domenica 13 settembre 2026

Enea Biumi “Magatèi/ Burattini” (Puntoacapo Editrice, 2026)

 


E’ lieve e antico, calibrato e partecipe, il passo di Enea Biumi in questo suo esito in lingua bosina a fronte della versione italiana. “Magatèi/ Burattini” conferma, come bene dice Mauro Ferrari nella nota, ironia dolente e tenerezza feroce, per congiungere gli stimoli operosi del contesto anche naturale con gli afflati, le attenzioni, le sensazioni, gli accostamenti propriamente visibili e percepibili nelle sfumature che l’autore coglie, registra, filtra e interpreta. “Sémm chì a pé biòtt/ ca bàlum in la fiòca”; “Siamo qui a piedi nudi/ che balliamo nella neve”; viviamo le ansie quotidiane, assistendo impotenti alla deriva dell’umanesimo, alla resa di una società in cui è arduo riconoscersi. Sembra di essere “al freddo del Titanic”, titolo della prima sezione del libro dove l’assuefazione ai tragici segnali del contesto impedisce una presa di coscienza collettiva nella mistificazione di una necessità che inoltra esiti bellici e barbarie diffuse; così come si evidenzia una temporalità malata ed espressamente amara: “La végia ringhéra la gà un fàa/ da vérd ransc”; “La vecchia ringhiera ha un sapore/ di verde rancido”; un colore che coniuga la sinestesia operativa e determina il senso di fermentazione dei continui refusi etici che nemmeno ammettono giustificazioni di mancata conoscenza a indicare, con il titolo della seconda sezione, che “così passa la gloria del mondo”. Biumi accosta l’orecchio alle cose, ai rimandi di una memoria che evoca e scolpisce la storia dei siti, gli eventi anche minimi quando si colorano di segnali e agnizioni. Tempo che incide e lascia tracce di rughe sui volti, nella vocazione di una attesa rivolta agli elementi, percependo che “un bòt da vènt strepéna ul silènzi/ indùa la munìna disbròia la storia”; “un soffio di vento spettina il silenzio/ dove il muschio dipana la storia”. La vanità si rivela nelle rovine che ne testimoniano l’incombere, così come quel dissolversi lento dei sogni, delle illusioni spogliate e frante. I versi brevi sono essenziali nella loro stesura, nell’avvalersi della centralità di uno spazio, quello della pagina, in poesia sempre sospensivo e, nello stesso tempo, svelante, vero respiro ritmico e visivo. In questa parte del libro, il senso della transitorietà aveva innescato un confronto attento con quella maestra di vita che spesso perde, a causa nostra, il suo ruolo. Raccogliendo nel percorso gli stimoli dei luoghi, come il Sacro Monte di Varese, Biumo Superiore “con le lucertole sul muro/ fra l’edera l’erbacce e le foglie secche”, i boschi del Seprio. L’ambiente conosciuto dal poeta rispecchia, nei suoi intimi lineamenti, il sentire l’afflato emozionale qui stratificato in passaggi quieti ma decisi, in una considerazione dove la lucida amarezza convive con la sensibile ironia. C’è in Enea Biumi un senso del levare orpelli e distrazioni, per una poetica intenta ad assaporare le levigature che possono offrire un segno identificabile nelle tracce di natura e nelle vicissitudini dei tempi; la sua intenzione civile riverbera mite, quasi in una dicitura volta alla sacralità minima delle cose, a quelle tonalità di tramonto che promettono un rifugio tenue, una pausa silente. “Fòrzi l’è dumà un regòrd/ ul tò nom o la tò fàcia/ stampàda in dul spéc du l’aqua/ che pòch a pòch s’impàna”; “Forse è solo un ricordo/ il tuo nome o il tuo viso/ stampato nello specchio dell’acqua/ che poco a poco svanisce”...quindi l’amore vissuto e ricordato nelle sequenze di una biografia posta a confronto con gli eventi grandi e piccoli, con le apparenze, quasi fossero “bolle di sapone” come il titolo dell’ulteriore sequenza. Desiderio di ascolto e vicinanza, di contatto e dialogo, di attenzione nello sguardo, come bene indica una citazione che richiama Tolmino Baldassari. D’altra parte, afferma Biumi, gli stessi desideri sono bolle appunto che “scoppiano nel niente” anche se il niente non c’è, e quello che rimane sono sogni al risveglio, quindi qualcosa comunque. Su questo qualcosa s’innesta il cammino, la campana del vespro, un’ulteriore voce di bocche in affanno. Così la quarta e conclusiva sezione rivela “capricci di una clessidra”, “st’ umbrìa ca scàpi/ l’è ‘l mè destìn”; “Quest’ombra che fuggo/ è il mio destino”, attraverso sensibilità di lago, fervore di foglie, burattini senza tasche, gatti in calore, melodie ondulate. Il procedere dei pensieri accosta strofe nella cucitura dei dettagli, evaporazioni conducono alla presa d’atto emissaria di un rovello quotidiano che non rinuncia all’appiglio, allo scorgere particolari e anfratti, “mentre la breva/ asciuga le scintille del cuore”, in uno smarrimento leopardiano.

