venerdì 13 febbraio 2026

Stefano Guglielmin “Vaporizzazioni” (Puntoacapo Editrice, 2025)

 


Una poesia che mentre si fa riflette sul suo farsi, in un domandare continuo veicolato dalla partitura in versi lunghi di una sorta di metapoesia; un oltre la poesia che è comunque ancora e sempre tale. Stefano Guglielmin, in “Vaporizzazioni”, si chiede il senso e il ruolo di confrontarsi con l’identità ibrida del paratesto, con il dissidio lirica/antilirica, con le sfaccettature polivalenti dell’io e della frantumazione contemporanea. Da subito emergono figure di riferimento poste a segnale di una corposità poliedrica; così Pagliarani e Zanzotto, Alesi e Montale, nella possibilità di riferirsi a scelte attinenti alla complessità del labirinto linguistico eversivo nei confronti di una qualche appartenenza univoca e vincolante. “Cerchi il dire figurato, il cesello, l’effetto gagliardo?/ Sogni dignità ed elevazione?//  Il tocco della moneta al suolo dice il falso a ogni rimbalzo”. La configurazione testuale assume la forma di poesie brevi in versi lunghi, alcuni in continuazione nella corretta formula della parentesi quadra aperta, con variazioni d’interlinea, nella prospettiva di una combinazione graficamente coerente con un progetto modulare che sa di programma, di work in progress, di formulazione anche interrogativa e prosastica: “Qualcosa che somigli al vero al bello al buono e che ogni generazione tramanda nel proprio inconfondibile modo?”; quale spazio idoneo per la poesia, quindi, e se tale opzione sia ancora possibile, nella inerenza ad un fare che comporti una qualche ragione di dibattito tale da riscattare il contestuale appiattimento determinante la drammatica crisi di un’epoca. E’ un passaggio per punti, per sommesse attenzioni, per disgiunti margini come fossero ritrovamenti franti, scenari umili, rilievi disagevoli. Ferite, forse, immedicabili e quindi reiterate, avulse dalla configurazione di un sistema rigido; piuttosto accenni alla paratestualità come pensiero e pretesto e contesto, nella convinzione comunque “che per scrivere sei versi non basta andare a capo”. Guglielmin ammette una verificabilità tracciata e una espressione di poetica quando scrive: “nessun naufragio definitivo; tanti piccoli smottamenti/ di senso, piuttosto, e agri pensieri, e tovaglie senza fiori”. Originale la poesia che si fa schema essa stessa attraverso una serie di espedienti tecnici efficaci e significativi in uso di parentesi tonde e quadre, slashes, trattini, vettori a formare una griglia grafica della scrittura in composizione anche visiva. Così come quella direttamente rivolta al “tu” lettore circa una considerazione sulla quarta di copertina: “ora però esci dal loop, gira pagina o guarda altrove”, e “a guardare bene, qui non c’è un testo per i premi:/ nessuno possiede il luccichio che abbagli o la felice meraviglia”, attraverso rimandi e cenni alla quotidianità che incalza e si fa riferimento anche dello stesso lavoro editoriale. L’insieme non può però uscire da quel primato dell’essere che in sé contiene pensiero e linguaggio che lo esprimono. In questo caso, con la particolare limatura critica dei versi di Stefano Guglielmin.

                                Andrea Rompianesi

 


giovedì 12 febbraio 2026

Nasce il Gruppo PAP che dà il via a una nuova stagione tra continuità e innovazione editoriale.

 

    Elena Mearini e Marco Saya

Dall’incontro e dalla fusione tra Marco Saya Edizioni e Piccola Accademia di Poesia nasce il Gruppo PAP che dà il via a una nuova stagione tra continuità e innovazione editoriale

Marco Saya Edizioni, fondate da Marco Saya a Milano nel 2012, cambiano gestione ed entrano nel Gruppo PAP di Elena Mearini, già proprietaria della Piccola Accademia di Poesia di Milano. Il nuovo assetto non è però il frutto di una semplice operazione commerciale, ma rispecchia la visione e la creazione di un cantiere poetico che unisce il percorso didattico a quello editoriale con questo obiettivo: creare un ecosistema completo in un panorama culturale spesso frammentato. Piccola Accademia di Poesia è il luogo della formazione e della ricerca.

