giovedì 6 agosto 2026

La terza edizione della Manifestazione “Vicoli in Arte” si terrà a San Martino d’Agri ( PZ) il 10 e 11 Agosto sul Tema “paesi da vivere o borghi da visitare?”

 

                                


Promossa dal Comune, dalla regione Basilicata  e dall’associazione culturale Marinelli  si terrà il 10 e 11 Agosto a San Martino d’Agri (PZ) la terza edizione della manifestazione Vicoli

 



In Arte…. Parteciperanno i pittori con le proprie opere: Paolicelli, Rosa ,Gelsomino , Ramaglia ,Cicala, Del Prete, De Stefano, Candeliere, Orlando, La  Casa, Motta, Zaminga, Montesano, Santarsiero, Torre, Schettini, Martino, Notargiacomo, Lo Giudice, DiLascio , Miraglia , Akulova, e Spit.

                  


 Al salotto letterario  sempre sullo stesso tema  parteciperanno i  poeti e  gli scrittori: Novella Capoluongo, Prospero Cascini, Giulia De  Stefano, Giuseppe Surico, Nicoletta Fortunato  , Francesco Serafino ,Roberta Alberti ,  Michelangelo D’ Auria , Mina Falvella, Nicola Antonio Roberto Amato, Maria Carmela Scutillo e Sabina La Grutta. Coordinatore dei moderatori (Celeste Alberti, Cinzia D’Agostino e Arjana Bechere) sarà Domenico  Luca Tranchitella. 

Intermezzi musicali  del maestro Simona Russillo. 



La supervisione è garantita, come sempre, da Domenico  Dragonetti ormai punto di riferimento …

                                 







mercoledì 22 luglio 2026

Giovanni Laera “Creanza” (Marco Saya Edizioni, 2026)

 

                         


 

