martedì 21 aprile 2026

IL LEGGENDARIO PINO LORICATO, a cura di Vincenzo Capodiferro

 

                                           

Una specie rarissima che abita gli strapiombi divini del Pollino

 Il pino loricato è una rarissima specie di conifere, detta così per la dura e spessa corteccia. Di solito lo si avvista sugli strapiombi divini dei monti. Ama abitare sulle rocce, sui cigli dei baratri. Si trova sulle catene montuose dei Balcani. Qualche esemplare lo ritroviamo anche sul Monte Pollino e sul Monte Alpi, a ridosso tra Latronico e Castelsaraceno.

In pochi conoscono questa possente conifera, anche perché è arduo il passo per raggiungerla, perché ama radicarsi in posti insoliti, al limitar dei precipizi. Il pino prende il nome dalla corteccia molto spessa, che pare, appunto, una lorica, un’armatura d’antichi legionari. E le rughe di questi alberi, che paiono buttarsi dalle rupi, sono così possenti e resistono ai venti, alle tempeste, alle intemperie. Ma ancor più in pochi conoscono come mai questa pianta così rara cresce solo qua e sfida il potente vento. Pare come quel ceppo, di cui canta il poeta:

Porta le fronde. Vedovato e solo

Il rude tronco oppone alla tempesta

L’invitto schermo de’ suoi lustri, e resta

Con saldo amplesso abbarbicato al suolo.

 C’è una leggenda che circola su questo strano albero. Si dice che vi fosse una giovane fanciulla nella città di Castello Saraceno. Si chiamava Pitis. Era bella e tutti la desideravano. Ma ella non si concedeva a nessuno. Era casta e garbata. Era innamorata del Principe Orio, cui era stata promessa in sposa.

Il malvagio Principe di Stigliano avanzava pretese sul feudo e cacciò Orio Sanseverino, figlio di Ugone, gettandolo in prigione. Orio riuscì a fuggire e si rifugiò nel bosco di Favino, ma fu colto da maledizione. Intanto l’iniquo Principe di Stigliano governava dispoticamente la città, insieme sia al duca Ugone che all’Abate Sanseverino, imponendo un potere intollerabile. Il Duca e l’Abate d’accordo, perché della stessa famiglia, esigevano la piazza, i pesi e le misure, mantenevano le tasse e pretendevano tutto ciò che al feudo si appartenesse. Il Principe di Stigliano, con la forza, pretendeva in eguale misura tutto quanto sopra e, oltre a ciò, estese i diritti feudali a cose di onore di estrema delicatezza. In pratica esercitava lo ius primae noctis. Probabilmente furono questi soprusi che sollecitarono alcuni buoni mariti a ribellarsi. Si racconta che uno di essi si travestisse da donna e picchiasse a morte il Principe. Molti cittadini si allontanarono da Castello e trasferirono alle falde del Pollino. Il vate così esprimeva queste lamentanze:

 Quanti padroni mi dia barbara sorte,

mi diè tutti a oltraggi, a infamia, a morte;

addio prisca moral, bei giorni aviti

quando mi ebbi a signori i cenobiti.

 Il Principe di Stigliano gettò gli occhi sulla bella Pitis, ma ella si sottraeva ai suoi avanzi, come Penelope. Non potendola avere alle buone, mandò a lei dei bravi per adescarla e catturarla, ma la casta Pitis riuscì a fuggire nel bosco di Favino. Il bosco era esteso. Pitis si disperse per non farsi prendere, nonostante il Principe mandasse ogni tanto i cacciatori a cercarla. E nel bosco di Favino si era addormentata. Faceva un gran freddo. Ad un certo punto venne raccolta da un uomo che viveva nel bosco. Era strano quell’essere: era un uomo di legno. Era un uomo-albero, che camminava. La portò nel suo castello, tutto di legno, dentro il bosco. Pitis rinvenne:

– Chi è? Sto sognando. O sono morta? O chi tu sei? Ma sei Orio? Ma cosa ti è successo?

– Sono Orio. Ti amo.

– Un Principe tutto di legno?! Ma come fai a parlare? Ma io sto sognando? O sono morta!

– Noi siamo come alberi viventi: i piedi sono le radici, abbiamo il tronco e i rami, le nostre braccia e la testa e i capelli sono la chioma con le foglie.

E Orio raccontò la sua storia. Il Principe di Stigliano aveva fatto fare una maledizione dal terribile mago Pan: aveva trasformato il Principe Orio, Signore di Castello, in un uomo di legno. Orio s’era rifugiato nel bosco. E Pitis fu accudita dal Principe di legno per tanti anni. Tutti si erano dimenticata di lei. Ad un certo punto, dopo dieci anni, una vecchietta con uno scialle nero, tutto ricamato, andava nel bosco a cercare dei funghi e incontrò la giovane Pitis.

– Io lo so che tu sei Pitis. Il Principe Orio è colto da maledizione. Ma se tu aspetti la notte di Natale di Luna piena, che accadrà quest’anno, puoi rompere l’incantesimo. Quando il Principe si addormenta a mezzanotte, cala sulle sue labbra questo elisir che ti do. Ed egli tornerà come prima. Io sono Borea, moglie di Pan, il mago che mi ha abbandonato per seguire una giovane maga. Mi ha tradito. Però, ricordati, figlia mia, che il Principe di Stigliano possiede una freccia d’argento, che ha poteri magici solo nel bosco di Favino e se viene scoccata trova il principe e l’ammazza. Ma io ti proteggerò. Non ti preoccupare.

