il blog di Enea Biumi
Scrittura Nomade - Viaggio polidiomatico di Arte e Cultura - Variazioni sul tema scrittura
martedì 31 marzo 2026
Premio Internazionale I Murazzi 2026 - Sabato 28 marzo 2026
FRANZ PORTA (1937-2001) Un vivido pittore bergamasco, tra espressionismo e realismo, a cura di Vincenzo Capodiferro
Due anni dopo, nel 1959, Franz Porta, forte delle sue
nuove esperienze, ritorna in Italia. Si dedica al restauro, sotto la guida di Mauro
Pelliccioli. Lavora nella chiesa di S. Antonio a Bergamo su opere del Trecento
e della scuola bizantina, del Foppa, del Romanino, della scuola del Mantegna,
sugli affreschi del Bramante, scoperti dallo stesso Pelliccioli nel Palazzo
Donizetti di Bergamo e sugli affreschi del Veronese nella Villa Palladiana
Sesso-Schiavo di Sandrigo.
L’arte di Franz Porta è la risultante armoniosa di queste esperienze. Nel 1960 Franz Porta s'impone al Premio Internazionale «Primavera degli artisti» ad Albissola Mare, conseguendovi la Medaglia d'Oro dell'Ente Provinciale del Turismo, Città di La Spezia, e una seconda volta nel 1962 il Premio dell'A.l.G. di Firenze. Nel 1964 ottiene la Medaglia d'Oro al «Premio Città di Savona» e nel 1965 ottiene a Roma per la prima volta un successo straordinario alla sua Prima Mostra Personale nella Galleria «Giulia Flavia» al centro della Roma rinascimentale nei pressi di Piazza Farnese e di Campo de' Fiori, a Via Giulia, il vecchio corso di Roma.
La produzione di Franz Porta si articola su di una
tematica molto varia e interessante. Il mondo artistico del pittore bergamasco
si popola di personaggi sempre tipici che l'artista coglie negli ambienti dove
ha trascorso la sua vita: Bergamo e Monaco, ossia l'Italia cattolica e la
Germania neopagana, un ambiente conformista e un paese abbastanza progressista.
Ma nell'uno e nell'altro ambiente Franz Porta sceglie i personaggi che meglio
degli altri esprimono qualcosa di nuovo e di interessante. Dall'ambiente
cattolico bergamasco che ricorda più da vicino la sua infanzia riprende, con un
senso di reazione e di sarcasmo, le scene dei chierichetti, le «processioni», i
«prelati», le «scholae cantorum», le «suore», i «preti» in una infinità di
situazioni.
Dall'ambiente germanico Franz Porta prende, invece,
tutto un mondo di angoli, tanto cari agli espressionisti tedeschi, in analogia
a situazioni e vissuti che si ritrovano nei romanzi dei nostri più quotati
scrittori neorealisti, tipo Moravia o Pasolini. Si tratta di osterie, di donne
ubriache, bestemmiatrici e divaganti in oscenità, si tratta di personaggi del
terzo sesso o, ad esempio, soldati messi, come i «chierichetti» di memoria
italiana, alla berlina, espressione di un antimilitarismo nato nel dopoguerra
in Germania.
Da una simile tematica non bisogna escludere i
«Paesaggi», le «Marine» e i «Fiori» che riflettono lo stato poetico del giovane
pittore in cui si sente il bisogno di un attimo di tranquillità nella natura. La
sua figuratività nasce dall’esperienza, dal vissuto, proprio quell’erleben,
caro ai germanisti: quell’esperienza espressa, appunto, con coscienza o con
incoscienza, su di un piano reale o fantastico diviene il sottofondo su cui poi
si sviluppa il dipinto il quale, contrariamente al divisionismo italico, che
cercava di ottenere la massima sfera luminosa, accostando i colori puri sulla
tela, senza prima impastarli tra di loro, tende, invece, al sintetismo. Come in
uno Zola, si riscontra nel Nostro una venatura naturalistico-verista. Franz
Porta ha saputo tratteggiare un quadro cupo e realistico della natura umana:
questo quadro/teatro ha come cornice un riquadro comico. Il suo è un riso
sarcastico, pungente, che rivela immobilismo, impotenza, incapacità, cioè i
vizi, soprattutto la pigrizia, che sta alla base del quieta non movere.