                                                             Andrea Rompianesi

 

lunedì 7 settembre 2026

“MAGATÈI/BURATTINI” DI ENEA BIUMI a cura di Vincenzo Capodiferro

 


 “MAGATÈI/BURATTINI” DI ENEA BIUMI Una raccolta in bosino ricca di versi pungenti come frecce: una poesia sociale coraggiosa

È uscita alle stampe “Magatèi” / “Burattini”, raccolta di poesie in vernacolo bosino di Enea Biumi, editore Punto a capo, 2026. Il testo è suddiviso in quattro sezioni. Burattini, Sic transit gloria mundi, Bolle di sapone e Capricci di una clessidra. Questa raccolta, molto intensa, è intrisa di profonde emozioni, di pensieri bollenti. Troviamo qui un Enea, pur nella lingua locale originaria, che quasi teatralmente si presenta come un vate, nel senso classico, almeno quello sognato dall’ultimo D’Annunzio, impegnato nel sociale, una voce dissonante che denunzia l’ingiustizia, l’oppressione. Pare uno di quei libretti dei librettisti ottocenteschi d’Opera. Innanzitutto, dobbiamo sottolineare l’importanza del recupero delle lingue locali, nella fattispecie del dialetto bosino, bandite un tempo dalle aule delle istituzioni scolastiche. L’italiano in fondo cosa è? Un dialetto nazionale, il toscano. Il dialetto ha diverse qualità, ma soprattutto due: è più vivo, espressivo e genuino. E poi avvicina di più al popolo. Almeno così era una volta, quando tutti lo parlavano e lo conoscevano. Noi proveniamo da una regione ove il dialetto è ancora una grande risorsa. Ogni paese ha un dialetto diverso, ogni borgo. Poi quivi, rispetto al contenuto, è d’uopo evidenziare come la poesia diviene canto popolare, sociale, invito alla riscossa, richiamo delle masse, sempre più amorfe a prendere coscienza a non allontanarsi dal vero, a non ascondere, come struzzi, la testa, cioè l’intelligenza, sotto le sabbie mobili della società liquida, a non farsi risucchiare dalla mortifera palude dell’indifferenza. Enea, in fondo, proviene da quella generazione rivoluzionaria dei sessantottini, molti dei quali oggi sono divenuti sessantotteschi, cioè soprammobili ben lucidati che stanno bene là, sopra i comò.

 L’ansia dei prepotenti

che vogliono comandare

ha gettato il mondo in guerra

la pace è un delitto

da schiacciare sotto i piedi.

 Domina la “fàna da preputènt”, come la definisce il poeta, del neoimperialismo. Quella generazione del Sessantotto aveva un fuoco dentro, che la nuova generazione ha perso, era una generazione sanguigna. L’odierna generazione è, invece, flemmatica, ha l’acqua dentro le ossa. Leggendo queste ermetiche poesie ma concise, forti, molto ermeneutiche, ci sovviene in mente il nostro poeta dei contadini, Rocco Scotellaro. Acqua e fuoco come li metti insieme? Il vapore! La forza del vapore! Enea è un intellettuale impegnato, vivo, in tutto: nella letteratura, nel teatro sociale, anche in vernacolo, in una narrativa realistica, però oltraggiosa dei canoni comuni, dei manierismi, dei fenomenismi che passano ancor oggi, come sempre, come lampi nell’eternità. Sic transeat gloria mundi.

Chi è quel senza dio

che per prima

ha preso nelle mani un bastone

per andare

a fare la guerra?

Non si è accorto

che la gente muore egualmente

senza doverla uccidere?

Rousseau scriveva: «Il primo che avendo recinto un terreno, osò dire, questo è mio, e trovò gente così ingenua da credergli, fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, quante guerre, quanti assassini, quante miserie e quanti orrori avrebbe risparmiato al genere umano quello che strappando via i pali o colmando il fossato, avesse gridato ai suoi simili: guardatevi dall’ascoltare questo impostore».