E così fece Pitis: infatti, la notte di Natale versò sulle labbra l’unguento magico e baciò il Principe e il Principe tornò uomo. Era bellissimo. Pitis l’amò e stette con lui. Orio, spodestato, intanto, stava riorganizzando un esercito per cacciare il Principe di Stigliano da Castello. Passarono nove mesi e Pitis ebbe un figlio dal Principe Orio, che fu chiamato Ugone, come il nonno. Era bello e carnoso. Il principe di Stigliano, saputo che nel bosco si stava riorganizzando un esercito, anche perché Orio depredava, come Robin Hood, tutte le carrozze con le ricchezze che dovevano passare di là, per darle ai poveri, mandò dei cacciatori agguerriti con la freccia d’argento per colpire Orio, che nel frattempo si era appostato sul ciglio di un dirupo e stava precipitando per difendersi. Scoccata la freccia d’argento, d’un tratto Pitis si lanciò per fare da schermo e per salvare l’amato. Borea, che stava lì a guardare, per impedire che Pitis precipitasse nell’abisso, fece una magia e trasformò Pitis in pino loricato. La freccia scontrandosi contro la dura lorica si ruppe e così fu rotto l’incantesimo. Non si vide più Pitis. Era un albero rugoso e forte che stava sui dirupi del monte Alpi, sul bosco di Favino. Da allora molti pini loricati, suoi figlioli, sorsero sulla montagna. Il Principe Orio riuscì a riconquistare il feudo e a cacciare l’usurpatore. E Pitis, donna-albero, come era stato per un po’ il suo amato Orio, ancora sfida sull’aspro monte il vento, come il vate canta:

 Ei le fronde si porta, inane soma;

Ma questo capo eretto in vèr le stelle,

D’umana possa spregiator, non doma.





martedì 14 aprile 2026

LA RAZIONE DI SANTA LUCREZIA, a cura di Vincenzo Capodiferro

 


Veramente spettacolare è questo canto popolare riferito a Santa Lucrezia. Il testo originale, poi riadattato, è stato ripreso sempre dai devoti della parrocchia SS. Spirito di C. Saraceno, in Lucania. Il riferimento non è, però, a Lucrezia di Merida, martire nell’età dioclezianea, ma a Lucrezia Borgia. Questa è la nota particolare di questo canto: lo si evince dai riferimenti a seduzioni e a Giulio d’Este, alla congiura estense contro Alfonso. Si citano i castelli ed i possedimenti ferraresi, riportati nella fantasia popolare. Lucrezia Borgia (1480-1519) non godeva certamente di fama di santità, al suo terzo matrimonio, però dalle sue note biografiche appuriamo che portò il cilicio, indossò l’abito del Terz’ordine di S. Francesco e fece un percorso di conversione. Molto probabilmente Lucrezia sventò la congiura estense, come si può filtrare da certi passaggi. Molto intensa è l’allegoria della donna fatta a pezzi a causa degli amori cortigiani che poi viene salvata mercè l’intervento della Madre di Dio. Si cita il santuario della Madonna della Schiavonia, in frazione di Este. Il nucleo originario della chiesa, dedicata alla natività della B. V. Maria, risale al XIII secolo. Probabilmente il culto improprio di Lucrezia venne portato in Lucania con don Giulio De Grandis, nominato vescovo di Anglona nel 1548, come riporta nelle sue note storiche Carlo Caterini. Il notaio Antonio Giocoli, esule da Ferrara, seguì a C. Saraceno. Abbiamo notizia anche di un sacerdote: don Alessandro Giocoli. Gli esuli ferraresi, i Giocoli e gli Abelardi, trovarono rifugio nella terra di Lucania e recarono dalla loro patria i dolori e le angosce, che la pietà popolare ha saputo accogliere e rielaborare. Il canto asconde una visione veramente divergente di questa donna, Lucrezia Borgia, vittima di amori combinati congiure e faide di potere. Lucrezia, pur peccatrice, seppe trovare Dio. 

 (Vincenzo Capodiferro)


Vidi chi chiandu e chi crudilitani

suffrìhu Lucrezia! A salvau Maria!

Nu cumbari si la vulìa purtani:

nu iurnu lì parlau ri villarìa.

 

“Cumbari va travaglia pì havuta via!

Nun so femmina cha fazzu pì teni”.

Au maritu fò rappurtatu: “Ohi ria!

Cummari mia hi Lucrezia ti ni veni?”

 

Subbetu u maritu accasa fò arruatu:

“Lucrezia mia hama ì a la Schiavunia!”

“Nun ti purtani né schittu, né maritatu”.

“Adduvi vòi, Giuliu meiu, pigliamu via!”

 

“Lu sacciu, Giuliu, ca mi vòi ammazzari.

Fammila vireni pria Matri Maria.

Nu Patri Nostu vogliu priricani,

a la Maronna ri la Schiavunìa”.

 

Nu fossu ri nu parmu lì fò cafatu.

Zanghe e munnezza ‘mmenzu a via.

Ha feci a pezzi: u cuorpu fu ‘mbussatu.

‘Ncapu a tre ghiurni hìu Matri Maria.

 

Si prisintau: “Avuziti Lucrezia mia!

Rammi na manu ca ti ‘nghiungu l’ossa.”

“So tutta pezzi cum’a preti ‘menzu a via.”

E Lucrezia si livau ra ‘nda na fossa.

 

Subbetu au maritu fozi purtata.

Quannu ci foze ‘nnandi a queddi porti:

“Rimmi si sì rimmonio o sì rannata?”

Li rihu na spenda e na bussata forti.

 

“Hè nun so nì rimmonio e nì rannata.

Viri chi hai fattu? Chi gravi piccatu!

T’aggiu purtatu a Lucrezia honorata.

U cumbari firatu t’havi favuzatu.

 

A lu cumbari toiu tutti li castella,

trecendu vacchi l’aggia livani:

finu a lu settu ri la massaria bella,

cu troni e lambi lu fazzu siccani.

 

Guardatìlu quannu vai a la messe,

cumi a na cannela s’adda ammurtani!”