La sua non è arte per il grande pubblico, ma per gli animi attenti, riflessivi.
Il messaggio recondito è rendersi conto di una condizione di immaturità e di
qui uno stimolo artistico a voler ripartire a superare il complesso di impotenza,
oltreché di inferiorità congenito al genere umano. Leonardo riteneva che la
pittura è poesia resa visibile. Qui possiamo dire che è prosa resa visibile.
Qui siamo, per stare con Croce, all’età della prosa, non della poesia più. Il
problema della pittura è la bidimensionalità: cioè rendere un effetto che di
per sé è tridimensionale, o quadridimensionale, da Einstein in poi, in termini
bidimensionali. Nelle visioni di Porta pare assente la prospettiva: tutto è
reso nella sua naturalezza.
Come quasi ogni artista, il pittore soffre uno
scompenso nella società, un intimo tormento per cui stabilisce un vero dialogo
con la natura e soprattutto con i personaggi che egli ritrae sulla tela con
violenza.
Questo colloquio tra realtà e umanità, tra artista e
personaggi di una rinnovata società umana si modula in tonalità diverse, si
esprime in colori fortemente dosati, in volti parlanti che mostrano qualcosa di
intimo, una semplice curiosità come le «Due amiche», come il caratteristico
atteggiamento della «Pescivendola» e come in tanti quadri di «chierichetti» e
di «Suore» sorprese nella loro preghiera o un attimo prima o dopo la colazione.
Il colore, poi, ha un’importanza fondamentale, come sappiamo, nell’arte
figurativa. La luce, l’oscurità e le varie tonalità, possono influire sullo
stato d’animo, suscitare le più svariate emozioni. Questi effetti luminosi in
Porta possiamo quasi affermare con un’assonanza cognitiva, penetrano nella
porta dell’anima. Come sosteneva Schelling i quadri sono finestre e porte verso
il mondo realissimo della fantasia, quel platonico iperuranio, l’oltre-cielo,
il mondo trascendente. L’artista è l’oltreuomo per eccellenza.
Molte sue opere figurano in importanti collezioni private e pubbliche. Nella valutazione critica, questo pittore è ritenuto come una delle più autentiche e forti espressioni della pittura italiana contemporanea.
È stato un pittore molto rinomato e citato in
notissimi quotidiani nazionali. Di lui scrisse Aligi Sassu: «Confesso che da
Franz Porta, un giovane che da tempo seguo con interesse, non mi sarei
aspettato una così decisa presa di posizione di fronte alla pittura e alla
vita. Tanto più valida, oggi, nella confusione dilagante degli indirizzi
estetici e del linguaggio pittorico. Nell'opera di Franz Porta, che è quasi un
canto monodico di grigi silenzi e di solitaria desolazione, l'uomo è sempre
presente in un silenzio teso al senso oscuro e travagliato del nostro tempo; in
un dialogo scarno di personaggi, che si rivelano testimoni e protagonisti
insieme di un destino accettato, ma non scontato; in un impegno umano che non
chiude gli occhi dinanzi al grande spettacolo del mondo».
E Pino Lausetti: «L'impegno nei confronti della realtà
si risolve per Porta nella ricerca di una verità morale che sfocia nella
dimensione tragica dei suoi personaggi. Il mondo di questo artista è il mondo
della stanchezza e della rinuncia. Negli ospizi, negli angiporti, nelle osterie
egli situa una umanità prostrata e senza sogni. Egli rifugge ogni compromesso
sentimentalistico, ogni cedimento sul piano del costume e dell'ambiente,
conduce la sua azione demistificatrice con radicale fermezza: mettendo fuori
causa il patetico a favore del tragico, la “lacrima” a favore dell'amara e
cosciente constatazione di una condizione umana».
Ringraziamo Enea Biumi per averci passato questo
incentivo biografico, riconsiderato dalle pennellate narrative sulla
personalità di questo artista di Oron Zecca. Trovandosi dinanzi alle opere di
Porta, che sono di dimensioni spesso monumentali, tanto da somigliare, in
qualche modo, a “Il funerale a Ornans” di Courbet, si rimane estasiati. È stato
un grande artista, che ha saputo riportare in toni vivi e sonanti una realtà
cruda, demistificata, setacciata dal calibro di una sottilissima ironia.