La guerra comincia col possesso, con l’assolutizzazione della privatezza. Privato deriva da privare. La proprietà un furto, proclamavano i socialisti, mica tanto utopisti. La guerra la fanno i ricchi per arricchirsi e per ammazzare i poveri che danno fastidio. Così è stato sempre, nel Quindici/Diciotto, nel Quaranta e soprattutto nel Quarantatré, quando di nuovo le masse proletarie si mossero, tendendo la riscossa al potere. Così è stato da sempre, da Spartaco agli ultimi spartachisti: i moti sociali del biennio rosso e i moti sociali del ‘43. Enea chiama il senza dio il “lantecrist”, cioè l’anticristo. L’opera dei capitalisti e super-capitalisti fomentatori della guerra è contraria a Dio stesso. Essi sono schiavi di Mammona e della Morte, non della Vita.

C’è una profonda spiritualità in questi versi. Ci sono momenti in cui il poeta si riposa negli angoli ameni della bella provincia, bella come il bel Paese, come un tempo l’Italia nostra era descritta, sotto l’ali della Madon du Mont, o al Seprio, o al Chiostro di Voltorre, ad esempio:

Il Chiostro di Voltorre

nasconde i miei affanni

e il sentimento

gioca nel presente.

 Voltorre è un gioiello d’arte. Voltorre richiama un nome a noi noto: il monte Vulture. Vultur, nome antico, etrusco latino: l’avvoltoio, nome antico, simbolico, ricco.

 Sic transeat gloria mundi

par che la dìsa

stà Tùur da Velà.

 Torre di Velate, torre antica, simbolo eterno! Ricordo di antiche battaglie tra Ariani e Ambrogio glorioso! Velate che ci ricordi Guido, vescovo controverso e Arialdo, santo diacono della Pataria milanese! Una poesia che inneggia alla virtù, alla spiritualità, che invita a valori eterni. Una poesia che denunzia la vanità del mondo, delle guerre inutili: Omnia Vanitas. Una poesia che punge quelle bolle di sapone umane, che rivela i capricci della clessidra del tempo. Hegel sosteneva che una storia senza guerra segna solo pagine bianche. Noi crediamo invece che una storia senza guerre e senza eroi stupidi e vani sarebbe stata una storia meravigliosa. I futuristi inneggiavano alla guerra igiene del mondo. Noi, invece, con Enea, inneggiamo alla pace, salute del mondo. Gli eroi? Quanto sangue sono costati al mondo! Ed oggi ancora ce li troviamo innanzi ai nostri occhi stupiti e stupidi coi novelli culti della personalità.

Questa raccolta richiama subito ad un ambiente teatrale, caro a Enea. I burattini: la maggior parte dell’umanità, manovrata da invisibili fili, da miliardari senza scrupoli, da chi detiene il vero poter del mondo, quello economico. Il povero Marx l’aveva capito, fin troppo!

 

Vincenzo Capodiferro

 

martedì 25 agosto 2026

I Nati del 1951 di Castelsaraceno ( PZ) si festeggiano: I Ricordi sono pur sempre….Poesie

 

Si sono dati appuntamento in piazza prima della messa i coscritti  del 1951
Prospero Cascini, Fulco Vito, Iannella Vito nato a Castelsaraceno residente a Ferrandina (Mt), De Santis Felice,Cascini Angela,Isidora Calcagno nata a Castelsaraceno, residente a Policoro(MT), Iannella Vincenzo e Iacovino Caterina (coniugi), De Santis Angela Pasqualina , Conte Angelo , Lardo
Giuseppe e De Lorenzo Vito.

Prospero Cascini -poeta Lucano - col
Sindaco di Castelsaraceno … Rosano!


Dalla piazza, insieme, ai propri congiunti sono
entrati in chiesa per la santa messa! Don Vincenzo Iacovino -parroco -alla fine ha salutato i nati del 1951 e si è soffermato sulla mancanza di Iniziative Simili che riempiono la Comunità, la nostra Comunità di autentico
Spirito Comunitario! Si è associato agli auguri che -in tanti  -hanno partecipato ai festeggiati !
L’incontro col
Sindaco Rocco Rosano ha toccato alcuni aspetti problematici dell’essere  Comunità anche  in
Un Paese che col
Suo ponte tibetano tra
i due parchi  riesce a calamitare turisti e appassionati da tante parti del mondo. Sono intervenuti Prospero
Cascini di Castelsaraceno e Iannella Vito di Ferrandina. Il
Pranzo è stato consumato al Ristorante da Federico  con la musica di Rocco De Pierro. Su richiesta di quest’ultimo
Il poeta Lucano Prospero Cascini ha declamato
Alcune Poesie riferite a Castelsaraceno: il
paese, il Mio Paese, le Montagne al
Mio paese e le piazze del
Mio Paese!









