lunedì 16 febbraio 2026

FRANZ PORTA (1937-2001) a cura di Vincenzo Capodiferro

 


 Vivo pittore italiano, tra espressionismo e realistica ironia

Il pittore Franz Porta è nato a Bergamo il 21 febbraio del 1937 ed è morto a Nembro il 1° giugno del 2001. Formalmente viene inserito nella corrente, se possiamo in qualche modo codificarlo, dell’espressionismo tedesco, giacché il giovane pittore bergamasco per due anni e più è rimasto in Germania per modernizzare la sua formazione artistica classica.

Ha frequentato la Scuola Media a Bergamo, dopo si è iscritto all'Accademia di Belle Arti G. Carrara di Bergamo, dove, sotto la guida di valenti artisti, come i pittori Funi e Longaretti, ha completato la sua formazione artistica. Per capire bene mondo artistico di Franz Porta dobbiamo inquadrarlo in quella Bergamo, che è stato un centro di cultura e di cattolicità.

Conseguito il diploma all'Accademia, il giovane artista, non soddisfatto della sua formazione, si è recato in Germania, attratto dagli espressionisti tedeschi che a Monaco trovavano l'ambiente più adatto alla manifestazione della loro arte. È rimasto in Germania ben due anni, durante i quali ha assimilato l'indirizzo espressionista.

Il suo temperamento lo portava all'osservazione, a cogliere il lato debole delle situazioni, affinando una sua nativa ironia che si rifletterà sulle sue opere.

Due anni dopo, nel 1959, Franz Porta, forte delle sue nuove esperienze, ritorna in Italia. Si dedica al restauro sotto la guida di Mauro Pelliccioli. Lavora nella chiesa di S. Antonio a Bergamo su opere del Trecento e della scuola bizantina, del Foppa, del Romanino, della scuola del Mantegna, sugli affreschi del Bramante, scoperti dallo stesso Pelliccioli nel Palazzo Donizetti di Bergamo e sugli affreschi del Veronese nella Villa Palladiana Sesso-Schiavo di Sandrigo.

L’arte di Franz Porta è la risultante armoniosa di queste esperienze. Nel 1960 Franz Porta s'impone al Premio Internazionale «Primavera degli artisti» ad Albissola Mare, conseguendovi la Medaglia d'Oro dell'Ente Provinciale del Turismo, città di La Spezia, e una seconda volta nel 1962 il Premio acquisto dell'A.l.G. di Firenze. Nel 1964 ottiene la Medaglia d'Oro al «Premio Città di Savona» e nel 1965 ottiene a Roma per la prima volta un successo straordinario alla sua Prima Mostra Personale nella Galleria «Giulia Flavia» al centro della Roma rinascimentale nei pressi di Piazza Farnese e di Campo de' Fiori, a Via Giulia, il vecchio corso di Roma.

 La produzione di Franz Porta si articola su di una tematica molto varia e interessante. Il mondo artistico del pittore bergamasco si popola di personaggi sempre tipici che l'artista coglie negli ambienti dove ha trascorso la sua vita: Bergamo e Monaco, ossia l'Italia cattolica e la Germania neopagana, un ambiente conformista e un paese abbastanza progressista. Ma nell'uno e nell'altro ambiente Franz Porta sceglie i personaggi che meglio degli altri esprimono qualcosa di nuovo e di interessante. Dall'ambiente cattolico bergamasco che ricorda più da vicino la sua infanzia riprende, con un senso di reazione e di sarcasmo, le scene dei chierichetti, le «processioni», i «prelati», le «scholae cantorum», le «suore», i «preti» in una infinità di situazioni.  

