LA
FESTA DI S. ANTONIO E IL CULTO ARBOREO
IN
LUCANIA
Partiamo da alcune testimonianze sulla
festa di Sant’Antonio e il culto arboreo in un paese della Lucania. La prima è
tratta da T. Armenti, I. Iannella, Nella
magia della fede, Braciliano (SA) -1996. Teresa ed Ida, scrittrici e
letterate, da tempo sono impegnate nella ricerca storica ed antropologica sul
territorio. La loro è una descrizione molto accurata ed intensa sulla festa di
S. Antonio.
«Il rito pagano … si compone di tre fasi:
la ‘ndenna, la cunocchia e l’innalzamento.
La
‘ndenna, attualmente, si svolge la prima domenica di Giugno, con
grande concorso di popolo ... Dopo la … S. Messa mattutina, ci si riunisce
nella piazza principale e … ci si reca a Favino, noto per la maestà dei
suoi faggi ... Nel bosco si va alla ricerca del faggio più diritto e maestoso
che supera sempre i 20 metri di altezza e pesa tra le 13 e le 15 tonnellate ...
Una volta individuato l’albero, tutta la gente si avvicina e si procede al
taglio con una motosega (una volta si usava la scure); il tronco viene
sfrondato e in parte decorticato; poi viene trasportato sulla strada a forza di
braccia e con l’aiuto delle pannodde: grossi bastoni preparati appena
giunti nel bosco, con le scuri; servono da appoggio e da leva per spingere e
guidare la ‘ndenna e le proffiche. Contemporaneamente, si
scelgono altri faggi più piccoli, che vengono privati dei rami e trasportati
sulla strada da un mulo, da un asinello o dal trattore. Sono le cosiddette proffiche,
di altezza variabile dai 6 ai 10 metri, che serviranno per alzare la ‘ndenna.
Si esce dal bosco in ordine … C’è la
sosta per il pranzo … si gustano prodotti locali ... Il vino si beve per lo più
con la cannedda: piccolo becco di cannuccia, applicato alla bocca del
fiasco, dal quale ognuno beve a garganella. Nel primo pomeriggio inizia la
discesa verso il paese; prima entrano le proffiche che vengono
depositate nella piazzetta; per ultima è trasportata la ‘ndenna, che fa
il suo ingresso trionfale circondata da numerosissima gente …
Fino agli anni sessanta-settanta
partecipavano … i bovari e gli uomini del popolo. Di buon mattino, essi si
recavano a Manca Rotonda, una località ai piedi del monte Raparo […].
Dopo il taglio si consumava una frugale colazione e poi ci si affrettava per
giungere in paese prima che annottasse. La ‘ndenna e le proffiche
erano trainate dai buoi …
Le donne, che avevano preparato un ottimo
buffet casereccio, attendevano gli uomini nella piazzetta del Santo […].
Durante la prima e la seconda guerra mondiale, il rito fu interrotto per
mancanza di forza maschile, chiamata alle armi.
La cunocchia è la chioma di
un pino di 6/10 metri, che viene tagliata la seconda domenica di giugno. Anche
questa volta ci si riunisce in piazza … ci si avvia verso il monte Armizzone,
al suono delle fisarmoniche e delle zampogne; in località «Vidente» si
procede alla scelta dell’albero. Una volta individuato, ci si dispone in
circolo ed ognuno assesta un colpo di scure al tronco fino a quando non cade a
terra; si eliminano i rami più bassi e si taglia parte del fusto. Poi viene
trasportato a forza di braccia, tra suoni e canti, in una radura, dove i più
anziani … legano insieme i rami intorno a un lungo tronco sottile, facendolo
rotolare e stringendo dei nodi ad ogni giro ...
Lungo l’estremità inferiore del tronco
vengono decorticate ad anello 5 o 6 tacche, che serviranno a montare la chioma
tramite zanche di ferro … sull’estremità superiore del faggio […]. Una volta
che la chioma è stata impastoiata, si procede … ai sorteggi di chi deve
precedere la cunocchia lungo le strade ... Verso le 15.30 … si scende
verso il paese ... Al «Piano dell’Erba», la cunocchia viene presa dai
giovani che la trasportano a spalla per il paese ... Sul far della sera, si
arriva alla piazzetta ... Il luogo del taglio della cunocchia è stato
più volte variato per mancanza di pini nel territorio di Castelsaraceno che, un
tempo, nella località detta ‘Spiredda’, era coperto di abeti. La loro
presenza è testimoniata da grossi tronchi trovati nel fosso ‘Salso’ e ‘Vaccarizzo’.
È probabile che anticamente venissero utilizzate proprio le chiome degli abeti,
ora scomparsi. Per alcuni anni si è andati nel bosco comunale ‘Vaccarizzo’
di Carbone, comunemente detto ‘Vuddo’ dai castellani; in esso si
tagliava la cima di un abete bianco.
