Andrea Rompianesi
Scrittura Nomade - Viaggio polidiomatico di Arte e Cultura - Variazioni sul tema scrittura
Andrea Rompianesi
Suddivisa in sei capitoletti, la silloge presenta una unità di fondo, una sorta di file rouge che sottende ogni poesia tanto che i versi diventano un poema unico sia che ci parla di Ediacara, Atlantide, fossili, dinosauri, sia che si avventuri sui tram di Milano, o nei vicoli di Genova, o parli di satelliti Starlink e del Donetsk, o affronti relazioni amorose e famigliari. Il discorso poetico si innesta in un gioco del quotidiano, non scevro da sentimenti, preferenze, ricordi, per concentrarsi o per lo meno evidenziare problemi vitali sia del singolo che della comunità.
In quei giorni, tra lutti e gozzoviglie,Forse è troppo presto e forse mi
sbaglio, ma mi piacerebbe inserire Toffanetti fra quella schiera di poeti che
appartengono alla cosiddetta Linea lombarda. Non solo e non tanto perché
Franco Loi è stato il suo mentore, bensì nel rifiuto costante della retorica e
del soggettivismo, nell’uso di toni dimessi, quotidiani, antieroici e
antilirici, nell’interesse per il presente. La sua lingua infatti non è né lirica
né narrativa, ma un intreccio di lessico scientifico, domestico, cronachistico,
filosofico, a volte religioso e fiabesco. Si sente infatti nei suoi versi lo
studio, l’affinamento, il rapporto con la tradizione poetica di Raboni, Sereni
e persino di Testori.
Giunti alla fine di questa
raccolta sembra che il contenuto si dilati come a significare l’impossibilità
di una chiusura. I versi acquistano un tono forse più intimo e familiare ma non
rinunciano a gettare uno sguardo sul mondo. L’universo – sembra dirci – non
finisce, si trasforma.
(…) intanto
tu arricciavi un buco dentro l'aldiquà e come sempre
grattavi l'infinito: concludevi l'universo in uno sguardo.
Enea BiumiInizio modulo
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Promossa dal Comune, dalla regione Basilicata e dall’associazione culturale Marinelli si terrà il 10 e 11 Agosto a San Martino d’Agri (PZ) la terza edizione della manifestazione Vicoli
In Arte…. Parteciperanno i pittori con le proprie opere: Paolicelli, Rosa ,Gelsomino , Ramaglia ,Cicala, Del Prete, De Stefano, Candeliere, Orlando, La Casa, Motta, Zaminga, Montesano, Santarsiero, Torre, Schettini, Martino, Notargiacomo, Lo Giudice, DiLascio , Miraglia , Akulova, e Spit.
Al salotto letterario sempre sullo stesso tema parteciperanno i poeti e gli scrittori: Novella Capoluongo, Prospero Cascini, Giulia De Stefano, Giuseppe Surico, Nicoletta Fortunato , Francesco Serafino ,Roberta Alberti , Michelangelo D’ Auria , Mina Falvella, Nicola Antonio Roberto Amato, Maria Carmela Scutillo e Sabina La Grutta. Coordinatore dei moderatori (Celeste Alberti, Cinzia D’Agostino e Arjana Bechere) sarà Domenico Luca Tranchitella.
Intermezzi musicali del maestro Simona Russillo.
