
Il pittore Franz Porta è nato a
Bergamo il 21 febbraio del 1937 ed è morto a Nembro il 1° giugno del 2001.
Formalmente viene inserito nella corrente, se possiamo in qualche modo
codificarlo, dell’espressionismo tedesco, giacché il giovane pittore bergamasco
per due anni e più è rimasto in Germania per modernizzare la sua formazione
artistica classica.
Ha frequentato la Scuola Media a
Bergamo, dopo si è iscritto all'Accademia di Belle Arti G. Carrara di Bergamo,
dove, sotto la guida di valenti artisti, come i pittori Funi e Longaretti, ha
completato la sua formazione artistica. Per capire bene mondo artistico di
Franz Porta dobbiamo inquadrarlo in quella Bergamo, che è stato un centro di
cultura e di cattolicità.
Conseguito il diploma
all'Accademia, il giovane artista, non soddisfatto della sua formazione, si è
recato in Germania, attratto dagli espressionisti tedeschi che a Monaco
trovavano l'ambiente più adatto alla manifestazione della loro arte. È rimasto
in Germania ben due anni, durante i quali ha assimilato l'indirizzo
espressionista.
Il suo temperamento lo portava
all'osservazione, a cogliere il lato debole delle situazioni, affinando una sua
nativa ironia che si rifletterà sulle sue opere.
Due anni dopo, nel 1959, Franz
Porta, forte delle sue nuove esperienze, ritorna in Italia. Si dedica al
restauro sotto la guida di Mauro Pelliccioli. Lavora nella chiesa di S. Antonio
a Bergamo su opere del Trecento e della scuola bizantina, del Foppa, del
Romanino, della scuola del Mantegna, sugli affreschi del Bramante, scoperti
dallo stesso Pelliccioli nel Palazzo Donizetti di Bergamo e sugli affreschi del
Veronese nella Villa Palladiana Sesso-Schiavo di Sandrigo.
L’arte di Franz Porta è la
risultante armoniosa di queste esperienze. Nel 1960 Franz Porta s'impone al
Premio Internazionale «Primavera degli artisti» ad Albissola Mare,
conseguendovi la Medaglia d'Oro dell'Ente Provinciale del Turismo, città di La
Spezia, e una seconda volta nel 1962 il Premio acquisto dell'A.l.G. di Firenze.
Nel 1964 ottiene la Medaglia d'Oro al «Premio Città di Savona» e nel 1965
ottiene a Roma per la prima volta un successo straordinario alla sua Prima
Mostra Personale nella Galleria «Giulia Flavia» al centro della Roma
rinascimentale nei pressi di Piazza Farnese e di Campo de' Fiori, a Via Giulia,
il vecchio corso di Roma.
Dall'ambiente tedesco Franz Porta
prende, invece, tutto un mondo di angoli tanto cari agli espressionisti
tedeschi, in analogia a situazioni e vissuti che si ritrovano nei romanzi dei
nostri più quotati scrittori neorealisti, tipo Moravia o Pasolini. Si tratta di
osterie, di donne ubriache, bestemmiatrici e divaganti in oscenità, si tratta
di personaggi del terzo sesso o, ad esempio, soldati messi, come i
«chierichetti» di memoria italiana, alla berlina, espressione di un
antimilitarismo nato nel dopoguerra in Germania.
Da una simile tematica non bisogna
escludere i «Paesaggi», le «Marine» e i «Fiori» che riflettono lo stato poetico
del giovane pittore in cui si sente il bisogno di un attimo di tranquillità
nella natura.
Come quasi ogni artista, il pittore
soffre uno scompenso nella società, un intimo tormento per cui stabilisce un
vero dialogo con la natura e soprattutto con i personaggi che egli ritrae sulla
tela con violenza.
Questo colloquio tra realtà e
umanità, tra artista e personaggi di una rinnovata società umana si modula in
tonalità diverse, si esprime in colori fortemente dosati, in volti parlanti che
mostrano qualcosa di intimo, una semplice curiosità come le «Due amiche», come
il caratteristico atteggiamento della «Pescivendola» e come in tanti quadri di
«chierichetti» e di «Suore» sorprese nella loro preghiera o un attimo prima o
dopo la colazione.
Molte sue opere figurano in
importanti collezioni private e pubbliche.
Nella valutazione critica, questo
pittore è ritenuto come una delle più autentiche e forti espressioni della
pittura italiana contemporanea.
È stato un pittore molto rinomato e
citato in notissimi quotidiani nazionali. Di lui scrisse Aligi Sassu: «Confesso
che da Franz Porta, un giovane che da tempo seguo con interesse, non mi sarei
aspettato una così decisa presa di posizione di fronte alla pittura e alla
vita. Tanto più valida, oggi, nella confusione dilagante degli indirizzi
estetici e del linguaggio pittorico. Nell'opera di Franz Porta, che è quasi un
canto monodico di grigi silenzi e di solitaria desolazione, l'uomo è sempre
presente in un silenzio teso al senso oscuro e travagliato del nostro tempo; in
un dialogo scarno di personaggi, che si rivelano testimoni e protagonisti
insieme di un destino accettato, ma non scontato; in un impegno umano che non
chiude gli occhi dinanzi al grande spettacolo del mondo».
E Pino Lausetti: «L'impegno nei
confronti della realtà si risolve per Porta nella ricerca di una verità morale
che sfocia nella dimensione tragica dei suoi personaggi. Il mondo di questo
artista è il mondo della stanchezza e della rinuncia. Negli ospizi, negli
angiporti, nelle osterie egli situa una umanità prostrata e senza sogni. Egli
rifugge ogni compromesso sentimentalistico, ogni cedimento sul piano del
costume e dell'ambiente, conduce la sua azione demistificatrice con radicale
fermezza: mettendo fuori causa il patetico a favore del tragico, la “lacrima” a
favore dell'amara e cosciente constatazione di una condizione umana».
Ringraziamo lo scrittore Enea Biumi
per averci passato questa piccola biografia del pittore Franz Porta di Oron
Zecca, naturalmente rivisitata. Trovandosi dinanzi alle opere di Porta, che
sono di dimensioni spesso monumentali, tanto da somigliare, in qualche modo, a
“Il funerale a Ornans” di Courbet, si rimane estasiati. È stato un grande
artista, che ha saputo riportare in toni vivi e sonanti una realtà cruda,
demistificata, setacciata dal calibro di una sottilissima ironia. L’ironia
brucia, ha lo scopo di stimolare, come la satira, di fustigare i costumi, di
denunciare l’ipocrisia, l’apparenza, quella malattia del fenomenismo che oggi è
imperante, ma che già covava ai tempi del nostro. A volte le sue opere ci
appaiono come sorprendenti e seri naif: una favola realistica. Il fine
dell’arte qui diviene analisi sociologica, ma quasi veristica, se non fosse per
quell’aristotelico risus, che al pari del pianto, si rivela
catartico. La comicità che traspare dalle pennellate non è banale, ma profonda,
riluttante. Ci pone degli interrogativi esistenziali fortissimi. Risente non
solo dell’espressionismo tedesco, ma di quella teatralità delle nostre chiese,
in cui il Nostro ha lavorato come restauratore. Porta è un artista serio che
ride della vita e della società. Tutta la sua arte rappresenta - per adusare un
ossimoro - un pessimistico ottimismo. Un artista come il Porta andrebbe rivalutato
seriamente e valorizzato nell’intenso panorama della nostrana storia dell’arte.
Vincenzo Capodiferro




