mercoledì 17 luglio 2019

Flavio Ermini “Edeniche” (Moretti e Vitali Editori, 2019)




E’ sapienziale il tono di Flavio Ermini in “Edeniche”; la poesia sviluppa un verso prosastico a contenuto filosofico dove si assiste ad una evocazione del “darsi iniziale” di un’età in cui il tempo riposava nell’essere. Il moto aurorale dell’esistenza richiama la nostra osservazione vigile prima della cosa, all’esatto processo di appartenenza come enti, nella consapevolezza di una separazione degli esseri dalla sostanza, verso un destino di conflitti e contrasti. Recuperare un’acquisizione perduta, dunque, s’impone come progetto ampiamente trattato nella consistenza saggistica della riflessione poetante. Ermini è autore profondo e inquieto di fronte al destino degli uomini; ha vissuto stagioni accorate di meditazione sul compito terreno dei mortali, sulla sofferta determinazione nel cogliere un tratto che auspichi consapevolezza primigenia, mutamento arcaico, forse quell’indefinito che era principio degli esseri per Anassimandro. Qualcuno potrebbe affermare giustamente che se è vero che non c’è inizio senza fine, non può nemmeno esserci allora fine senza inizio. E ben oltre andava la riflessione di Heidegger, così spesso volutamente frainteso su basi ideologiche, nel recupero di un concetto di essere collocabile all’inizio di una tradizione da reinterpretare alla luce di un esito che richiede il significato della nostra temporalità, ponendolo come irrisolto quesito. Ma, continuava Heidegger, proprio “l’indefinibilità dell’essere non esenta dalla domanda circa il suo senso, al contrario la provoca”. Da qui, la necessità ribadita, dunque, di un significato. Si parla quindi di principio, dolore, sostanza, essere per la morte ma, contemporaneamente, in lineare continuità, di sogno e azzurrità, di stelle e ultima terra, di luce originaria, del divino. Ermini ci presenta una forma di cacciata dall’Eden, di una condanna all’esilio. In realtà il tema biblico, nella sua accezione più esegetica che si fonda sui generi letterari, vede la libera scelta dell’uomo che proprio della sua libertà si fa vanto, disconoscendo un rapporto di filiazione in una volontaria espressione di superbia. Voler contare solo sui mezzi umani mette a confronto immediato con le capacità ma anche con i limiti. Ci sono accenni tra i versi che evocano il movimento e mutamento di afflato inesorabilmente tomistico, così come la suggestione di una “trasformatio mundi”. Il verso lungo pianifica l’attribuzione dei passaggi che, implacabili, determinano l’assuefazione ad una pratica di lettura dilatata alla vocazione assertiva. Una dizione linguisticamente lenitiva, quasi progettata su moduli di respirazione interiore, nella peculiarità conoscitiva rivolta all’origine, apre aree di approfondimento ancorato al nostro domandare. “Sotto uno spazio definito da stelle inerti e tenebre/ prelude all’incontro con la morte l’atto di cadere”, e proprio la filosofia, sosteneva Emanuele Severino, nasce come risposta di fronte alla domanda che la morte stessa ci suscita. Emerge, ad un certo punto, il tema specifico della discordia tra gli umani; quella radicale lotta che conduce al contrasto estremo, alla guerra. Si apre uno scenario di rovine da terra desolata all’interno del quale il poeta disegna le indicative configurazioni del principio. C’è una ricerca del sentire che determina acquisizione di fratture, intenti di progetto. Scriveva Schelling: “Il limite che Fichte poneva fuori dell’Io, fu posto così da me nell’Io stesso, e il processo divenne un processo puramente immanente, nel quale l’Io si occupa solamente di se stesso, della contraddizione sua propria, posta in lui stesso, di essere cioè insieme soggetto e oggetto, finito come coscienza e infinito in quanto Principio produttore dell’universo”. E, al di là del persistente riflettere, adombra la prospettiva dell’esilio, la sua determinata osservanza; infatti “ha voci ovunque il cantiere dell’uomo/ nel richiamare alla mente la casa natale/ che spinge l’esule a uno stato di sconforto/ in quanto elemento destinato alla fine”. Precarietà e senso del dissolvimento incombono nella poesia di Ermini, ma proprio questa identità che si pone di fronte come destino fa sì che, paradossalmente, il destino stesso acquisisca il suo più profondo significato ontologico.
 