La supervisione è garantita, come sempre, da Domenico Dragonetti ormai punto di riferimento …
La maturità
letteraria non è anagrafica. Parla già nel tratto aperto, si incista nella
materica consistenza bilanciata del verso quando contiene ed esprime la
condivisa forma sintattica e metrica, nel groviglio creativo di geniale
sonorità. “Creanza”, edito poetico di Giovanni Laera, riporta sulla pagina
tutta la perizia linguistica e la ricchezza terminologica di una ricerca
autentica, riuscita e particolarmente raffinata. I quattro versi finali della
lunga poesia di apertura riportati in quarta di copertina sono emblematici di
un risultato svelante: “ferocemente andando a colpi d’ascia/ e perdonati mai
morire ma felici/ felici nell’azzurro eterno dirsi/ restiamo ancora qui – non è
più tardi”; così la versificazione compatta conclude un iniziale avvio che nel
suo sviluppo da “Luminosa maniera di esistere/ nel bosco di un buio fammi male/
ridicolo chiamarti puberale e/ reviviscente, sciame di specchi, respiro”,
rimarcava il dato delle pluralità in assonanza con anche presenza di rima, ma
un insistere graziato da una avvolgente armonia irregolare abbinata al senso
del passaggio in urto e ritorno, nella possibilità terrigna così come nelle
variabilità atmosferiche che stratificano l’approccio al tu posto nella
condizione di possibile relazione in procinto di avviarsi o estendere la
praticabilità nella giusta complessità che richiede l’intervento poietico
potenziato, qui, dal passaggio alla intelaiatura facente con i versi
asimmetrici un impianto che non esclude vocazione rivolta agli accostamenti
paratattici e alle allitterazioni reiterate. Anche il trattino entra in campo
in alcuni passi esprimenti aggregazioni grafiche, oppure episodi d’intenzione
tesi a mantenere il passaggio interrotto però dal rientro di un blocco strofico
in cornice parentetica; elencazioni a responsabilità acuita dal lemma emergente
e, allo stesso tempo, integrato nella serialità dei vocaboli stessi: “(essere,
brain rot, zero/ tra reel e storie, rot, brillano, brain/ le scorie, brain, la
storia, rot, la stella”. Giovanni Laera sa anche esprimere il senso d’amore in
una versificazione nobile, di eleganza ritmica e metrica mista, attraverso
l’effettuarsi dei rimandi: “come nel vero si riduca il quieto falso/ della
bellezza, ti spio per ogni lusco/ fiore di primavera nell’acquaglia, ti/ dico
che ti amo in questo azzurro in cui// siamo infiniti, eterni – il paradiso
esiste”. Ma, in contrasto, sorgono e si innestano nel tessuto linguistico anche
raffiche e scoppi, risate e numeri, turisti e monopattini, episodi ad incastro
e rivelazione nella mappatura emissaria di collegamenti spesso inusuali, con
auspicio di endecasillabo e rimario, enjambement e afflato lirico rivisitato.
Una miscellanea espressiva varia e complessa dove, come giustamente affermato da
Guglielmo Aprile, il tempo non è lineare ma sviluppa intrecci e ritorni che
s’intersecano. Una effettiva koinè operante in stato di prolungato atto,
disposizione verso una intelaiatura multiforme d’inquietante e assiduo compenso
nel rintracciare, al passo sincopato dei versi, le pluralità materiche
evolventi, abitate nel loro mutarsi e riprodursi. L’instabilità biologica
avverte condizioni riflessive esposte al tratto energico e capace di esprimere
l’intento nascosto; così assistiamo ad esiti che rivolgono alla dicitura la
coesistenza di raffigurazioni binarie: “La spiaggia/ è un periodo fitto di
concessive...” dove duplice è l’emersione nel dato dal luogo e dal tempo,
nell’intrecciarsi di significati multipli ma rigorosamente scolpiti. Domande
metafisiche appaiono nella consistenza erratica della scrittura quasi termica
che Giovanni Laera propone in un dispiegarsi di solidi costrutti a diramare gli
afflati ma anche gli spaventi, le consistenze toccate e poste all’attenzione
che impongono i quesiti; “Opzioni vaginali, uomini – uccelli, multicolori/
suoni sbadigliano sul lungomare: il mondo-/ solo tatuaggi sulla terra emersa”,
dove la concretezza eversiva incontra una opzione surreale. Le pagine
presentano uno sviluppo votato anche ad aspetti di onomastica, quale vera e
propria linguistica intrecciata alla storia che si connette ai processi di
denominazione in una articolata toponimia. Emergono poi successioni fonetiche
complesse, richiami al provenzale e al vocalismo chiuso, con una sorprendente
vitalità di alternanze e rimandi, inserti vernacolari a specchio nella miscela
di timbri espressivi che comprendono una mistura colta che non esclude il
termine volutamente crudo: “e la notte mancata sarà per te foresta/ quando
spompinerai marmitte nei parcheggi/ o
riempirai le bocche con l’acquata/ che sta arrivando, monna, monna/ Leonessa de
le peccata, della fogna”. Presente è poi la terra natale di Noci, le fragranze
e i colori, il trasportare gli stimoli d’origine alla possibilità di aperture
ulteriori, quali riecheggianti ritmi in vivacità fonetica: “o quando autunno o
alunno, sarchio, spera/ di ritrovarsi indenne con le piume,/ finché la
primavera apra le tende”. La sezione “Rugose, ineffabili scimmie” presenta
quelli che verrebbero definiti poemetti in prosa ma che preferisco nominare
come brani in prosa poetica, dove la successione continuativa nega la
versificazione e, qui, si costituisce in un’alternativa affiorante da schema
testuale nel quale s’innestano rimandi a lupi antropomorfi, volatili azzurri,
angeli passanti, poeti vampiri, amici e marmotte, tovaglioli e statue, folgori
e pescatori, deserti di paure, strami di cinismo. E l’opera continua con una
sezione, “Stanze del vero bene”, dove le poesie rivelano una centratura
esemplare nel composto rigore di versi che determinano una precisa
inquadratura: “Nel trito verso che non spera un sonno/ allunga la verdura e
freme. Il tramite/ è una voce che immilla in verbi e frasi/ questa paura. Coste
immerse in siero”. Ma l’intero esito di “Creanza”, nella sua complessità,
detiene la peculiare valenza ritmica, pur nelle differenti scansioni, di uno
spartito magistralmente proposto da Giovanni Laera attraverso un continuo
sviluppo battente mentre “La noia intanto inghiotte altre domande,/ l’afa
opprimente ci dissolve al bianco” e ancora “tra i pitosfori gonfi verso il
mare./ E’ tutta luce, sembra dirci: è un sogno”.