La maturità letteraria non è anagrafica. Parla già nel tratto aperto, si incista nella materica consistenza bilanciata del verso quando contiene ed esprime la condivisa forma sintattica e metrica, nel groviglio creativo di geniale sonorità. “Creanza”, edito poetico di Giovanni Laera, riporta sulla pagina tutta la perizia linguistica e la ricchezza terminologica di una ricerca autentica, riuscita e particolarmente raffinata. I quattro versi finali della lunga poesia di apertura riportati in quarta di copertina sono emblematici di un risultato svelante: “ferocemente andando a colpi d’ascia/ e perdonati mai morire ma felici/ felici nell’azzurro eterno dirsi/ restiamo ancora qui – non è più tardi”; così la versificazione compatta conclude un iniziale avvio che nel suo sviluppo da “Luminosa maniera di esistere/ nel bosco di un buio fammi male/ ridicolo chiamarti puberale e/ reviviscente, sciame di specchi, respiro”, rimarcava il dato delle pluralità in assonanza con anche presenza di rima, ma un insistere graziato da una avvolgente armonia irregolare abbinata al senso del passaggio in urto e ritorno, nella possibilità terrigna così come nelle variabilità atmosferiche che stratificano l’approccio al tu posto nella condizione di possibile relazione in procinto di avviarsi o estendere la praticabilità nella giusta complessità che richiede l’intervento poietico potenziato, qui, dal passaggio alla intelaiatura facente con i versi asimmetrici un impianto che non esclude vocazione rivolta agli accostamenti paratattici e alle allitterazioni reiterate. Anche il trattino entra in campo in alcuni passi esprimenti aggregazioni grafiche, oppure episodi d’intenzione tesi a mantenere il passaggio interrotto però dal rientro di un blocco strofico in cornice parentetica; elencazioni a responsabilità acuita dal lemma emergente e, allo stesso tempo, integrato nella serialità dei vocaboli stessi: “(essere, brain rot, zero/ tra reel e storie, rot, brillano, brain/ le scorie, brain, la storia, rot, la stella”. Giovanni Laera sa anche esprimere il senso d’amore in una versificazione nobile, di eleganza ritmica e metrica mista, attraverso l’effettuarsi dei rimandi: “come nel vero si riduca il quieto falso/ della bellezza, ti spio per ogni lusco/ fiore di primavera nell’acquaglia, ti/ dico che ti amo in questo azzurro in cui// siamo infiniti, eterni – il paradiso esiste”. Ma, in contrasto, sorgono e si innestano nel tessuto linguistico anche raffiche e scoppi, risate e numeri, turisti e monopattini, episodi ad incastro e rivelazione nella mappatura emissaria di collegamenti spesso inusuali, con auspicio di endecasillabo e rimario, enjambement e afflato lirico rivisitato. Una miscellanea espressiva varia e complessa dove, come giustamente affermato da Guglielmo Aprile, il tempo non è lineare ma sviluppa intrecci e ritorni che s’intersecano. Una effettiva koinè operante in stato di prolungato atto, disposizione verso una intelaiatura multiforme d’inquietante e assiduo compenso nel rintracciare, al passo sincopato dei versi, le pluralità materiche evolventi, abitate nel loro mutarsi e riprodursi. L’instabilità biologica avverte condizioni riflessive esposte al tratto energico e capace di esprimere l’intento nascosto; così assistiamo ad esiti che rivolgono alla dicitura la coesistenza di raffigurazioni binarie: “La spiaggia/ è un periodo fitto di concessive...” dove duplice è l’emersione nel dato dal luogo e dal tempo, nell’intrecciarsi di significati multipli ma rigorosamente scolpiti. Domande metafisiche appaiono nella consistenza erratica della scrittura quasi termica che Giovanni Laera propone in un dispiegarsi di solidi costrutti a diramare gli afflati ma anche gli spaventi, le consistenze toccate e poste all’attenzione che impongono i quesiti; “Opzioni vaginali, uomini – uccelli, multicolori/ suoni sbadigliano sul lungomare: il mondo-/ solo tatuaggi sulla terra emersa”, dove la concretezza eversiva incontra una opzione surreale. Le pagine presentano uno sviluppo votato anche ad aspetti di onomastica, quale vera e propria linguistica intrecciata alla storia che si connette ai processi di denominazione in una articolata toponimia. Emergono poi successioni fonetiche complesse, richiami al provenzale e al vocalismo chiuso, con una sorprendente vitalità di alternanze e rimandi, inserti vernacolari a specchio nella miscela di timbri espressivi che comprendono una mistura colta che non esclude il termine volutamente crudo: “e la notte mancata sarà per te foresta/ quando spompinerai  marmitte nei parcheggi/ o riempirai le bocche con l’acquata/ che sta arrivando, monna, monna/ Leonessa de le peccata, della fogna”. Presente è poi la terra natale di Noci, le fragranze e i colori, il trasportare gli stimoli d’origine alla possibilità di aperture ulteriori, quali riecheggianti ritmi in vivacità fonetica: “o quando autunno o alunno, sarchio, spera/ di ritrovarsi indenne con le piume,/ finché la primavera apra le tende”. La sezione “Rugose, ineffabili scimmie” presenta quelli che verrebbero definiti poemetti in prosa ma che preferisco nominare come brani in prosa poetica, dove la successione continuativa nega la versificazione e, qui, si costituisce in un’alternativa affiorante da schema testuale nel quale s’innestano rimandi a lupi antropomorfi, volatili azzurri, angeli passanti, poeti vampiri, amici e marmotte, tovaglioli e statue, folgori e pescatori, deserti di paure, strami di cinismo. E l’opera continua con una sezione, “Stanze del vero bene”, dove le poesie rivelano una centratura esemplare nel composto rigore di versi che determinano una precisa inquadratura: “Nel trito verso che non spera un sonno/ allunga la verdura e freme. Il tramite/ è una voce che immilla in verbi e frasi/ questa paura. Coste immerse in siero”. Ma l’intero esito di “Creanza”, nella sua complessità, detiene la peculiare valenza ritmica, pur nelle differenti scansioni, di uno spartito magistralmente proposto da Giovanni Laera attraverso un continuo sviluppo battente mentre “La noia intanto inghiotte altre domande,/ l’afa opprimente ci dissolve al bianco” e ancora “tra i pitosfori gonfi verso il mare./ E’ tutta luce, sembra dirci: è un sogno”.