Andrea Rompianesi

lunedì 8 luglio 2019

Carlo Zanzi, Nudo di uomo, Macchione editore, Varese, 2019




È un inno all’Amore questo “Nudo di uomo” di Carlo Zanzi, rivelato anche dalle citazioni iniziali (Dante, San Giovanni) e dall’esergo “a quanti si amano follemente”. Nel contempo, però, siamo di fronte a un inno, o, ancor meglio, al trionfo della Morte. Il binomio Amore-Morte, tanto caro alla letteratura romantica, viene qui riproposto in termini e in situazioni del tutto contemporanei il cui nucleo essenziale si manifesta in un costante e inappagante autodafè dei protagonisti. Danilo, Massimo, Rosa, Maria, Alessandra  – ma anche altri personaggi meno presenti – si interrogano in continuazione sul loro ruolo, sullo scopo della loro esistenza, sulla verità delle loro azioni. Il lettore si trova davanti, pagina dopo pagina, a delle coscienze che scavano nei propri anfratti più nascosti e segreti perché hanno desiderio di autoconoscersi, verificando maniacalmente, secondo dopo secondo, ogni istante della propria esistenza. Non era facile affrontare un tema così complesso e dalle varie sfaccettature, ma Zanzi vi è riuscito attraverso un linguaggio scorrevole ed una scrittura chiara – ma non semplicistica – che rende agevole la lettura e incuriosisce. Così come sono curiosi, ma di se stessi, i protagonisti del romanzo, che vogliono rendere visibile e cosciente quello che è determinato dal subcosciente. Frequenti, ad esempio, sono i sogni, tipici momenti – e topici – dell’introspezione freudiana. Ecco allora disvelata l’accezione iponimica di quel “nudo”. È   un po’ come mettersi dinanzi allo specchio ed esaminarsi millimetro per millimetro. Ma l’analisi è tutta interiore. Il nudo che appare è dentro di sé. È lo svelamento di un dire e di un non dire, di un farsi e non farsi, a volte per giustificarsi, a volte per condannarsi. Analessi e prolessi si alternano in un flusso esasperato di domande che spesso non hanno risposte. È un procedere che sembra non avere pause, un ritmo che non si ferma, nemmeno nel sonno. Anzi, è proprio il sonno che fa pulsare maggiormente l’amore, che lo innalza alla clarità platonica o che lo declassa a semplice gioco erotico. E dopo il sogno ricompare la vita, con le sue affezioni, con i suoi tormenti.  Amicizie, primi amori, tradimenti, incomprensioni, religiosità, lavoro, ricordi, desideri. Ma emerge, nella sua brutalità, anche la morte. Tutti ne hanno paura. La temono. Massimo, addirittura, fugge dal capezzale della moglie morente. Non ne vuole cogliere il dramma. Solo a posteriori intende che il momento della morte è un supremo atto d’amore. In Dio, per chi è credente. Allo stesso modo Danilo arriva in ritardo alla morte della madre. È il caso? Può darsi. Il fatto è che il destino gioca brutti scherzi. Non sto a raccontare il finale per non togliere al lettore la sorpresa di un racconto acceso e intrigante. Dirò solo che Amore e Morte si incrociano inesorabilmente in un ibrido di fatalità e di nemesi individuale. La fine si ricollega idealmente, ma non solo, all’inizio del romanzo. Ripete quello che è il destino dell’uomo. Rivela la sua nudità. La sua debolezza. Rimane, unica consolatrice, la preghiera. E il pianto.

Enea Biumi
 

giovedì 4 luglio 2019

Adelio Fusé “Tempo ventriloquo” (Book Editore, 2019)