Un laboratorio permanente in cui la poesia non viene insegnata come tecnica, ma praticata come ascolto, come sguardo, come esperienza condivisa. Qui non si cerca una voce giusta, ma si impara a riconoscere la propria. Marco Saya Edizioni è il luogo della forma. Della cura editoriale. Della responsabilità del libro, è una casa editrice che da sempre pubblica esclusivamente poesia e lo fa con autonomia, coerenza e attenzione al valore letterario dei testi. Il Gruppo PAP diventa allora una comunità di ricerca e un punto di riferimento per la poesia. Il Gruppo PAP si propone, quindi, come un luogo dove la poesia viene praticata, discussa e trasformata in libro, privilegiando la profondità e il "tempo lungo" della riflessione rispetto alla velocità del mercato moderno.

 La direzione editoriale del Gruppo PAP è affidata ad Antonio Bux, autore della casa editrice e curatore di collana per la stessa da oltre un decennio, mentre la direzione generale passa a Elena Mearini, anche lei autrice storica del marchio. Marco Saya, in qualità di presidente onorario, per un primo periodo affiancherà la nuova gestione dell’azienda che punta così con forza a recitare un ruolo da protagonista nel panorama dell’editoria indipendente nazionale. Le sostanziali novità riguardano la creazione di collane ex novo, del sito della casa editrice, il rafforzamento della promozione e della distribuzione nazionale e l’interazione con l’Accademia. Faranno difatti parte del nuovo catalogo ben sei collane (ideate graficamente e curate dal nuovo impaginatore della casa editrice, Paolo Castronuovo) cinque delle quali omaggiano nel loro titolo il grande poeta Paul Celan: Conseguito silenzio, che ospiterà riedizioni di libri da tempo fuori commercio di autori già piuttosto noti; Di soglia in soglia, destinata invece a inediti di voci già consolidate e riconosciute;  Svolta del respiro, dove saranno accolte voci mature e strutturate di poeti non più giovanissimi; Microliti, incentrata su quelle scritture tendenzialmente di ricerca; Luce coatta riservata a giovanissime voci e ad esordienti; infine una sesta collana, PAP, dove saranno pubblicate le opere degli allievi più meritevoli dell’Accademia di Poesia. La distribuzione e la promozione nazionale sono affidate a Byblos Group.

Dichiara Elena Mearini: “L’ambizione della nuova società è insomma quella di continuare la ricerca sulla parola poetica rafforzandone la presenza sul territorio grazie agli spazi fisici dell’Accademia, sita nel cuore del quartiere Isola di Milano, dove convergeranno tanto le attività didattiche quanto quelle editoriali.”

 


martedì 10 febbraio 2026

Dario Villa “Opera in versi” (Crocetti Editore, 2025)

 

 


                          