Chi la ‘ntendi sta razioni la ricesse:

Sanda Lucrezia si mittess’a prigani.

 

 

TRADUZIONE

 

Vedi che pianto e che crudeltà

soffrì Lucrezia: la salvò Maria.

Un suo compare la voleva sedurre.

Un giorno le parlò di villania.

 

“Compare vattene per un’altra strada!

Non sono donna che faccio per te!

Al marito tutto fu rapportato. “Rea!”

“Comare, cosa mi dici di Lucrezia mia?”.

 

Subito il marito giunse di corsa a casa.

“Lucrezia dobbiamo andare alla Schiavonia”.

“Non ti portar dietro né celibe né maritato”.

“Dove vuoi andiamo, o Giulio mio!”.

 

“Lo so, Giulio, che mi vuoi ammazzare.

Fammela vedere prima la Madre Maria.

Un Padre Nostro voglio recitare

alla Madonna della Schiavonia”.

 

Una fossa di un palmo fu cavata,

fango e monnezza in mezzo alla via.

La fece a pezzi: il corpo fu sepolto.

Dopo tre giorni andò Madre Maria.

 

Si presentò: “Alzati, Lucrezia mia!

Dammi la mano. Ti congiungo le ossa”.

“Sono tutta a pezzi come le pietre sulla via”.

Lucrezia si levò dalla fossa.

 

Subito al marito fu portata.

Quando si trovò innanzi alle sue porte:

“Dimmi se sei demonio o sei dannata!”

Dette una spinta e una bussata forte.

 

“Io non sono né demonio, né dannata.

Vedi che hai fatto? Che grave peccato?

Ti ho riportato Lucrezia onorata.

Il tuo fidato compare ti ha tradito.

 

Al tuo compare tutti i castelli,

più trecento vacche debbo togliere.

Fin alle fondamenta della sua masseria,

con tuoni e lampi la devo far crollare.

 

Guardalo bene quando va alla messa,

come una candela si deve spegnere.

Chi intende questa razione la dicesse,

un Pater e un’Ave a Lucrezia pregasse.


venerdì 10 aprile 2026

Doris Emilia Bragagnini “Terra nullius” (Anterem Edizioni, 2025)

 

                     


 È passo ponderato, è digradare nella tessitura di estrema prudenza ma anche gesto che pone il confine, lo trasforma in altro quando la posizione è quella di una terra che non appartiene a nessuno. “Terra nullius” appunto, l’opera poetica di Doris Emilia Bragagnini che intreccia risvolti di penombra, incursioni nella dizione ermeneutica recante una traccia che conduce lo sguardo verso la nudità della forra carsica. Così “smessa la circospezione/ il guado tentato d’arraffo leggero/ la tela miniata dal ragno sorpreso/ l’attraversamento infantile senza dare la mano”; ciò che apre alla vocazione di una ipotesi che assume il valore della libera scelta mai, in realtà, del tutto possibile perché limitata comunque dalle nostre connotazioni ontologiche. E allora davvero l’instabile acutizzarsi dei fenomeni comporta un interiorizzarsi reiterato attraverso il confronto con le asperità trattenute nei tratteggiati passaggi tra modalità e risonanze acquisite dopo la solitaria ammissione che frequenta la complessità del segno liminare. È, quello di Bragagnini, un tentativo che riformula, con perizia e stile, una sorta di esistenziale approdo quale sacrificale rito linguistico attinente a ciò che determina il rilievo più suggestivo e, nello stesso tempo, sfuggente delle parti in campo, nel pensiero che tematizza il lascito. Il dolore si fa intervento poietico sulla fissità della durezza materica qui scolpita dall’autrice con la responsabile incisione ad effetto di stesura: “è vuoto minore/ il silenzio della vestizione dei ripari/ curva su sé le adunchità di brama”. Intercorrono sulla pagina tracce di asimmetrie e spazi, trattini bassi e chiasmi, corpo di strofe ed estensione di versi, esigibili portamenti d’intenzione linguistica, condensati risvolti di passaggi orizzontali, aperture in successione calibrata, non inerte, addossata a segnature in scalfittura, in drappeggio occupante turni fonetici ad evento diramati dai moduli controllati dell’attenzione, “la gravità lunare concede scorte di sobbalzi/ innesca lo scrigno torace lucina battente/ sfuoca il suo tempo il versare del senso/ ricama il ricordo. è un’arma puntata alla tempia”, quindi affiora un’urgenza imprevista ma possibile, quale squarcio esplicitato nella consapevolezza del dire, e del dire poetico. È un chiamare la presenza attenuata ma conforme di appoggi e corpi, rilievi e riflessi, fluttuazioni e iridescenze, soppressioni e rimbalzi, attraverso un consenso non acritico, non pacificato. Se qualcosa si ferma, altro determina lo sviluppo insonne, la coriacea distanza che l’autrice affida ad un verso particolarmente efficace e significativo: “un monolite è l’indocile riverbero dell’imbrunire”, come l’apertura che non esclude il rilascio temporale dei particolari, anche quelli apparentemente secondari e sfuggenti. Nella mappatura di Doris Emilia Bragagnini la versificazione procede in accordo alternato, in peculiari estensioni di una verifica addossata alla domanda insorgente, alla condotta osservazione percepibile nella contaminazione verbale come ansante espediente della dicitura che esprime moti non escludenti anche sbalzi e scosse. Forse le tracce degli enti che abitano interni elevati a dimora conducono a regesti d’ombre e presidi quali referti silenti da cui ripartire verso “l’armonia delle cose”. Una terra che non appartiene a nessuno, una terra dell’assenza che si fa tuttavia presente, come appare in una strofa di evidente bellezza stilistica: “ancheggia il pomeriggio/ clemente si arrotonda il fianco/ scivola il chiarore in lamento verso il buio/ infinitesima il tramonto lo spinge in superficie/ il rosso sulle gote e in fondo al campo”. S’intona un riproporsi, un sollecitare inquieto che raccoglie frazioni linguistiche in successione a timbro sillabico evocante traumi e lesioni, segnature su pagina antistanti il bordo che si fa episodio, rimando acuito nel suono modulare, nella complessa distanza di un riconoscersi fonetico che ben riproduce l’interpretazione del percepibile tornare.

