martedì 10 febbraio 2026

Dario Villa “Opera in versi” (Crocetti Editore, 2025)

 

 


                          

Basta fermarsi in questa sede alla prima poesia. La prima indicativa di un massiccio volume antologico, “Opera in versi”, che propone l’intero corpus poetico di Dario Villa, uno dei più significativi e originali poeti della generazione nata nei primi anni Cinquanta e scomparso nel 1996. Un primo testo emblematico e rappresentativo che nella esattezza geniale delle sue strofe (quattro quartine) comprende la straordinarietà di uno sviluppo poetico non limitabile ad una definizione vincolante, ma percorso capace d’integrare con piena efficacia una sorta di rigore linguistico a vocazione petrarchesca con il lessico quotidiano e materico. “Consapevolezza del proprio esercizio e funambolismo” secondo Tiziano Rossi, “capacità di essere sempre un passo avanti, sempre un po’ altrove” secondo Giovanni Raboni. Villa è stato forse il Rimbaud della Milano postmoderna, virtuosistico ma nello stesso tempo ancorato alle derive del quotidiano, come specificamente segnalato dal curatore Alessandro Giammei. L’accostamento imprevisto detiene il primato di una epifania linguistica sorprendente ma mai gratuita, anticipante la ricezione possibile e accolta nell’acquisita formula indipendente della mutevolezza esegetica. “Il terzo giorno ho inventato sapori/ ossuti come un disegno di Schiele./ Aprendo il frigorifero ho compreso/ le architetture deserte del vuoto”; sinestesie accorpano il tratto del poeta che già provoca e scardina il rituale appagante, rimodella la funzione proponente, emerge senza fuorviare nella componibile precisione prosodica. Il segno grafico veicola il visivo, attenua l’attesa mitigando il flusso, così il quotidiano irrompe con la lucidità dell’intarsio. “Stranito dalla fame, percorrendo/ stradine dove gli uomini erano altri,/ ho letto epigrafi straniere a iosa/ scritte sotto la foto di un prodotto”. Dario Villa è passeggiatore ironico tra le pieghe della modernità, in una rilevanza già postuma, come il bisogno attorce le plurali vicissitudini accolte e filtrate con conseguente presa d’atto di un sentire vibrante d’appartato, nel confronto con il simile spesso in realtà dissimile od estraneo, condotto alla pluralità della contenenza sillabica acquisita in corpo. Ed ecco l’apertura che confida e rivela, con il terzo verso della strofa, l’attenzione svagata e precisa, memore e nuova, sibillina e cortese, quando ciò che rappresenta l’elemento intertestuale diviene, con versificazione calibrata, postmoderno agibile in misura preponderante, fino alla opposta marginalità esiziale del consumistico contenuto espresso dal delirio di una società precipitata nella convinzione della superfluità di ogni approfondimento. “Tra i pinnacoli in cima alla città/ di un duomo tardo gotico, ravvolto/ in un kaftano sbiadito, ho intravisto/ l’omino di Chagall, col suo violino”. E qui si alza lo sguardo del poeta alla possibilità che intercorre come postura variabile e sempre posta nell’osservazione agibile e acuta che trattiene la curva ilare e, allo stesso tempo, dolente della consapevole coscienza di una distanza spesso incolmabile quando la condizione si fa spazio per accadimenti visti o pensati. Il segno monumentale di una sacralità inurbata nella città testimone e tratto comporta gli intrecci prolifici di suggestioni da un lato esotiche, dall’altro profondamente europee, all’interno di una connessione in odore di onirismo più che di surrealismo. La sintesi non è del tutto lunare né del tutto terrena, ma orizzonte che assorbe la nostra imbarazzata proposta dove il tema della scrittura diviene avamposto sensibile da scolta che si rilegge con la dicitura dell’autoritratto privo d’indulgenza. “Forse era meglio scendere. Incontrare/ una lattina di tonno in un punto/ della navata laterale, in fondo,/ mi era parso possibile. Che errore”. Davvero è d’uso il tentativo affiorato dalle molteplicità indicanti la significazione del quotidiano materico, non del tutto asettico ma esigente nel farsi correlativo, nella corposità grumosa resa lieve e poi trascinante al suolo udibile per la prossimità degli espedienti. Magistrale il riferirsi all’oggetto povero, al contrasto che impone una soluzione di connubio ove forse possibile esercitare la peculiarità di un rimando qui abilmente introdotto dall’efficacia a incursione dell’assonanza. Dunque l’errore è quello similare, arguto, desolato ma non spento, reiterante nella domanda; quello che abbinato ad una perplessità dell’erroneo richiama Fortini, suscita riflessi negli occhieggianti episodi con quella parte di produzione poetica lineare proposta da Adriano Spatola. S’inoltra ancora il tutto per costituire l’esito di una poliedrica capacità operante che in Dario Villa disegna una nominazione anche rara, colta, ricca di provocazioni linguistiche e catene allitteranti, accostamenti inusuali e sonorità accalcanti, alcune variabili asimmetriche e più continuità prosodiche; così esperita, in una partitura ibrida e policroma che si espande e si conferma come effettiva eccezionalità dell’opera.