 

                                                                               Andrea Rompianesi

 

 

 

martedì 21 luglio 2026

Assunta Sànzari Panza, La visionaria, Vallecchi, Firenze, 2026


 Le quattro sezioni in cui è divisa la silloge (Bios, Onirica, Eliotiana, Fragmenta) offrono immediatamente l’idea sia del contenuto sia del percorso che il lettore si trova ad affrontare. E sembra quasi una sfida: prima di tutto con il tempo che diventa elemento immateriale di riconoscimento, contratto in passaggi che guarniscono quesiti ancestrali come, ad esempio, “Chi soccomberà, chi trionferà?” fra bene e male, fra memoria e oblio, fra visione e realtà.

“Ridono gli ignari del tempo in dono / dimentichi forse del vile inganno / perpetuo cielo di vitamorte”

“È andato il tempo / l’ora è ferma / lei soltanto siede nel cerchio”

“La vita è andata / pulvis es / la collina si farà montagna / con ossa spaccate / et in pulverem / che resterà dell’uomo?”

C’è una varietà d’intenti segnata dal voler riportare ogni motivo poetico alla sua sostanza, dove le idee sono immagini e le immagini assumono il ruolo di idee in un contesto che appare un labile cosmo. Il tutto si risolve, o si riconduce, alle emozioni individuali della poetessa che debbono oggettivarsi nella concretezza della realtà. Da qui il suo linguaggio: sobrio, quotidiano, a volte apparentemente freddo per non dire arido, ma che si apre a echi di mistero, a risonanze metafisiche, a fantasie di sogni.

“Polvere grigia / barlumi di brama / tensione dispersa / farraginosi spettri / di castelli incantati. / Il mondo resta silente / dinnanzi al folle capriccio del fato.”

“Battono i colpi ed è risonanza / di ricordi apocrifi a galla / scolano in acqua di stagno: resta la melma.”

Assunta Sànzari Panza è una scrittrice sorvegliata e attenta, che possiede una coscienza e conoscenza verbale ascrivibile alla tradizionale classicità, calata però in un contesto storico attuale che le permette di utilizzare un lessico genuino, fedele a se stesso. Nei suoi versi si avverte una specie di estrosa grecità che si incarna in sintagmi di differente estensione, così come enunciato nell’esergo tratto da Max Bense “scrivere significa costruire il linguaggio”. Ecco perché le immagini si riconducono ai miti e il sentimento che ne scaturisce le ordina e subordina.

Infinito il tempo del gioco / tenace memoria del frutto acerbo. / Dov’è la bimba che godeva / rotonde delizie sapore ancestrale? / Dove la voce che irrompeva / nel folto del bosco?”

Il richiamo di Cicerone è qui doveroso, là dove afferma “Brevis a natura vita vobis data est, at memoria bene redditae vitae sempiterna”. E non c’è chi non veda nei versi successivi un rimando alla letteratura novecentesca. Da Proust a Montale. All’aridità montaliana, per essere meglio precisi, come sosteneva il Flora.

“Taci, non voglio sapere, / smetti il mugolio dolente / affrettiamo il passo prima che il gelo / rapisca la quiete. / Il freddo è ruggine sparsa / corrode annienta la lingua / Ecco il cavallo stramazzato / ultimo gemito mortale. Cerchiamo anche noi il tempo perduto.”

Nonostante ciò, la memoria pensosa e affettuosa della poetessa affronta la vita tentando di liberarla dal male e diviene, la vita, ipso facto luogo di verità e realismo, rapendo l’anima del lettore e trasportandola verso orizzonti di quasi mistica evasione.

Traspare allora e fluisce un vocabolario classico ed elegante, nel quale si intravedono rime e ritmi scientemente travasati in ricchezza di stile e contenuto.