Andrea Rompianesi
“Ridono gli ignari del
tempo in dono / dimentichi forse del vile inganno / perpetuo cielo di
vitamorte”
“È andato il tempo / l’ora
è ferma / lei soltanto siede nel cerchio”
“La vita è andata /
pulvis es / la collina si farà montagna / con ossa spaccate / et in pulverem /
che resterà dell’uomo?”
C’è una varietà d’intenti
segnata dal voler riportare ogni motivo poetico alla sua sostanza, dove le idee
sono immagini e le immagini assumono il ruolo di idee in un contesto che appare
un labile cosmo. Il tutto si risolve, o si riconduce, alle emozioni individuali
della poetessa che debbono oggettivarsi nella concretezza della realtà. Da qui
il suo linguaggio: sobrio, quotidiano, a volte apparentemente freddo per non
dire arido, ma che si apre a echi di mistero, a risonanze metafisiche, a
fantasie di sogni.
“Polvere grigia / barlumi
di brama / tensione dispersa / farraginosi spettri / di castelli incantati. / Il
mondo resta silente / dinnanzi al folle capriccio del fato.”
“Battono i colpi ed è
risonanza / di ricordi apocrifi a galla / scolano in acqua di stagno: resta la
melma.”
Assunta Sànzari Panza è
una scrittrice sorvegliata e attenta, che possiede una coscienza e conoscenza
verbale ascrivibile alla tradizionale classicità, calata però in un contesto
storico attuale che le permette di utilizzare un lessico genuino, fedele a se
stesso. Nei suoi versi si avverte una specie di estrosa grecità che si incarna
in sintagmi di differente estensione, così come enunciato nell’esergo tratto da
Max Bense “scrivere significa costruire il linguaggio”. Ecco perché le
immagini si riconducono ai miti e il sentimento che ne scaturisce le ordina e
subordina.
“Infinito il tempo del
gioco / tenace memoria del frutto acerbo. / Dov’è la bimba che godeva / rotonde
delizie sapore ancestrale? / Dove la voce che irrompeva / nel folto del bosco?”
Il richiamo di Cicerone è
qui doveroso, là dove afferma “Brevis
a natura vita vobis data est, at memoria bene redditae vitae sempiterna”. E
non c’è chi non veda nei versi successivi un rimando alla letteratura
novecentesca. Da Proust a Montale. All’aridità montaliana, per essere meglio
precisi, come sosteneva il Flora.
“Taci, non voglio sapere,
/ smetti il mugolio dolente / affrettiamo il passo prima che il gelo / rapisca
la quiete. / Il freddo è ruggine sparsa / corrode annienta la lingua / Ecco il
cavallo stramazzato / ultimo gemito mortale. Cerchiamo anche noi il tempo
perduto.”
Nonostante ciò, la
memoria pensosa e affettuosa della poetessa affronta la vita tentando di
liberarla dal male e diviene, la vita, ipso facto luogo di verità e
realismo, rapendo l’anima del lettore e trasportandola verso orizzonti di quasi
mistica evasione.
Traspare allora e fluisce
un vocabolario classico ed elegante, nel quale si intravedono rime e ritmi
scientemente travasati in ricchezza di stile e contenuto.
“Ultime stelle / ultimo
volo mancato: / fine dei giochi. / Nessuno si muova. / Tutto fermo. /Niente
pioggia, / nell’arido volto implorante / nessun desiderio. / Spenti i lumi
trapassano il nulla / mercanzia di vane speranze / baratti di falsi mercanti.”