Basta fermarsi in questa sede alla prima poesia. La prima indicativa di un massiccio volume antologico, “Opera in versi”, che propone l’intero corpus poetico di Dario Villa, uno dei più significativi e originali poeti della generazione nata nei primi anni Cinquanta e scomparso nel 1996. Un primo testo emblematico e rappresentativo che nella esattezza geniale delle sue strofe (quattro quartine) comprende la straordinarietà di uno sviluppo poetico non limitabile ad una definizione vincolante, ma percorso capace d’integrare con piena efficacia una sorta di rigore linguistico a vocazione petrarchesca con il lessico quotidiano e materico. “Consapevolezza del proprio esercizio e funambolismo” secondo Tiziano Rossi, “capacità di essere sempre un passo avanti, sempre un po’ altrove” secondo Giovanni Raboni. Villa è stato forse il Rimbaud della Milano postmoderna, virtuosistico ma nello stesso tempo ancorato alle derive del quotidiano, come specificamente segnalato dal curatore Alessandro Giammei. L’accostamento imprevisto detiene il primato di una epifania linguistica sorprendente ma mai gratuita, anticipante la ricezione possibile e accolta nell’acquisita formula indipendente della mutevolezza esegetica. “Il terzo giorno ho inventato sapori/ ossuti come un disegno di Schiele./ Aprendo il frigorifero ho compreso/ le architetture deserte del vuoto”; sinestesie accorpano il tratto del poeta che già provoca e scardina il rituale appagante, rimodella la funzione proponente, emerge senza fuorviare nella componibile precisione prosodica. Il segno grafico veicola il visivo, attenua l’attesa mitigando il flusso, così il quotidiano irrompe con la lucidità dell’intarsio. “Stranito dalla fame, percorrendo/ stradine dove gli uomini erano altri,/ ho letto epigrafi straniere a iosa/ scritte sotto la foto di un prodotto”. Dario Villa è passeggiatore ironico tra le pieghe della modernità, in una rilevanza già postuma, come il bisogno attorce le plurali vicissitudini accolte e filtrate con conseguente presa d’atto di un sentire vibrante d’appartato, nel confronto con il simile spesso in realtà dissimile od estraneo, condotto alla pluralità della contenenza sillabica acquisita in corpo. Ed ecco l’apertura che confida e rivela, con il terzo verso della strofa, l’attenzione svagata e precisa, memore e nuova, sibillina e cortese, quando ciò che rappresenta l’elemento intertestuale diviene, con versificazione calibrata, postmoderno agibile in misura preponderante, fino alla opposta marginalità esiziale del consumistico contenuto espresso dal delirio di una società precipitata nella convinzione della superfluità di ogni approfondimento. “Tra i pinnacoli in cima alla città/ di un duomo tardo gotico, ravvolto/ in un kaftano sbiadito, ho intravisto/ l’omino di Chagall, col suo violino”. E qui si alza lo sguardo del poeta alla possibilità che intercorre come postura variabile e sempre posta nell’osservazione agibile e acuta che trattiene la curva ilare e, allo stesso tempo, dolente della consapevole coscienza di una distanza spesso incolmabile quando la condizione si fa spazio per accadimenti visti o pensati. Il segno monumentale di una sacralità inurbata nella città testimone e tratto comporta gli intrecci prolifici di suggestioni da un lato esotiche, dall’altro profondamente europee, all’interno di una connessione in odore di onirismo più che di surrealismo. La sintesi non è del tutto lunare né del tutto terrena, ma orizzonte che assorbe la nostra imbarazzata proposta dove il tema della scrittura diviene avamposto sensibile da scolta che si rilegge con la dicitura dell’autoritratto privo d’indulgenza. “Forse era meglio scendere. Incontrare/ una lattina di tonno in un punto/ della navata laterale, in fondo,/ mi era parso possibile. Che errore”. Davvero è d’uso il tentativo affiorato dalle molteplicità indicanti la significazione del quotidiano materico, non del tutto asettico ma esigente nel farsi correlativo, nella corposità grumosa resa lieve e poi trascinante al suolo udibile per la prossimità degli espedienti. Magistrale il riferirsi all’oggetto povero, al contrasto che impone una soluzione di connubio ove forse possibile esercitare la peculiarità di un rimando qui abilmente introdotto dall’efficacia a incursione dell’assonanza. Dunque l’errore è quello similare, arguto, desolato ma non spento, reiterante nella domanda; quello che abbinato ad una perplessità dell’erroneo richiama Fortini, suscita riflessi negli occhieggianti episodi con quella parte di produzione poetica lineare proposta da Adriano Spatola. S’inoltra ancora il tutto per costituire l’esito di una poliedrica capacità operante che in Dario Villa disegna una nominazione anche rara, colta, ricca di provocazioni linguistiche e catene allitteranti, accostamenti inusuali e sonorità accalcanti, alcune variabili asimmetriche e più continuità prosodiche; così esperita, in una partitura ibrida e policroma che si espande e si conferma come effettiva eccezionalità dell’opera.