Dall'ambiente tedesco Franz Porta prende, invece, tutto un mondo di angoli tanto cari agli espressionisti tedeschi, in analogia a situazioni e vissuti che si ritrovano nei romanzi dei nostri più quotati scrittori neorealisti, tipo Moravia o Pasolini. Si tratta di osterie, di donne ubriache, bestemmiatrici e divaganti in oscenità, si tratta di personaggi del terzo sesso o, ad esempio, soldati messi, come i «chierichetti» di memoria italiana, alla berlina, espressione di un antimilitarismo nato nel dopoguerra in Germania.

Da una simile tematica non bisogna escludere i «Paesaggi», le «Marine» e i «Fiori» che riflettono lo stato poetico del giovane pittore in cui si sente il bisogno di un attimo di tranquillità nella natura.

Come quasi ogni artista, il pittore soffre uno scompenso nella società, un intimo tormento per cui stabilisce un vero dialogo con la natura e soprattutto con i personaggi che egli ritrae sulla tela con violenza.

Questo colloquio tra realtà e umanità, tra artista e personaggi di una rinnovata società umana si modula in tonalità diverse, si esprime in colori fortemente dosati, in volti parlanti che mostrano qualcosa di intimo, una semplice curiosità come le «Due amiche», come il caratteristico atteggiamento della «Pescivendola» e come in tanti quadri di «chierichetti» e di «Suore» sorprese nella loro preghiera o un attimo prima o dopo la colazione.

Molte sue opere figurano in importanti collezioni private e pubbliche.

Nella valutazione critica, questo pittore è ritenuto come una delle più autentiche e forti espressioni della pittura italiana contemporanea.

È stato un pittore molto rinomato e citato in notissimi quotidiani nazionali. Di lui scrisse Aligi Sassu: «Confesso che da Franz Porta, un giovane che da tempo seguo con interesse, non mi sarei aspettato una così decisa presa di posizione di fronte alla pittura e alla vita. Tanto più valida, oggi, nella confusione dilagante degli indirizzi estetici e del linguaggio pittorico. Nell'opera di Franz Porta, che è quasi un canto monodico di grigi silenzi e di solitaria desolazione, l'uomo è sempre presente in un silenzio teso al senso oscuro e travagliato del nostro tempo; in un dialogo scarno di personaggi, che si rivelano testimoni e protagonisti insieme di un destino accettato, ma non scontato; in un impegno umano che non chiude gli occhi dinanzi al grande spettacolo del mondo». 

E Pino Lausetti: «L'impegno nei confronti della realtà si risolve per Porta nella ricerca di una verità morale che sfocia nella dimensione tragica dei suoi personaggi. Il mondo di questo artista è il mondo della stanchezza e della rinuncia. Negli ospizi, negli angiporti, nelle osterie egli situa una umanità prostrata e senza sogni. Egli rifugge ogni compromesso sentimentalistico, ogni cedimento sul piano del costume e dell'ambiente, conduce la sua azione demistificatrice con radicale fermezza: mettendo fuori causa il patetico a favore del tragico, la “lacrima” a favore dell'amara e cosciente constatazione di una condizione umana».

                             

Ringraziamo lo scrittore Enea Biumi per averci passato questa piccola biografia del pittore Franz Porta di Oron Zecca, naturalmente rivisitata. Trovandosi dinanzi alle opere di Porta, che sono di dimensioni spesso monumentali, tanto da somigliare, in qualche modo, a “Il funerale a Ornans” di Courbet, si rimane estasiati. È stato un grande artista, che ha saputo riportare in toni vivi e sonanti una realtà cruda, demistificata, setacciata dal calibro di una sottilissima ironia. L’ironia brucia, ha lo scopo di stimolare, come la satira, di fustigare i costumi, di denunciare l’ipocrisia, l’apparenza, quella malattia del fenomenismo che oggi è imperante, ma che già covava ai tempi del nostro. A volte le sue opere ci appaiono come sorprendenti e seri naif: una favola realistica. Il fine dell’arte qui diviene analisi sociologica, ma quasi veristica, se non fosse per quell’aristotelico risus, che al pari del pianto, si rivela catartico. La comicità che traspare dalle pennellate non è banale, ma profonda, riluttante. Ci pone degli interrogativi esistenziali fortissimi. Risente non solo dell’espressionismo tedesco, ma di quella teatralità delle nostre chiese, in cui il Nostro ha lavorato come restauratore. Porta è un artista serio che ride della vita e della società. Tutta la sua arte rappresenta - per adusare un ossimoro - un pessimistico ottimismo. Un artista come il Porta andrebbe rivalutato seriamente e valorizzato nell’intenso panorama della nostrana storia dell’arte.