Il “tu” a cui si rivolge il poeta è un Doppio anche critico, un “detective di nomadismi”, nel continuo andare attraverso l’espressione canterina di un tempo in duplice accezione: tempo universale e tempo individuale. Quasi una presocratica necessità di conciliare ragione ed esperienza dopo l’ancoraggio eleatico all’essere. Ma c’è anche tutto il vissuto e il pensato che antepone al gesto la responsabilità di una scelta. “Mi uso dunque esisto:/ e consento ad altri l’uso/ voi compresi”. dice Adelio Fusé in questo suo sempre coinvolgente esito poetico dal titolo “Tempo ventriloquo”. Nel passo sicuro di differenti combinazioni strofiche si amalgama l’evolvente richiamo alla cedevole penalità attesa e, nello stesso tempo, osservata come dicibile, narrabile dialogo tra l’affermazione  in evento e l’inestricabile suono delle sillabe congedate. Fusè sollecita il verso, in questa occasione, verso un più aperto intento comunicativo, nell’urgenza di allontanarsi dal quantificabile in costruzione assidua ma divelta dalla preoccupazione semantica. Il tempo che concede il tu proponibile riabilita avventure solo apparentemente nugaci, impone gravido l’utilità dialettica delle tesi. Rari ritorni fonetici in assenza d’insistenza rivelano accorti e assaporanti quasi un pullulare di emersi tratteggi, l’impatto della vita e il perdurare paziente nella superficie. E davvero Fusé insegue, in questo testo, il suono notturno di contemporanee sirene inavvistabili; l’emotiva domanda che reinterpreta sensualmente l’empatia travolta dei desideri, lo scorrimento che non è misura ma stato di veglia (e mi ricollego al precedente titolo poetico dell’autore “La veglia del sonnambulo”). Come allora ondeggiare sui detriti e le insidie, nella testimonianza dei versi...”si è mai là dove si vorrebbe/ soprattutto nei giorni di pioggia/ quella sghemba e sottile/ intermittente con la battente”; oltre l’apertura verso sviluppi inattesi e indocili. “Diremo più tardi quello che deve essere detto”, scriveva Franco Fortini in “Paesaggio con serpente”, “Per ora guardate la bella curva dell’oleandro,/ i lampi della magnolia”; e il guardare di Fusé è un imprimersi le sequenze, alla cadenza di un tempo musicale e mistico. Il ritmo accondiscende a strutture eclatanti di esiti linguisticamente felici: “la pioggia s’impioggia s’impiovasca/ ma questa è pioggerella/ non l’acquazzonesco”, ed allora coniuga la strofa nella sua collocazione visuale il passo desto e deciso della ricerca consapevole e critica. C’è una costante necessità di domande urbane, empatici silenzi, tempi ricorrenti ma impalpabili; la soglia invita ad un passo arduo, spesso incerto, che obbliga ad un quotidiano, minimo coraggio. La stessa implorazione, la sua possibilità, è già determinato sollievo, mobilità interpretabile nelle cromie del flusso quale il verso lungo: “fino al mare porto arso di un salpare al plurale”. Sembra quasi un desiderio d’incontri imprevisti capaci di superare i limiti del definibile e dell’imponibile (tema toccato da Fusé nel suo volume in prosa “L’astrazione non è la mia passione principale”); un senso di coltivato smarrimento in potenzialità di stimoli eversivi. Potente l’immagine della cenere a testimonianza di un respiro dall’individuale all’universale, nella traduzione di un ben altro impulso rispetto a quello di un semplice calcolo temporale asettico. Ci appare, quindi, un Adelio Fusé in viaggio, desideroso di conciliare gli estremi del presente con le propaggini dell’infinito, rimarcando una saggezza ironica: “se ti affretti all’osteria sul canale/ avremo un giro di bicchieri”.
                                                                                                                                  Andrea Rompianesi

 

