sogni, dai desideri
alle delusioni, in un fluire di versi che assommano ritmo alternato di rime,
assonanze, enjambement. La strofa diventa una struttura espressionistica, una
partitura che presenta cesure, pause e accelerazioni tali che indirizzano verso
una lettura consapevole e attenta. È un procedere attraverso figure retoriche
che suggeriscono rimandi intertestuali, dove non manca, come in ogni buon testo
poetico, l’ironia amabile e leggera. In tal modo la poesia, nata come
espressione di una rinnovata e riconquistata innocenza, trasforma l’infanzia,
dandole un valore di serena beatitudine in contrapposizione al mondo adulto che
sa offrire solo fragilità e mancanza di punti di riferimento perché
disgregatosi in una sorta di liquidità.
Un vecchio patetico di trent’anni,
/ ecco a cosa si riduce / il precoce poeta acclamato / anche da dio. Ho sognato
/ per una notte intera, ora / mi resta soltanto / la timida realtà del giorno.
Allora ho iniziato a
immaginare, a illudermi / a scendere in guerra col reale svolgersi dei giorni /
a scrivere poesie. Ma il prima?
E tutto ha inizio e fine in
questo dégorgement (mi si perdoni il
riferimento enologico, dove l’enologo, naturalmente, è il destino) di una vita
tessellata da difficoltà, scontri, incongruenze, piacevolezze, abitudini,
improvvisazioni, amori. Rimane forse solo l’apparire, non
tanto per sé, quanto per gli altri, oppure l’illusione di essere al centro del
mondo. L’uomo avverte di essere irretito dalla sorte, trasportato in un mare in
tempesta, seduto in una “piccioletta
barca”, eppure fiducioso di non affondare.
Distrarre / ancora un
poco la morte per darmi / da fare con la vita.
Forse
le pagine si scrivono / con le briciole, mentre la vita / reclama intera la
portata.
Stacca
dalla punta a ogni boccata / la sagoma della stagione, me la riporta / in
cenere un vento di memorie bruciate / già future, monito e missiva spedita / da
uno che spaventosamente mi somiglia.
L’autore,
partendo da alcune situazioni tattili (la ringhiera, una via, una città, il
mare)
arriva, quasi come in un sogno, al paradiso, per inerzia di cose o per un
destino inaspettato: epigono di una vita a volte tormentata, a volte subita,
fatta propria solo nel momento finale della consapevolezza. Resiste comunque in
sottofondo per tutta la raccolta quell’interrogativo kantiano: “Che cosa
possiamo fare?” La risposta è dettata dall’esperienza dell’imprevisto,
inquietante oppure rasserenante, che si aggancia alla nostra esistenza come
fosse una pellicola da osservare in continuazione, teso tra la quotidianità di
una cornice metropolitana e il teatro agreste (reminiscenza virgiliana) che
tanto ci addolcisce e ci consola.
È in certe ore immeritate
in dono / (è giugno, è a Roma, è dopocena) / che si offre – spalancandosi la
scena / sull’affresco sconosciuto d’un viso // il paradiso.
Una
poesia di questa natura mostra il contatto e il richiamo interiore della vita
esterna, e una necessità meditativa che parte sempre, o quasi sempre, da una
vicenda o da una sensazione che si traduce in verso. Qui c’è il senso di una
costruzione metodica e meditata, fedele a una sorta di sentimento mistico del
reale in cui le immagini escono dall’onirico e si fanno specchio dell’anima.
Allora la storia personale mette tra parentesi l’io e si innalza a diventare
storia di tutti, proprio come dovrebbe essere l’autenticità della poesia.
Poco
riposa nel tempo / come il tempo che ci vide uniti, / compagni,
testardi o più miti / di quando – in affanno – abbiamo
creduto / poter inseguire anche noi / la nostra parte di mondo / in questa
parte di storia.
Enea Biumi
«“Icone di un viaggio” di Gianfranco Gavianu è un’opera
poetica stratificata, densa, meditativa, frutto di una lunga esperienza
esistenziale, intellettuale, spirituale. Ogni poesia una tappa, ogni sezione una
stagione della coscienza, ogni verso un’indagine sulla memoria, sul tempo,
sull’identità e sull’illusione del significato. È un viaggio psichico ed
educativo che attraversa infanzia e maturità, ideologie vissute e disattese,
amori e apparizioni, dolore e tenerezza …» scrive Massimo Gherardini nella prefazione.