L’ironia brucia, ha lo scopo di stimolare, come la satira, di fustigare i
costumi, di denunciare l’ipocrisia, l’apparenza, quella malattia del
fenomenismo che oggi è imperante, ma che già covava ai tempi del nostro. A
volte le sue opere ci appaiono come sorprendenti e seri naif: una favola
realistica. Il fine dell’arte qui diviene analisi sociologica, ma quasi
veristica, se non fosse per quell’aristotelico risus, che al pari del
pianto, si rivela catartico. La comicità che traspare dalle pennellate non è
banale, ma profonda, riluttante. Ci pone degli interrogativi esistenziali
fortissimi. Risente non solo dell’espressionismo tedesco, ma di quella
teatralità delle nostre chiese, in cui il Nostro ha lavorato come restauratore.
Porta è un artista serio che ride della vita e della società. Tutta la sua arte
rappresenta - per adusare un ossimoro - un pessimistico ottimismo. Un artista
come il Porta andrebbe rivalutato seriamente e valorizzato nell’intenso
panorama della nostrana storia dell’arte.
Vincenzo Capodiferro
lunedì 30 marzo 2026
IL “VENTITRÉ ORE”. CANTO DELLA PASSIONE DEL CRISTO a cura di Vincenzo Capodiferro
Il “Ventitré Ore” è l’antico canto della Passione del Cristo, tramandato da secoli dagli anziani, eco della letteratura popolare. Viene diviso in ventitré strofe: ciascuna, secondo la pietà popolare, corrispondente ad un’ora della Passione del Signore, dal pomeriggio del Giovedì Santo fino alla morte sulla croce, alle tre del Venerdì Santo. È di una enfasi straordinaria, soprattutto se lo si ascolta, accompagnato dalla sua monodica e drammatica melodia. Tutt’ora viene cantato dagli anziani il Venerdì Santo. Si possono notare, in questa versione, tra le più antiche, così come mi è stata dettata da una devota, le grandiose e barocche effusioni che si perdono nelle reminiscenze latine dei termini. Il Venerdì Santo ancora sussiste l’usanza di fare due processioni: le donne seguendo l’effigie di Maria Addolorata percorrono la parte bassa del paese, mentre i maschi, seguendo Gesù morto, la parte alta. Il dialetto è il lucano. Rif. Parrocchia SS. Spirito. C. Saraceno – Potenza.
(Vincenzo Capodiferro)
CRUX FAUX MEA NUX
CHRISTE DUX MEA LUX
E ca lu vintitrè ore
E piglia morti pì nostr’ Ammori
E figliu sando di lu gran
Piando.
Gloria Sanda Binidetta
Cu la sua dolende Matre
A li unu
Si ristabulisce lu Sandissimu
Sagramendo
Ch’è ‘ngarnatu pì patì pene
Quannu foze l’utima cene
E sempe pi nui pena
l’infferno
E ci lasciammu lu
Sagramendo.
Gloria Santa Biniretta…
A li rui
E l’Apostoli lu chiangono
Loru chiangono e loru fuggino
Loru resteno ra nimici
Gloria…
A li trene
Prondo fusti a pirdunare
Prondo fusti a pirdunare
Cu nu signo e contra ammore
Prondo fusti a pirdunare.
Gloria…
A li quatto
Si mèse l’agunia e sura
sangu
Trema trema tuttu quandu
Quannu penza a li soi
martìri
Si ristingue ma ra murïne
Tuttu quandu a surà sangu.
Gloria…
A li cincu
Fu quillo Giuda traritore
Cambiao a Cristu pi trenda
rinari
Cu nu signu e contra ammore
Ra riscipulu traritore
Cambiao a Cristu pi trenda
rinari.
Gloria…
A li sei
Ra l’hortu e ra Anna fu
cundotto
E cundotto scillirato
Multi ∫caffi li furo rati
Darannu a morti lu Verbu
‘Ncarnatu.
Gloria…
A li sett’
Cundottu ra Kaifàs
A ra casa ri Kaifàs
Ni unimu multi pirsuni
E damu morte a Gesù nabramo[2].
Gloria…
A li ottu
Incarnitu e scarnitu
Ra pontifice e r’anticu
E r’antico e ra Pilatu
Co le suie parol devine
Intortamente fur accusati.