                                                  Andrea Rompianesi

 

 


martedì 3 febbraio 2026

Annalisa Rodeghiero “Opposte verità” (Mac Comunicazione, 2025)



È un ossimoro il titolo dell’esito poetico di Annalisa Rodeghiero, “Opposte verità”? O forse esiste una verità talmente dinamica da contenere gli opposti e farsi essa stessa realtà ossimorica? L’accorta osservazione indugia nell’apertura su di un tratto prosastico concentrato nel destino e nel suo riflesso, attraverso quella domanda inerente al nostro dato esistenziale, all’afflato filosofico che non può mancare nel momento in cui comprendiamo la reiterata richiesta d’incursione nel senso, anche quando questo ci sembra inafferrabile ma necessario polo d’attrazione, comunque. Annalisa Rodeghiero inaugura un avvio accorpato nel fare poetico mediante successioni testuali di una versificazione controllata e breve, alternata ad incursioni nella forma del poemetto in prosa. Il moto è condensato nella parsimoniosa concentrazione dei vocaboli coinvolti e dicibili: “In solitudine e pienezza/ abbandonarsi/ al battito della parola dal/ fuorimondo degli scorticati”, quando l’andare è già primaria scelta. Lo slargo è atteso, la notte è onirica; conduce e deterge encomio lo spezzare la continuità metrica prevista in una ricomposizione di accostamento nominale a configurare lo spazio che innesca il sentire di radura. E qui sembra davvero di potersi già collegare al concetto stesso del diradamento quale nozione heideggeriana di essere, processo in grado di svelare gli enti. Così natura assume connotazione di riferimento e possibilità operosa se adeguatamente filtrata, interpretata, quale acquisizione di prospettive generanti. E’ moto e mutamento di stati imprevisti, configurazioni frante, origini innestate nelle ipotesi d’immediatezza o relativo connubio di processi inarrestabili, come indica il riferimento ad un verso di Ranieri Teti. E’ responsabilità dell’autrice affrontare la domanda incalzante, il quesito esistenziale, l’orbita convergente nei riflessi acquisiti e rarefatti dalla molteplicità dei languori e dei disagi, il flusso reiterante dei contorni sillabati; “per miglia e miglia di promesse/ legando ardore a penombre/ nel corto dei respiri persegue/ come possibile l’unico accanto”. Entra nel ruolo l’amore, allora, la sua complessità determinante sia in presenza che in assenza, quale voluto o atteso esito capace di produrre genesi dialoganti tra timori e tremori. Qui accorre lo svolgersi di una acquisita lentezza riprodotta in passaggi meditati lungo l’asse temporale, dove lo sguardo è riflesso e la meta è origine. Annalisa Rodeghiero esprime la sua fede nella parola, in una grazia incolpevole e atavica, attraverso il tratto leggero di strofe a volte brevi e sospensive nella conduzione di una osservazione accadente: “luce ancora originaria/ brace che sempre”, dove l’assenza verbale introduce la pratica d’urto e innesta l’asserzione atemporale che il tempo esclude. L’attesa si svolge comunque nella mobilità apparente della vita, nelle luci e nei venti che dominano la contestualità riprodotta dalle attenzioni rivolte alle cose, alle diramazioni visitate quando lo sguardo autoriale è testimonianza liturgica: “Legare voce alla voce nella liturgia/ dei nomi convocati nell’ordine preciso”. Dicitura accolta e sospesa nella conduzione dei versi tra annunciazione e mancanza, stordimento e frantumazione, vertigine e compimento; passi “per la sfasatura in sorte/ di reciproci quadranti a volte/ perdura un suono d’inestricabile”. La vocazione nomade insorge a comprendere ciò che si filtra tra gli elementi e compone traiettorie esprimibili. Molto interessante il verso “tutto non può essere questo” che sembra riportare ad una osservazione metafisica di Sofia Vanni Rovighi circa il dato che se ciò che si mostra all’esperienza fosse tutta la realtà, essa sarebbe contraddittoria, in quanto non in grado di esprimere i principi necessari che la determinano. Allora dovrà sussistere altro, oltre a ciò che appare. Gli sviluppi di una poesia pensante, quella di Annalisa Rodeghiero, che non solo osserva ma approfondisce in una attenzione concettuale concentrata verso effettivi segnali di svelamento, nella più fertile opzione della vocazione filosofica: “Mia incredula nel palmo verità/ che di me sa ogni disperata piega”;  non rimane che ritornare forse ad una origine: “E tutto ciò che siamo stati/ nel dove dell’estate resta”.

                                                                                                                   Andrea Rompianesi

 


lunedì 2 febbraio 2026

Una poesia in vernacolo di Vincenzo Capodiferro

 

dipinto di Franz Porta

RACANELLO

Iamu! Viniti tutt’ a la iumara

e scinnimu pi ‘ndà stu piriceddu:

quandi lavandari fannu a gara,

finu ha arrivà a lu mundiceddu.