Vincenzo Capodiferro

 

sabato 14 febbraio 2026

Elena Mearini, Sottozero, Marco Saya Edizioni, 2025, Milano, €. 12,00


 

Versi brevi e strofe di distici accarezzano il lettore invitandolo in un percorso fatto di sospensioni e rimandi. La scrittura appare così in una cornice che si dipana sopra una pagina bianca atta a risaltare l’opportuna musicalità che si deve alla poesia senza per altro dimenticarsi il contenuto: il significante diventa allora mezzo insostituibile per riconoscere il significato. La qualità estetica e ritmica della parola conduce la poetessa alla presentazione di un vissuto che dialoga con un altro (o altra) da sé, che, a tratti, pare essere o divenire un alter ego. In questo quadro l’immediatezza del quotidiano si eleva a simbolo del vivere, all’essenzialità di forme e formule esistenziali, alla disanima di coscienze sospese che meditano sull’immensità di un mondo che ci costringe, giorno dopo giorno, a gesti, ricordi, costatazioni.

“Qualcosa ancora cede / dalle case che sempre // ci camminano accanto / forse un verso // di una maniglia / la soglia di una poesia // o di una porta qualunque”.

I versi appaiono dunque come luci e ombre che avanzano in una ribalta che subisce o genera fattori di crescita e di consuetudini, districandosi in una specie di tela di ragno, come fossero nubi, vapor acqueo, ombre o fantasmi. La loro incisività si consuma in un racconto fulmineo che rafforza un progetto di sintesi, frutto del più raffinato artificio, come ebbe a dire Sereni a proposito di Ruffilli, attestante una pratica consolidata da un limare sapiente e costante come si addice a una poetica che non si limita solo al bel pensiero bensì a un lavoro fatto di revisione scrupolosa.

“È forse un errore / questo nostro // parlare e parlare / questo cercare // il vocabolo puntuale / per dire la cavità // su cui tutti poggiamo / e che regge l’assenza”.

Non si può quindi tergiversare, la vita ha questo andamento circolare, si consuma nel nulla e se si sporge nel vuoto desidera recuperare se stessa. È necessaria l’attenzione, è indispensabile l’ascolto e la memoria non può fallire.

“Vivevi tra la cera e il marmo / in attesa di cambiare forma // per mano di piccone o fiamma / ti vedevo a volte // sciolto nella colpa / oppure caduto // a blocchi nel rimpianto”.

La silloge, in effetti, si regge su di una erlebnis personale ma non si ferma qui, travalica il soggetto per identificarsi con l’esperienza di ciascuno di noi, perché ognuno ha riflettuto sui propri dubbi, sui propri sogni, si è scontrato con i propri fantasmi. Ed è appunto in questa direzione che l’autrice ci conduce, con i suoi brevi versi, con quella loro intima musicalità seduttiva. Le liriche che ci presenta ci riscaldano il cuore, sopravanzano allo zero termico, ci cullano in una specie di sospensione atemporale.

“Mentre ti infili i guanti / con la scusa del freddo // mi dici che sotto lo zero / il vuoto ci congela”.

Certo, le liriche qui presenti si snodano su vari livelli, da quello strettamente quotidiano alla dimensione del tempo, dal mistero della morte che ci attende al sentimento interiore dell’amore: il tutto registrato con delicatezza ed eleganza stilistica che non rifiuta la filosofia bergsoniana e la poetica ungarettiana dell’intuizione, sia come conoscenza e sia come categoria poetica.