venerdì 14 agosto 2026

Enea Biumi, Magatèi - Burattini, ed. Puntoacapo, 2026


Enea Biumi ci consegna, nel suo dialetto bosino, una voce insieme antica e urgentemente contemporanea. Tra le rovine della Rocca d'Orino e i glicini della Madonna del Monte, tra il chiostro di Voltorre e le ringhiere arrugginite del tempo, il poeta osserva un'umanità che continua a ballare «al freddo del Titanic», mentre la guerra toma a macchiare il mondo. Con ironia dolente e tenerezza feroce, Biumi interroga i fantasmi della storia, i silenzi della natura, la memoria dei vecchi al camino e l'innocenza calpestata dei bambini. Marionette inconsapevoli o consapevoli, gli uomini danzano sul ciglio dell'abisso, mossi dai fili del potere, della violenza e dell'oblio. Eppure, in mezzo al fragore, resiste un rifugio: la bellezza aspra e luminosa della terra prealpina, la schietta poesia del dialetto, la capacità di stupirsi ancora davanti a un fiore o a una formica che solletica il collo.  Magatèi / Burattini è un libro di resistenza lirica, di radicamento e sguardo alto, per continuare a cercare, ostinatamente, un'armonia possibile. (Mauro Ferrari)

 

San Martino d‘Agri. Da Borgo a Paese dell’accoglienza e della Solidarietà attraverso la Pittura, la Poesia , la Narrazione e la Musica


Nei giorni 10 e 11 Agosto San Martino d’Agri, ospitando una collettiva di Pittura a cui hanno partecipato i pittori : Ramaglia, Cicala Del Prete, De Stefano, Candeliere, Orlando, La Casa Motta, Zaminga, Montesano, Santarsiero, Torre Schettini, Martino, Notargiacomo, Lo Giudice, DiLascio Miraglia, Akulova e Spit, e un  Salotto Letterario a cui hanno partecipato   I poeti e i narratori: Prospero Cascini, Giulia De  Stefano, Giuseppe Surico, Nicoletta Fortunato  , Francesco Serafino ,Roberta Alberti ,  Michelangelo D’ Auria , Mina Falvella, Nicola Antonio Roberto Amato, Maria Carmela Scutillo e Sabina La Grutta sempre accompagnati dal maestro Simona Russillo, ha fatto un salto di qualità  sposando la causa la causa della solidarietà reale.









La manifestazione ha affondato le radici nella vita concreta dei paesi lucani, nelle piazze, nelle campagne, nelle montagne, nelle case di pietra dove il tempo sembra conservare un respiro diverso.










Le opere lasciate faranno parte di una mostra permanente collettiva allestita nei locali dell'associazione Culturale Vincenzo Marinelli.




Tutto ha funzionato  alla perfezione sotto la guida attenta di Domenico Tranchitella  e    il controllo puntuale di Domenico  Dragonetti.




martedì 11 agosto 2026

Silvia Comoglio “Salgemma” (Book Editore, 2026)

 


                              