“Ultime stelle / ultimo volo mancato: / fine dei giochi. / Nessuno si muova. / Tutto fermo. /Niente pioggia, / nell’arido volto implorante / nessun desiderio. / Spenti i lumi trapassano il nulla / mercanzia di vane speranze / baratti di falsi mercanti.”

La struttura della frase, non solo nei versi citati precedentemente, bensì in tutta la raccolta “La visionaria”, fa pensare al lavoro dell’archeologo che pazientemente analizza, raffronta e ricostruisce. Si trovano in effetti nelle liriche di Assunta Sànzari Panza richiami d’ogni tipo: da quelli letterari a quelli filosofici. Sono tanti puzzle che si intrecciano con altrettanti significati e significanti, attraverso morfemi e “logemi”, che richiamando strati latenti della psiche vogliono portare alla luce ciò che il nostro es vorrebbe tener nascosto. “La poesia è memoria fatta voce” diagnosticava Octavio Paz. E in ciò la poetessa è senz’altro una degna esecutrice.

 

Enea Biumi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

giovedì 16 luglio 2026

Alberto Mori “Framing” (Fara Editore, 2026)

 

                                    


 Alberto Mori, poeta, performer e artista, tra le voci più originali della generazione poetica nata nei primi anni Sessanta, ci dona il titolo “Framing”. Accezione linguistica nell’ottica delle distorsioni nelle quali la percezione delle cose cambia a seconda di come il messaggio viene incorniciato, ma anche veicolato attraverso i mutamenti personali di prospettiva. Significativo che Mori inauguri la pagina citando il sociologo Erving Goffman, in particolare quando indica il framing come una lente che può deformare o mettere a fuoco, in uno sviluppo che porta quindi, inevitabilmente, ad una peculiarità soggettiva e interpretativa. Il libro è suddiviso in sei sezioni su partitura mobile e strutturata, accattivante e modulare, come alternanza di percezioni abilitata alla cattura di elementi fonetici e visivi graficamente posti nella tracciatura poliedrica. “Le ciglia viste finalmente in due archi/ Dal basso verso il piano dello sportello/ dove discoste s’appartano dallo schermo” e ancora “Dalla ringhiera per inerzia/ Penzolano basse mani rilasciate/ Il ginocchio spinge sollevato/ con pressione del corpo/ Baluardo dello sfinimento tenuto in trazione”. Sono inquadrature esigenti, accorte perché sperimentate nei ritagli di una singolarità che acuisce la percezione del particolare portato a segno tangibile e capace di richiamare lo sguardo e reindirizzare il pensiero. Non è un caso che le sezioni siano aperte da una sorta di pagina “dialogica”, quasi a definire un processo cinematografico di preparazione alla ripresa filmica. Gli accostamenti delimitano gli spazi e ne ammettono la liceità irregolare, l’ampiezza estorta alla condizione dicibile, relativa al cospicuo fenomeno che osa l’alternanza ma anche la modifica nella possibilità che include sentire di sinestesia: “Vento disinquadra ora/ Increspa accenno invisibile/ Abbandona fiato buio”. E’ un rapportarsi alle aperture che disegnano scorci e intagli, arrivando a configurare percezioni asimmetriche, posture, passaggi, enti che imprimono reazioni di sosta e di gesto, di frantumazioni e insistenze. Anche l’elemento in natura determina agnizioni improvvise e selettive, in auspicio di colori attesi o parziali, di movimenti e mutamenti da interpretare: “Nuvola nella nube/ Nembo in strato/ Cirri appesi/ sopra masse cumuliformi”. Nella sezione “Luce” è possibile cogliere una flessibilità di veduta che opera in versi la prosecuzione di un accenno situazionale costituito da fotogrammi irrisolti, tratti che concedono soste e sequenze, riproducibilità peculiari compiute nella sonorità della parola attraversata dallo sguardo del poeta. “Oscilla chiarità nota della trasparenza/ aperta al formicolio di fosfeni invisibili”, evocando quelle luci del sistema visivo, i fosfeni appunto, che già Andrea Zanzotto poneva come ciò che resta della visione, in una pluralità che non esclude una particolare sensibilità di veglia. Nella sezione “Aria e sorvolo”, poi, Alberto Mori costruisce anche un esempio di architettura strofica dove i versi sono compattati in una differenza d’interlinea, attraverso una successione di moduli caratterizzati da accensioni e spegnimenti: “Origine accesa l’interno spazio luminoso attraverso/ immagini dettaglia giorno” e “Scomparsa in evanescenza restringente obbiettivo/ chiuso da portale dissonante”. Così dentro e fuori l’autore dirama, acuisce l’attenzione verso le strategie espressive che si contaminano diffondendosi in tracce di fiato, d’ossigeno, di gravità minimali. Nell’ultima sezione “Suono e corpo”, l’attenzione si concentra sulla visibilità di un esito testuale che accorpa i lemmi, in un caso ne pone anche il seguito con anagramma a frase, interviene sulla stessa variabilità di corpo dei caratteri, concentra il filtro interpretativo nel particolare asimmetrico, quando si esprime una collocazione che implica l’esistenza dell’opposto perché in riferimento a quello sussiste, in una condivisa osservazione che riafferma la decisiva tonalità dei particolari: “Lo spigolo ritma/ Trattiene frammento”; un frammento che Alberto Mori rileva e propone per evidenziare i molteplici significati del reale stesso sotto “cieli perfettibili”.