 

Enea Biumi

 


venerdì 13 febbraio 2026

Stefano Guglielmin “Vaporizzazioni” (Puntoacapo Editrice, 2025)

 


Una poesia che mentre si fa riflette sul suo farsi, in un domandare continuo veicolato dalla partitura in versi lunghi di una sorta di metapoesia; un oltre la poesia che è comunque ancora e sempre tale. Stefano Guglielmin, in “Vaporizzazioni”, si chiede il senso e il ruolo di confrontarsi con l’identità ibrida del paratesto, con il dissidio lirica/antilirica, con le sfaccettature polivalenti dell’io e della frantumazione contemporanea. Da subito emergono figure di riferimento poste a segnale di una corposità poliedrica; così Pagliarani e Zanzotto, Alesi e Montale, nella possibilità di riferirsi a scelte attinenti alla complessità del labirinto linguistico eversivo nei confronti di una qualche appartenenza univoca e vincolante. “Cerchi il dire figurato, il cesello, l’effetto gagliardo?/ Sogni dignità ed elevazione?//  Il tocco della moneta al suolo dice il falso a ogni rimbalzo”. La configurazione testuale assume la forma di poesie brevi in versi lunghi, alcuni in continuazione nella corretta formula della parentesi quadra aperta, con variazioni d’interlinea, nella prospettiva di una combinazione graficamente coerente con un progetto modulare che sa di programma, di work in progress, di formulazione anche interrogativa e prosastica: “Qualcosa che somigli al vero al bello al buono e che ogni generazione tramanda nel proprio inconfondibile modo?”; quale spazio idoneo per la poesia, quindi, e se tale opzione sia ancora possibile, nella inerenza ad un fare che comporti una qualche ragione di dibattito tale da riscattare il contestuale appiattimento determinante la drammatica crisi di un’epoca. E’ un passaggio per punti, per sommesse attenzioni, per disgiunti margini come fossero ritrovamenti franti, scenari umili, rilievi disagevoli. Ferite, forse, immedicabili e quindi reiterate, avulse dalla configurazione di un sistema rigido; piuttosto accenni alla paratestualità come pensiero e pretesto e contesto, nella convinzione comunque “che per scrivere sei versi non basta andare a capo”. Guglielmin ammette una verificabilità tracciata e una espressione di poetica quando scrive: “nessun naufragio definitivo; tanti piccoli smottamenti/ di senso, piuttosto, e agri pensieri, e tovaglie senza fiori”. Originale la poesia che si fa schema essa stessa attraverso una serie di espedienti tecnici efficaci e significativi in uso di parentesi tonde e quadre, slashes, trattini, vettori a formare una griglia grafica della scrittura in composizione anche visiva. Così come quella direttamente rivolta al “tu” lettore circa una considerazione sulla quarta di copertina: “ora però esci dal loop, gira pagina o guarda altrove”, e “a guardare bene, qui non c’è un testo per i premi:/ nessuno possiede il luccichio che abbagli o la felice meraviglia”, attraverso rimandi e cenni alla quotidianità che incalza e si fa riferimento anche dello stesso lavoro editoriale. L’insieme non può però uscire da quel primato dell’essere che in sé contiene pensiero e linguaggio che lo esprimono. In questo caso, con la particolare limatura critica dei versi di Stefano Guglielmin.

                                Andrea Rompianesi

 


giovedì 12 febbraio 2026

Nasce il Gruppo PAP che dà il via a una nuova stagione tra continuità e innovazione editoriale.