Un tempo, anche il taglio della cunocchia
avveniva in modo più riservato: erano sempre solo gli uomini a recarsi sul
luogo ... La cunocchia veniva deposta a volte nella cappella del Santo,
altre volte nella chiesa Madre …
La terza domenica di giugno si procede
all’unione della cunocchia con la ‘ndenna. Di buon mattino, alla
presenza di poche persone … i due elementi vengono saldamente uniti ... Di
pomeriggio, verso le 17.30/18.00, dopo aver legato ai rami della chioma
numerosi cartellini di legno, detti tacche, ognuno abbinato ad una offerta
consistente in agnelli, polli, prosciutti, denaro ed altro, si inizia il sollevamento
con le apposite proffiche disposte a cavalletto e con la guida
delle corde ...
L’operazione ha fine quando il fusto
risulta perfettamente verticale e le proffiche sono tutte a terra,
mentre la base del tronco viene interrata nell’apposita buca, che viene
riempita di pietre e terriccio. Arriva il turno dei cacciatori che, disposti in
ordine secondo il sorteggio, sparano due colpi ciascuno verso le tacche appese
alla chioma; chi fa cadere il cartellino ha diritto al premio. Da oltre
trent’anni non si assiste più allo spettacolo straziante degli animali colpiti
che, appesi vivi ai rami, tingevano di sangue il tronco ... Al termine della
sparatoria, ha inizio la scalata della ‘ndenna; il giovane, che è in
grado di raggiungere per primo la cunocchia, prende tutti i premi. Si
sale a mani nude ... Un tempo gli scalatori si impiastricciavano di miele e di
terriccio. La ‘ndenna e le proffiche vengono arriffate il
giorno della festa alla fine del rito. La ‘ndenna rimane ritta nella
piazzetta per una diecina di giorni, diventando sempre più spoglia, fino a
quando il vincitore non l’abbatte.
Questo rito si collega ai vari culti
arborei presenti ancora in Basilicata nei seguenti paesi: Castelmezzano,
Garaguso, Accettura, Pietrapertosa, Gorgoglione, con l’uso del cerro, e
Rotonda, Viggianello, Terranova del Pollino, con l’uso del faggio ... Il
simbolismo sessuale si può rilevare anche durante la preparazione dei due
elementi ... La cunocchia è la rocca con la quantità di lino o lana
avvolta intorno; potrebbe, pertanto, simboleggiare il filo della vita sostenuto
dalla ‘ndenna ... Potrebbe rappresentare l’albero della libertà,
innalzato a seguito della rivoluzione partenopea alla fine del 1700 ... La data
della festa è stata mutata varie volte; agli inizi del secolo era fissata al 13
giugno; fino agli anni ’50 entro l’ottavo giorno del 13, per assicurare la
presenza della banda musicale; in seguito fu scelta la data del 19 giugno; da
due anni è stata stabilita la terza domenica di giugno».
La
seconda è tratta dalla “Monografia su Castelsaraceno” del prof. Ermenegildo
Cascini, 1957, fol. 35-37. Il professor Ermenegildo Cascini insegnava lettere
ed è morto tragicamente in un incidente stradale.
«Nel
1636 fu elevato a Patrono di Castelsaraceno S. Antonio di Padova su proposta
del P. Carlo Placuzio dell’ordine di S. Girolamo della Congregazione del B.
Pietro da Pisa ... I P.P. Cappuccini diedero la statua, come si rileva dal
pubblico strumento per notaro Iacovino ...
I festeggiamenti in onore del S. Patrono
si celebrano ogni anno il 17 Giugno con grande intervento anche di forestieri,
attratti soprattutto dallo espletamento di una tradizione la quale annualmente
si ripete e si rinnova con vero e sentito entusiasmo.
Si descrivono, ora, le fasi di quel culto
perché, esso, è veramente originale e tale resterà ancora chi sa fino a quando:
si tratta dell’albero della cuccagna.
Quindici giorni prima della festa, con un
bando pubblico si avverte che il giorno X si va a prendere l’albero della
cuccagna. Il mattino di quel giorno, tutti i proprietari di buoi si danno
convegno nel bosco Favino. Gli animali bovini non sono mai meno di
cento. A questi bovari si unisce gran massa di giovani contadini con un palo
ciascuno in mano. Dopo la scelta dell’albero e dopo l’abbattimento di esso, tra
i bovari si tira a sorte la fortuna e l’onore di cacciare, con i buoi, il fusto
bello e pulito, dal bosco. Altra sorte si tira tra i bovari per chi deve
entrare l’albero nella piazza di S. Antonio. Dopo una settimana dal
prelevamento … si bandisce ancora il giorno nel quale si va nel bosco comunale
di Carbone detto Budda, a prelevare la chioma di un abete (detta conocchia) da
legare all’albero. A questo il giorno della festa, infatti, ne legano la
predetta conocchia carica di agnelli, polli, prosciutti e quindi con grandi
sforzi, il grosso e lungo fusto … viene eretto. Si dispongono intorno i tiratori
con decine di fucili ed a turno essi aprono il fuoco sui poveri animali. Lo
strazio è evidente: sebbene la legge sulla protezione animali lo proibisce,
tuttavia la tradizione è tradizione e nemmeno i Carabinieri o le altre autorità
possono intervenire: sarebbero guai!
