mercoledì 3 giugno 2026

LA FESTA DI S. ANTONIO E IL CULTO ARBOREO IN LUCANIA di Vincenzo Capodiferro


LA FESTA DI S. ANTONIO E IL CULTO ARBOREO          

IN LUCANIA

 

Partiamo da alcune testimonianze sulla festa di Sant’Antonio e il culto arboreo in un paese della Lucania. La prima è tratta da T. Armenti, I. Iannella, Nella magia della fede, Braciliano (SA) -1996. Teresa ed Ida, scrittrici e letterate, da tempo sono impegnate nella ricerca storica ed antropologica sul territorio. La loro è una descrizione molto accurata ed intensa sulla festa di S. Antonio.

«Il rito pagano … si compone di tre fasi: la ndenna, la cunocchia e l’innalzamento.

La ndenna, attualmente, si svolge la prima domenica di Giugno, con grande concorso di popolo ... Dopo la … S. Messa mattutina, ci si riunisce nella piazza principale e … ci si reca a Favino, noto per la maestà dei suoi faggi ... Nel bosco si va alla ricerca del faggio più diritto e maestoso che supera sempre i 20 metri di altezza e pesa tra le 13 e le 15 tonnellate ... Una volta individuato l’albero, tutta la gente si avvicina e si procede al taglio con una motosega (una volta si usava la scure); il tronco viene sfrondato e in parte decorticato; poi viene trasportato sulla strada a forza di braccia e con l’aiuto delle pannodde: grossi bastoni preparati appena giunti nel bosco, con le scuri; servono da appoggio e da leva per spingere e guidare la ‘ndenna e le proffiche. Contemporaneamente, si scelgono altri faggi più piccoli, che vengono privati dei rami e trasportati sulla strada da un mulo, da un asinello o dal trattore. Sono le cosiddette proffiche, di altezza variabile dai 6 ai 10 metri, che serviranno per alzare la ‘ndenna. Si esce dal bosco in ordine …  C’è la sosta per il pranzo … si gustano prodotti locali ... Il vino si beve per lo più con la cannedda: piccolo becco di cannuccia, applicato alla bocca del fiasco, dal quale ognuno beve a garganella. Nel primo pomeriggio inizia la discesa verso il paese; prima entrano le proffiche che vengono depositate nella piazzetta; per ultima è trasportata la ‘ndenna, che fa il suo ingresso trionfale circondata da numerosissima gente …

Fino agli anni sessanta-settanta partecipavano … i bovari e gli uomini del popolo. Di buon mattino, essi si recavano a Manca Rotonda, una località ai piedi del monte Raparo […]. Dopo il taglio si consumava una frugale colazione e poi ci si affrettava per giungere in paese prima che annottasse. La ‘ndenna e le proffiche erano trainate dai buoi …

Le donne, che avevano preparato un ottimo buffet casereccio, attendevano gli uomini nella piazzetta del Santo […]. Durante la prima e la seconda guerra mondiale, il rito fu interrotto per mancanza di forza maschile, chiamata alle armi.

La cunocchia è la chioma di un pino di 6/10 metri, che viene tagliata la seconda domenica di giugno. Anche questa volta ci si riunisce in piazza … ci si avvia verso il monte Armizzone, al suono delle fisarmoniche e delle zampogne; in località «Vidente» si procede alla scelta dell’albero. Una volta individuato, ci si dispone in circolo ed ognuno assesta un colpo di scure al tronco fino a quando non cade a terra; si eliminano i rami più bassi e si taglia parte del fusto. Poi viene trasportato a forza di braccia, tra suoni e canti, in una radura, dove i più anziani … legano insieme i rami intorno a un lungo tronco sottile, facendolo rotolare e stringendo dei nodi ad ogni giro ...

Lungo l’estremità inferiore del tronco vengono decorticate ad anello 5 o 6 tacche, che serviranno a montare la chioma tramite zanche di ferro … sull’estremità superiore del faggio […]. Una volta che la chioma è stata impastoiata, si procede … ai sorteggi di chi deve precedere la cunocchia lungo le strade ... Verso le 15.30 … si scende verso il paese ... Al «Piano dell’Erba», la cunocchia viene presa dai giovani che la trasportano a spalla per il paese ... Sul far della sera, si arriva alla piazzetta ... Il luogo del taglio della cunocchia è stato più volte variato per mancanza di pini nel territorio di Castelsaraceno che, un tempo, nella località detta ‘Spiredda’, era coperto di abeti. La loro presenza è testimoniata da grossi tronchi trovati nel fosso ‘Salso’ e ‘Vaccarizzo’. È probabile che anticamente venissero utilizzate proprio le chiome degli abeti, ora scomparsi. Per alcuni anni si è andati nel bosco comunale ‘Vaccarizzo’ di Carbone, comunemente detto ‘Vuddo’ dai castellani; in esso si tagliava la cima di un abete bianco.