venerdì 21 giugno 2019

"Fratello cattivo" di Sandro Gros-Pietro, Neos Edizioni, Torino, 2018



Vari sono gli aspetti che si possono individuare e sottolineare nel nuovo romanzo di Sandro Gros-Pietro “Fratello cattivo” (Neos Edizioni, Torino, 2018). Tra i tanti ne vorrei privilegiare uno, che è poi dettato anche dal titolo: fratello cattivo. Dove il termine fratello non è certamente inteso in senso cristiano né tanto meno laicamente massonico. L’espressione fratello si coniuga come una specie di diade, come un alter ego ingombrante e spesso alienante o alienabile. Ed anche l’aggettivo cattivo assume nel contesto del romanzo una ambivalenza di fondo: è un fratello che apostrofa l’altro fratello con questo epiteto, ma allo stesso tempo gli avvenimenti che si susseguono fanno intendere che il cattivo sia chi imputa all’altro la cattiveria. In questo mare di malvagità reciproca e rinfacciata si gioca l’esistenza di entrambi i fratelli e si assiste al dramma di un fratricidio. Nella tradizione ebraica Caino è generato dal serpente del giardino dell’Eden (il Male) e come εκ του πονηρου (il Maligno) è il primo peccatore della storia, l’archetipo del fratricidio. Il tycoon Harvey Russell, protagonista di “Fratello cattivo”, ben incarna questo prototipo malvagio. Ma anche il male può possedere un suo fascino. Ed una sua grandezza. Così il Re del Mondo, il demonio per eccellenza, si impossessa dell’anima di Harvey che diviene ipso facto un legittimo fuori legge, o, meglio, superiore alle leggi stesse: a lui, che è il Gran Monarca della cattiveria, nessuno chiederà conto delle sue azioni malvage, per paura, per sottomissione, per negligenza. Nemmeno la sua coscienza è in grado di condannarlo per la sua spietata crudeltà. Se resiste qualche dubbio, qualche resipiscenza minima, ecco che subito viene cancellata, perché Harvey è un cittadino al di sopra di ogni sospetto. L’occasione per riflettere sulla condizione della propria esistenza è data dal regalo che la moglie Shanti gli porge: il messalino della sua prima comunione. Dono benefico o malefico? Ingenuo o intrigante? Consapevolmente studiato o casuale e innocente? Sta al lettore scoprirlo man mano che procede il racconto. Certo è che è Shanti, e non il fratello Gerald, la vera antagonista di Harvey. L’unica in grado di far nascere nel marito quell’analisi introspettiva che proseguirà lungo tutto il romanzo, costruito in una sola giornata, quasi a voler rispettare da una parte quelle regole classiche di unità di tempo, di luogo e d’azione che tanto hanno fatto discutere i nostri letterati, e dall’altra ad omaggiare il più intrigante e criptico romanzo del diciannovesimo secolo che è stato l’Ulisse di Joyce. E’ chiaro che aver optato per una simile unità ha obbligato lo scrittore a evadere con flash back che piacevolmente catturano per la loro immediatezza e sincronicità. Il flusso della coscienza non è un monologo interiore, come nel capolavoro joyssiano, ma una frequente analessi che spiega e si piega al carattere del protagonista. In effetti Harvey viaggia in continuazione all’interno di una diadi – sua ed altrui – che lo vedrà al centro di tante situazioni ed esperienze in netto contrasto e opposte tra loro. In tal modo conosciamo il protagonista attraverso i suoi rapporti con i terroristi, con i servizi segreti, con le commissioni parlamentari, con il mondo della compravendita delle armi, con i palinsesti televisivi, con tutto quello in fondo che gli dà potere e ricchezza. Il tycoon Harvey Russel padroneggia banche, mass media, finanza e politica, e non si fa scrupolo di ostentarlo in ogni occasione e con chiunque, perché questa è esattamente la sua religione, sintetizzata in quei dieci comandamenti laici che sono l’esatto opposto di quelli cristiano giudaici. Già il sottotitolo “le confessioni di un onesto peccatore” rivela l’ossimoro linguistico che diverrà a suo tempo ossimoro dell’esistenza. Harvey è padrone incontrastato dei propri simili. Li domina e li sovrasta. Ma pur nel suo solipsismo anaffettivo non è certo di dominare anche se stesso. Né tanto meno la moglie. La sua cattiveria trova davanti a sé uno specchio nel quale riflettersi e ritrovarsi, con la sua religione fatta di ricchezze accumulate sulla pelle degli altri – mors tua vita mea, sembra suggerire – e tuttavia ciò non basta. Ecco, allora che il Caino emerge nella sua triste realtà. Quel comandamento biblico – il quinto: non uccidere – che si era ripromesso – l’unico – di rispettare, lo accusa. Sembra quasi di risentire le parole famose che il Signore rivolge all’assassino: “Dov’è Abele, tuo fratello?” e la sua risposta: “Non lo so. Sono forse io il guardiano di mio fratello?”