Sott’u carraru, u mulinu u Mangusu:

‘ngi tirinu pasturi a li canali,

li vi’! Cu n’occhiu apertu e natu chiusu,

a matina prestu cu tandi riali.


Li femmini portinu ‘ncapu li cesti,

chini ri lana e tandi linzuli

e cuperti: parinu vistuti a festi,

e suttane e sottanedde ‘nculi.


E lavinu a lu iumu li panni,

cu saponi hi lardedda e ri putassu,

appinnihinu a’ l’erici chiù granni

vertuli: ù friscu, ù s’arripa u lassu.


E ni lavavinu, zinni zinni,

puru a nui, cha erimu criaturi,

ch’aiutavimu li robbi a spanni

a prete a soli tutti curi nuri.


E po’ si startaravinu puru lori

e l’hommini dà, stijnu arucchiandi,

s’ammucciavinu tutt’a cori a cori

a Capuluvata, u lacu ri brigandi.


Ohi chi frischezza ‘ndà l’ossi,

quannu ti striculavinu lavandari!

Cum’a strazzi ti stringihinu li cossi,

e sta iumara ti parià nu mari!


Traduzione:

RACANELLO

Scendete alla tersa fiumara!

Scendete per questo declivo,

quante lavandaie fanno a gara,

fino a giunger al rude rivo.


Sotto c’è il Mulino di Mancuso,

e il tratturo ove passano i pastori,

ha un occhio aperto e l’altro chiuso:

odi il presto mattin i lai canori.


Portan le ceste le donne in testa,

pien di lana e di late lenzuola

e coperte: paiono vestite a festa

e sottane e collanine sulla gola.


Strizzano al fiume i panni zozzi,

con sapone di potassio e lardo,

appese le borse agli elci mozzi

tra le lande ove riposa il cardo.


E ci lavavano con quel sapone

anche a noialtri, piccini e rudi:

di grossi massi al sol sul ciglione

con le robe ci stendevan nudi.


E poi si lavavano le donne:

i maschi, di là adocchianti,

ascosi tra spine e spase gonne,

a “Capo-levata”, lago di briganti.


Oh! Che freschezza nelle ossa,

ché ti torchiavano le lavandare,

le cosce pigiavano nella fossa

d’acqua che ti pareva un mare!

sabato 24 gennaio 2026

Una poesia in vernacolo di Vincenzo Capodiferro

 



ALIANEDDU

 

Quannu passu ‘mbera a lu pitticeddu,

ca ‘nghiana sopa a la valli ri l’Agru,

e vehu appisu, sop’au munticeddu,

u paiseddu … u cori me fia agru.

 

È Alianeddu! Nun ‘ngi sta ‘chiù nisciuni.

Quandi famiglieddi sopa sti muri!

E mo’ a chi viri? Sulu li mamuni,

‘ndà sti maceri. E pria tandi pasturi

 

a transumàri runna a l’Achirondi,

‘nc’era sulu nu pondi: hi Russuleu!

Hittavinu li cappeddi a l’acqui fondi,

ha sera hi vinu si facihinu meu meu!

 

Raddà sfaccia ron Luigio ri Mele,

e ni biniricia Patri e Figliu.

Paria ca ‘ndà vocca avia nu mele,

po’ facimu lena lena natu migliu,

 

pì arrivà a Massaria hi ron Fulici.

Ohi quanti pecuri e pastureddi,

nghianavinu e scinnijnu cu dui alici

sopa a na fidduccia hi paniceddi!

 

E ‘ndà quiddi riserti ri calanghi,

seri seri ti vinia na paci a l’arma,

atturnu u focareddu tutti stanghi,

a cundà li fatti, a candà li carma.

 

E ni purtaviu ‘ndi cofani hi li ciucci,

eramu tandi: tandi uangnuneddi!

Si curcavinu ha sera tutt’ ciucchi,

ha matina scinnihinu a pinnineddi.

 

E mo ca passi ‘ndà sti casi vote,

a chiesia rotta, ubi stia sandu Nicola,

t’arricordi e u cori si rivote,

nu fischju hi vendu: l’aurecchiu ti rola.