Un tempo, anche il taglio della cunocchia avveniva in modo più riservato: erano sempre solo gli uomini a recarsi sul luogo ... La cunocchia veniva deposta a volte nella cappella del Santo, altre volte nella chiesa Madre …

La terza domenica di giugno si procede all’unione della cunocchia con la ‘ndenna. Di buon mattino, alla presenza di poche persone … i due elementi vengono saldamente uniti ... Di pomeriggio, verso le 17.30/18.00, dopo aver legato ai rami della chioma numerosi cartellini di legno, detti tacche, ognuno abbinato ad una offerta consistente in agnelli, polli, prosciutti, denaro ed altro, si inizia il sollevamento con le apposite proffiche disposte a cavalletto e con la guida delle corde ...

L’operazione ha fine quando il fusto risulta perfettamente verticale e le proffiche sono tutte a terra, mentre la base del tronco viene interrata nell’apposita buca, che viene riempita di pietre e terriccio. Arriva il turno dei cacciatori che, disposti in ordine secondo il sorteggio, sparano due colpi ciascuno verso le tacche appese alla chioma; chi fa cadere il cartellino ha diritto al premio. Da oltre trent’anni non si assiste più allo spettacolo straziante degli animali colpiti che, appesi vivi ai rami, tingevano di sangue il tronco ... Al termine della sparatoria, ha inizio la scalata della ‘ndenna; il giovane, che è in grado di raggiungere per primo la cunocchia, prende tutti i premi. Si sale a mani nude ... Un tempo gli scalatori si impiastricciavano di miele e di terriccio. La ‘ndenna e le proffiche vengono arriffate il giorno della festa alla fine del rito. La ‘ndenna rimane ritta nella piazzetta per una diecina di giorni, diventando sempre più spoglia, fino a quando il vincitore non l’abbatte.

Questo rito si collega ai vari culti arborei presenti ancora in Basilicata nei seguenti paesi: Castelmezzano, Garaguso, Accettura, Pietrapertosa, Gorgoglione, con l’uso del cerro, e Rotonda, Viggianello, Terranova del Pollino, con l’uso del faggio ... Il simbolismo sessuale si può rilevare anche durante la preparazione dei due elementi ... La cunocchia è la rocca con la quantità di lino o lana avvolta intorno; potrebbe, pertanto, simboleggiare il filo della vita sostenuto dalla ‘ndenna ... Potrebbe rappresentare l’albero della libertà, innalzato a seguito della rivoluzione partenopea alla fine del 1700 ... La data della festa è stata mutata varie volte; agli inizi del secolo era fissata al 13 giugno; fino agli anni ’50 entro l’ottavo giorno del 13, per assicurare la presenza della banda musicale; in seguito fu scelta la data del 19 giugno; da due anni è stata stabilita la terza domenica di giugno».

La seconda è tratta dalla “Monografia su Castelsaraceno” del prof. Ermenegildo Cascini, 1957, fol. 35-37. Il professor Ermenegildo Cascini insegnava lettere ed è morto tragicamente in un incidente stradale.

«Nel 1636 fu elevato a Patrono di Castelsaraceno S. Antonio di Padova su proposta del P. Carlo Placuzio dell’ordine di S. Girolamo della Congregazione del B. Pietro da Pisa ... I P.P. Cappuccini diedero la statua, come si rileva dal pubblico strumento per notaro Iacovino ...

I festeggiamenti in onore del S. Patrono si celebrano ogni anno il 17 Giugno con grande intervento anche di forestieri, attratti soprattutto dallo espletamento di una tradizione la quale annualmente si ripete e si rinnova con vero e sentito entusiasmo.

Si descrivono, ora, le fasi di quel culto perché, esso, è veramente originale e tale resterà ancora chi sa fino a quando: si tratta dell’albero della cuccagna.