                                                  Andrea Rompianesi

 

 


martedì 3 febbraio 2026

Annalisa Rodeghiero “Opposte verità” (Mac Comunicazione, 2025)



È un ossimoro il titolo dell’esito poetico di Annalisa Rodeghiero, “Opposte verità”? O forse esiste una verità talmente dinamica da contenere gli opposti e farsi essa stessa realtà ossimorica? L’accorta osservazione indugia nell’apertura su di un tratto prosastico concentrato nel destino e nel suo riflesso, attraverso quella domanda inerente al nostro dato esistenziale, all’afflato filosofico che non può mancare nel momento in cui comprendiamo la reiterata richiesta d’incursione nel senso, anche quando questo ci sembra inafferrabile ma necessario polo d’attrazione, comunque. Annalisa Rodeghiero inaugura un avvio accorpato nel fare poetico mediante successioni testuali di una versificazione controllata e breve, alternata ad incursioni nella forma del poemetto in prosa. Il moto è condensato nella parsimoniosa concentrazione dei vocaboli coinvolti e dicibili: “In solitudine e pienezza/ abbandonarsi/ al battito della parola dal/ fuorimondo degli scorticati”, quando l’andare è già primaria scelta. Lo slargo è atteso, la notte è onirica; conduce e deterge encomio lo spezzare la continuità metrica prevista in una ricomposizione di accostamento nominale a configurare lo spazio che innesca il sentire di radura. E qui sembra davvero di potersi già collegare al concetto stesso del diradamento quale nozione heideggeriana di essere, processo in grado di svelare gli enti. Così natura assume connotazione di riferimento e possibilità operosa se adeguatamente filtrata, interpretata, quale acquisizione di prospettive generanti. E’ moto e mutamento di stati imprevisti, configurazioni frante, origini innestate nelle ipotesi d’immediatezza o relativo connubio di processi inarrestabili, come indica il riferimento ad un verso di Ranieri Teti. E’ responsabilità dell’autrice affrontare la domanda incalzante, il quesito esistenziale, l’orbita convergente nei riflessi acquisiti e rarefatti dalla molteplicità dei languori e dei disagi, il flusso reiterante dei contorni sillabati; “per miglia e miglia di promesse/ legando ardore a penombre/ nel corto dei respiri persegue/ come possibile l’unico accanto”. Entra nel ruolo l’amore, allora, la sua complessità determinante sia in presenza che in assenza, quale voluto o atteso esito capace di produrre genesi dialoganti tra timori e tremori. Qui accorre lo svolgersi di una acquisita lentezza riprodotta in passaggi meditati lungo l’asse temporale, dove lo sguardo è riflesso e la meta è origine. Annalisa Rodeghiero esprime la sua fede nella parola, in una grazia incolpevole e atavica, attraverso il tratto leggero di strofe a volte brevi e sospensive nella conduzione di una osservazione accadente: “luce ancora originaria/ brace che sempre”, dove l’assenza verbale introduce la pratica d’urto e innesta l’asserzione atemporale che il tempo esclude. L’attesa si svolge comunque nella mobilità apparente della vita, nelle luci e nei venti che dominano la contestualità riprodotta dalle attenzioni rivolte alle cose, alle diramazioni visitate quando lo sguardo autoriale è testimonianza liturgica: “Legare voce alla voce nella liturgia/ dei nomi convocati nell’ordine preciso”. Dicitura accolta e sospesa nella conduzione dei versi tra annunciazione e mancanza, stordimento e frantumazione, vertigine e compimento; passi “per la sfasatura in sorte/ di reciproci quadranti a volte/ perdura un suono d’inestricabile”. La vocazione nomade insorge a comprendere ciò che si filtra tra gli elementi e compone traiettorie esprimibili. Molto interessante il verso “tutto non può essere questo” che sembra riportare ad una osservazione metafisica di Sofia Vanni Rovighi circa il dato che se ciò che si mostra all’esperienza fosse tutta la realtà, essa sarebbe contraddittoria, in quanto non in grado di esprimere i principi necessari che la determinano. Allora dovrà sussistere altro, oltre a ciò che appare. Gli sviluppi di una poesia pensante, quella di Annalisa Rodeghiero, che non solo osserva ma approfondisce in una attenzione concettuale concentrata verso effettivi segnali di svelamento, nella più fertile opzione della vocazione filosofica: “Mia incredula nel palmo verità/ che di me sa ogni disperata piega”;  non rimane che ritornare forse ad una origine: “E tutto ciò che siamo stati/ nel dove dell’estate resta”.

