venerdì 14 agosto 2026

Enea Biumi, Magatèi - Burattini, ed. Puntoacapo, 2026


Enea Biumi ci consegna, nel suo dialetto bosino, una voce insieme antica e urgentemente contemporanea. Tra le rovine della Rocca d'Orino e i glicini della Madonna del Monte, tra il chiostro di Voltorre e le ringhiere arrugginite del tempo, il poeta osserva un'umanità che continua a ballare «al freddo del Titanic», mentre la guerra toma a macchiare il mondo. Con ironia dolente e tenerezza feroce, Biumi interroga i fantasmi della storia, i silenzi della natura, la memoria dei vecchi al camino e l'innocenza calpestata dei bambini. Marionette inconsapevoli o consapevoli, gli uomini danzano sul ciglio dell'abisso, mossi dai fili del potere, della violenza e dell'oblio. Eppure, in mezzo al fragore, resiste un rifugio: la bellezza aspra e luminosa della terra prealpina, la schietta poesia del dialetto, la capacità di stupirsi ancora davanti a un fiore o a una formica che solletica il collo.  Magatèi / Burattini è un libro di resistenza lirica, di radicamento e sguardo alto, per continuare a cercare, ostinatamente, un'armonia possibile. (Mauro Ferrari)

 

San Martino d‘Agri. Da Borgo a Paese dell’accoglienza e della Solidarietà attraverso la Pittura, la Poesia , la Narrazione e la Musica


Nei giorni 10 e 11 Agosto San Martino d’Agri, ospitando una collettiva di Pittura a cui hanno partecipato i pittori : Ramaglia, Cicala Del Prete, De Stefano, Candeliere, Orlando, La Casa Motta, Zaminga, Montesano, Santarsiero, Torre Schettini, Martino, Notargiacomo, Lo Giudice, DiLascio Miraglia, Akulova e Spit, e un  Salotto Letterario a cui hanno partecipato   I poeti e i narratori: Prospero Cascini, Giulia De  Stefano, Giuseppe Surico, Nicoletta Fortunato  , Francesco Serafino ,Roberta Alberti ,  Michelangelo D’ Auria , Mina Falvella, Nicola Antonio Roberto Amato, Maria Carmela Scutillo e Sabina La Grutta sempre accompagnati dal maestro Simona Russillo, ha fatto un salto di qualità  sposando la causa la causa della solidarietà reale.









La manifestazione ha affondato le radici nella vita concreta dei paesi lucani, nelle piazze, nelle campagne, nelle montagne, nelle case di pietra dove il tempo sembra conservare un respiro diverso.










Le opere lasciate faranno parte di una mostra permanente collettiva allestita nei locali dell'associazione Culturale Vincenzo Marinelli.




Tutto ha funzionato  alla perfezione sotto la guida attenta di Domenico Tranchitella  e    il controllo puntuale di Domenico  Dragonetti.




martedì 11 agosto 2026

Silvia Comoglio “Salgemma” (Book Editore, 2026)

 


                              