Il salgemma è un minerale,  un sale di rocca che ha un legame significativo con la cultura ebraica. Nella Bibbia, infatti, il sale è simbolo dell’alleanza eterna tra Dio e il popolo d’Israele. Un sale che, quindi, rappresenta una continuità poiché è stabile, non si corrompe. E “Salgemma” è il titolo dell’opera poetica di Silvia Comoglio, una delle voci più interessanti del panorama poetico contemporaneo. Il lavoro si ricollega anche al precedente esito, “Margit”, che affrontava, attraverso un disegno con fiori e farfalle della protagonista, un destino drammatico presso il campo di concentramento di Terezin. Da subito si snodano riferimenti alla Genesi, all’Esodo, ai Salmi, coinvolgendo la figura dell’allodola che inaugura il testo, condensandosi nell’avvio di una quartina allitterante quale prima stazione rigorosamente calibrata sull’endecasillabo: “l’ombra, amore, piantata, dentro/ nella gola, è ombra, tutta senza fondo,/ dell’unica tua ala che trilla, dentro,/ nella gola, a eterno spigolo di vita”. Poi, una serie di parole-chiave ad iterazione nelle strofe successive, “dentro”, “trilla”, “gola”, “parola”, e innanzitutto “allodola”, l’uccello che anticipa l’alba, accompagna l’uscita dalle tenebre notturne e acquisisce, in questo senso, un valore sacrale. L’effetto ritmico e fonetico si pone nella determinazione del verso che esprime anche tutta la necessità della dimensione grafica, con uso forte, in particolare, di parentesi tonde, trattini, tre punti. Incide la tecnica della ripetizione strutturale applicata a determinate strofe a contrasto temporale: “ieri, è ombra-/ di terra a svanire,/ splendore-/ di fiaccola accesa/ a taglio-/ di allodola di pietra”. Seguono poi, con grande perizia, innesti a diverso carattere grafico, tmesi, punti di domanda, assonanze; la reiterazione salda la compattezza dell’evento, la fissa nel dettaglio; la “quantità” visiva di spazio ammette perfino i tre punti tra parentesi quadre. Il succedersi che Silvia Comoglio costruisce sulla pagina ha una straordinaria coerenza di suono agibile, emissione di toni perfettamente compiuti ma, nello stesso tempo, aperti alla provvidenziale successione, come l’impatto di passi che colgono giunture così come avvallamenti in cui ci si rispecchia. Ci sono casi nei quali il verso si allunga, diviene una sorta di alessandrino con rimando montaliano: “tu, stammi solo a scudo semplice e risolto, a ombra”, dove incalza il refolo, la sua eco, la soglia atavica e sottile; ma anche l’inesprimibile indicato sulla pagina con una strofa visuale, a totale consistenza segnica, che presenta tre versi fatti solo di una successione lineare di punti. Il sintagma a diverso carattere innestato nella traccia rivolta all’evento possibile, pone il senso dell’attribuzione al proposito, alla responsabilità dello sguardo e del quesito, attesa ed uscita, pietra e sale, ancora l’ombra e il ventre. Forse i volumi indicati nello spazio possono essere accolti come mappe segnate dai termini di riferimento quali tangibili fonti delle possibilità semantiche che Silvia Comoglio assume in una procedura letteraria determinata nella flessibilità vocalica, così come nella solidità consonantica: “a pietra di mare, dove,/ infranto, ora risplende-/ il bacio, duro, di cielo-“. Quale vivibile vicinanza, o affetto, o amore, nella diuturna consapevolezza del dolore inevaso, della mancanza silente percepita negli intagli ricorrenti di elementi franti? Ma il corso della versificazione è così ben composto da strutturare un raro esempio di accensione verbale verso espansioni che prendono avvio da inizi embrionali e calibrature essenziali davvero precise e centrate. La veglia deterge l’accolta ubiquità che apporta discendenze assunte, sussurri sapienziali, occorrenze profetiche, memorie traspirate, sogni germogliati, “e infine, sta scritto: sono brina,/ le labbra, a ombra di confine”. Le appendici sono fronti di avvistamenti, di anabasi tradotte nella volontà di conoscere, registrare le impronte a testimonianza di dati innestati nella perizia dei giorni e delle notti, verso l’attesa e il consenso che possa agire sulle labbra, su una opzione desiderante. Esito, questo di Silvia Comoglio, che conferma un altissimo equilibrio fonetico ed una efficace e sempre rigorosa architettura testuale, a conferma della fondamentale importanza, in poesia, della tessitura grafica.

                                                                          Andrea Rompianesi

 

sabato 8 agosto 2026

Maura Baldini “Insula” (Marco Saya Edizioni, 2025)

 

                             