                                                                            Andrea Rompianesi

giovedì 9 aprile 2026

Gianfranco Galante, I giorni del sorriso (rivelato), GfG, Varese, 2026


“Così la mia voce, nel verso che vive, / ha colto il senso più genuino: / il bello che nasce è fiamma che scrive / e sboccia su foglio tale destino”. 

Potrebbe essere un valido esergo e una veritiera sintesi di ciò che contiene l’ultima raccolta, in ordine di tempo, di poesie di Gianfranco Galante “I giorni del sorriso”. È in fondo una esplicita dichiarazione di poetica che insiste su quattro elementi: la voce, il senso della vita, la percezione del bello, la scrittura. E che sia scrittore fecondo il Nostro lo dimostrano le innumerevole raccolte sia di poesia che di narrativa in cui l’Autore offre al lettore le proprie riflessioni, talvolta anche estremamente intime e per questo audaci, che vengono poste al centro del suo operare.

Ho camminato svelto / tra strade e pensieri / graffianti come spine; / ho nascosto i miei sentieri / dietro maschere sottili. / Ma nel buio e nel silenzio / trovo luce che non mente; / un chiarore, fragile e sincero / che mi guida già silente.”

La raccolta si presenta quindi come un viaggio durante il quale Galante pone sul foglio le proprie emozioni profonde presentando in abili versi paesaggi interiori cui fa da contrappunto la fotografia di una visione esterna spesso intesa come metafora o allegoria. Fin dalle prime pagine, emerge una voce capace di alternare delicatezza e intensità con grande naturalezza, rivelandosi spesso incisiva, efficace e mordace, perché riesce a catturare attimi fugaci. Le immagini e le emozioni che ne sortono hanno la capacità di divenire vivide e suggestive grazie a un andamento musicale lineare e agevole, per nulla monotono né scontato.

Il cuore mio geme / dinanzi a beltà, / e a tremolo freme. / Mi lascio cullare, / appieno respiro / chè sento di amare.”

I temi trattati sono di carattere universale, come l’amore, la solitudine, il tempo e la memoria e diventano oggetto di riflessione innanzitutto per l’Autore stesso e in secondo luogo, come conseguenza, pure per il lettore. L’uso del linguaggio poetico è tipico di Galante, coerente con la sua tradizione e impostazione, mai banale, evocativo, soprattutto ricco di stilemi che alcuni potrebbero considerare arcaici ma fanno parte del suo modus operandi e del suo mondo, in cui la ricchezza delle metafore ben costruite e distribuite contribuisce a creare un’atmosfera sospesa, quasi onirica.

Cammino lento, porto il mare dentro, / la luce che muore è silenzio che parla; / e rinnovo il sogno di casa / che in me rimane.”

Alcune liriche colpiscono per la loro capacità di lasciare un segno duraturo atte a sostenere il valore complessivo della raccolta, che resta funzionale ad un discorso poetico che insiste sull’eticità della vita in una economia di affetti. La silloge in effetti è coerente, intensa e matura sul piano emotivo. Si percepisce una voce poetica riconoscibile, con un’identità ben definita: lirismo classicheggiante, forte introspezione e centralità del tema affettivo (amore, perdita, solitudine, memoria, tempo).

Se l'uomo avanza / nel chiaror del giusto / semina, saldo, il suo valore / e ogni malvento potrà svanire.”

Poesie come: “I giorni del sorriso”, “Fermare il tempo”, “Mancanza” trasmettono un dolore reale, non costruito. Questo è fondamentale: il lettore percepisce che la scrittura è partecipe di un vissuto veritiero, autentico, non imitato. In particolare la descrizione di paesaggi e di atmosfere temporali, quali “Il vento sul mare”, “Tramonto Segestano”, “A sera”, “Inverno di pace”, diviene come un dialogo sottovoce, quasi timido ma sostenuto, con la natura. Qui il linguaggio si alleggerisce e risulta più preciso. Le immagini sono visive, fluide, spesso ben calibrate: “schizza di bianco il blu infinito”, per esempio, è un verso semplice ed incisivo, ben riuscito, quindi, che fa intuire come la silloge di Galante abbia una validità poetica non contestabile.

Forse domani / nel tacito stare,  / saprà questo cuore / che è dolce tornare; / dipingere ancora / vita e colori, / spandendo sì a manto /  parole e bei versi; / distesi già a canto.”

 

Enea Biumi


martedì 31 marzo 2026

Premio Internazionale I Murazzi 2026 - Sabato 28 marzo 2026



Torino - Circolo dei Lettori - 28 marzo 2026 - La Giuria del Premio

La caratteristica del Premio I Murazzi della città di Torino consiste nell'avere la memoria profonda rivolta al passato quando gli imbarcaderi fluviali erano la sede dei pescatori ma l'attenzione è orientata all'attualità mondana ora che i murazzi sono divenuti memoria del decorso del fiume nel cuore della città e che hanno travalicato le mura cittadine per assurgere a simbolo internazionale di letteratura.