Il salgemma è un minerale,  un sale di rocca che ha un legame significativo con la cultura ebraica. Nella Bibbia, infatti, il sale è simbolo dell’alleanza eterna tra Dio e il popolo d’Israele. Un sale che, quindi, rappresenta una continuità poiché è stabile, non si corrompe. E “Salgemma” è il titolo dell’opera poetica di Silvia Comoglio, una delle voci più interessanti del panorama poetico contemporaneo. Il lavoro si ricollega anche al precedente esito, “Margit”, che affrontava, attraverso un disegno con fiori e farfalle della protagonista, un destino drammatico presso il campo di concentramento di Terezin. Da subito si snodano riferimenti alla Genesi, all’Esodo, ai Salmi, coinvolgendo la figura dell’allodola che inaugura il testo, condensandosi nell’avvio di una quartina allitterante quale prima stazione rigorosamente calibrata sull’endecasillabo: “l’ombra, amore, piantata, dentro/ nella gola, è ombra, tutta senza fondo,/ dell’unica tua ala che trilla, dentro,/ nella gola, a eterno spigolo di vita”. Poi, una serie di parole-chiave ad iterazione nelle strofe successive, “dentro”, “trilla”, “gola”, “parola”, e innanzitutto “allodola”, l’uccello che anticipa l’alba, accompagna l’uscita dalle tenebre notturne e acquisisce, in questo senso, un valore sacrale. L’effetto ritmico e fonetico si pone nella determinazione del verso che esprime anche tutta la necessità della dimensione grafica, con uso forte, in particolare, di parentesi tonde, trattini, tre punti. Incide la tecnica della ripetizione strutturale applicata a determinate strofe a contrasto temporale: “ieri, è ombra-/ di terra a svanire,/ splendore-/ di fiaccola accesa/ a taglio-/ di allodola di pietra”. Seguono poi, con grande perizia, innesti a diverso carattere grafico, tmesi, punti di domanda, assonanze; la reiterazione salda la compattezza dell’evento, la fissa nel dettaglio; la “quantità” visiva di spazio ammette perfino i tre punti tra parentesi quadre. Il succedersi che Silvia Comoglio costruisce sulla pagina ha una straordinaria coerenza di suono agibile, emissione di toni perfettamente compiuti ma, nello stesso tempo, aperti alla provvidenziale successione, come l’impatto di passi che colgono giunture così come avvallamenti in cui ci si rispecchia. Ci sono casi nei quali il verso si allunga, diviene una sorta di alessandrino con rimando montaliano: “tu, stammi solo a scudo semplice e risolto, a ombra”, dove incalza il refolo, la sua eco, la soglia atavica e sottile; ma anche l’inesprimibile indicato sulla pagina con una strofa visuale, a totale consistenza segnica, che presenta tre versi fatti solo di una successione lineare di punti. Il sintagma a diverso carattere innestato nella traccia rivolta all’evento possibile, pone il senso dell’attribuzione al proposito, alla responsabilità dello sguardo e del quesito, attesa ed uscita, pietra e sale, ancora l’ombra e il ventre. Forse i volumi indicati nello spazio possono essere accolti come mappe segnate dai termini di riferimento quali tangibili fonti delle possibilità semantiche che Silvia Comoglio assume in una procedura letteraria determinata nella flessibilità vocalica, così come nella solidità consonantica: “a pietra di mare, dove,/ infranto, ora risplende-/ il bacio, duro, di cielo-“. Quale vivibile vicinanza, o affetto, o amore, nella diuturna consapevolezza del dolore inevaso, della mancanza silente percepita negli intagli ricorrenti di elementi franti? Ma il corso della versificazione è così ben composto da strutturare un raro esempio di accensione verbale verso espansioni che prendono avvio da inizi embrionali e calibrature essenziali davvero precise e centrate. La veglia deterge l’accolta ubiquità che apporta discendenze assunte, sussurri sapienziali, occorrenze profetiche, memorie traspirate, sogni germogliati, “e infine, sta scritto: sono brina,/ le labbra, a ombra di confine”. Le appendici sono fronti di avvistamenti, di anabasi tradotte nella volontà di conoscere, registrare le impronte a testimonianza di dati innestati nella perizia dei giorni e delle notti, verso l’attesa e il consenso che possa agire sulle labbra, su una opzione desiderante. Esito, questo di Silvia Comoglio, che conferma un altissimo equilibrio fonetico ed una efficace e sempre rigorosa architettura testuale, a conferma della fondamentale importanza, in poesia, della tessitura grafica.