Il poeta nelle “archeologie psichiche” descrive “antitesi
annichilenti”. Archeologia ci fa pensare a Freud, che paragonava il lavoro
dell’analista a quello dell’archeologo. L’archeologia psichica rimanda a Jung,
agli archetipi dell’es ancestrale, unico. Antitesti ci fa pensare a
post-hegeliane sintesi irrisolte: non tutte le storielle della vita finiscono
in “E vissero felici e contenti”.
deridendomi sicura ti radichi, t’avviticchi, gioisci
e poi sprofondi in torbidi sogni d’amore-umore.
o momenti gioiosi che anelano al più luce.
memori
ora tramano, rami d’amore,
il tedio dei giorni.
Molto spesso ci si rivolge al passato nel ricordo di
una persona cara scomparsa. In questo caso l’autrice si affida ai momenti
vissuti con la sua Maya, un cane che era “l’altra parte” di lei, “quella
migliore”. L’affetto tra la poetessa e Maya diventa, dopo la scomparsa del
cane, un pretesto per rivedere la propria esistenza, per inoltrarsi nella
quotidianità delle azioni, per far risorgere ciò che si immagina perduto o che
realmente si è dissolto.
Eppure accade così / un giorno alla porta
/ il mai più si presenta / e porta via tutto il prima / lasciandoti qui / in
pantofole sulla soglia / con il corpo sconosciuto / che già s’aggira / per la
tua casa.
Come sottolinea Lello Voce nella preziosa prefazione,
la storia della letteratura presenta frequentemente l’uomo che si rapporta con
il suo cane: dal cane Argo di Ulisse, alla vergine cuccia di Parini, per citare
i più famosi. Se poi ci si addentra nella letteratura per ragazzi gli esempi
sembrano non esaurirsi. Ma in questo caso si va oltre. La presenza-assenza di
un cane non è semplicemente un rapporto di pura affettività. È un modo di
concepire la vita, una filosofia che scopre l’inevitabilità del destino, la potenza
e nello stesso tempo la fragilità dei sentimenti d’amore, il rammarico per la
debolezza umana.
Mi riguarda / il giro vuoto delle cose /
l’incapacità di dire e non dire / il travaso del deserto / nei calici alzati /
la landa desolata / tra una folla e l’altra / mi riguarda / la tua fame la sua
sete / il digiuno nostro / dalla parola che sa di qualcosa / come la frutta di
una volta / e la mano che la colse.
Si tratta di un viaggio che l’autrice percorre nella
consapevolezza che il suo vissuto possa divenire metafora della vita,
soprattutto là dove quotidianità e realtà sogliono scavalcare il visibile per
addentrarsi nel mistero di gesti e di parole. C’è una prossemica di fondo che
caratterizza il legame uomo-animale e che deve essere un confronto alla pari,
rivelatore di una assoluta libertà.
Scrivevi sul pavimento / camminando /
tutto il taciuto dell’uomo // da una stanza all’altra / le tue impronte erano /
parole sbocciate // portavi in casa / girando / la primavera dell’indicibile.
Il dolore per la perdita del suo cane si tramuta in
dolore per l’umanità, e nel silenzio c’è la riscoperta del canto della natura.
Il cielo ha l’occhio / bianco del cieco
(…) Ti cerco dopo la pioggia / in ogni livido della terra (…) Chiedo all’albero
il segreto / della sua verticale possente / del tronco che si eleva /
nonostante la foglia cada (…) Ho abitato la sabbia / inseguito le foglie /
dormito tra i sassi (…)
Così anche il vuoto che lascia una perdita, quella
assenza-presenza di Maya, richiama la memoria di giorni trascorsi
nell’abbraccio pur con linguaggi differenti che diventano suoni, gesti e si
traducono per la poetessa in versi.
Erano poche le ore / dell’abbraccio e del
divano / un residuo di giorno / dopo la cena di sempre (…)
Esce dalla custodia del tempo / questo
mare d’infanzia / e mi suona addosso / il vibrato delle onde / - stona sempre /
la cosa che non torna / solo tu resti / accordata al presente / come un’assenza
mai partita.
-a te devo la scoperta / di questo nulla
scrivente-
Insomma, Maya diviene l’attrice principale della
scrittura di Elena Mearini, che nello stesso tempo assume le vesti di chi
traduce in parole i segni di chi non ha parole ma solo affetto e comprensione,
di chi segue con amore l’amata, di chi conduce ed è condotto.
Sono meno / da quando non ci sei /
sottrazione che non so / cos’abbia sottratto / sono diminuita / scesa al meno
dove resto / al meno che mi resta / il più eri tu / somma aperta / all’alto e
al basso della vita.
“Eri neve e ti sei sciolta” rimane una silloge
intrigante, ricca di domande, ricca di trascorsi particolari, ricca di
un’umanità che sa dialogare, pur nel dolore di una perdita, pur nel tormento di
una vita di persistenti interrogativi e continui perché.