                                                                                                                   Andrea Rompianesi

 


lunedì 2 febbraio 2026

Una poesia in vernacolo di Vincenzo Capodiferro

 

dipinto di Franz Porta

RACANELLO

Iamu! Viniti tutt’ a la iumara

e scinnimu pi ‘ndà stu piriceddu:

quandi lavandari fannu a gara,

finu ha arrivà a lu mundiceddu.


Sott’u carraru, u mulinu u Mangusu:

‘ngi tirinu pasturi a li canali,

li vi’! Cu n’occhiu apertu e natu chiusu,

a matina prestu cu tandi riali.


Li femmini portinu ‘ncapu li cesti,

chini ri lana e tandi linzuli

e cuperti: parinu vistuti a festi,

e suttane e sottanedde ‘nculi.


E lavinu a lu iumu li panni,

cu saponi hi lardedda e ri putassu,

appinnihinu a’ l’erici chiù granni

vertuli: ù friscu, ù s’arripa u lassu.


E ni lavavinu, zinni zinni,

puru a nui, cha erimu criaturi,

ch’aiutavimu li robbi a spanni

a prete a soli tutti curi nuri.


E po’ si startaravinu puru lori

e l’hommini dà, stijnu arucchiandi,

s’ammucciavinu tutt’a cori a cori

a Capuluvata, u lacu ri brigandi.


Ohi chi frischezza ‘ndà l’ossi,

quannu ti striculavinu lavandari!

Cum’a strazzi ti stringihinu li cossi,

e sta iumara ti parià nu mari!


Traduzione:

RACANELLO

Scendete alla tersa fiumara!

Scendete per questo declivo,

quante lavandaie fanno a gara,

fino a giunger al rude rivo.


Sotto c’è il Mulino di Mancuso,

e il tratturo ove passano i pastori,

ha un occhio aperto e l’altro chiuso:

odi il presto mattin i lai canori.


Portan le ceste le donne in testa,

pien di lana e di late lenzuola

e coperte: paiono vestite a festa

e sottane e collanine sulla gola.


Strizzano al fiume i panni zozzi,

con sapone di potassio e lardo,

appese le borse agli elci mozzi

tra le lande ove riposa il cardo.


E ci lavavano con quel sapone

anche a noialtri, piccini e rudi:

di grossi massi al sol sul ciglione

con le robe ci stendevan nudi.


E poi si lavavano le donne:

i maschi, di là adocchianti,

ascosi tra spine e spase gonne,

a “Capo-levata”, lago di briganti.


Oh! Che freschezza nelle ossa,

ché ti torchiavano le lavandare,

le cosce pigiavano nella fossa

d’acqua che ti pareva un mare!

sabato 24 gennaio 2026

Una poesia in vernacolo di Vincenzo Capodiferro

 



ALIANEDDU

 

Quannu passu ‘mbera a lu pitticeddu,

ca ‘nghiana sopa a la valli ri l’Agru,

e vehu appisu, sop’au munticeddu,

u paiseddu … u cori me fia agru.

 

È Alianeddu! Nun ‘ngi sta ‘chiù nisciuni.

Quandi famiglieddi sopa sti muri!

E mo’ a chi viri? Sulu li mamuni,

‘ndà sti maceri. E pria tandi pasturi

 

a transumàri runna a l’Achirondi,

‘nc’era sulu nu pondi: hi Russuleu!

Hittavinu li cappeddi a l’acqui fondi,

ha sera hi vinu si facihinu meu meu!