 

    Elena Mearini e Marco Saya

Dall’incontro e dalla fusione tra Marco Saya Edizioni e Piccola Accademia di Poesia nasce il Gruppo PAP che dà il via a una nuova stagione tra continuità e innovazione editoriale

Marco Saya Edizioni, fondate da Marco Saya a Milano nel 2012, cambiano gestione ed entrano nel Gruppo PAP di Elena Mearini, già proprietaria della Piccola Accademia di Poesia di Milano. Il nuovo assetto non è però il frutto di una semplice operazione commerciale, ma rispecchia la visione e la creazione di un cantiere poetico che unisce il percorso didattico a quello editoriale con questo obiettivo: creare un ecosistema completo in un panorama culturale spesso frammentato. Piccola Accademia di Poesia è il luogo della formazione e della ricerca.

Un laboratorio permanente in cui la poesia non viene insegnata come tecnica, ma praticata come ascolto, come sguardo, come esperienza condivisa. Qui non si cerca una voce giusta, ma si impara a riconoscere la propria. Marco Saya Edizioni è il luogo della forma. Della cura editoriale. Della responsabilità del libro, è una casa editrice che da sempre pubblica esclusivamente poesia e lo fa con autonomia, coerenza e attenzione al valore letterario dei testi. Il Gruppo PAP diventa allora una comunità di ricerca e un punto di riferimento per la poesia. Il Gruppo PAP si propone, quindi, come un luogo dove la poesia viene praticata, discussa e trasformata in libro, privilegiando la profondità e il "tempo lungo" della riflessione rispetto alla velocità del mercato moderno.

 La direzione editoriale del Gruppo PAP è affidata ad Antonio Bux, autore della casa editrice e curatore di collana per la stessa da oltre un decennio, mentre la direzione generale passa a Elena Mearini, anche lei autrice storica del marchio. Marco Saya, in qualità di presidente onorario, per un primo periodo affiancherà la nuova gestione dell’azienda che punta così con forza a recitare un ruolo da protagonista nel panorama dell’editoria indipendente nazionale. Le sostanziali novità riguardano la creazione di collane ex novo, del sito della casa editrice, il rafforzamento della promozione e della distribuzione nazionale e l’interazione con l’Accademia. Faranno difatti parte del nuovo catalogo ben sei collane (ideate graficamente e curate dal nuovo impaginatore della casa editrice, Paolo Castronuovo) cinque delle quali omaggiano nel loro titolo il grande poeta Paul Celan: Conseguito silenzio, che ospiterà riedizioni di libri da tempo fuori commercio di autori già piuttosto noti; Di soglia in soglia, destinata invece a inediti di voci già consolidate e riconosciute;  Svolta del respiro, dove saranno accolte voci mature e strutturate di poeti non più giovanissimi; Microliti, incentrata su quelle scritture tendenzialmente di ricerca; Luce coatta riservata a giovanissime voci e ad esordienti; infine una sesta collana, PAP, dove saranno pubblicate le opere degli allievi più meritevoli dell’Accademia di Poesia. La distribuzione e la promozione nazionale sono affidate a Byblos Group.

Dichiara Elena Mearini: “L’ambizione della nuova società è insomma quella di continuare la ricerca sulla parola poetica rafforzandone la presenza sul territorio grazie agli spazi fisici dell’Accademia, sita nel cuore del quartiere Isola di Milano, dove convergeranno tanto le attività didattiche quanto quelle editoriali.”

 


martedì 10 febbraio 2026

Dario Villa “Opera in versi” (Crocetti Editore, 2025)

 

 


                          

