È un ossimoro il
titolo dell’esito poetico di Annalisa Rodeghiero, “Opposte verità”? O forse
esiste una verità talmente dinamica da contenere gli opposti e farsi essa
stessa realtà ossimorica? L’accorta osservazione indugia nell’apertura su di un
tratto prosastico concentrato nel destino e nel suo riflesso, attraverso quella
domanda inerente al nostro dato esistenziale, all’afflato filosofico che non
può mancare nel momento in cui comprendiamo la reiterata richiesta d’incursione
nel senso, anche quando questo ci sembra inafferrabile ma necessario polo
d’attrazione, comunque. Annalisa Rodeghiero inaugura un avvio accorpato nel
fare poetico mediante successioni testuali di una versificazione controllata e
breve, alternata ad incursioni nella forma del poemetto in prosa. Il moto è
condensato nella parsimoniosa concentrazione dei vocaboli coinvolti e dicibili:
“In solitudine e pienezza/ abbandonarsi/ al battito della parola dal/
fuorimondo degli scorticati”, quando l’andare è già primaria scelta. Lo slargo
è atteso, la notte è onirica; conduce e deterge encomio lo spezzare la
continuità metrica prevista in una ricomposizione di accostamento nominale a
configurare lo spazio che innesca il sentire di radura. E qui sembra davvero di
potersi già collegare al concetto stesso del diradamento quale nozione
heideggeriana di essere, processo in grado di svelare gli enti. Così natura
assume connotazione di riferimento e possibilità operosa se adeguatamente
filtrata, interpretata, quale acquisizione di prospettive generanti. E’ moto e
mutamento di stati imprevisti, configurazioni frante, origini innestate nelle
ipotesi d’immediatezza o relativo connubio di processi inarrestabili, come
indica il riferimento ad un verso di Ranieri Teti. E’ responsabilità
dell’autrice affrontare la domanda incalzante, il quesito esistenziale,
l’orbita convergente nei riflessi acquisiti e rarefatti dalla molteplicità dei
languori e dei disagi, il flusso reiterante dei contorni sillabati; “per miglia
e miglia di promesse/ legando ardore a penombre/ nel corto dei respiri
persegue/ come possibile l’unico accanto”. Entra nel ruolo l’amore, allora, la
sua complessità determinante sia in presenza che in assenza, quale voluto o
atteso esito capace di produrre genesi dialoganti tra timori e tremori. Qui
accorre lo svolgersi di una acquisita lentezza riprodotta in passaggi meditati
lungo l’asse temporale, dove lo sguardo è riflesso e la meta è origine.
Annalisa Rodeghiero esprime la sua fede nella parola, in una grazia incolpevole
e atavica, attraverso il tratto leggero di strofe a volte brevi e sospensive
nella conduzione di una osservazione accadente: “luce ancora originaria/ brace
che sempre”, dove l’assenza verbale introduce la pratica d’urto e innesta l’asserzione
atemporale che il tempo esclude. L’attesa si svolge comunque nella mobilità
apparente della vita, nelle luci e nei venti che dominano la contestualità
riprodotta dalle attenzioni rivolte alle cose, alle diramazioni visitate quando
lo sguardo autoriale è testimonianza liturgica: “Legare voce alla voce nella
liturgia/ dei nomi convocati nell’ordine preciso”. Dicitura accolta e sospesa
nella conduzione dei versi tra annunciazione e mancanza, stordimento e
frantumazione, vertigine e compimento; passi “per la sfasatura in sorte/ di
reciproci quadranti a volte/ perdura un suono d’inestricabile”. La vocazione
nomade insorge a comprendere ciò che si filtra tra gli elementi e compone
traiettorie esprimibili. Molto interessante il verso “tutto non può essere
questo” che sembra riportare ad una osservazione metafisica di Sofia Vanni
Rovighi circa il dato che se ciò che si mostra all’esperienza fosse tutta la
realtà, essa sarebbe contraddittoria, in quanto non in grado di esprimere i
principi necessari che la determinano. Allora dovrà sussistere altro, oltre a
ciò che appare. Gli sviluppi di una poesia pensante, quella di Annalisa
Rodeghiero, che non solo osserva ma approfondisce in una attenzione concettuale
concentrata verso effettivi segnali di svelamento, nella più fertile opzione
della vocazione filosofica: “Mia incredula nel palmo verità/ che di me sa ogni
disperata piega”; non rimane che
ritornare forse ad una origine: “E tutto ciò che siamo stati/ nel dove
dell’estate resta”.
Andrea Rompianesi