 

                                               Andrea Rompianesi

sabato 11 luglio 2026

Flaminia Rocca “Strappare lo scalpo” (Puntoacapo Editrice, 2026)

 

                   


Disposizione all’attesa o curatela ancestrale, disciolto portento o compressione avvitante; ecco un segno che appare ad eludere continenze reiterate e pianeggianti, verso invece una stratificazione che non esclude il verticale riarso, l’appunto dispiegato che condona la domanda inerente alla pretesa del mito. “Ma il mio palmo non è una zattera/ una finestra,/ eppure ha vista e fitta e fiato e/ dal vuoto del suo centro/ io spio la terra che mi spoglia/ dentro”; sono versi di Flaminia Rocca nel suo esito poetico “Strappare lo scalpo”. Maturo testo capace di consolidare una voce che sa coniugare sensualità e misticismo, crudezza e trasporto; oltre l’assiduo sentire di una musicalità trattenuta ma incisiva, condotta attraverso le sembianze di una ipotesi di attenzione non esibita, piuttosto coltivata, nella condensazione di un inciso: “Sei con me/ nella sete che/ non placo”. Il versetto 8.7 di Giovanni dice: “chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”; ma ancora più significativo è il successivo “neanche io ti condanno; và e d’ora in poi non peccare più” sapendo bene che ogni passo porta a ricadute e a ulteriori infiniti perdoni. Flaminia Rocca ne sottolinea il dato, il legame caduto tra il sasso e la colpa, la mano che scrive sulla sabbia ciò che nella sabbia non resta perché passa un vento nuovo; ma tutto implica il pensiero che si avvita, che si inoltra e non teme trafitture o anche solo distrazioni che si fanno mancanze, assenze di pacificazione. L’autrice pone le coordinate di un’attenzione mimetica, passo dopo passo, in strategie attive, anche umorali, energiche, quasi violente: “Trafitta/ dal ricordo - ad ogni passo/ coltelli ai piedi/ dell’acerba sirena che/ più non canta”. Ed è un fugare di scalpi e di labbra, di bocche e nomi, di partiture inedite così come di costole e capelli, di graffi e d’aceto; di domande comunque sospese alla inesorabile frattura di equilibri irrisolti che comportano tratteggi di mappe fonetiche delimitate da ricorrenze dolenti ed immagini limitrofe che gravano come “snodata scolopendra sinuosa”. Stefano Massari, nella postfazione, parla giustamente del porsi quasi come ostacolo che chiama all’attraversamento e, direi, al contatto anche se fugace, in contrapposizione radicale con una realtà odierna votata alla inconsistenza virtuale. Incombe il dato stregonesco che dietro l’angolo può invadere o deturpare dove muove lo sguardo alla capillare attenzione verso l’estenuante pericolo echeggiato: “Rettilario di vene sublinguali/ Cattività pallida di desiderio/ che rumina o semina morsi”. E poi emergono figure mitologiche del folklore nordico, il senso della morte in agguato, la sventura, i rilievi di isole immaginarie; così come le case di pietra, le maschere, le ossa, le braci e i tronchi, quelli che restano a galla. L’autrice accede ai suggerimenti estremi partendo da “il gesso sudato dei palmi”; nelle fasi di una dicitura ebbra di rimandi alternati alle tregue riproposte nella versificazione breve, assertiva nel distinguere la capillarità emergente degli equivoci, l’approssimarsi di confinate intonazioni, di tormentate reliquie. E’  poesia veicolante una “verticale della sete” che non si placa, un riproporsi di domande che affiorano dalle porosità e dalle cortecce, da solitarie abluzioni che si fanno ritratti intimi di una vocazione al sentire ma, forse, in disparte perché l’esegesi filtra le cose ma poi allude ad una prossimità, rivela Flaminia Rocca, “che non proprio mi s’addice”.