                                                                          Andrea Rompianesi

 

sabato 8 agosto 2026

Maura Baldini “Insula” (Marco Saya Edizioni, 2025)

 

                             


 La citazione parla di un’isola che per Auden è irreale...ma quella che Maura Baldini affronta nel suo testo di poesia “Insula” invece non lo è. L’Islanda, teatro naturale di una rapsodia, un avvicinarsi all’inizio, una terra nella quale l’aria si spezza e ferma il tempo, un simulacro. Ogni singola poesia si apre con una citazione che coinvolge un vasto orizzonte di riferimenti: da Rilke a Shelley, da Byron a Walcott, da Verne a Montale, da Celan a Ungaretti, da Hugo a Sereni. E’ l’ascolto il dizionario fonetico che propone l’evidenza di una osservazione filtrante il dato oggettivo, lo personalizza coinvolgendo la reazione seduttiva e posta quale alternativa alla solitudine esistenziale. “La notte, qui, è una voglia,/ che sfrega dietro la rètina,/ mentre il giorno imperterrito/ veglia, non recede,/ in un tempo di fasulla quiete”. Ecco che la strofa mista di settenari, senario e ottonario piano, compone un avvio indicativo che conclude con assonanza modulata e tenue. Allora si congiunge il ritmo con la complessità di ogni ritorno, o tentativo, poiché mai in realtà si ritorna davvero, e ancor di più dove si è stati felici. Sono viaggi che concedono una resa apparente alle inquietudini notturne, ad approdi e convergenze, ad un alternarsi di stati che le brevi strofe compongono nella formula applicata ad una versificazione di rigore e nitore nell’emergere dagli spazi d’interlinea. Maura Baldini acquisisce flusso davvero levigato, attraverso la possibilità allitterativa appena accennata, cauta, espressiva nella opzione : “Immagina un vento che aggredisce,/ d’acchito, e tenta di divellere la pelle./ Un vento che s’insinua addosso”. E’ un coro d’acque che spiega dolori, avverte circa le ferite riconoscibili e condivise nella quotidianità delle fratture; è linguaggio e testimonianza, sovrana in forra così come in oceano; è un richiamo che mi riporta ad un riferimento prezioso: “Libro d’acqua” di Massimo Scrignòli. Il percorso osserva, coglie, interpreta le percussioni della praticabilità dissestata; così come s’intersecano illusioni di pausa e ristoro, spoglie terrigne, assenze incombenti, la falcata agognata... e poi giunge “il requiem del giorno”. Il sentire è corposo e rarefatto insieme, scavalca l’ossimoro, conduce alla riproducibilità dell’assente; “Ho visto quella luce di seta/ scivolare dagli occhi alle spalle chiare/ come il fiato che si soffia in amore”; tre endecasillabi sciolti che disegnano un tessuto di similitudini attese nella modalità di una composizione calibrata. Sussulti di strade, flora e laghi, spettri di colori, incendi e cavalli, aprono espressioni cucite intorno a proporzioni leggibili, riconoscibili nelle pratiche di relazione che intuiscono la presenza di densità non limitabili, almeno nella percezione concessa dalla prassi poetica quando favorisce un’agnizione. Scrive Maura Baldini: “Appesa a una foglia guardo/ sbiadire le offese, e guardo te,/ paleolitico cielo che avevo tracciato”. In alcuni punti del libro, s’inseriscono interventi in una prosa poetica che estende la visibilità in un flusso orizzontale. E’ un passare anche per i luoghi dell’isola: Reykjavìk, Gullfoss, Husavìk, Stokksness, Landmannalaugar e altri. Così succedono avvistamenti di balene, respiri, porti, luci, cieli screziati, solitudini ataviche, silenzi albini, emersioni e tonfi, resistenze e paure, rifugi di dèi. Il verso in alcuni casi si allunga fino a diventare pentadecasillabo, quasi a costruire un accenno di narrazione intima e panica allo stesso tempo: “Perché tu sei la testuggine capovolta nell’indugio”. Gli elementi di natura determinano sviluppi e rimandi alla composizione inquieta del nostro sentire più profondo, più nascosto; così il filtraggio avviene in empatica sussistenza, comprende le reiterate migrazioni, le successioni dei rimandi. “Dal ghiacciaio, in discesa, venti catabatici/ increspano la laguna,/ le correnti sui fondali smuovono il ghiaccio/ che comincia a migrare verso l’oceano”, oltre i passi e le soste, le acclamate accelerazioni che le partiture frenano. Davvero allora, per l’autrice, la salvezza possibile muove gli aneliti attraverso distanze e cautele, nelle verticalità incessanti, ben compattate dal nitido rigore delle strofe. Anche le pagine in prosa esprimono uno stile raffinato e ritmico: “Così cantano i viandanti quando riprendono il cammino, con il passo che fa razzia di scoscendimenti, e di avvallamenti d’acque stagnanti. Avanzano verso il cerchio dei monti striati di malachite, di zafferano giallo e rosa, di ocra rossa”. Un rievocare sinuoso percorsi di genti nomadi come nomade è il nostro vagare nella complessità degli intarsi e dei riflessi quando, dice Maura Baldini, il volto cercato “non è nell’esilio/ e nemmeno nel ritorno”.