Basta fermarsi in questa sede alla prima poesia. La prima indicativa di un massiccio volume antologico, “Opera in versi”, che propone l’intero corpus poetico di Dario Villa, uno dei più significativi e originali poeti della generazione nata nei primi anni Cinquanta e scomparso nel 1996. Un primo testo emblematico e rappresentativo che nella esattezza geniale delle sue strofe (quattro quartine) comprende la straordinarietà di uno sviluppo poetico non limitabile ad una definizione vincolante, ma percorso capace d’integrare con piena efficacia una sorta di rigore linguistico a vocazione petrarchesca con il lessico quotidiano e materico. “Consapevolezza del proprio esercizio e funambolismo” secondo Tiziano Rossi, “capacità di essere sempre un passo avanti, sempre un po’ altrove” secondo Giovanni Raboni. Villa è stato forse il Rimbaud della Milano postmoderna, virtuosistico ma nello stesso tempo ancorato alle derive del quotidiano, come specificamente segnalato dal curatore Alessandro Giammei. L’accostamento imprevisto detiene il primato di una epifania linguistica sorprendente ma mai gratuita, anticipante la ricezione possibile e accolta nell’acquisita formula indipendente della mutevolezza esegetica. “Il terzo giorno ho inventato sapori/ ossuti come un disegno di Schiele./ Aprendo il frigorifero ho compreso/ le architetture deserte del vuoto”; sinestesie accorpano il tratto del poeta che già provoca e scardina il rituale appagante, rimodella la funzione proponente, emerge senza fuorviare nella componibile precisione prosodica. Il segno grafico veicola il visivo, attenua l’attesa mitigando il flusso, così il quotidiano irrompe con la lucidità dell’intarsio. “Stranito dalla fame, percorrendo/ stradine dove gli uomini erano altri,/ ho letto epigrafi straniere a iosa/ scritte sotto la foto di un prodotto”. Dario Villa è passeggiatore ironico tra le pieghe della modernità, in una rilevanza già postuma, come il bisogno attorce le plurali vicissitudini accolte e filtrate con conseguente presa d’atto di un sentire vibrante d’appartato, nel confronto con il simile spesso in realtà dissimile od estraneo, condotto alla pluralità della contenenza sillabica acquisita in corpo. Ed ecco l’apertura che confida e rivela, con il terzo verso della strofa, l’attenzione svagata e precisa, memore e nuova, sibillina e cortese, quando ciò che rappresenta l’elemento intertestuale diviene, con versificazione calibrata, postmoderno agibile in misura preponderante, fino alla opposta marginalità esiziale del consumistico contenuto espresso dal delirio di una società precipitata nella convinzione della superfluità di ogni approfondimento. “Tra i pinnacoli in cima alla città/ di un duomo tardo gotico, ravvolto/ in un kaftano sbiadito, ho intravisto/ l’omino di Chagall, col suo violino”. E qui si alza lo sguardo del poeta alla possibilità che intercorre come postura variabile e sempre posta nell’osservazione agibile e acuta che trattiene la curva ilare e, allo stesso tempo, dolente della consapevole coscienza di una distanza spesso incolmabile quando la condizione si fa spazio per accadimenti visti o pensati. Il segno monumentale di una sacralità inurbata nella città testimone e tratto comporta gli intrecci prolifici di suggestioni da un lato esotiche, dall’altro profondamente europee, all’interno di una connessione in odore di onirismo più che di surrealismo. La sintesi non è del tutto lunare né del tutto terrena, ma orizzonte che assorbe la nostra imbarazzata proposta dove il tema della scrittura diviene avamposto sensibile da scolta che si rilegge con la dicitura dell’autoritratto privo d’indulgenza. “Forse era meglio scendere. Incontrare/ una lattina di tonno in un punto/ della navata laterale, in fondo,/ mi era parso possibile. Che errore”. Davvero è d’uso il tentativo affiorato dalle molteplicità indicanti la significazione del quotidiano materico, non del tutto asettico ma esigente nel farsi correlativo, nella corposità grumosa resa lieve e poi trascinante al suolo udibile per la prossimità degli espedienti. Magistrale il riferirsi all’oggetto povero, al contrasto che impone una soluzione di connubio ove forse possibile esercitare la peculiarità di un rimando qui abilmente introdotto dall’efficacia a incursione dell’assonanza. Dunque l’errore è quello similare, arguto, desolato ma non spento, reiterante nella domanda; quello che abbinato ad una perplessità dell’erroneo richiama Fortini, suscita riflessi negli occhieggianti episodi con quella parte di produzione poetica lineare proposta da Adriano Spatola. S’inoltra ancora il tutto per costituire l’esito di una poliedrica capacità operante che in Dario Villa disegna una nominazione anche rara, colta, ricca di provocazioni linguistiche e catene allitteranti, accostamenti inusuali e sonorità accalcanti, alcune variabili asimmetriche e più continuità prosodiche; così esperita, in una partitura ibrida e policroma che si espande e si conferma come effettiva eccezionalità dell’opera.