Quindici giorni prima della festa, con un bando pubblico si avverte che il giorno X si va a prendere l’albero della cuccagna. Il mattino di quel giorno, tutti i proprietari di buoi si danno convegno nel bosco Favino. Gli animali bovini non sono mai meno di cento. A questi bovari si unisce gran massa di giovani contadini con un palo ciascuno in mano. Dopo la scelta dell’albero e dopo l’abbattimento di esso, tra i bovari si tira a sorte la fortuna e l’onore di cacciare, con i buoi, il fusto bello e pulito, dal bosco. Altra sorte si tira tra i bovari per chi deve entrare l’albero nella piazza di S. Antonio. Dopo una settimana dal prelevamento … si bandisce ancora il giorno nel quale si va nel bosco comunale di Carbone detto Budda, a prelevare la chioma di un abete (detta conocchia) da legare all’albero. A questo il giorno della festa, infatti, ne legano la predetta conocchia carica di agnelli, polli, prosciutti e quindi con grandi sforzi, il grosso e lungo fusto … viene eretto. Si dispongono intorno i tiratori con decine di fucili ed a turno essi aprono il fuoco sui poveri animali. Lo strazio è evidente: sebbene la legge sulla protezione animali lo proibisce, tuttavia la tradizione è tradizione e nemmeno i Carabinieri o le altre autorità possono intervenire: sarebbero guai!
            Dopo una mezz’ora di fuoco si da il via agli scalatori: è una scena magnifica: come grappoli gli audaci, vestiti con cenci ed impiastricciati di miele e terriccio, salgono; i più forti raggiungono l’alta cima, i meno, a distanza spesso di solo qualche metro dall’agognata vetta, scendono precipitosamente, perché le forze sono venute meno. È una tradizione che si ripete di anno in anno e chi volesse prevederne la fine, azzarderebbe una scommessa non facile a vincersi. Altre due tradizioni sono ancora vive: ogni anno si svolge un pellegrinaggio alla Vergine del Monte di Novi Velia; prima si andava al santuario a piedi impiegando sei giorni … si sale a piedi scalzi, dopo averli immersi in un’acqua che sgorga alle falde del monte ... L’altra tradizione è quella della formalità del culto dei morti; questo è praticato con un’offerta di grano di orzo alla chiesa ed al prete, il mattino del 2 Novembre, depositando, sul pavimento della chiesa parrocchiale, in un mucchio che man mano va impinguandosi, il piatto di grano».

 Il culto arboreo della ‘ndenna ha origini antichissime, ma ricordiamo che è sempre legato al sacro. Il ritualismo della ‘ndenna, rappresenta un rito arboreo. La magia agricola della raccolta è abbinata a quella arborea. Il culto degli alberi era presentissimo nella Lucania, l’antica terra dei boschi e dei lupi, come tuttora è presente in molte parti del mondo, come in India, ove tale venerazione è legata alla Dea Terra. Ma il nesso con l’albero si riscontra inevitabilmente in tutte le forme religiose: a Creta era legato al culto della Pòtnia, la Grande Madre, Signora della Montagna; in Cina e nei paesi semitici, come l’Arabia, si appendevano vestiti ed ornamenti a mo’ di frutti agli alberi sacri, un po’ come si faceva quando si appendevano i doni e gli animali ancora vivi alla ‘ndenna; ma si pensi ai cedri del Libano, sacri a Jahveh, come pure alla configurazione dell’albero della Croce; alberi e boschi sacri sono attestati presso tutti i popoli dell’Europa antica, Latini compresi, come presso i Celti. Attis è collegato al pino nel mito, nel rituale e nei monumenti; Dioniso è detto arboreo; Osiride, ad esempio è legato al Djed, l’Albero Sacro, associato ai riti giubilari egizi e collegato alla resurrezione del Dio, al pilastro sacro (culto caro anche ai Cretesi) osiriaco che sintetizza gli aspetti dell’albero sfrondato e scorticato, della colonna vertebrale e della «stabilità».