Dopo una mezz’ora di fuoco si
da il via agli scalatori: è una scena magnifica: come grappoli gli audaci,
vestiti con cenci ed impiastricciati di miele e terriccio, salgono; i più forti
raggiungono l’alta cima, i meno, a distanza spesso di solo qualche metro
dall’agognata vetta, scendono precipitosamente, perché le forze sono venute
meno. È una tradizione che si ripete di anno in anno e chi volesse prevederne
la fine, azzarderebbe una scommessa non facile a vincersi. Altre due tradizioni
sono ancora vive: ogni anno si svolge un pellegrinaggio alla Vergine del Monte
di Novi Velia; prima si andava al santuario a piedi impiegando sei giorni … si
sale a piedi scalzi, dopo averli immersi in un’acqua che sgorga alle falde del
monte ... L’altra tradizione è quella della formalità del culto dei morti;
questo è praticato con un’offerta di grano di orzo alla chiesa ed al prete, il
mattino del 2 Novembre, depositando, sul pavimento della chiesa parrocchiale,
in un mucchio che man mano va impinguandosi, il piatto di grano».
Nell’Antico Egitto veniva celebrato di
notte un interessantissimo rito, quello appunto della “erezione del Djed”,
molto simile al sollevamento della ‘ndenna, come è testimoniato tra
l’altro dal Libro dei Morti. Il rito della ‘ndenna è stato associato con
l’albero della cuccagna, molto diffuso nel Regno di Napoli fino al ‘700, come
agli alberi della libertà delle rivoluzioni liberali del Settecento e
dell’Ottocento, ma la sua origine è molto più antica e va ricollegata al
conflitto neolitico tra religione astrale e religione terrestre. La coppia del
Calendimaggio in Lucania è raffigurata da due alberi che vengono sposati.
L’albero maschio, che rappresenta il dio che muore e risorge, di solito viene
da un luogo lontano dal paese, a ricordo dello straniero eletto re e sposato
alla regina onde evitare di sacrificare uno del villaggio. L’albero femmina
ricorda la dea terra vergine e madre, che veniva inseminata per il raccolto. La
forma rituale della ‘ndenna rispetta pienamente questa simbologia. Era
abitudine appendere ai rami come personificazione dei frutti dei pupazzi
«impiccati». Ad esempio ad Efeso, Artemide, adorata in un albero sacro, veniva
impiccata. Il corrispondente germanico era Odino «signore delle forche» e
scopritore delle Rune. Il rito della ‘ndenna fa parte di un contesto
cultuale molto più ampio, che in Lucania, forse più che altrove ha avuto modo
di mantenersi, grazia al carattere ritroso di questa regione, da sempre ambita
nello studio delle tradizioni antropologiche. Ricordiamo solo come questa
Arcadia del Sud fosse stata oggetto di molteplici studi, basti fare il nome
insigne del De Martino. Il culto arboreo era sempre legato alla sacralità nei
tempi del paganesimo e la stessa sacralità ha conservato col cristianesimo, non
è un caso che sia stato associato alla devozione verso Sant’Antonio di Padova.
A parte l’omonimia: Antenna e Antonio derivano dalla stessa radice greca, ἀνθέω. Sant’Antonio negli ultimi tempi della sua
vita viveva su di una capanna collocata su un albero di noce, rifugio che gli
fu offerto dal nobile Tiso da Camposampiero, il quale vide comparire Gesù
Bambino tra le braccia del santo. Quanti santi sono legati agli alberi: da
Simeone stilita, che viveva su di una colonna a San Francesco, da San Benedetto
a Charles de Foucauld. L’Eden era legato a due alberi: l’albero della vita e
l’albero gnoseologico. E come dimenticare la vite del Carmelo? Ecco perché il
culto arboreo è cristiano. Gesù appeso all’albero della croce, il caduceo
esposto da Mosè nel deserto col serpente ne sono solo delle testimonianze. Non
si può separare pertanto il culto arboreo dalla festa di S. Antonio. Il
cristianesimo ha saputo sempre conservare e non distruggere ciò che c’era di
buono nella civiltà antica. Grazie ai monaci amanuensi noi abbiamo tutti i testi
dell’antichità. Se i cristiani non li avessero conservati tutta la civiltà
antica sarebbe dimenticata.



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