Enea Biumi
Nella storia della letteratura cinese l’epoca della dinastia
Tang (618-907 d.C.) è considerata come il periodo d’oro della poesia, sia per
la ricchezza dei suoi contenuti sia per le forme artistiche e sia per l’ampiezza
degli argomenti trattati. Innumeri infatti sono i poeti. Fra questi spicca il
nome di Li Po (all’anagrafe Li Bai) (701-762), nato nel tempo che si narra come
più fecondo della letteratura orientale. Felice e interessante, dunque, è stata
la scelta di Roberto Mussapi nell’individuare e tradurre alcune sue poesie (ne
scrisse più di 900). Nella postfazione lo stesso Mussapi ci illustra le
motivazioni della sua scelta unita alla spiegazione riguardante le varie
implicazioni che si devono affrontare nel tradurre l’ideogramma cinese. Quello
che rimane al lettore è l’immersione in un mondo lontano nel tempo ma
estremamente vitale, vero, consapevole di un destino che va oltre la
materialità del quotidiano, capace di passioni e rimorsi, nonché di
contemplazioni, di silenzi e di sogni. E il tempo è importante nelle liriche di
Li Po, ne scandisce le emozioni, incornicia il suo andare, esalta i suoi
pensieri. Non per nulla il titolo della silloge ricorre alla similitudine della
clessidra e alla sua specificazione: il “bambù”, che tutti
riconoscono come una pianta dai mille usi e dalle mille qualità.
La mia barca leggera è passata / per diecimila strati di montagne.
"Settanta anatre mandarine color porpora / giocano a coppie nel buio della Corte. Si / abbandonano al piacere giorno e notte, / sognando che duri mille autunni”.
Non per nulla Li Po è stato considerato “il celeste poeta”, colui cioè che, attraverso una capacità creativa eccezionale, riesce a riportare un’atmosfera magica che stupisce e avvolge. I suoi viaggi sono i nostri viaggi, le sue immagini diventano nostre e, pur distanti epoche, civiltà e culture, anche al giorno d’oggi la sua poesia affascina e incanta. Il viaggio è la metafora della vita e diventa per Li Po un’occasione alla ricerca di se stesso, della propria salvazione, attraverso la conoscenza del male e la purificazione nel bene.
Il profumo del vento invita alla danza, / i limpidi flauti accompagnano le melodie.
A Li Po bastava una coppa di vino, sosteneva l’amico Tu Fu, pure lui poeta, per scrivere cento poesie. In effetti anche in questa raccolta il vino la fa da padrone. È come se fosse il suo compagno di viaggio, il suo interlocutore, la sua salvezza.
Ma finché non ci sarà Li Po sulla Terrazza della Notte, / a che razza di gente venderai il tuo vino?
«La vita non è altro che un lungo sogno, / inutile sciuparla con il lavoro e gli affanni.» / Così dicendo restai tutto il giorno ubriaco / disteso nel portico davanti alla porta.
Nelle occasioni di gioia o di dolore come in quelle di indignazione, il vino lo ispirava, lo confortava, lo eccitava. Bisogna dire che versi di eccezionale incisività e bravura sono germogliati proprio da qualche bicchiere di vino, sgorgati come sorgenti d’acqua che disseta. Ma non bisogna farsi ingannare. Il vino, la sbronza, sono solo momenti di una vita che va colta in tutta la sua ampiezza. Ecco allora l’intelligenza nel disporre gli istanti più memorabili, la bravura nel raccogliere le più disparate sfaccettature della natura che sopravvengono in aiuto e che accompagnano sogni e desideri, illusioni e disillusioni, amori e battaglie. L’attenzione a ciò che lo circonda fa di Li Po un poeta di grande curiosità. Si interessa di tutto e di tutti. Offe giudizi su quello che vede e sente. Non ha timore di inimicarsi i potenti. E parla della povera gente come di re e imperatori, di regine, di dignitari di corte e di giovani fanciulle.
La nobile Chao spazzola la sella intarsiata di perle, / monta il suo palafreno e piange, / bagnando le sue guance rosee di lacrime. / Oggi una donna d’alto rango nel palazzo di Han, / domani, in una terra lontana, / sarà una schiava barbara.