Nell’Antico Egitto veniva celebrato di notte un interessantissimo rito, quello appunto della “erezione del Djed”, molto simile al sollevamento della ‘ndenna, come è testimoniato tra l’altro dal Libro dei Morti. Il rito della ‘ndenna è stato associato con l’albero della cuccagna, molto diffuso nel Regno di Napoli fino al ‘700, come agli alberi della libertà delle rivoluzioni liberali del Settecento e dell’Ottocento, ma la sua origine è molto più antica e va ricollegata al conflitto neolitico tra religione astrale e religione terrestre. La coppia del Calendimaggio in Lucania è raffigurata da due alberi che vengono sposati. L’albero maschio, che rappresenta il dio che muore e risorge, di solito viene da un luogo lontano dal paese, a ricordo dello straniero eletto re e sposato alla regina onde evitare di sacrificare uno del villaggio. L’albero femmina ricorda la dea terra vergine e madre, che veniva inseminata per il raccolto. La forma rituale della ‘ndenna rispetta pienamente questa simbologia. Era abitudine appendere ai rami come personificazione dei frutti dei pupazzi «impiccati». Ad esempio ad Efeso, Artemide, adorata in un albero sacro, veniva impiccata. Il corrispondente germanico era Odino «signore delle forche» e scopritore delle Rune. Il rito della ‘ndenna fa parte di un contesto cultuale molto più ampio, che in Lucania, forse più che altrove ha avuto modo di mantenersi, grazia al carattere ritroso di questa regione, da sempre ambita nello studio delle tradizioni antropologiche. Ricordiamo solo come questa Arcadia del Sud fosse stata oggetto di molteplici studi, basti fare il nome insigne del De Martino. Il culto arboreo era sempre legato alla sacralità nei tempi del paganesimo e la stessa sacralità ha conservato col cristianesimo, non è un caso che sia stato associato alla devozione verso Sant’Antonio di Padova. A parte l’omonimia: Antenna e Antonio derivano dalla stessa radice greca, ἀνθέω. Sant’Antonio negli ultimi tempi della sua vita viveva su di una capanna collocata su un albero di noce, rifugio che gli fu offerto dal nobile Tiso da Camposampiero, il quale vide comparire Gesù Bambino tra le braccia del santo. Quanti santi sono legati agli alberi: da Simeone stilita, che viveva su di una colonna a San Francesco, da San Benedetto a Charles de Foucauld. L’Eden era legato a due alberi: l’albero della vita e l’albero gnoseologico. E come dimenticare la vite del Carmelo? Ecco perché il culto arboreo è cristiano. Gesù appeso all’albero della croce, il caduceo esposto da Mosè nel deserto col serpente ne sono solo delle testimonianze. Non si può separare pertanto il culto arboreo dalla festa di S. Antonio. Il cristianesimo ha saputo sempre conservare e non distruggere ciò che c’era di buono nella civiltà antica. Grazie ai monaci amanuensi noi abbiamo tutti i testi dell’antichità. Se i cristiani non li avessero conservati tutta la civiltà antica sarebbe dimenticata.

 

 Vincenzo Capodiferro


domenica 31 maggio 2026

Andrea Rompianesi, Arcaismo a fronte, Transeuropa, 2026

 


Se Raymond Queneau non si fosse soffermato solo su novantanove esercizi di stile, “Arcaismo a fronte” potrebbe esserne la prosecuzione naturale con un cambiamento importante: il gioco non si innesta sulla modifica di un episodio (il tema che costituisce la variazione) bensì su di uno slittamento continuo della semantica in un contesto di fonosintassi a confronto.

L’errore, a mio avviso, sarebbe considerare questa piccola raccolta solo come sperimentazione ludica. Oltre il gioco, oltre l’esperimento, c’è un desiderio di inseguire una specie di sonorizzazione della parola. In tal modo, utilizzando anche una metrica tradizionale – l’endecasillabo è di gran lunga il verso più impiegato – si rende omaggio alla musicalità addivenendo alla costruzione di un canto dove le sillabe hanno una funzione orchestrale.

Le strofe arcaiche hanno un ruolo introduttivo in cui la conseguente traduzione, sicuramente e giustamente non letterale, si conclude come una eco instabile che ricostruisce, interpreta, a volte inventa senza del tutto chiarire, ma lasciando in sospeso in una immaterialità espressiva il flusso fonetico che ne deriva. In effetti il testo arcaico non può essere linearmente traducibile se non in un’ottica che amplia e in parte sostituisce l’arcaismo stesso.

Sembra, quasi, di essere davanti ad una glossa filologica, naturalmente inventata, che ha bisogno di connaturarsi in un quadro parallelo dove la pressione sonora si integra e si rielabora.

C’è compattezza consonantica in questi versi che riproducono frasi che sembrano appartenere a troubadours  medievali. E la traduzione che ne sorte crea atmosfere e percezioni che possono essere unicamente soggettive, in linea con quello che si pone l’arte moderna in forme e formule aperte e sostituibili.

È forse questo l’aspetto più interessante della raccolta: il non volere assolutamente significare (nella maniera comune del termine) qualcosa, ma evocare – sia nel linguaggio arcaico, sia nella traduzione – una sorta di lingua possibile che sia poeticamente musicale in ogni suo effetto.