 

Raddà sfaccia ron Luigio ri Mele,

e ni biniricia Patri e Figliu.

Paria ca ‘ndà vocca avia nu mele,

po’ facimu lena lena natu migliu,

 

pì arrivà a Massaria hi ron Fulici.

Ohi quanti pecuri e pastureddi,

nghianavinu e scinnijnu cu dui alici

sopa a na fidduccia hi paniceddi!

 

E ‘ndà quiddi riserti ri calanghi,

seri seri ti vinia na paci a l’arma,

atturnu u focareddu tutti stanghi,

a cundà li fatti, a candà li carma.

 

E ni purtaviu ‘ndi cofani hi li ciucci,

eramu tandi: tandi uangnuneddi!

Si curcavinu ha sera tutt’ ciucchi,

ha matina scinnihinu a pinnineddi.

 

E mo ca passi ‘ndà sti casi vote,

a chiesia rotta, ubi stia sandu Nicola,

t’arricordi e u cori si rivote,

nu fischju hi vendu: l’aurecchiu ti rola.

 

 

ALIANELLO

 

Quando passo sotto al balzello

che sale sopra alla valle dell’Agri,

e vedo appeso sopra il monticello

il paesello! Gli occhi si fan agri!

 

È Alianello. Non ci sta più nessuna

di tante famigliole, tra questi muri!

Adesso chi vedi? Qualche Mammona[1]

tra queste macerie! Prima tanti pastori

 

transumanti risalivano l’Acheronte[2];

c’era solo d’Orsoleo[3] il ponticello:

gettavano i cappelli al novo fonte,

a bere, a rinfrescar il fronte bello[4].

 

Di lì s’affaccia don Luigi Mele,

ci benediceva: – Padre e Figlio!

Pareva che in bocca aveva un miele.

Poi, facciamo veloce un altro miglio,

 

fino alla masseria di don Felice[5].

Gli armenti scendevano da Alianello.

Quanto era bello! – Chi ti dice?

Due alici sopra una fetta di panello!

 

In quegli arsi deserti di calanchi,

pace all’alma, tra d’uccelli stormi,

attorno al focherello tutti stanchi,

a raccontare i fatti, a cantare i carmi.

 

In cofani d’asini, tanti bambini!

Si coricavano tutti ubriachi,

presto di mattina, tra fumi di vini,

tosto a volar quai farfallon da bachi.

 

Or che passi tra queste case vuote,

vedi a san Nicola la diruta chiesa,

quanti ricordi! Il cuore si riscuote.

Un fischio di vento all’orecchio pesa!

 

 


[1] La parola deriva da “Mammona” un demone biblico e sta ad indicare, perciò, uno spettro, un fantasma.

[2] Antico nome dell’Agri, insieme allo Stigie, l’odierno Sinni: evidente allusione arcaica alla terra dell’Inferno.

[3] Secondo la tradizione l’unico ponte, che adesso si trova lungo la vecchia statale Val d’Agri, sul torbido fiume, era stato costruito dai monaci basiliani dell’antica Badia di Orsoleo, a Sant’Arcangelo. Il ponte sull’Acheronte naturalmente allude al passaggio al regno dei morti.

[4] Si accenna all’uso di gettare i cappelli nelle acque, sia per rinfrescarsi un po’ la testa, ma anche per bere: i pastori usavano i cappelli come grosse tazze per bere e raccontano che ancora sentono quell’odore acre delle teste. Nella cultura contadina si fa ancora riferimento alla cozza, intesa come cranio, per bere. La sera bevevano il vino che trasportavano in grossi otri, fatti con pellame ovino. Il “novo fonte”: riferimento alla sorgente presso l’Agri che caccia sempre acqua nuova.

[5] Don Felice De Ruggeri era un proprietario terriero che possedeva una masseria storica su di un poggio tra Tursi, Montalbano e Policoro. Ospitava le mandrie che la sera si posavano per transumare, perché aveva ampi locali e si trovava in una posizione strategica, lungo i tratturi regi.





giovedì 22 gennaio 2026

Una poesia in latino di Prospero Cascini

 


IN GENETLIACO MICHAELAE MARIAE NEPOTIS

PROSPERI CASCINI COMPOSITA VEL TRADUCTA

A ME VC

Interminans crucians dolor nec extinguitur

Poetae inhospitale veniam tempore donum

Adtendit aeterne Michaele risus custode riso

Maria manum tuam da ferens iter homini novi.