Gloria…
A li nov’
Novi vote ra Petru fu nigato
Tre vote ma pi temore
Quilla morte sciaüratore
Tre vote ra Petru fu nigato.
Gloria
A li rece
Trema trema tuttu quando
Cu na strazza ri veste ianca
So quilli chi vannu sando
Tutte quilli ka nun vannu
sando
Tutte abbascio allato a mi[3].
Gloria…
A li unnece
Tempia d’ora macina d’oru[4]
Addove si aunisce
Addove si incarnisce
Lu Verbu incarnatu.
Gloria…
A li rurici
Sgrati e ammaligni
Ra pacci ka foro
Che redussero a Pilato
Inta quille favuze lenghe
Intortamente furo accusate.
Gloria…
A li tririci
E canosci lu Beni Pilatu
Ka Gisù era nocende
A morti flagillatu
Pi salvane a tanda gende.
Gloria…
A li quattordece
Cum’è bella sfracasciata
Loru foru l’abbattituri
A li soi tempi incurunata
Cu li spine pungende e duri.
Gloria…
A li quinnece
Nunziate iusti…
A li serici
Fo ammustrato a li barcuni
A nà culonna
E ra vasciu fo grirato:
Murïu en croci caninè.
Gloria…
A li riciassett’
Pigliatilu e purtatilu a
croci
Ri monti Calivario
Kà la Virgine dà è morta
Quannu si vere Gisù lassato
Chi la cruci li spalli
porta.
Gloria…
A li riciottu
Mortu e crucifissu
E ka l’angiuli lu piangine,
Li Giurei lu vannu truvennu
Ca lu vonnu crucifizzà.
Gloria…
A li riciannov’
Rici a quillu Aternu Patri
Ca pirdunesse a quilli
calabriciti[6]…
Gloria
A li vinti
Cercao ra bere
E ra bere li fo rato
Li fo ratu acitu e fele
Li fo fatta bona misura
E rata a beri ra Pilato.
Gloria…
A li vintunu
Mortu e firitu ra na lanza
Trema la terra e lu cielu
s’ascura
Vaglia li cieli cu na granne
pavura
Prestu li fulminati nà
lanzata
Daran a morti lu Verbu
‘Ngarnatu.
Gloria…
A li vintirui
Ni unimu multi pirsuni
Gesù ra la croci amà
schiuvani
‘Mbrazza a Maria Virgine lu
punimu
Poi si lu chiange a lacrume
amari.
Gloria…
A li vintitrene
Signori meo Gisù Cristu
Avaramente ti cumpiatiscu
E ra sopa a quilla cruce
Adduvi fecisti celu e
sbramore.
Gloria…
TRADUZIONE
Ecco il ventitré ore
Gesù Cristo Nostro Signore
si licenzia dalla sua Madre
e prende Morte per nostro
Amore
e Figlio santo di gran pianto.
Gloria Santa Benedetta
con la sua dolente Madre
e la Santissima Trinità.
I
Si ristabilisce il
Santissimo Sacramento
che si è incarnato per patir
pene.
Quando fu l’ultima cena
e sempre per noi pena
l’inferno
e ci lasciammo il
Sacramento.
Gloria Santa Benedetta…
II
Fanno raduno gli Apostoli.
E gli Apostoli lo piangono:
Loro piangono e loro
fuggono,
loro restano da nemici
e loro furono i servitori.
Gloria…
III
Tu Padre mio Signore
pronto fosti a perdonare,
con un segno e contro amore
pronto fosti a perdonare.
Gloria…
IV
Si ci mise l’agonia e suda
sangue,
trema trema tutto quanto
quando pensa ai suoi
martiri:
si distingue ma da morire,
tutto quanto a sudar sangue
Gloria…
V
Fu quel Giuda traditore:
scambiò Cristo per trenta
denari,
con un segno e contro amore,
da discepolo traditore
scambiò Cristo per trenta
denari.
Gloria…
VI
Dall’orto[7]
e da Anna fu condotto
e condotto da scellerato.
Molti schiaffi gli furono
dati.