Comitato d'onore

Anna Antolisei, Laura Berti, Gianni Chiostri, Fabio Dainotti, Guido Davico Bonino, Paola Grandi, Silvia Marzano, Chicca Morone, Pier Franco Quaglieni, Lorenza Rocco Carbone, Claudio Tognoli

Presidenza Elogio della Poesia

Antonio Pileggi

Giuria

Corrado Calabrò, Presidente ad honorem

Sandro Gros-Pietro, Presidente

Fabia Baldi, Enea Biumi, Carlo Bosso, Carlo Di Lieto, Claudia Piccinno, Annella Prisco

 

FRANZ PORTA (1937-2001) Un vivido pittore bergamasco, tra espressionismo e realismo, a cura di Vincenzo Capodiferro

 



Franz Porta è un pittore suggestivo ed intenso, nato a Bergamo il 21 febbraio del 1937 e deceduto a Nembro il 1° giugno del 2001. Formalmente viene inserito nella corrente, se possiamo in qualche modo inquadrarlo, dell’espressionismo tedesco. Questa connotazione è dovuta in parte al fatto che il giovane pittore bergamasco per due anni e più si è recato in Germania per modernizzare la sua tecnica artistica, che era rimasta funzionale ai canoni classici. Spesso la reazione all’accademismo è una costante degli artisti innovativi e ribelli. Franz Porta fu un ribelle silenzioso. Ha frequentato la Scuola Media a Bergamo, indi si è iscritto all'Accademia di Belle Arti G. Carrara, dove, sotto la guida di valenti artisti, come Funi e Longaretti, ha completato la sua formazione. Per capire bene mondo artistico di Franz Porta dobbiamo inquadrarlo in quella Bergamo, che è stato un centro di cultura e di cattolicità. Conseguito il diploma all'Accademia, il giovane artista, non soddisfatto della sua formazione, si è recato in Germania, attratto dagli espressionisti tedeschi, i quali soprattutto a Monaco trovavano l'ambiente più adatto alla manifestazione della loro arte. È rimasto in Germania ben due anni, durante i quali ha assimilato l'indirizzo espressionista.


            Il suo temperamento lo portava all'osservazione, a cogliere il lato debole delle situazioni, affinando una sua nativa ironia che si rifletterà sulle sue opere. Pensando a Franz Porta ci viene in mente subito un pensiero di Tolstoi: «L’attività artistica sta nel far rivivere in noi stessi una sensazione che si sia sperimentata, e dopo averla fatta rivivere in noi stessi, trasformare tale sensazione in movimento, o in linee, o in colori, o in suoni, o in forme espresse con le parole, così che altri possa provare quella stessa sensazione». D'altronde in arte non esistono norme sicure. L’artista si assume spesso un rischio. L’arte è avventura. E trovandosi dinanzi ai quadri di Franz Porta si respira un’aria di primitività, quasi di magia. Il primitivismo si riconnette all’infantilità che non è infantilismo. Il suo è guardare con occhi di bambino alla realtà. Questa è in fondo la più autentica affermazione dell’arte: la crociana espressione del sentimento.

Due anni dopo, nel 1959, Franz Porta, forte delle sue nuove esperienze, ritorna in Italia. Si dedica al restauro, sotto la guida di Mauro Pelliccioli. Lavora nella chiesa di S. Antonio a Bergamo su opere del Trecento e della scuola bizantina, del Foppa, del Romanino, della scuola del Mantegna, sugli affreschi del Bramante, scoperti dallo stesso Pelliccioli nel Palazzo Donizetti di Bergamo e sugli affreschi del Veronese nella Villa Palladiana Sesso-Schiavo di Sandrigo.


L’arte di Franz Porta è la risultante armoniosa di queste esperienze. Nel 1960 Franz Porta s'impone al Premio Internazionale «Primavera degli artisti» ad Albissola Mare, conseguendovi la Medaglia d'Oro dell'Ente Provinciale del Turismo, Città di La Spezia, e una seconda volta nel 1962 il Premio dell'A.l.G. di Firenze. Nel 1964 ottiene la Medaglia d'Oro al «Premio Città di Savona» e nel 1965 ottiene a Roma per la prima volta un successo straordinario alla sua Prima Mostra Personale nella Galleria «Giulia Flavia» al centro della Roma rinascimentale nei pressi di Piazza Farnese e di Campo de' Fiori, a Via Giulia, il vecchio corso di Roma.

La produzione di Franz Porta si articola su di una tematica molto varia e interessante. Il mondo artistico del pittore bergamasco si popola di personaggi sempre tipici che l'artista coglie negli ambienti dove ha trascorso la sua vita: Bergamo e Monaco, ossia l'Italia cattolica e la Germania neopagana, un ambiente conformista e un paese abbastanza progressista. Ma nell'uno e nell'altro ambiente Franz Porta sceglie i personaggi che meglio degli altri esprimono qualcosa di nuovo e di interessante. Dall'ambiente cattolico bergamasco che ricorda più da vicino la sua infanzia riprende, con un senso di reazione e di sarcasmo, le scene dei chierichetti, le «processioni», i «prelati», le «scholae cantorum», le «suore», i «preti» in una infinità di situazioni.

Dall'ambiente germanico Franz Porta prende, invece, tutto un mondo di angoli, tanto cari agli espressionisti tedeschi, in analogia a situazioni e vissuti che si ritrovano nei romanzi dei nostri più quotati scrittori neorealisti, tipo Moravia o Pasolini. Si tratta di osterie, di donne ubriache, bestemmiatrici e divaganti in oscenità, si tratta di personaggi del terzo sesso o, ad esempio, soldati messi, come i «chierichetti» di memoria italiana, alla berlina, espressione di un antimilitarismo nato nel dopoguerra in Germania.