La poesia assurge allora a luogo interessato ad uno scavo del materiale linguistico, in direzione anche metalinguistica, liberata dal soffocamento del significato e avviata verso il significante colto in vertiginosi accostamenti fonici.

Ci sento, dietro a tutto ciò, la densità lessicale, l’abilità fonica, e la deformazione linguistica con la messa in crisi dell’assolutezza del linguaggio di Andrea Zanzotto, nonché il riconoscimento dell’invenzione dialettale (quel vernacolo comprensibile quasi in toto nato dall’incrocio di diversi dialetti dell’area padana) di Giovanni Testori nella Trilogia degli scarrozzanti, e di Dario Fo nel suo Mistero buffo, dove il postmoderno trae origine e funzionalità. Una continuazione, se vogliamo, di quella poetica ungarettiana che sosteneva “la parola ha valore come suono”.

 

Enea Biumi


lunedì 25 maggio 2026

Una poesia in vernacolo di Vincenzo Capodiferro: A CUMBA FICILI U LAZZAROTTO (A COMPARE FELICE, DETTO “LAZZAROTTO”)

 


A CUMBA FICILI U LAZZAROTTO

U vì a cumba Filici u Lazzarottu,

si ni veni cu nu bellu ciucciareddu

si ni veni ra’ parti ri sottu,

‘nghiana e scenni pì nu mundiceddu.

 

Ni pinnineddu e nu pitticeddu,

si ni veni cu nu bellu ciucciareddu,

e tirituppiti ‘ndà Casteddu,

porta ‘ngapu nu curtu cappeddu.

 

A matina prestu ra Sandu Petru

si ni vai finu a l’acqua u Cevuzu:

ci teni a vigna e l’ortu pi diretru,

si ni scenni ‘mbera au vavuzu.

 

Stai ca famigliedda a la Iurea,

cu Angiulina e a figlia Trisina,

dà ci stia la genti abbrea,

na fundana cu l’acqua fina fina.

 

A Sandu Petru c’è nu lavaturu,

femmini viri sempi a striculani,

stìa l’ommini cumu a nu pisaturu,

‘ngapu ‘ndà cesti robbi a purtani.

 

Angora mena quedda fundanedda,

è n’acqua bella ca ti rifresca u cori,

si ci passi ra dà chiazzuledda,

firmati e fa nu sursu r’ammori.

 

Dà c’è a candina hi cumba Filici,

ti chiama, ti rài nu sursu hi vinu,

gira na gaddinedda ‘pici pici’,

mò accorri prestu puru nu vicinu.

 

Dà c’è a putighedda hi Michi Michi,

azzaha hi tutto, ra segge a ‘mbrelli,

cuse li chiatti, ririzza li pichi,

na rocchia spetta hi femmini cu scialli.

 

Cumba Filici ceste e cistedde

a ‘nghiungi facìa li iungi frischi

e l’assiccava ‘ndà li paracedde,

cofani pì ciucci e ri canni fischi.

 

Si passi raddunni a Sandi Petru,

nu forti sendi prifumu r’anticu,

tuttu vacanti, ma guardati riretru,

sicuru ‘mmente voci sendi r’amicu.

 

Guardi ‘nnandi, ra funestri e barcuni

cumi s’affaccinu tanda gendi:

viri bonu, ma nun c’è nisciuni,

ma ‘ndu cori ci so’ tutti quandi.

 

Mò ci pòi girà cu na granara,

si nì so ghiuti tutti a Ruspagano,

ra la Costa finu a la iumara,

au paisi hi li panza al’aria ‘mmano.

 

Li gaddineddi pì ‘mmenzu la via

pizzulìavinu pì ‘ndà li strettuli:

crapi, ciucci e porci e chìssia,

‘ntà li catoi si trasinu li pettuli.

 

Cumba Filici havia fatta a guerra,

era statu hu risertu ri la Libbia:

surdati si battihinu a quedda terra,

s’havihinu tandi pigliatu na rabbia.

 

U surdatu girà r’Aleppu a Meccu,

rù paisi tandi giuvini so’ ‘ssuti:

gira surdatu cum’a Miniliccu,

au paisi rui guagliuni so’ turnati.

 

E a la chiazza sìhinu cù rivise,

viri u tinenti, viri u ginirali,

s’appostinu cu miragli appise,

au spiculu hi Curraru cu gambali.

 

A figlia Trisina avìa sturiatu,

e a la scola ‘nsegna a lu paisi,

stìa sempi cu lu patriceddu amatu,

roppu morta a mamma cu na tisi.