 

                                                                                                               Andrea Rompianesi

giovedì 9 luglio 2026

Daniela Attanasio, Il tempo non nasce e non muore, Vallecchi, Firenze

 


Ognuno di noi concepisce il tempo in forma diversa, l’uno dall’altro. Si tratta di una soggettività giustificata dal fatto che la vita ci conduce su strade e luoghi differenti. A volte opposti. Nessuno ne possiede una ricetta, tanto meno può accampare dei dogmi. È la coscienza, a questo punto, che si fa carico di dare spazio al prima e al dopo ricorrendo alla memoria, al sogno, al desiderio: la memoria di ciò che è stato, il sogno e il desiderio di ciò che sarà. In questa silloge di Daniela Attanasio la poetessa introduce le sue liriche con una costatazione che pone come punto di partenza, quasi una pietra miliare su cui costruire il suo racconto, una sorta di tesi – ammesso e non concesso che la poesia si esprima per tesi – indiscutibile: il tempo è un dio che non nasce e non muore, simile a quella porta dell’Inferno dantesco: “Dinanzi a me non fuor cose create / se non etterne, e io etterno duro.” E con il tempo, comunque, tutti conviviamo, ne siamo plasmati, perché lui, il tempo, ci attende ogni mattina, al risveglio, e ce lo portiamo di giorno in giorno sulle spalle, ne condividiamo gli umori e i tremori, lo supportiamo e sopportiamo, lo riproduciamo nella nostra mente. Non ne possiamo fare a meno. In questo incessante migrare, in una specie di universo parallelo, l’ombra del tempo è una meridiana che non segnala nulla, nemmeno la morte, è una clessidra senza sabbia, perennemente ferma, sospesa.

“… la misura del tempo è l’infinito” “… notte e giorno non hanno / fine nel loro perenne avanzare e nel tempo si ripetono in una / stanca continuità”

“è la vita che passa difficile a volte da ricordare / nelle sue salite nelle curve nelle sue improvvise sterzate / vita dissolta negli spazi vuoti della memoria / vita iniettata nel corpo da un’entità imperfetta e sconosciuta”

Quindi nessuno stress, nessuna rincorsa all’hic et nunc, nessun abbandono all’attimo fuggente, il carpe diem oraziano, perché siamo in una dimensione “altra”, in una astrazione che giustamente pregiudica quel ruit hora di Carducci. Ma, come nell’Ode citata, Carducci inneggia all’amore, così Daniela Attanasio indugia nel ricordo dell’amore, soprattutto nell’ultima parte, quella intitolata “Oggettivando”, e nell’intermezzo “Una ragazza che ho conosciuto”.

Per P.F. la vita era un cammino di sottomissione alla morte”

“ma insieme alla sopravvivenza c’erano altre questioni da affrontare / la casa il traffico della città i tempi che erano troppo stretti per il suo tempo // e come sempre l’amore”

L’autrice sublima l’amore, trasfigurandolo e imprimendolo nella memoria con quel dovuto distacco che l’accompagna nel suo iperuranio del tempo.