                                                   Andrea Rompianesi

Rudy Toffanetti, Eresia dei giusti, Vallecchi, Firenze, 2026

 


Suddivisa in sei capitoletti, la silloge presenta una unità di fondo, una sorta di file rouge che sottende ogni poesia tanto che i versi diventano un poema unico sia che ci parla di Ediacara, Atlantide, fossili, dinosauri, sia che si avventuri sui tram di Milano, o nei vicoli di Genova, o parli di satelliti Starlink e del Donetsk, o affronti relazioni amorose e famigliari. Il discorso poetico si innesta in un gioco del quotidiano, non scevro da sentimenti, preferenze, ricordi, per concentrarsi o per lo meno evidenziare problemi vitali sia del singolo che della comunità.

In quei giorni, tra lutti e gozzoviglie,
si stava in un acquario, col tramonto
sopra i mobili di casa ...
Oltre tante pagine del vento (attentati
migrazioni bombardamenti) non sembrò
cambiato niente, e la pioggia solo
un tocco vedovile alla scogliera ...

 Tra le crepe di tanti mali e le problematiche esistenziali si viene a formare un connubio che ci svela come tutto sia vita: lavoro, politica, storia, natura, religiosità, passato, amori, famiglia. Non c’è ordine, diacronicità assoluta, bensì disordine, a volte caos, timori di rimanere alla retroguardia del tempo.

C’è un tempo precedente
a ogni movimento, un tempo la cui stasi
è un’evoluzione disperante, ed è stata
una strana eccitazione della morte (…)

 Per questo è d’obbligo arrancare, districarsi per salvarsi, per indurire il corpo nella lotta con la vita. Non ci sono convenzioni sociali che tengano.

Provai la grazia di lasciare tutto
e mi dedicai al saccheggio. Nei carruggi umidi
di pesto e alici, ché a vent'anni non puoi altro,
c'era il vento e tu ti entusiasmavi
degli zingari, degli attimi e dei rigattieri.

 Il mondo con i suoi delitti ben confezionati, le sue macerie e i suoi veleni, finisce sempre per far capo alla fatica quotidiana, come in una catena di montaggio.

Qua gli affatturati, i pensatori della birra,
qua i maghreb e gli ufficieri, i pensionati, le raucedini,
gli alzheimer, ipertesi, i dolori compressivi -
metamorfa cerca di falò nelle cucine, sono
corpi santi, i fuochi fatui della periferia.

 Toffanetti è un giovane poeta (classe 1994) e sa già utilizzare una propria efficacia descrittiva, in cui la natura non ha nessun compito idilliaco né rassicurante, ma semplicemente realistico. Si tratta, infatti, di una poesia esistenziale, priva del fascinoso cielo o del pampino mosso dal vento o della coccinella sulla foglia di melissa o della compatta siepe di ligustro. La sua poetica è ricca di flash rapidi e concisi, rivela gamme accese di eloquio, ha la forza e la fantasia di chi ancora vuole battersi in un’arena difficile e torbida.