                                                  Andrea Rompianesi

 

 


martedì 3 febbraio 2026

Annalisa Rodeghiero “Opposte verità” (Mac Comunicazione, 2025)



È un ossimoro il titolo dell’esito poetico di Annalisa Rodeghiero, “Opposte verità”? O forse esiste una verità talmente dinamica da contenere gli opposti e farsi essa stessa realtà ossimorica? L’accorta osservazione indugia nell’apertura su di un tratto prosastico concentrato nel destino e nel suo riflesso, attraverso quella domanda inerente al nostro dato esistenziale, all’afflato filosofico che non può mancare nel momento in cui comprendiamo la reiterata richiesta d’incursione nel senso, anche quando questo ci sembra inafferrabile ma necessario polo d’attrazione, comunque. Annalisa Rodeghiero inaugura un avvio accorpato nel fare poetico mediante successioni testuali di una versificazione controllata e breve, alternata ad incursioni nella forma del poemetto in prosa. Il moto è condensato nella parsimoniosa concentrazione dei vocaboli coinvolti e dicibili: “In solitudine e pienezza/ abbandonarsi/ al battito della parola dal/ fuorimondo degli scorticati”, quando l’andare è già primaria scelta. Lo slargo è atteso, la notte è onirica; conduce e deterge encomio lo spezzare la continuità metrica prevista in una ricomposizione di accostamento nominale a configurare lo spazio che innesca il sentire di radura. E qui sembra davvero di potersi già collegare al concetto stesso del diradamento quale nozione heideggeriana di essere, processo in grado di svelare gli enti. Così natura assume connotazione di riferimento e possibilità operosa se adeguatamente filtrata, interpretata, quale acquisizione di prospettive generanti. E’ moto e mutamento di stati imprevisti, configurazioni frante, origini innestate nelle ipotesi d’immediatezza o relativo connubio di processi inarrestabili, come indica il riferimento ad un verso di Ranieri Teti. E’ responsabilità dell’autrice affrontare la domanda incalzante, il quesito esistenziale, l’orbita convergente nei riflessi acquisiti e rarefatti dalla molteplicità dei languori e dei disagi, il flusso reiterante dei contorni sillabati; “per miglia e miglia di promesse/ legando ardore a penombre/ nel corto dei respiri persegue/ come possibile l’unico accanto”. Entra nel ruolo l’amore, allora, la sua complessità determinante sia in presenza che in assenza, quale voluto o atteso esito capace di produrre genesi dialoganti tra timori e tremori. Qui accorre lo svolgersi di una acquisita lentezza riprodotta in passaggi meditati lungo l’asse temporale, dove lo sguardo è riflesso e la meta è origine. Annalisa Rodeghiero esprime la sua fede nella parola, in una grazia incolpevole e atavica, attraverso il tratto leggero di strofe a volte brevi e sospensive nella conduzione di una osservazione accadente: “luce ancora originaria/ brace che sempre”, dove l’assenza verbale introduce la pratica d’urto e innesta l’asserzione atemporale che il tempo esclude. L’attesa si svolge comunque nella mobilità apparente della vita, nelle luci e nei venti che dominano la contestualità riprodotta dalle attenzioni rivolte alle cose, alle diramazioni visitate quando lo sguardo autoriale è testimonianza liturgica: “Legare voce alla voce nella liturgia/ dei nomi convocati nell’ordine preciso”. Dicitura accolta e sospesa nella conduzione dei versi tra annunciazione e mancanza, stordimento e frantumazione, vertigine e compimento; passi “per la sfasatura in sorte/ di reciproci quadranti a volte/ perdura un suono d’inestricabile”. La vocazione nomade insorge a comprendere ciò che si filtra tra gli elementi e compone traiettorie esprimibili. Molto interessante il verso “tutto non può essere questo” che sembra riportare ad una osservazione metafisica di Sofia Vanni Rovighi circa il dato che se ciò che si mostra all’esperienza fosse tutta la realtà, essa sarebbe contraddittoria, in quanto non in grado di esprimere i principi necessari che la determinano. Allora dovrà sussistere altro, oltre a ciò che appare. Gli sviluppi di una poesia pensante, quella di Annalisa Rodeghiero, che non solo osserva ma approfondisce in una attenzione concettuale concentrata verso effettivi segnali di svelamento, nella più fertile opzione della vocazione filosofica: “Mia incredula nel palmo verità/ che di me sa ogni disperata piega”;  non rimane che ritornare forse ad una origine: “E tutto ciò che siamo stati/ nel dove dell’estate resta”.