 

A la figglia li fatti ri la guerra

lì cundava lu bellu vecchiareddo,

‘ndà stanzuledda ‘ngapu a terra,

li fatti lì cundava zurfareddu.

 

Si raddà passu mò mu vehu ‘nnanza

a cumba Filici u Lazzarottu,

e na strenta mi piglia a la panza:

m’arricordu hi nustalgia nu mottu.

 

Na voccuccia pulita e tanda roci,

na paruledda fina e turnisera,

e n’occhiceddu ti veri e po’ ti coci

l’arma e ‘ncamin ti lassa a peri.

 

Si ti ni vài pì ‘mmenzu a la chiazza,

lu viri assittatu cu tandi vecchiareddi,

ca parlinu hi questa e quedda razza

e virivi ‘nda sacchetta chiavisteddi.

 

Sunava la zambogna ntà la festa,

quannu u granu mitihinu cu na rezza

carrìava li gregne a l’aria lesta

cumba Filici cu ‘ngapu na pezza.

 

Cumba Filici era sinatrista,

‘croci su croci’ mittiti a quedda lista,

quannu a spica vincìhu u socialista,

li gaddini a mangià granu ‘ntà la pista.

 

Chi gloria bella, chi festa granni

nun c’è nisciuni ma a tutti quandi

li viri ‘ntu cori abballà auanne,

ntù paravisu zombinu, so sandi.

 

A COMPARE FELICE, DETTO “LAZZAROTTO”

 

Vedi a compare Felice il “Lazzarotto[1]”,

se ne viene con un bell’asinello,

se ne viene dalla parte di sotto,

sale e scende per un monticello.

 

Una piccola scesa e una scalata,

se ne viene con un bell’asinello,

ed eccoci arrivati a Castello[2],

porta in capo un corto cappello.

 

La mattina presto da San Pietro

se ne scende fino all’Acqua al Gelso,

là tiene la vigna e l’orto da dietro,

se ne scende da sotto al dirupo.

 

Sta con la famigliola al rione “Giudea”,

con Angelina e la figlia Teresina,

là ci abitava la gente ebrea,

c’è una fontana che sgorga acqua fina.

 

A San Pietro c’era un lavatoio,

vedevi sempre donne a lavare i panni,

l’uomo stava come un pestatoio,

portavano in testa ceste pien di vanni[3].

 

Ancora sgorga quella fontanella,

è un’acqua bella che ti rinfresca il cuore,

se ti trovi a passar da quella piazzetta,

fermati e fanne un sorso d’amore.

 

Là c’è la cantina di compare Felice,

ti chiama, ti offre un bicchier di vino,

gira una gallinella piccolina,

subito accorre pure un vicino.

 

Là c’è il botteghino di “Michi Michi”:

aggiusta di tutto, da sedie a ombrelli,

cuce i piatti[4], raddrizza i pichi,

l’aspetta una frotta di donne con scialli.

 

Compare Felice ceste e cestini

faceva intrecciando giunchi freschi,

poi li essiccava nei sottani,

cestoni d’asino e di canna fischi.

 

Se passi da quel di San Pietro

senti un forte profumo d’antico,

tutto è vacante, ma par che da dietro

in mente senti la voce di un amico.

 

Guarda avanti: da finestre e balconi

come se si affacciasse tanta gente.

Vedi bene, ma non c’è nessuno!

Ma nel cuore ci sono tutti quanti!

 

Adesso ci puoi girare con una scopa,

sono andati tutti a “Ruspagano”[5],

dalla Costa fino alla fiumara,

del paese dei pancia all’aria in mano.

 

Le gallinelle in mezzo alla via

beccavano per le strette strade,

capre, asini, porci e chicchessia

nei sottani: lì si sistemano le vesti[6].

 

Compare Felice aveva fatto la guerra,

aveva combattuto nel deserto di Libia.

Soldati erano morti in quella terra,

e tanti ammorbati s’eran di rabbia[7].

 

Il soldato gira d’Aleppo a Mecca,

tanti giovani dal paese sono andati,

gira il soldato come un mamelucco,

due ragazzi alla fine a casa son tornati[8].

 

E uscivano in piazza con divise:

vedi il “tenente”, vedi il “generale”,

s’appostavano con le medaglie appese

allo spigolo di Corrado col gambale[9].

 

La figlia Teresina aveva studiato

e insegna a scuola nel paese,

stava sempre col padre amato,

dopo morta la madre con una tisi[10]. 

 

Alla figlia i fatti della guerra

raccontava il bel vecchierello[11],

nella stanzetta in capo alla terra[12]

raccontava brioso zolfanello[13].