“ora guarda fuori dalla finestra / il sole sta scendendo ma non muore / domani sarà ancora lì presente come un occhio del firmamento / che dall’alto ci illumina e ci scalda / una stella infuocata che brillerà per sempre”

“quanto si è scritto sull’amore rimane nei millenni / come un lungo breviario di estasi e tormento - / opera di poeti che nelle poesie d’amore hanno annullato il tempo”

Certo, la poesia ha un ruolo essenziale, per Daniela Attanasio. Ricorrono spesso nella sua opera affermazioni che ne dimostrano l’efficacia, a dispetto, magari, di chi la disprezza o l’ignora. Nonostante il tempo presente – questo sì materiale, rancoroso e belligerante – l’umanità sente la necessità di tranquillità e sogno. Ed è con la poesia che ciò può avvenire. Sicuramente non come rifugio, ma come mezzo per superare i limiti che la materia ci impone. Un ponte culturale che travalica il quotidiano, un elemento che rassicura scortandoci nei passi dolorosi di un’esistenza incerta e traballante.

“i versi di Emily Dckinson hanno un effetto salvifico sul mio corpo / come la tachipirina quando attenua un dolore - / divento sua paziente e mi faccio curare”

E a proposito di Saffo:

“quello che resta delle tue poesie / sono i versi giovani di una civiltà antica / tu hai dato senso alla bellezza e all’insensatezza dell’amore / lasciando sciogliere nell’acqua dell’Egeo il corpo dolce della vita”

Ecco. In quest’ottica e con questo metro il tempo si dilata nell’eterno, scompare perfino la morte che scioglie il corpo dolce della vita. E la poesia arriva dall’antichità con il suo ruolo di bellezza e d’amore, sia pur insensato. Perché la poesia è vita e come la vita si rigenera, di anno in anno, di stagione in stagione, misura i passi, raccoglie emozioni in un continuum che non s’arresta, senza confini. È quell’ininterrotto “eternoretornografo” di cui parlava il poeta cubano Luis Rogelio Nogueras nella sua silloge “L’ultimo caso dell’ispettore(1) ove, nella lirica finale, sosteneva appunto che la poesia fosse nata nella notte dei tempi in una caverna di Chu Tien, ripresa in successione da  vari poeti (dalla caverna di Chu Tien agli Hittiti e agli Egizi, da Omero a Virgilio, da Imru-Ui-Qais a Villon, da Rimbaud ad Apollinaire) per giungere sino a noi.

 

Enea Biumi

 

        (1) Da “il Majakovskij”, rivista trimestrale di poesia scrittura e differenze, N° 19-20, 1995, Laveno Mombello (Va), traduzione di Maria Luz Loloy Maqruina ed Enea Biumi. Copyright Editorial Letras cubanas, 1983. 


Atelier N° 122 giugno 2026

 


Sempre interessante la rivista diretta da Giuliano Ladolfi, che con un editoriale ad hoc sostiene la necessità della poesia. 

"Se paradossalmente ci accorgiamo che il bisogno di poesia emerge oggi quando quest'arte sembra quasi scomparsa dal pubblico dibattitto culturale, dobbiamo concludere che, in un mondo illusoriamente saturato dai dati e dalla comunicazione, cresce la necessità di chiamare in gioco questo formidabile strumento di interpretazione della condizione umana".

A seguire troviamo quattro saggi dedicati alle poesie di Giovanna Rosadini, una disanima dei versi di Paola Ballerini, una interpretazione del poemetto "I naufraganti" di Luca Ariano e Carmine De Falco, e una serie di liriche di Daniela Bisagno e Gianfranco Lauretano.

Buona lettura

La terza edizione della Manifestazione “Vicoli in Arte” si terrà a San Martino d’Agri ( PZ) il 10 e 11 Agosto sul Tema “paesi da vivere o borghi da visitare?”

                                   Promossa dal Comune, dalla regione Basilicata  e dall’associazione culturale Marinelli  si terrà il 10 e ...