Da una simile tematica non bisogna escludere i «Paesaggi», le «Marine» e i «Fiori» che riflettono lo stato poetico del giovane pittore in cui si sente il bisogno di un attimo di tranquillità nella natura. La sua figuratività nasce dall’esperienza, dal vissuto, proprio quell’erleben, caro ai germanisti: quell’esperienza espressa, appunto, con coscienza o con incoscienza, su di un piano reale o fantastico diviene il sottofondo su cui poi si sviluppa il dipinto il quale, contrariamente al divisionismo italico, che cercava di ottenere la massima sfera luminosa, accostando i colori puri sulla tela, senza prima impastarli tra di loro, tende, invece, al sintetismo. Come in uno Zola, si riscontra nel Nostro una venatura naturalistico-verista. Franz Porta ha saputo tratteggiare un quadro cupo e realistico della natura umana: questo quadro/teatro ha come cornice un riquadro comico. Il suo è un riso sarcastico, pungente, che rivela immobilismo, impotenza, incapacità, cioè i vizi, soprattutto la pigrizia, che sta alla base del quieta non movere. La sua non è arte per il grande pubblico, ma per gli animi attenti, riflessivi. Il messaggio recondito è rendersi conto di una condizione di immaturità e di qui uno stimolo artistico a voler ripartire a superare il complesso di impotenza, oltreché di inferiorità congenito al genere umano. Leonardo riteneva che la pittura è poesia resa visibile. Qui possiamo dire che è prosa resa visibile. Qui siamo, per stare con Croce, all’età della prosa, non della poesia più. Il problema della pittura è la bidimensionalità: cioè rendere un effetto che di per sé è tridimensionale, o quadridimensionale, da Einstein in poi, in termini bidimensionali. Nelle visioni di Porta pare assente la prospettiva: tutto è reso nella sua naturalezza.

Come quasi ogni artista, il pittore soffre uno scompenso nella società, un intimo tormento per cui stabilisce un vero dialogo con la natura e soprattutto con i personaggi che egli ritrae sulla tela con violenza.

Questo colloquio tra realtà e umanità, tra artista e personaggi di una rinnovata società umana si modula in tonalità diverse, si esprime in colori fortemente dosati, in volti parlanti che mostrano qualcosa di intimo, una semplice curiosità come le «Due amiche», come il caratteristico atteggiamento della «Pescivendola» e come in tanti quadri di «chierichetti» e di «Suore» sorprese nella loro preghiera o un attimo prima o dopo la colazione. Il colore, poi, ha un’importanza fondamentale, come sappiamo, nell’arte figurativa. La luce, l’oscurità e le varie tonalità, possono influire sullo stato d’animo, suscitare le più svariate emozioni. Questi effetti luminosi in Porta possiamo quasi affermare con un’assonanza cognitiva, penetrano nella porta dell’anima. Come sosteneva Schelling i quadri sono finestre e porte verso il mondo realissimo della fantasia, quel platonico iperuranio, l’oltre-cielo, il mondo trascendente. L’artista è l’oltreuomo per eccellenza.

Molte sue opere figurano in importanti collezioni private e pubbliche. Nella valutazione critica, questo pittore è ritenuto come una delle più autentiche e forti espressioni della pittura italiana contemporanea.

È stato un pittore molto rinomato e citato in notissimi quotidiani nazionali. Di lui scrisse Aligi Sassu: «Confesso che da Franz Porta, un giovane che da tempo seguo con interesse, non mi sarei aspettato una così decisa presa di posizione di fronte alla pittura e alla vita. Tanto più valida, oggi, nella confusione dilagante degli indirizzi estetici e del linguaggio pittorico. Nell'opera di Franz Porta, che è quasi un canto monodico di grigi silenzi e di solitaria desolazione, l'uomo è sempre presente in un silenzio teso al senso oscuro e travagliato del nostro tempo; in un dialogo scarno di personaggi, che si rivelano testimoni e protagonisti insieme di un destino accettato, ma non scontato; in un impegno umano che non chiude gli occhi dinanzi al grande spettacolo del mondo».

E Pino Lausetti: «L'impegno nei confronti della realtà si risolve per Porta nella ricerca di una verità morale che sfocia nella dimensione tragica dei suoi personaggi. Il mondo di questo artista è il mondo della stanchezza e della rinuncia. Negli ospizi, negli angiporti, nelle osterie egli situa una umanità prostrata e senza sogni. Egli rifugge ogni compromesso sentimentalistico, ogni cedimento sul piano del costume e dell'ambiente, conduce la sua azione demistificatrice con radicale fermezza: mettendo fuori causa il patetico a favore del tragico, la “lacrima” a favore dell'amara e cosciente constatazione di una condizione umana».

Ringraziamo Enea Biumi per averci passato questo incentivo biografico, riconsiderato dalle pennellate narrative sulla personalità di questo artista di Oron Zecca. Trovandosi dinanzi alle opere di Porta, che sono di dimensioni spesso monumentali, tanto da somigliare, in qualche modo, a “Il funerale a Ornans” di Courbet, si rimane estasiati. È stato un grande artista, che ha saputo riportare in toni vivi e sonanti una realtà cruda, demistificata, setacciata dal calibro di una sottilissima ironia. L’ironia brucia, ha lo scopo di stimolare, come la satira, di fustigare i costumi, di denunciare l’ipocrisia, l’apparenza, quella malattia del fenomenismo che oggi è imperante, ma che già covava ai tempi del nostro. A volte le sue opere ci appaiono come sorprendenti e seri naif: una favola realistica. Il fine dell’arte qui diviene analisi sociologica, ma quasi veristica, se non fosse per quell’aristotelico risus, che al pari del pianto, si rivela catartico. La comicità che traspare dalle pennellate non è banale, ma profonda, riluttante. Ci pone degli interrogativi esistenziali fortissimi. Risente non solo dell’espressionismo tedesco, ma di quella teatralità delle nostre chiese, in cui il Nostro ha lavorato come restauratore. Porta è un artista serio che ride della vita e della società. Tutta la sua arte rappresenta - per adusare un ossimoro - un pessimistico ottimismo. Un artista come il Porta andrebbe rivalutato seriamente e valorizzato nell’intenso panorama della nostrana storia dell’arte.