 

Se passo da là mi vedo innanzi

a compare Felice il “Lazzarotto”,

mi piglia una stretta alla pancia

di nostalgia, ricordo un suo motto.

 

Una boccuccia bellina e tanto dolce,

una parolina fine e tornitrice[14],

un occhietto che ti vede e che ti cuoce

l’anima e se in cammin ti lascia a piedi.

 

Se cammini in mezzo alla piazza,

lo vedi seduto con tanti vecchierelli,

che parlano di questa e di quella razza,

dalle tasche sporgono i chiavistelli[15].

 

Suonava la zampogna alla festa,

quando mietevano il grano con la rete[16]

portava i covoni all’aia lesta,

compare Felice con in capo una pezza.

 

Compare Felice era “senatrista”:

“croce su croce” mettete a quella lista!

Quando vinse con la spiga il socialista,

le galline a mangiar grano sulla pista[17]!

 

Che gloria bella, che festa grande!

Non c’è più nessuno, ma tutti quanti

li vedi nel core ballar quest’anno.

In paradiso saltano, son santi.

 

 [1] Il soprannome “Lazzarotto” riprende la radice ebraica “Eleazar”, donde Lazzaro. La famiglia di Felice abitava infatti nell’antico quartiere ebraico, detto “Giudea”.

[2] “Nu pinnineddu e nu pitticeddu, tirituppiti ‘ntà Casteddu” è un modo di dire: una scesa e una salita ed eccoci a Castello.

 [3] Piumini, grosse coltri.

 [4] Erano grossi piatti di terracotta che “Michi Michi” pazientemente ricuciva con fili di nervi di bue. Allora nelle famiglie si usava mangiare in un solo piatto.

 [5] “Ruspagano” è la zona dove c’è il cimitero nuovo. La toponomastica richiama le latine reminiscenze: “Rus pagana”: la campagna dei pagani. “Il paese dei pancia all’aria”: allusione al regno dei morti. “Andare con una scopa”: modo di dire che non c’è nessuno.

 [6] La “pettola” era il lembo di veste o di camicia che fuoriusciva dai pantaloni. Allora per sistemarsi entravano nei sottani. “Catoio” significa sottano, dal greco “catà” e “oikos”, che significa letteralmente “sotto casa”. Gli animali convivevano con le persone: maiali, capre, asini, muli, galline.

 [7] Rabbia per dire dissenteria, o malattia generica.

 [8] “D’Aleppo a Mecca” espressione dialettale di origine araba per dire girare a zonzo. Anche “Minilicco” è un’espressione di origine araba che rimanda sia a Menelik, il ras etiopico, che a mamelucco, guardia ottomana.

 [9] Dopo la guerra non avevano vestiti e i reduci uscivano in piazza con le divise militari e le medaglie, tanto che ancora c’è rimasto il soprannome: il “tenente”, il “generale”, nome che si è tramandato anche alla progenie. Ricordiamo, ad esempio, Maria “il tenente”, o Maria “il generale”. Lo spigolo di Corrado è un angolo della piazza dove c’era il negozio di Corrado Corradino. La figlia Maria Corrado era insegnante.

 [10] Tisi, nome generico, sta per malattia.

 [11] Cfr. a proposito di Teresa Armenti, “Mio padre racconta il Novecento”, Ed. Magister 2022.

 [12] “In capo la terra” e “In ‘mbera la terra” sonno espressioni per indicare la parte alta e la parte bassa del paese.

 [13] Sta per persona allegra e loquace.

 [14] Una parola pungente che come un tornio ti fa girare.

 [15] Le grosse chiavi inferro battuto che aprivano le “mascature”, le portentose serrature dei portoni di castagno, forti come ferro.

 [16] Era una grossa rete fatta di canne e giunchi con cui portavano i covoni. Questa grossa rete era fabbricata dalle sue mani operose. I covoni venivano portati in un posto ventoso, detto “aria”, dove venivano pestati con grosse macine, tirate da asini e poi gettati al vento per separare la paglia dal frumento. C’era diverse “arie” che prendevano il nome dal posto dove si trovavano, come l’”aria a cirasa”.

 [17] “Senatrista” nel senso che sosteneva Senatro Lauletta (1925-2000) uno dei fondatori della DC lucana. Si allude al fatto che i contadini analfabeti, per non sbagliarsi mettevano croce su croce, cioè sul simbolo della DC. Quando negli anni Ottanta vinse il PSI, con il simbolo della spiga, per la gioia buttavano il grano in piazza e vedevi le galline che andavano a beccare.