                                                                                                                   Andrea Rompianesi

 


lunedì 2 febbraio 2026

Una poesia in vernacolo di Vincenzo Capodiferro

 

dipinto di Franz Porta

RACANELLO

Iamu! Viniti tutt’ a la iumara

e scinnimu pi ‘ndà stu piriceddu:

quandi lavandari fannu a gara,

finu ha arrivà a lu mundiceddu.


Sott’u carraru, u mulinu u Mangusu:

‘ngi tirinu pasturi a li canali,

li vi’! Cu n’occhiu apertu e natu chiusu,

a matina prestu cu tandi riali.


Li femmini portinu ‘ncapu li cesti,

chini ri lana e tandi linzuli

e cuperti: parinu vistuti a festi,

e suttane e sottanedde ‘nculi.


E lavinu a lu iumu li panni,

cu saponi hi lardedda e ri putassu,

appinnihinu a’ l’erici chiù granni

vertuli: ù friscu, ù s’arripa u lassu.


E ni lavavinu, zinni zinni,

puru a nui, cha erimu criaturi,

ch’aiutavimu li robbi a spanni

a prete a soli tutti curi nuri.


E po’ si startaravinu puru lori

e l’hommini dà, stijnu arucchiandi,

s’ammucciavinu tutt’a cori a cori

a Capuluvata, u lacu ri brigandi.


Ohi chi frischezza ‘ndà l’ossi,

quannu ti striculavinu lavandari!

Cum’a strazzi ti stringihinu li cossi,

e sta iumara ti parià nu mari!


Traduzione:

RACANELLO

Scendete alla tersa fiumara!

Scendete per questo declivo,

quante lavandaie fanno a gara,

fino a giunger al rude rivo.


Sotto c’è il Mulino di Mancuso,

e il tratturo ove passano i pastori,

ha un occhio aperto e l’altro chiuso:

odi il presto mattin i lai canori.


Portan le ceste le donne in testa,

pien di lana e di late lenzuola

e coperte: paiono vestite a festa

e sottane e collanine sulla gola.


Strizzano al fiume i panni zozzi,

con sapone di potassio e lardo,

appese le borse agli elci mozzi

tra le lande ove riposa il cardo.


E ci lavavano con quel sapone

anche a noialtri, piccini e rudi:

di grossi massi al sol sul ciglione

con le robe ci stendevan nudi.


E poi si lavavano le donne:

i maschi, di là adocchianti,

ascosi tra spine e spase gonne,

a “Capo-levata”, lago di briganti.


Oh! Che freschezza nelle ossa,

ché ti torchiavano le lavandare,

le cosce pigiavano nella fossa

d’acqua che ti pareva un mare!

FRANZ PORTA (1937-2001) a cura di Vincenzo Capodiferro

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