Il tram è la vita anfibia dei due mondi,
quando cuce e scuce la Barona, Chiaravalle,
Niguarda e l'Ortica, quando gracida
e sferraglia sopra gli starnuti e le code
degli eterni pellegrini, i rimossi, i pendolari.

 Il ritmo si fa serrato, il verso in alcune poesie quasi prosaico, ma la musicalità è costante perché l’autore è consapevole che senza musicalità la poesia diventa scialba e inquinata. Inutile. E non è il suo caso. Non per nulla Toffanetti cita e ammira incondizionatamente un artista come Franco Loi. Un po’ perché l’ha conosciuto, ma soprattutto perché ha tratto dai suoi insegnamenti la capacità di far “cantare” i versi nella loro dovuta e giusta intonazione. Basta leggere ad alta voce qualsiasi poesia di questa raccolta che ci si accorge di quanto significativo sia questo procedimento.

Non c'erano spaventi,
nessuno ti mangiava,
non c'erano creature né c'erano i creatori:
i figli resistevano da soli
all'esistenza e questa non chiedeva
in ausilio la speranza.
Non so per primo chi
abbia cominciato a inventare
che ci fosse un'eredità o un motivo
per trionfare.

Forse è troppo presto e forse mi sbaglio, ma mi piacerebbe inserire Toffanetti fra quella schiera di poeti che appartengono alla cosiddetta Linea lombarda. Non solo e non tanto perché Franco Loi è stato il suo mentore, bensì nel rifiuto costante della retorica e del soggettivismo, nell’uso di toni dimessi, quotidiani, antieroici e antilirici, nell’interesse per il presente. La sua lingua infatti non è né lirica né narrativa, ma un intreccio di lessico scientifico, domestico, cronachistico, filosofico, a volte religioso e fiabesco. Si sente infatti nei suoi versi lo studio, l’affinamento, il rapporto con la tradizione poetica di Raboni, Sereni e persino di Testori.

Lì galoppa il gorgosauro, cerca
un buco nella rete, lì lancia il petardo –
dice “capodanno!” Siede a cena con gli zii.
Nella vecchia casa alligna il cotechino,
il bimbo, all’ombra della mamma, trova
la vita, e la scambia per destino.

Giunti alla fine di questa raccolta sembra che il contenuto si dilati come a significare l’impossibilità di una chiusura. I versi acquistano un tono forse più intimo e familiare ma non rinunciano a gettare uno sguardo sul mondo. L’universo – sembra dirci – non finisce, si trasforma.

(…) intanto
tu arricciavi un buco dentro l'aldiquà e come sempre
grattavi l'infinito: concludevi l'universo in uno sguardo.

 È un rimettere in campo quello che i suoi versi ci hanno suggerito fin dall’inizio per tutta la raccolta. Immerso in uno stile elegante, con un lessico incisivo e una fervida immaginazione, il lettore è diventato il protagonista di un’avventura esemplare attraverso situazioni, stagioni, città che lo hanno accolto e cullato, accarezzato e ammaliato. Di autentica poesia.

 

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giovedì 6 agosto 2026

La terza edizione della Manifestazione “Vicoli in Arte” si terrà a San Martino d’Agri ( PZ) il 10 e 11 Agosto sul Tema “paesi da vivere o borghi da visitare?”

 

                                


Promossa dal Comune, dalla regione Basilicata  e dall’associazione culturale Marinelli  si terrà il 10 e 11 Agosto a San Martino d’Agri (PZ) la terza edizione della manifestazione Vicoli

 



In Arte…. Parteciperanno i pittori con le proprie opere: Paolicelli, Rosa ,Gelsomino , Ramaglia ,Cicala, Del Prete, De Stefano, Candeliere, Orlando, La  Casa, Motta, Zaminga, Montesano, Santarsiero, Torre, Schettini, Martino, Notargiacomo, Lo Giudice, DiLascio , Miraglia , Akulova, e Spit.