Vincenzo Capodiferro

 

lunedì 30 marzo 2026

IL “VENTITRÉ ORE”. CANTO DELLA PASSIONE DEL CRISTO a cura di Vincenzo Capodiferro

 

 

 

Il “Ventitré Ore” è l’antico canto della Passione del Cristo, tramandato da secoli dagli anziani, eco della letteratura popolare. Viene diviso in ventitré strofe: ciascuna, secondo la pietà popolare, corrispondente ad un’ora della Passione del Signore, dal pomeriggio del Giovedì Santo fino alla morte sulla croce, alle tre del Venerdì Santo. È di una enfasi straordinaria, soprattutto se lo si ascolta, accompagnato dalla sua monodica e drammatica melodia. Tutt’ora viene cantato dagli anziani il Venerdì Santo. Si possono notare, in questa versione, tra le più antiche, così come mi è stata dettata da una devota, le grandiose e barocche effusioni che si perdono nelle reminiscenze latine dei termini.  Il Venerdì Santo ancora sussiste l’usanza di fare due processioni: le donne seguendo l’effigie di Maria Addolorata percorrono la parte bassa del paese, mentre i maschi, seguendo Gesù morto, la parte alta. Il dialetto è il lucano. Rif. Parrocchia SS. Spirito. C. Saraceno – Potenza.

 (Vincenzo Capodiferro)

CRUX FAUX MEA NUX

CHRISTE DUX MEA LUX

E ca lu vintitrè ore

Gisù Cristu nosto Siniore

Se licenzia da la sua Matre

E piglia morti pì nostr’ Ammori

E figliu sando di lu gran Piando.

 

Gloria Sanda Binidetta

Cu la sua dolende Matre

E la Sandissima Tirnitate.

 

A li unu

Si ristabulisce  lu Sandissimu Sagramendo

Ch’è ‘ngarnatu pì patì pene

Quannu foze l’utima cene

E sempe pi nui pena l’infferno

E ci lasciammu lu Sagramendo.

 

Gloria Santa Biniretta…

 

A li rui

Fannu lu zirimone l’Apostuli

E l’Apostoli lu chiangono

Loru chiangono e loru fuggino

Loru resteno ra nimici

E loru furo li sirivienti.

 

Gloria…

 

A li trene

Tu Patre meo[1] Siniore

Prondo fusti a pirdunare

Prondo fusti a pirdunare

Cu nu signo e contra ammore

Prondo fusti a pirdunare.

 

Gloria…

 

A li quatto

Si mèse l’agunia e sura sangu

Trema trema tuttu quandu

Quannu penza a li soi martìri

Si ristingue ma ra murïne

Tuttu quandu a surà sangu.

 

Gloria…

 

A li cincu

Fu quillo Giuda traritore

Cambiao a Cristu pi trenda rinari

Cu nu signu e contra ammore

Ra riscipulu traritore

Cambiao a Cristu pi trenda rinari.

 

Gloria…

 

A li sei

Ra l’hortu e ra Anna fu cundotto

E cundotto scillirato

Multi ∫caffi li furo rati

Darannu a morti lu Verbu ‘Ncarnatu.

 

Gloria…

 

A li sett’

Cundottu ra Kaifàs

A ra casa ri Kaifàs

Ni unimu multi pirsuni

Ni unimu e ni liggistramo

E damu morte a Gesù nabramo[2].

 

Gloria…

 

A li ottu

Incarnitu e scarnitu

Ra pontifice e r’anticu

E r’antico e ra Pilatu

Co le suie parol devine

Intortamente fur accusati.

 

Gloria…

 

A li nov’

Novi vote ra Petru fu nigato

Tre vote ma pi temore

Quilla morte sciaüratore

Tre vote ra Petru fu nigato.

 

Gloria

 

A li rece

Trema trema tuttu quando

Cu na strazza ri veste ianca

So quilli chi vannu sando

Tutte quilli ka nun vannu sando

Tutte abbascio allato a mi[3].

 

Gloria…

A li unnece

Tempia d’ora macina d’oru[4]

Addove si aunisce

Addove si incarnisce

Lu Verbu incarnatu.

 

Gloria…

 

A li rurici

Foro quilli calabriciti

Sgrati e ammaligni

Ra pacci ka foro

Che redussero a Pilato

Inta quille favuze lenghe

Intortamente furo accusate.

 

Gloria…

 

A li tririci

Nunziate iusti

E canosci lu Beni Pilatu

Ka Gisù era nocende

A morti flagillatu

Pi salvane a tanda gende.

 

Gloria…

 

A li quattordece

Cum’è bella sfracasciata

Loru foru l’abbattituri

A li soi tempi incurunata

Cu li spine pungende e duri.

 

Gloria…

 

A li quinnece

Nunziate iusti…

 

A li serici

Fo ammustrato a li barcuni

A nà culonna

Eccie omo[5] ma pi l’abbrei

E ra vasciu fo grirato:

Murïu en croci caninè.

 

Gloria…

 

A li riciassett’

Pigliatilu e purtatilu a croci

Ri monti Calivario

Kà la Virgine dà è morta

Quannu si vere Gisù lassato

Chi la cruci li spalli porta.

 

Gloria…

 

A li riciottu

 

Mortu e crucifissu

E ka l’angiuli lu piangine,

Li Giurei lu vannu truvennu

Ca lu vonnu crucifizzà.

 

Gloria…

 

A li riciannov’

Rici a quillu Aternu Patri

Ca pirdunesse a quilli calabriciti[6]

 

Gloria

 

A li vinti

Cercao ra bere

E ra bere li fo rato

Li fo ratu acitu e fele

Li fo fatta bona misura

E rata a beri ra Pilato.

 

Gloria…

 

A li vintunu

Mortu e firitu ra na lanza

Trema la terra e lu cielu s’ascura

Vaglia li cieli cu na granne pavura

Prestu li fulminati nà lanzata

Daran a morti lu Verbu ‘Ngarnatu.