 

 

ALIANELLO

 

Quando passo sotto al balzello

che sale sopra alla valle dell’Agri,

e vedo appeso sopra il monticello

il paesello! Gli occhi si fan agri!

 

È Alianello. Non ci sta più nessuna

di tante famigliole, tra questi muri!

Adesso chi vedi? Qualche Mammona[1]

tra queste macerie! Prima tanti pastori

 

transumanti risalivano l’Acheronte[2];

c’era solo d’Orsoleo[3] il ponticello:

gettavano i cappelli al novo fonte,

a bere, a rinfrescar il fronte bello[4].

 

Di lì s’affaccia don Luigi Mele,

ci benediceva: – Padre e Figlio!

Pareva che in bocca aveva un miele.

Poi, facciamo veloce un altro miglio,

 

fino alla masseria di don Felice[5].

Gli armenti scendevano da Alianello.

Quanto era bello! – Chi ti dice?

Due alici sopra una fetta di panello!

 

In quegli arsi deserti di calanchi,

pace all’alma, tra d’uccelli stormi,

attorno al focherello tutti stanchi,

a raccontare i fatti, a cantare i carmi.

 

In cofani d’asini, tanti bambini!

Si coricavano tutti ubriachi,

presto di mattina, tra fumi di vini,

tosto a volar quai farfallon da bachi.

 

Or che passi tra queste case vuote,

vedi a san Nicola la diruta chiesa,

quanti ricordi! Il cuore si riscuote.

Un fischio di vento all’orecchio pesa!

 

 


[1] La parola deriva da “Mammona” un demone biblico e sta ad indicare, perciò, uno spettro, un fantasma.

[2] Antico nome dell’Agri, insieme allo Stigie, l’odierno Sinni: evidente allusione arcaica alla terra dell’Inferno.

[3] Secondo la tradizione l’unico ponte, che adesso si trova lungo la vecchia statale Val d’Agri, sul torbido fiume, era stato costruito dai monaci basiliani dell’antica Badia di Orsoleo, a Sant’Arcangelo. Il ponte sull’Acheronte naturalmente allude al passaggio al regno dei morti.

[4] Si accenna all’uso di gettare i cappelli nelle acque, sia per rinfrescarsi un po’ la testa, ma anche per bere: i pastori usavano i cappelli come grosse tazze per bere e raccontano che ancora sentono quell’odore acre delle teste. Nella cultura contadina si fa ancora riferimento alla cozza, intesa come cranio, per bere. La sera bevevano il vino che trasportavano in grossi otri, fatti con pellame ovino. Il “novo fonte”: riferimento alla sorgente presso l’Agri che caccia sempre acqua nuova.

[5] Don Felice De Ruggeri era un proprietario terriero che possedeva una masseria storica su di un poggio tra Tursi, Montalbano e Policoro. Ospitava le mandrie che la sera si posavano per transumare, perché aveva ampi locali e si trovava in una posizione strategica, lungo i tratturi regi.





giovedì 22 gennaio 2026

Una poesia in latino di Prospero Cascini

 


IN GENETLIACO MICHAELAE MARIAE NEPOTIS

PROSPERI CASCINI COMPOSITA VEL TRADUCTA

A ME VC

Interminans crucians dolor nec extinguitur

Poetae inhospitale veniam tempore donum

Adtendit aeterne Michaele risus custode riso

Maria manum tuam da ferens iter homini novi.



A Micaela Maria nata in piena pandemia (22/06/2020)


Il dolore del poeta

lancinante, infinito,

senza sosta

aspetta  da te

il perdono 

come dono

per l'inospitalità

di questo tempo...

Per essere

MICAELA MARIA

per sempre...

serba il sorriso...

nel tuo sorriso.

Dai una mano,

la tua

ad un cammino

che porti 

una nuova umanità!


(traduzione del prof. Vincenzo Capodiferro)

Stefano Guglielmin “Vaporizzazioni” (Puntoacapo Editrice, 2025)

  Una poesia che mentre si fa riflette sul suo farsi, in un domandare continuo veicolato dalla partitura in versi lunghi di una sorta di met...