A Micaela Maria nata in piena pandemia (22/06/2020)


Il dolore del poeta

lancinante, infinito,

senza sosta

aspetta  da te

il perdono 

come dono

per l'inospitalità

di questo tempo...

Per essere

MICAELA MARIA

per sempre...

serba il sorriso...

nel tuo sorriso.

Dai una mano,

la tua

ad un cammino

che porti 

una nuova umanità!


(traduzione del prof. Vincenzo Capodiferro)

lunedì 12 gennaio 2026

Alberto Pellegatta “Piccola estate” (Ugo Guanda Editore, 2025)

 

         


“Veranillo” è termine spagnolo che tradotto in italiano viene reso con “Piccola estate”, ultima fase di una stagione calda e titolo dell’esito poetico di Alberto Pellegatta. Testo difficilmente definibile all’interno di una categoria stilistica se non per una caratteristica rilevante: il cortocircuito semantico. La gestione poi di tale azione o effetto comporta l’adesione dell’autore ad una sorta di ricezione deliberante che assume però l’opzione di alternanza reiterata poesia/prosa. Non sussiste proprio la regolarità del prosimetro, ma l’evidente intenzione disarticolante nei confronti di una forma prestabilita, verso la dinamica parlata che appiana l’estromessa funzione estetica e la sostituisce con l’accadente percepibile ed aperto, attraverso accostamenti di vocaboli semanticamente autonomi, nella successione imprevista ed evolvente: “Quando è scoppiata la guerra ero in Spagna/ tu cucinavi canticchiando, efficiente nel vizio./ Era complice il marzo numerato.”, così la valenza non più asettica di un mese può ripetersi:  “Non penso al mare che ti imita/ ma ai pesci che scongelano/ nei tuoi occhi-vasetti di mazurche.// Questa mattina-purtroppo senza alcol/ implora l’inzuppata scienza di marzo”. L’onirico e il divergente, il rinvio e la presenza, il secondario e il frammento insistono sullo spazio della pagina ad effetto d’orma, successioni di un dire fuorviante volutamente oppositivo rispetto al previsto e atteso approdo. Oserei azzardare la definizione di una costruzione a volte sapientemente disturbante, forse con accenno di eversione linguistica non nei termini ma negli accostamenti, dettata da un sentire che filtra i minimi punti di una sofferenza cristallizzata: “Quando te ne ricordi è già freddo./ Puoi partire dai nomi di città/ ma non voglio arrivarci così”. Seguente è l’indurirsi delle cose, lo spezzarsi delle linee, il succedersi delle direzioni inospitali, delle divergenze urbane e dei conflitti ricevibili: “Un vento più debole di quello che avevo in testa/ dilaga sui campetti da calcio./ Le parole non sono più riflessioni:/ la luce spinge le barelle nei giri di Do”. Il tono veicolante contrasti semantici assume l’indicazione imprevista, la nota deturpante tutto ciò che implica l’inerzia decorativa. E’ un organismo in continua necessità d’intervento, di risistemazione, quasi un espediente articolato in un passaggio dimensionale; oltre la consuetudine rivolta al visibile attenersi direttamente ad una linearità infranta. Le parti incombono su melodie artificiali; superamenti inusuali depongono slanci azzerati e mediazioni fuorvianti. Alberto Pellegatta esclude esiti previsti, assume responsabilità di manomissione verbale, acutizzazione delle vibrazioni ibride, quando l’ibrido nel senso più acuto e includente riesce ad unire cose tra loro diverse. Altitudini e spinte, inquadrature e sottopassi, emistichi e ingranaggi contendono la separabile intelaiatura che dirama le divergenze espletate, mentre “l’inverno si scarica sui pontili con frasi di circostanza/ e ti risvegli come gli insetti gommoso”. Viali aprono a viaggiatori spesso condotti e dirottati nelle prospettive, dove le colorazioni antepongono dissidi e molestie, inequivocabili enigmi che il dato certifica e l’esigenza isola nel responsabile assetto. “Non era ancora sera/ i prati erano del loro colore/ deperito, soprattutto silenziosi/ estranei al linguaggio”; si concentrano concatenazioni anche di spazi, nei risvolti che le categorie fissano quali supporti della contemporaneità. Gli elementi di natura acquisiscono ruoli che l’osservazione reinterpreta. Alberto Pellegatta muove il logos, nel suo duplice senso di discorso e pensiero, attraverso la volontà di ricerca linguistica nell’accostamento improvviso di lemmi anche tra loro estranei. Viviamo stagioni in cui perfino diversi addetti ai lavori non riescono a riconoscere l’effettiva necessità di un superamento dell’espressione ordinaria nella ricerca poetica, preoccupandosi d’incontrare architetture testuali complesse, richiedenti un’adesione adeguata alla reale stratificazione ontologica. Magari fossero invece ben più sostenuti gli esiti capaci di porre sulla pagina fioriture linguistiche articolate e impreviste, eversive nei confronti di una banalità espressiva troppo spesso dilagante. In Pellegatta emerge una vocazione filosofica interpretata attraverso una operazione “in progress” di accostamenti e rilevazioni accennate che, ad una prima lettura, possono lasciare l’inquietudine benefica della domanda sospesa che richiede il successivo passaggio nel quale si realizza il tono rivelante: “Pensavamo che, per quanto lenta, la corda del mondo/ avrebbe suonato altre volte./ Si mette male-la prossima volta sarò più chiaro”. Non mancano poi affezioni esigibili dove l’autore muove passi che concedono incursioni nella rilevanza di un pensiero non abdicante ma provocatoriamente esplicativo ed ironico: “il neoindividualismo prevede che i diritti vengano attribuiti al singolo e non delegati a vincoli collettivi – famiglie, autotrasportatori, commessi”. “Piccola estate” di Alberto Pellegatta ci obbliga ad una frequentazione di lettura non esauribile e ad una collocazione che rigetta etichette univoche.