Corporatura
inerente ad un elemento vitale che sorge e immette nella pagina la complessità
del rilievo natura, nella efficacia prosodica di un’intesa, come nello sviluppo
asimmetrico dei passaggi versificati. E’ davvero intensa e originale la voce di
Nina Nasilli in questo suo esito poetico “L’Orsuta”. Assonanza e iterazione
compongono già inizialmente una tessitura di rimandi: “cavaliere bardato d’armi
fulgenti/ e valido scudo/ pretende anche la schiena/ nuda del nero cavallo/
nero-selvaggio/ che schiuma”. L’approssimarsi è alle scadenze dei tempi
ritrovati in una partecipazione sempre umorale, di una consistenza sensuale e
vibrante, al verso breve coniugata in uno spessore che deterge e rende una
limpidezza svelante. Condizione di estraniato abbandono collettivo impone la
ricerca di una necessità che Nina Nasilli ben individua nell’urgenza che chiama
a ritrovare capacità d’ascolto e vocazione relazionale, come disciplina
d’attesa e forza compiuta nell’intreccio dei pensieri ma anche di auspicabili
vicinanze fisiche e ritrovati riconoscimenti lievi e provati, tendenze liberate
in origini capaci di accogliere nella sospensione che ci fa umili; “albeggia il
fiume/ là in fondo/ dove lo sguardo quasi/ più lo raggiunge”. La materia è
testimone apparentemente inerte di un possibile salvataggio quotidiano,
condotto ai lati della fragilità panica, della prospettiva liminare attesa tra
le forre dell’imprevisto misurato. Si è dove il segno si fa parola, lemma,
sintagma, vocazione partecipata nella coerente semantica che imprime il rigore
stilistico in verticalismo figurato a flusso discenditivo. La domanda sul senso
delle cose e sul fare nelle cose coniuga le stagioni in una trasposizione
scritturale che si essenzializza e non esclude anche occasioni raffigurate in
diversità di caratteri. “Se apprenderlo potessi/ sarei foglia/ o filo d’erba”
scrive Nasilli in un’eco alla Whitman da coincidenza di spirito e natura. Ed è
poi un richiamo alla responsabilità dell’uomo, al di là di tempi e
osservazioni, arti e corpuscoli, riconoscersi deboli, minuscoli...”ma sei
formica/ visto dall’alto” con un insegnamento che ci riporta a quell’anonimia
di formiche che fu di Domenico Cara. Ancora l’attenzione del verso si sofferma
sulla consistenza tangibile del corpo, e del corpo estraneo. La mancanza e
l’assenza, il dono non desiderato, ma anche l’inesorabile fuga da quella
bellezza che condiziona e sconvolge. C’è un sentire che è memoria partecipe e
considera il “tu” nella versione che si pone in attesa della più intima
adesione quale concentrato di spunti personali: “dal disarmo resta/ un profumo
d’ebano/ e sapone:”, come altro da dire o intendere, accennare, quando “nessun
contorno/ a confermare il nostro/ debole ricordo./ Nessun paesaggio”. La
sezione eponima sviluppa una sorta di danza linguistica veloce e allitterante,
dove le condizioni si addentrano nell’esegesi di rimando e riflesso: “E’ il
sentire.../ sentire che si abbruna/ si aggruma/ e si inorsa”. Quindi l’Orsuta è
animata nel suo “irto pelo”, qualcosa che si distingue nel vibrare vissuto,
l’annidarsi nelle forme del gesto che sa difendersi ma anche aggredire con
bramosia vorace e desiderio famelico, nella innocenza sostanziale
dell’approccio. La domanda che ancora l’autrice interpreta è corso naturale,
così come vita di chi resta, inesorabilmente piccola, assenza presente di chi
manca, tratto che inciso nel verso breve si fa traccia semantica di una
percezione tra le cose, tra i colori a scorgersi nel bianco, nell’azzurro, nel
rosso. Continua aperta una dicitura che conduce attraverso rimandi
fonetici e reiterazioni di parole-
chiave e di ruoli al limite dell’elemento interpretabile oltre il contenimento
contingente. “Tu gemi il tuo silenzio/ a mezzanotte – (che è)/ del giorno il
punto più infedele/ al giorno/ e nessuno crederà/ a questo tuo grido immondo”
scrive Nina Nasilli, nella condensazione del percorso, nella sua stessa
interpunzione dove si coglie la pausa della domanda partecipe, il tentativo
ermeneutico nella compresenza delle intuizioni, delle trasformazioni, della
suggestione inerente ai ricordi e alle speranze: “arrossisce anche il palmo
della mano/ approssimando allo stelo/ e le dita girano la testa all’indietro/
per non violare di più il suo segreto”; attenzioni rivolte alle innumerevoli
creature nella fascinazione di un succedersi attraverso una versificazione che
giunge allo iato espresso all’interno dello stesso verso, veicolando,
nell’esito finale, anche un riferimento alla poesia di Marina Cvetaeva. Un
tracciato poetico, questo di Nina Nasilli, dove si dà voce all’inespresso, a
ciò che spesso rimane intraducibile ma che interroga nella forma più intima, “e
anche tu- quello che fai/ lo gridi ancora dal Silenzio”.
Andrea Rompianesi
“Veranillo ” è termine spagnolo che tradotto in italiano viene reso con “Piccola estate”, ultima fase di una stagione calda e ti...