. Era il primo omicidio della storia. E il vocabolo “fratricidio” è rimasto ad indicare lo snaturamento di un sentimento che sarebbe dovuto essere d’amore. Ma in “Fratello cattivo” l’amore non esiste. È un mondo che ruota attorno all’egocentrismo di un uomo d’affari proiettato e concentrato tutto sulla bellezza, sulla ricchezza, sull’eros e sul divertimento: le sue virtù cardinali. Fin da giovane, infatti, aveva stilato il suo programma. Come Dio aveva consegnato le tavole a Mosè, Harvey si autoconsegna i propri dieci comandamenti che sono l’antitesi di quelli giudaico cristiani: tranne uno: non uccidere. La disanima della propria esistenza – complice la moglie Shanti – nell’ottantesimo giorno del suo compleanno si convertirà in un’autoassoluzione. Shanti tuttavia non può credergli, né potrà cedere nelle proprie convinzioni. Infatti lo incolperà del fratricidio: “Tu sei un peccatore sacrilego – gli rinfaccerà – e un accanito mentitore. Tu sei l’assassino di tuo fratello Gerald. Confessa il tuo delitto e subisci la tua condanna. Ti attende l’inferno. Tu sei maledetto”. Ecco da dove sgorga l’antagonismo della moglie e il desiderio di Harvey di ridurne il valore e le qualità. Perché Shanti, oltre che demone, è pure angelo. E l’angelo non ama né malvagità né menzogna. Sebbene fra le ultime battute del romanzo si intraveda come uno spiraglio di confessione, l’autodafè, che ne consegue, viene però immediatamente eliminata, perché i fatti devono per forza essere subordinati alla rama dei Russel. Pur tuttavia, quelle parole della moglie, nonostante si scontrino con la boria connaturata di Harvey – un lascito degli insegnamenti del padre Kristopher – lo sconvolgono momentaneamente, lo fanno scivolare in un subitaneo delirio, dal quale comunque uscirà ancora una volta vittorioso e “puro”. Shanti, apparsagli come un mostro diabolico, una specie di arcangelo Gabriele interprete della potenza di Dio, ritornerà ad essere una pedina nelle sue mani, una delle tante, da spostare sulla scacchiera della vita a favore del nipote Reginald, probabile vero erede della sua filosofia edonistica. Giunto al suo ottantesimo compleanno, con l’introspezione finale causata da una serie di circostanze che lo assillano lungo il corso della giornata, la sua coscienza lo tormenta fino a renderlo quasi folle. Vaneggia. E in un climax di crescente delirio viaggia nuovamente a ritroso nel tempo. Ricorda di essersi sentito insidiato nella propria primogenitura dalla nascita del fratello Gerald. “Tutto è successo a seguito della morte di mamma Adelaide. La vecchia ha lasciato un testamento in mano a Gerald. Ah, cazzo: in mano a Gerald, e non in mano sua, per dio! Ma chi è il figlio maggiore? Lui o quel mentecatto di Gerald? (…) Un affronto inaccettabile.” Eppure non è solo questione di primogenitura. Harvey deve primeggiare in tutto. E’ questo il suo supremo comandamento. Tutto deve stare ai suoi piedi, ai suoi comandi. D’accordo, Gerald non è l’innocente Abele, ma come Abele è un potenziale rivale. E soprattutto è l’erede preferito. Dio aveva scelto Abele, mamma Adelaide ha preferito Gerald. Così in un conflitto a fuoco durante un’azione terroristica “Harvey si volta di scatto e inizia a sparare. C’è suo fratello sulla linea di fuoco. La cascata di proiettili lo raggiunge in pieno. Harvey vede gli schizzi del sangue del fratello, i brandelli delle vesti, la carne strappata (…) Oh, mio dio che ho fatto! Mio dio che ho fatto! Harvey si impone di bruciare la memoria del suo fratricidio. Come il dermatologo cauterizza la pelle, lui si brucia l’anima (…)”  Si autoconvince di non essere come Caino. Gerald è morto per disgrazia. Cerca di autoassolversi. Si proclama onesto peccatore. Lui è il sacerdote della ricchezza. E solo questa ha seguìto, secondo la dottrina del padre Kristopher, che sapeva parlare con gli angeli e coi demoni e che Harvey trasmetterà al nipote Reginald, il quale, se dimostrerà di sapere adorare la ricchezza, potrà parlare con gli angeli e coi demoni, “come è nella rama dei Russel.” Così termina il romanzo. La vicenda di questo tycoon, non nuovo ai nostri occhi e che potrebbe incarnare volti e nomi conosciuti, getta in uno sprazzo finale di prolessi l’accento su quello che è il suo testamento e quella che sarà la sua eredità: la continuazione del male sul bene, della prepotenza sull’umiltà, del possesso sulla povertà. La cattiveria ha partorito se stessa e Caino si ergerà beffardo ripetendo “non sono certo io il custode di mio fratello”. Quello cattivo, naturalmente.