 

 


domenica 24 maggio 2026

Ivan Pozzoni, Lo Stato Pontificio, Edizioni Divinafollia, 2026, p.58, 12€

 

Il tardomodernismo letterario come nuovo Gruppo ’63: Lo Stato Pontificio di Ivan Pozzoni

 Non potremmo essere più distanti. Non potremmo essere più diversi, Pozzoni ed io, quanto a stile letterari, contenuti, forma e sostanza. Io per lui potrei essere una “Liala” (celebre autrice di romanzi rosa), per ricordare il termine che i poeti avanguardisti del famoso Gruppo ’63 usavano ironicamente nei confronti di autori rimasti tradizionali. Eppure lui chiede a me le mie impressioni di lettura ed io spero che lui mi trasmetta le sue su quanto scrivo io, anche se per Pozzoni leggermi potrebbe essere come leggere il tipico bigliettino che si trova scartando una nota marca di cioccolatini. Perché? Perché in letteratura e specialmente in poesia si fa così, ci si legge e ci si confronta anzi, più si è diversi più il confronto può essere interessante e stimolante. Del resto io sostengo da sempre la massima libertà espressiva dei poeti, al di fuori di ogni vincolo formalistico. E l’energico verso di Pozzoni è splendidamente libero. Libero di transitare nella prosa poetica, libero di cantare la drammaticità della vita attraverso le emozioni e i sentimenti come pure mettendo in versi arte, storia, politica, mitologia e persino economia e finanza ma il tutto resta poesia nel senso più etimologico del termine ossia “ciò che si fa” (verbo greco poiein). Il suo frequente saltare di palo in frasca è proprio la sua vera forza espressiva. Non cerchiamo quindi di capire tutto ma avventuriamoci nel mondo della scrittura di Ivan Pozzoni e sarà come viaggiare da un capo all’altro di tutto; sarà, a tratti, risentire la voce di Carmelo Bene che declama Baudelaire;  sarà un viaggio a tutto campo in una sua profonda, personale cultura che abbraccia vari aspetti del sapere umano per tradurlo in una vertiginosa alleanza di tragedia e comicità, irriverenza nei confronti di qualsiasi concessione all’ipocrisia dell’“esser perbene e far la faccia che conviene”, come cantava Guccini nel suo “Antisociale”. Ivan Pozzoni, per ciò che con notevole impegno sa comunicare, potrebbe quindi porsi a capo di un nuovo gruppo simile al citato Gruppo ’63 perché senza darsi delle regole definite tale gruppo diede origine a opere di assoluta libertà contenutistica, senza una precisa trama, che in ogni caso contestavano e respingevano i moduli tipici del romanzo neorealista e della poesia tradizionale, perseguendo una ricerca sperimentale di forme linguistiche e contenuti. Forse siamo in troppi ormai a friggere e rifriggere sempre la stessa roba, anche se con risultati talvolta eleganti, piacevoli e apprezzabili. Forse è il momento di una nuova svolta come fu quella del 1963 e Ivan può esserne protagonista.

Ugo Colla


 

 Ivan Pozzoni è nato a Monza nel 1976. Ha introdotto in Italia la materia della Law and Literature. Ha diffuso saggi su filosofi italiani e su etica e teoria del diritto del mondo antico; ha collaborato con con numerose riviste italiane e internazionali. Tra 2005 e 2026 sono uscite varie sue raccolte di versi: Underground e Riserva Indiana, con A&B Editrice, Versi IntroversiMostriGalata morenteCarmina non dant damenScarti di magazzinoQui gli austriaci sono più severi dei Borboni, Cherchez la troika e La malattia invettiva con Limina Mentis, Lame da rasoi, con Joker, Il Guastatore, con Cleup, Patroclo non deve morire, con deComporre Edizioni e Kolektivne NSEAE e Lo Stato Pontificio con Divinafollia. Ha scritto/curato 152 volumi, scritto 1000 saggi, fondato un movimento d'avanguardia (NeoN-avanguardismo, approvato da Zygmunt Bauman), e steso un Anti-Manifesto NeoN-Avanguardista. I suoi versi sono tradotti in trenta lingue. Nel 2024, dopo sei anni di ritiro totale allo studio accademico, rientra nel mondo artistico italiano e fonda il collettivo NSEAE (Nuova socio/etno/antropologia estetica) [https://kolektivnenseae.wordpress.com/], braccio “armato” del tardomodernismo letterario.

 


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