                  


 Al salotto letterario  sempre sullo stesso tema  parteciperanno i  poeti e  gli scrittori: Novella Capoluongo, Prospero Cascini, Giulia De  Stefano, Giuseppe Surico, Nicoletta Fortunato  , Francesco Serafino ,Roberta Alberti ,  Michelangelo D’ Auria , Mina Falvella, Nicola Antonio Roberto Amato, Maria Carmela Scutillo e Sabina La Grutta. Coordinatore dei moderatori (Celeste Alberti, Cinzia D’Agostino e Arjana Bechere) sarà Domenico  Luca Tranchitella. 

Intermezzi musicali  del maestro Simona Russillo. 



La supervisione è garantita, come sempre, da Domenico  Dragonetti ormai punto di riferimento …

                                 







mercoledì 22 luglio 2026

Giovanni Laera “Creanza” (Marco Saya Edizioni, 2026)

 

                         


 

La maturità letteraria non è anagrafica. Parla già nel tratto aperto, si incista nella materica consistenza bilanciata del verso quando contiene ed esprime la condivisa forma sintattica e metrica, nel groviglio creativo di geniale sonorità. “Creanza”, edito poetico di Giovanni Laera, riporta sulla pagina tutta la perizia linguistica e la ricchezza terminologica di una ricerca autentica, riuscita e particolarmente raffinata. I quattro versi finali della lunga poesia di apertura riportati in quarta di copertina sono emblematici di un risultato svelante: “ferocemente andando a colpi d’ascia/ e perdonati mai morire ma felici/ felici nell’azzurro eterno dirsi/ restiamo ancora qui – non è più tardi”; così la versificazione compatta conclude un iniziale avvio che nel suo sviluppo da “Luminosa maniera di esistere/ nel bosco di un buio fammi male/ ridicolo chiamarti puberale e/ reviviscente, sciame di specchi, respiro”, rimarcava il dato delle pluralità in assonanza con anche presenza di rima, ma un insistere graziato da una avvolgente armonia irregolare abbinata al senso del passaggio in urto e ritorno, nella possibilità terrigna così come nelle variabilità atmosferiche che stratificano l’approccio al tu posto nella condizione di possibile relazione in procinto di avviarsi o estendere la praticabilità nella giusta complessità che richiede l’intervento poietico potenziato, qui, dal passaggio alla intelaiatura facente con i versi asimmetrici un impianto che non esclude vocazione rivolta agli accostamenti paratattici e alle allitterazioni reiterate. Anche il trattino entra in campo in alcuni passi esprimenti aggregazioni grafiche, oppure episodi d’intenzione tesi a mantenere il passaggio interrotto però dal rientro di un blocco strofico in cornice parentetica; elencazioni a responsabilità acuita dal lemma emergente e, allo stesso tempo, integrato nella serialità dei vocaboli stessi: “(essere, brain rot, zero/ tra reel e storie, rot, brillano, brain/ le scorie, brain, la storia, rot, la stella”. Giovanni Laera sa anche esprimere il senso d’amore in una versificazione nobile, di eleganza ritmica e metrica mista, attraverso l’effettuarsi dei rimandi: “come nel vero si riduca il quieto falso/ della bellezza, ti spio per ogni lusco/ fiore di primavera nell’acquaglia, ti/ dico che ti amo in questo azzurro in cui// siamo infiniti, eterni – il paradiso esiste”. Ma, in contrasto, sorgono e si innestano nel tessuto linguistico anche raffiche e scoppi, risate e numeri, turisti e monopattini, episodi ad incastro e rivelazione nella mappatura emissaria di collegamenti spesso inusuali, con auspicio di endecasillabo e rimario, enjambement e afflato lirico rivisitato. Una miscellanea espressiva varia e complessa dove, come giustamente affermato da Guglielmo Aprile, il tempo non è lineare ma sviluppa intrecci e ritorni che s’intersecano. Una