Enea Biumi

lunedì 17 giugno 2019

"La taverna di Yannis" di Adelfo Maurizio Forni, Genesi Editrice, Torino, 2019




Di primo acchito ho definito “La taverna di Yannis” di Adelfo Maurizio Forni un romanzo emozionante e che emoziona. Più analiticamente vedo in queste pagine la trama di un destino che accomuna e coinvolge uomini e avvenimenti apparentemente lontani e diversi ma uniti nella conquista del Bene. Ho volutamente scritto con la lettera maiuscola il Bene, perché nella mente dei protagonisti – e dell’Autore immagino – il Bene è qualcosa di superiore, di trascendente, che va oltre l’appagamento materiale hic et nunc. Anche la Storia, quella destinata ad essere letta e studiata sui testi scolastici, pur nelle sue brutture e bestialità, tra guerre, tradimenti, violenze e massacri, è destinata alla fine a ricomporsi, a reinquadrarsi in una visione direi quasi manzoniana dove anche il male è permesso per uno scopo decisamente positivo. Certo, Manzoni parlava di Provvidenza. Laicamente pensando, la storia, almeno per chi vi crede, è un viaggio verso un progresso, verso un mondo indubbiamente migliore. Per alcuni è pure magistra vitae. “La taverna di Yannis” testimonia questo assioma. Il racconto nasce dall’incontro casuale tra una coppia italiana ed una greca, alla taverna di Yannis, appunto, e il flashback che ne consegue è la ricostruzione di un periodo che va dagli anni quaranta del secolo scorso ai nostri giorni. Vi si legge l’invasione della Grecia da parte dell’esercito italiano, la lotta partigiana del popolo greco e del popolo italiano, le miserie e le distruzioni della guerra, la ricostruzione difficile e faticosa, il sessantotto, la dittatura dei colonnelli, il boom economico. Il tutto attraverso l’occhio di tre generazioni intente a costruirsi il proprio futuro di certezze e solidità. Lo sfondo naturale è in prevalenza quello della Grecia con le sue isole, il suo mare, il verde dei suoi pascoli, ma non mancano accenni al paesaggio brianzol lombardo, nonché alla vastità del cielo stellato, spesso ricorrente nei momenti clou del racconto. Lo sfondo invece storico, come detto, è la seconda guerra mondiale con l’occupazione italiana di Samos e la successiva venuta delle truppe tedesche. Dopo l’8 settembre del ‘43, così narra la storia ufficiale, le cose si complicano per l’esercito italiano in Grecia. Chi non vuole sottomettersi al comando tedesco verrà ucciso o deportato. Non resta che fuggire, se possibile, o nascondersi, o entrare nei gruppi partigiani locali. Ma l’altra storia, quella ufficiosa, quella della gente comune, racconta che un sergente italiano (Giorgio) ebbe salva la vita grazia ad una ragazzina (Eleni) che, a sua volta, quando ancora l’esercito italiano era l’invasore, fu aiutata dallo stesso militare. Due esistenze, così differenti e lontane, direi quasi opposte, si incrociano in una specie di diafora spirituale riproducendo in nuce il destino di un mondo, oppresso dalla guerra, che si attorcigliava inesorabilmente su se stesso senza via d’uscita. Ma quelle due vite, incrociatesi quasi per caso e fortunatamente simpatetiche l’una con l’altra, furono l’inizio del prevalere del Bene sul male. Non sto a raccontare gli avvenimenti successivi per non togliere al lettore il gusto della lettura. Mi piace invece sottolineare l’atmosfera emotiva che dà l’abbrivio alla narrazione. Siamo trasportati come davanti ad uno schermo cinematografico – ed è lo stesso Forni che ci suggerisce la chiave interpretativa – dove a “fare” la storia non sono solo i potenti ma, Manzoni docet, gli umili e gli anti eroi. Si tratta di una sceneggiatura in cui le cose nella loro successione diacronica e, in special modo all’inizio, convulsa e frenetica, ci disvelano scenograficamente che la bellezza dell’uomo non è quella esteriore, bensì interiore. I personaggi del romanzo, al di là della loro collocazione geografica od economica, possono essere i nostri nonni o i nostri padri, i nostri vicini di casa o i compagni di lavoro. Non fa differenza. Quello che conta sono i loro valori di pace e solidarietà coi quali hanno convissuto e per i quali si sono sacrificati, pur nelle mille contraddizioni che la vita, o il destino, ha procurato loro. Nella certezza che nulla è stato fatto invano e che tutto, alla fine, sarà ricomposto in un unico e grande abbraccio fraterno, perché “il cuore è la cosa più importante”. Da non dimenticare.

 Enea Biumi

Flavio Ermini “Edeniche” (Moretti e Vitali Editori, 2019)

E’ sapienziale il tono di Flavio Ermini in “Edeniche”; la poesia sviluppa un verso prosastico a contenuto filosofico dove si assiste...