 La citazione parla di un’isola che per Auden è irreale...ma quella che Maura Baldini affronta nel suo testo di poesia “Insula” invece non lo è. L’Islanda, teatro naturale di una rapsodia, un avvicinarsi all’inizio, una terra nella quale l’aria si spezza e ferma il tempo, un simulacro. Ogni singola poesia si apre con una citazione che coinvolge un vasto orizzonte di riferimenti: da Rilke a Shelley, da Byron a Walcott, da Verne a Montale, da Celan a Ungaretti, da Hugo a Sereni. E’ l’ascolto il dizionario fonetico che propone l’evidenza di una osservazione filtrante il dato oggettivo, lo personalizza coinvolgendo la reazione seduttiva e posta quale alternativa alla solitudine esistenziale. “La notte, qui, è una voglia,/ che sfrega dietro la rètina,/ mentre il giorno imperterrito/ veglia, non recede,/ in un tempo di fasulla quiete”. Ecco che la strofa mista di settenari, senario e ottonario piano, compone un avvio indicativo che conclude con assonanza modulata e tenue. Allora si congiunge il ritmo con la complessità di ogni ritorno, o tentativo, poiché mai in realtà si ritorna davvero, e ancor di più dove si è stati felici. Sono viaggi che concedono una resa apparente alle inquietudini notturne, ad approdi e convergenze, ad un alternarsi di stati che le brevi strofe compongono nella formula applicata ad una versificazione di rigore e nitore nell’emergere dagli spazi d’interlinea. Maura Baldini acquisisce flusso davvero levigato, attraverso la possibilità allitterativa appena accennata, cauta, espressiva nella opzione : “Immagina un vento che aggredisce,/ d’acchito, e tenta di divellere la pelle./ Un vento che s’insinua addosso”. E’ un coro d’acque che spiega dolori, avverte circa le ferite riconoscibili e condivise nella quotidianità delle fratture; è linguaggio e testimonianza, sovrana in forra così come in oceano; è un richiamo che mi riporta ad un riferimento prezioso: “Libro d’acqua” di Massimo Scrignòli. Il percorso osserva, coglie, interpreta le percussioni della praticabilità dissestata; così come s’intersecano illusioni di pausa e ristoro, spoglie terrigne, assenze incombenti, la falcata agognata... e poi giunge “il requiem del giorno”. Il sentire è corposo e rarefatto insieme, scavalca l’ossimoro, conduce alla riproducibilità dell’assente; “Ho visto quella luce di seta/ scivolare dagli occhi alle spalle chiare/ come il fiato che si soffia in amore”; tre endecasillabi sciolti che disegnano un tessuto di similitudini attese nella modalità di una composizione calibrata. Sussulti di strade, flora e laghi, spettri di colori, incendi e cavalli, aprono espressioni cucite intorno a proporzioni leggibili, riconoscibili nelle pratiche di relazione che intuiscono la presenza di densità non limitabili, almeno nella percezione concessa dalla prassi poetica quando favorisce un’agnizione. Scrive Maura Baldini: “Appesa a una foglia guardo/ sbiadire le offese, e guardo te,/ paleolitico cielo che avevo tracciato”. In alcuni punti del libro, s’inseriscono interventi in una prosa poetica che estende la visibilità in un flusso orizzontale. E’ un passare anche per i luoghi dell’isola: Reykjavìk, Gullfoss, Husavìk, Stokksness, Landmannalaugar e altri. Così succedono avvistamenti di balene, respiri, porti, luci, cieli screziati, solitudini ataviche, silenzi albini, emersioni e tonfi, resistenze e paure, rifugi di dèi. Il verso in alcuni casi si allunga fino a diventare pentadecasillabo, quasi a costruire un accenno di narrazione intima e panica allo stesso tempo: “Perché tu sei la testuggine capovolta nell’indugio”. Gli elementi di natura determinano sviluppi e rimandi alla composizione inquieta del nostro sentire più profondo, più nascosto; così il filtraggio avviene in empatica sussistenza, comprende le reiterate migrazioni, le successioni dei rimandi. “Dal ghiacciaio, in discesa, venti catabatici/ increspano la laguna,/ le correnti sui fondali smuovono il ghiaccio/ che comincia a migrare verso l’oceano”, oltre i passi e le soste, le acclamate accelerazioni che le partiture frenano. Davvero allora, per l’autrice, la salvezza possibile muove gli aneliti attraverso distanze e cautele, nelle verticalità incessanti, ben compattate dal nitido rigore delle strofe. Anche le pagine in prosa esprimono uno stile raffinato e ritmico: “Così cantano i viandanti quando riprendono il cammino, con il passo che fa razzia di scoscendimenti, e di avvallamenti d’acque stagnanti. Avanzano verso il cerchio dei monti striati di malachite, di zafferano giallo e rosa, di ocra rossa”. Un rievocare sinuoso percorsi di genti nomadi come nomade è il nostro vagare nella complessità degli intarsi e dei riflessi quando, dice Maura Baldini, il volto cercato “non è nell’esilio/ e nemmeno nel ritorno”.

                                                   Andrea Rompianesi

Enea Biumi “Magatèi/ Burattini” (Puntoacapo Editrice, 2026)

  E’ lieve e antico, calibrato e partecipe, il passo di Enea Biumi in questo suo esito in lingua bosina a fronte della versione italiana. “M...