effettiva koinè operante in stato di prolungato atto, disposizione verso una intelaiatura multiforme d’inquietante e assiduo compenso nel rintracciare, al passo sincopato dei versi, le pluralità materiche evolventi, abitate nel loro mutarsi e riprodursi. L’instabilità biologica avverte condizioni riflessive esposte al tratto energico e capace di esprimere l’intento nascosto; così assistiamo ad esiti che rivolgono alla dicitura la coesistenza di raffigurazioni binarie: “La spiaggia/ è un periodo fitto di concessive...” dove duplice è l’emersione nel dato dal luogo e dal tempo, nell’intrecciarsi di significati multipli ma rigorosamente scolpiti. Domande metafisiche appaiono nella consistenza erratica della scrittura quasi termica che Giovanni Laera propone in un dispiegarsi di solidi costrutti a diramare gli afflati ma anche gli spaventi, le consistenze toccate e poste all’attenzione che impongono i quesiti; “Opzioni vaginali, uomini – uccelli, multicolori/ suoni sbadigliano sul lungomare: il mondo-/ solo tatuaggi sulla terra emersa”, dove la concretezza eversiva incontra una opzione surreale. Le pagine presentano uno sviluppo votato anche ad aspetti di onomastica, quale vera e propria linguistica intrecciata alla storia che si connette ai processi di denominazione in una articolata toponimia. Emergono poi successioni fonetiche complesse, richiami al provenzale e al vocalismo chiuso, con una sorprendente vitalità di alternanze e rimandi, inserti vernacolari a specchio nella miscela di timbri espressivi che comprendono una mistura colta che non esclude il termine volutamente crudo: “e la notte mancata sarà per te foresta/ quando spompinerai  marmitte nei parcheggi/ o riempirai le bocche con l’acquata/ che sta arrivando, monna, monna/ Leonessa de le peccata, della fogna”. Presente è poi la terra natale di Noci, le fragranze e i colori, il trasportare gli stimoli d’origine alla possibilità di aperture ulteriori, quali riecheggianti ritmi in vivacità fonetica: “o quando autunno o alunno, sarchio, spera/ di ritrovarsi indenne con le piume,/ finché la primavera apra le tende”. La sezione “Rugose, ineffabili scimmie” presenta quelli che verrebbero definiti poemetti in prosa ma che preferisco nominare come brani in prosa poetica, dove la successione continuativa nega la versificazione e, qui, si costituisce in un’alternativa affiorante da schema testuale nel quale s’innestano rimandi a lupi antropomorfi, volatili azzurri, angeli passanti, poeti vampiri, amici e marmotte, tovaglioli e statue, folgori e pescatori, deserti di paure, strami di cinismo. E l’opera continua con una sezione, “Stanze del vero bene”, dove le poesie rivelano una centratura esemplare nel composto rigore di versi che determinano una precisa inquadratura: “Nel trito verso che non spera un sonno/ allunga la verdura e freme. Il tramite/ è una voce che immilla in verbi e frasi/ questa paura. Coste immerse in siero”. Ma l’intero esito di “Creanza”, nella sua complessità, detiene la peculiare valenza ritmica, pur nelle differenti scansioni, di uno spartito magistralmente proposto da Giovanni Laera attraverso un continuo sviluppo battente mentre “La noia intanto inghiotte altre domande,/ l’afa opprimente ci dissolve al bianco” e ancora “tra i pitosfori gonfi verso il mare./ E’ tutta luce, sembra dirci: è un sogno”.

 

                                                                               Andrea Rompianesi

 

 

 

Enea Biumi, Magatèi - Burattini, ed. Puntoacapo, 2026

Enea Biumi ci consegna, nel suo dialetto bosino, una voce insieme antica e urgentemente contemporanea. Tra le rovine della Rocca d'Orino...