Daranno a morte il Verbo
Incarnato
Gloria…
VII
Condotto da Caifa,
Alla casa di Caifa:
ci uniamo molte persone,
ci uniamo e ci prepariamo
e diamo morte a Gesù di
Abramo
Gloria…
VIII
Incarnato e schernito
da pontefice e d’antico
e d’antico e da Pilato
con le sue parole divine
stortamente fu accusato.
Gloria…
IX
Nove volte da Pietro fu rinnegato,
tre volte ma per timore:
quella morte da sciagurato!
Tre volte da Pietro fu
negato.
Gloria…
X
Trema trema tutto quanto:
con uno straccio di veste
bianca
son quelli che vanno santo;
tutti quelli che non vanno
santo
tutti giù a lato a me.
Gloria…
XI
Tempio d’oro macina d’oro,
dove si unisce,
dove s’incarna
il Verbo incarnato.
Gloria…
XII
Furono quei calabresi
ingrati e maligni,
da pazzi che furono
che condussero a Pilato,
tra quelle false lingue
stortamente fu accusato.
Gloria…
XIII
Annunziate giusti
e conoscilo bene Pilato!
Che Gesù era innocente,
a morte flagellato,
per salvare tanta gente
Gloria…
XIV
Come è bella fracassata:
loro furono gli abbattitori.
Le sue tempie incoronate
con le spine pungenti e
dure!
Gloria…
XV
Annunciate o giusti…
XVI
Fu mostrato ai balconi,
a una colonna:
“Ecco l’uomo!”, ma per gli
ebrei.
Da sotto fu gridato.
Morì in croce da cane
Gloria…
XVII
Prendetelo e portatelo alla
croce
del monte Calvario.
Che la Vergine là è morta,
quando si vede Gesù lasciato
che la croce sulle spalle
porta.
Gloria…
XVIII
Morto e crocifisso
e che gli angeli lo
piangono!
I giudei lo vanno trovando,
che lo vogliono
crocifiggere.
Gloria…
XIX
Dici a quello eterno Padre
che perdonasse quei
calabresi…
XX
Cercò da bere
e da bere gli fu dato.
Gli fu dato aceto e fiele.
Gli fu data una buona misura
e dato a bere da Pilato.
Gloria…
XXI
Morto e ferito da una
lancia,
trema la terra ed il ciel
s’oscura,
chi vaglia i cieli ha gran
paura:
presto un fulmine dà una
lanciata!
Daranno a morte il Verbo
Incarnato.
Gloria…
XXII
Ci uniamo molte persone:
Gesù dalla croce dobbiamo
schiodare.
In braccio a Maria Vergine
lo poniamo.
Poi se lo piange con lacrime
amare.
Gloria…
XXIII
Signore mio Gesù Cristo,
veramente ti compatisco
e da sopra quella croce,
dove facesti dal ciel
clamore.
Gloria…
[1]
Latinismo.
[2]
Sarebbe “Gesù in Abramo”: cioè della discendenza di Abramo.
[3]
Riferimento alla parabola delle pecore e dei capri (Mt 25,31-46).
[4] La
macina d’oro: allusione al grano. I mietitori cantavano tra l’altro il
“Ventitré Ore” ed altri inni sacri durante la falciatura. Il grano è presente
in molte parabole. Le festa dei defunti poi portavano in Chiesa il fumento e lo
donavano. Si formavano allora quei monti frumentari, come venivano denominati.
[5]
Latinismo, per “Ecce Homo”.
[6] I
calabresi avevano nomea di essere testardi, perciò viene usato questo eponimo,
ma ogni riferimento è puramente funzionale alla finzione letteraria e non vi è
alcun intento offensivo.
[7]
L’orto degli ulivi.
Premio Internazionale I Murazzi 2026 - Sabato 28 marzo 2026
Torino - Circolo dei Lettori - 28 marzo 2026 - La Giuria del Premio La caratteristica del Premio I Murazzi della città di Torino consiste ne...
-
“ Bellezza, bellezza, bellezza! / unico vero linguaggio che vale” sono i versi che posti al centro della silloge fanno da trade-union ...
-
In un convegno dell’USPI, tenuto negli anni settanta a villa Ponti, la senatrice Susanna Agnelli, in un suo intervento molto seguito ed ...
-
L’associazione socio-culturale “club della Poesia”di Cosenza che, da sempre, organizza il Concorso ha diffuso una nota stampa nella quale ...