La struttura della frase,
non solo nei versi citati precedentemente, bensì in tutta la raccolta “La
visionaria”, fa pensare al lavoro dell’archeologo che pazientemente
analizza, raffronta e ricostruisce. Si trovano in effetti nelle liriche di
Assunta Sànzari Panza richiami d’ogni tipo: da quelli letterari a quelli
filosofici. Sono tanti puzzle che si intrecciano con altrettanti
significati e significanti, attraverso morfemi e “logemi”, che richiamando
strati latenti della psiche vogliono portare alla luce ciò che il nostro es
vorrebbe tener nascosto. “La poesia è memoria fatta voce”
diagnosticava Octavio Paz. E in ciò la poetessa è senz’altro una degna
esecutrice.
Enea Biumi
Andrea Rompianesi
Disposizione
all’attesa o curatela ancestrale, disciolto portento o compressione avvitante;
ecco un segno che appare ad eludere continenze reiterate e pianeggianti, verso
invece una stratificazione che non esclude il verticale riarso, l’appunto
dispiegato che condona la domanda inerente alla pretesa del mito. “Ma il mio
palmo non è una zattera/ una finestra,/ eppure ha vista e fitta e fiato e/ dal
vuoto del suo centro/ io spio la terra che mi spoglia/ dentro”; sono versi di
Flaminia Rocca nel suo esito poetico “Strappare lo scalpo”. Maturo testo capace
di consolidare una voce che sa coniugare sensualità e misticismo, crudezza e
trasporto; oltre l’assiduo sentire di una musicalità trattenuta ma incisiva,
condotta attraverso le sembianze di una ipotesi di attenzione non esibita,
piuttosto coltivata, nella condensazione di un inciso: “Sei con me/ nella sete
che/ non placo”. Il versetto 8.7 di Giovanni dice: “chi di voi è senza peccato,
scagli per primo la pietra contro di lei”; ma ancora più significativo è il successivo
“neanche io ti condanno; và e d’ora in poi non peccare più” sapendo bene che
ogni passo porta a ricadute e a ulteriori infiniti perdoni. Flaminia Rocca ne
sottolinea il dato, il legame caduto tra il sasso e la colpa, la mano che
scrive sulla sabbia ciò che nella sabbia non resta perché passa un vento nuovo;
ma tutto implica il pensiero che si avvita, che si inoltra e non teme
trafitture o anche solo distrazioni che si fanno mancanze, assenze di
pacificazione. L’autrice pone le coordinate di un’attenzione mimetica, passo
dopo passo, in strategie attive, anche umorali, energiche, quasi violente:
“Trafitta/ dal ricordo - ad ogni passo/ coltelli ai piedi/ dell’acerba sirena
che/ più non canta”. Ed è un fugare di scalpi e di labbra, di bocche e nomi, di
partiture inedite così come di costole e capelli, di graffi e d’aceto; di
domande comunque sospese alla inesorabile frattura di equilibri irrisolti che
comportano tratteggi di mappe fonetiche delimitate da ricorrenze dolenti ed immagini
limitrofe che gravano come “snodata scolopendra sinuosa”. Stefano Massari,
nella postfazione, parla giustamente del porsi quasi come ostacolo che chiama
all’attraversamento e, direi, al contatto anche se fugace, in contrapposizione
radicale con una realtà odierna votata alla inconsistenza virtuale. Incombe il
dato stregonesco che dietro l’angolo può invadere o deturpare dove muove lo sguardo
alla capillare attenzione verso l’estenuante pericolo echeggiato: “Rettilario
di vene sublinguali/ Cattività pallida di desiderio/ che rumina o semina
morsi”. E poi emergono figure mitologiche del folklore nordico, il senso della
morte in agguato, la sventura, i rilievi di isole immaginarie; così come le
case di pietra, le maschere, le ossa, le braci e i tronchi, quelli che restano
a galla. L’autrice accede ai suggerimenti estremi partendo da “il gesso sudato
dei palmi”; nelle fasi di una dicitura ebbra di rimandi alternati alle tregue
riproposte nella versificazione breve, assertiva nel distinguere la capillarità
emergente degli equivoci, l’approssimarsi di confinate intonazioni, di
tormentate reliquie. E’ poesia
veicolante una “verticale della sete” che non si placa, un riproporsi di
domande che affiorano dalle porosità e dalle cortecce, da solitarie abluzioni
che si fanno ritratti intimi di una vocazione al sentire ma, forse, in disparte
perché l’esegesi filtra le cose ma poi allude ad una prossimità, rivela
Flaminia Rocca, “che non proprio mi s’addice”.
Andrea Rompianesi
La citazione parla di un’isola che per Auden è irreale...ma quella che Maura Baldini affronta nel suo te...