 

Gloria…

 

A li vintirui

Ni unimu multi pirsuni

Gesù ra la croci amà schiuvani

‘Mbrazza a Maria Virgine lu punimu

Poi si lu chiange a lacrume amari.

 

Gloria…

 

A li vintitrene

Signori meo Gisù Cristu

Avaramente ti cumpiatiscu

E ra sopa a quilla cruce

Adduvi fecisti celu e sbramore.

 

Gloria…

 

 

TRADUZIONE

 

Ecco il ventitré ore

Gesù Cristo Nostro Signore

si licenzia dalla sua Madre

e prende Morte per nostro Amore

e Figlio santo di gran pianto.

 

Gloria Santa Benedetta

con la sua dolente Madre

e la Santissima Trinità.

 

I

Si ristabilisce il Santissimo Sacramento

che si è incarnato per patir pene.

Quando fu l’ultima cena

e sempre per noi pena l’inferno

e ci lasciammo il Sacramento.

 

Gloria Santa Benedetta…

II

Fanno raduno gli Apostoli.

E gli Apostoli lo piangono:

Loro piangono e loro fuggono,

loro restano da nemici

e loro furono i servitori.

 

Gloria…

III

Tu Padre mio Signore

pronto fosti a perdonare,

con un segno e contro amore

pronto fosti a perdonare.

 

Gloria…

IV

Si ci mise l’agonia e suda sangue,

trema trema tutto quanto

quando pensa ai suoi martiri:

si distingue ma da morire,

tutto quanto a sudar sangue

 

Gloria…

V

Fu quel Giuda traditore:

scambiò Cristo per trenta denari,

con un segno e contro amore,

da discepolo traditore

scambiò Cristo per trenta denari.

 

Gloria…

VI

Dall’orto[7] e da Anna fu condotto

e condotto da scellerato.

Molti schiaffi gli furono dati.

Daranno a morte il Verbo Incarnato

 

Gloria…

 

VII

 

Condotto da Caifa,

Alla casa di Caifa:

ci uniamo molte persone,

ci uniamo e ci prepariamo

e diamo morte a Gesù di Abramo

 

Gloria…

VIII

Incarnato e schernito

da pontefice e d’antico

e d’antico e da Pilato

con le sue parole divine

stortamente fu accusato.

 

Gloria…

IX

Nove volte da Pietro fu rinnegato,

tre volte ma per timore:

quella morte da sciagurato!

Tre volte da Pietro fu negato.

 

Gloria…

X

Trema trema tutto quanto:

con uno straccio di veste bianca

son quelli che vanno santo;

tutti quelli che non vanno santo

tutti giù a lato a me.

 

Gloria…

XI

Tempio d’oro macina d’oro,

dove si unisce,

dove s’incarna

il Verbo incarnato.

 

Gloria…

 

XII

Furono quei calabresi

ingrati e maligni,

da pazzi che furono

che condussero a Pilato,

tra quelle false lingue

stortamente fu accusato.

 

Gloria…

 

XIII

Annunziate giusti

e conoscilo bene Pilato!

Che Gesù era innocente,

a morte flagellato,

per salvare tanta gente

 

Gloria…

 

XIV

Come è bella fracassata:

loro furono gli abbattitori.

Le sue tempie incoronate

con le spine pungenti e dure!

 

Gloria…

XV

Annunciate o giusti…

 

XVI

Fu mostrato ai balconi,

a una colonna:

“Ecco l’uomo!”, ma per gli ebrei.

Da sotto fu gridato.

Morì in croce da cane

 

Gloria…

 

XVII

Prendetelo e portatelo alla croce

del monte Calvario.

Che la Vergine là è morta,

quando si vede Gesù lasciato

che la croce sulle spalle porta.

 

Gloria…

 

XVIII

Morto e crocifisso

e che gli angeli lo piangono!

I giudei lo vanno trovando,

che lo vogliono crocifiggere.

 

Gloria…

XIX

Dici a quello eterno Padre

che perdonasse quei calabresi…

 

XX

Cercò da bere

e da bere gli fu dato.

Gli fu dato aceto e fiele.

Gli fu data una buona misura

e dato a bere da Pilato.

 

Gloria…

 

XXI

Morto e ferito da una lancia,

trema la terra ed il ciel s’oscura,

chi vaglia i cieli ha gran paura:

presto un fulmine dà una lanciata!

Daranno a morte il Verbo Incarnato.

 

Gloria…

XXII

Ci uniamo molte persone:

Gesù dalla croce dobbiamo schiodare.

In braccio a Maria Vergine lo poniamo.

Poi se lo piange con lacrime amare.

 

Gloria…

 

XXIII

Signore mio Gesù Cristo,

veramente ti compatisco

e da sopra quella croce,

dove facesti dal ciel clamore.

 

Gloria…



[1] Latinismo.

[2] Sarebbe “Gesù in Abramo”: cioè della discendenza di Abramo.

[3] Riferimento alla parabola delle pecore e dei capri (Mt 25,31-46).

[4] La macina d’oro: allusione al grano. I mietitori cantavano tra l’altro il “Ventitré Ore” ed altri inni sacri durante la falciatura. Il grano è presente in molte parabole. Le festa dei defunti poi portavano in Chiesa il fumento e lo donavano. Si formavano allora quei monti frumentari, come venivano denominati.

[5] Latinismo, per “Ecce Homo”.

[6] I calabresi avevano nomea di essere testardi, perciò viene usato questo eponimo, ma ogni riferimento è puramente funzionale alla finzione letteraria e non vi è alcun intento offensivo.

[7] L’orto degli ulivi.


IL LEGGENDARIO PINO LORICATO, a cura di Vincenzo Capodiferro

                                              Una specie rarissima che abita gli strapiombi divini del Pollino   Il pino loricato è una ra...