                                                    Andrea Rompianesi

 

 


sabato 10 gennaio 2026

Marina Rezzonico “La forbice e il fiore” (Book Editore, 2025)

 


C’è innanzitutto una grande fiducia nelle parole. La parola poetica, in primis, quella capace di trasformare in qualità semantica l’accaduto in accadente da cogliere nella molteplicità delle sue sfumature cromatiche offerte dal risultato prosodico. Siamo di fronte a “La forbice e il fiore”, esito editoriale di Marina Rezzonico. Sono sguardi dalla periferia del presente, confida il sottotitolo; incisioni scritturali che veicolano movimenti vissuti e pensati in una sensibilità ricettiva attenta ai luoghi e ai fatti. Ma anche alle derive e contraddizioni del nostro stare, attraverso una dicitura che sospende quasi, in molti passi, l’opzione fonetica a favore di una versificazione che ammette una voluta tonalità piana, non nella tessitura stessa dei versi ma nel nucleo intimo dei vocaboli posti a richiamo, a testimonianza etica: “Lo zenith si è abbassato: ha subito la confisca/ del tempo e dello spazio”. Emerge da certi squarci linguistici l’attrazione di Marina Rezzonico per l’equilibrio delle parti in natura emergenti dalla fascinazione dei luoghi che veicolano stati d’animo, possibilità remote ma dicibili, tratti che scompongono le fioriture espletate dai sentimenti muti dei volti, delle conflittualità non arginabili. Un tono evidente nella ironia amara conduce ad osservazioni che concentrano nelle strofe la necessità della sosta momentanea, episodica, chiamata alla riflessione che scalza la consuetudine, l’arrendevole disagio delle revisioni. Il dato sembra richiedere una traccia che risulta difficilmente circoscrivibile, piuttosto inaugura una vocazione mite dove l’assolo è ascolto, la tonalità è brina. Il tocco leggero imprime comunque la consistenza della presa d’atto che educa il nesso in un’aria trafitta ma non vinta. “Alla finestra si sa/ che è laggiù che si gioca la comune/sorte:/ dove si agita l’attraversare/ lo spintonarsi/ e l’urtare della folla”; l’asimmetria rende, nel versificare, gli squilibri del trauma, l’affanno materico del porsi, la perdita possibile della continuazione. E’ un’accezione che muove il “prima”, la domanda, quello che non è stato, la rosa non colta. Lo iato non esclude il senso di rivolta, l’ostinata volontà di connettere l’espressione lucida che non estirpa l’evento ma lo integra; il segno che collega le pratiche terse della definizione al supporto responsabile della cura, anche se troppo spesso difficilmente attuabile. C’è, nello scrivere dell’autrice, una epidermica condivisione ancorata al valore dei ricordi reinterpretati e franti ma, nello stesso tempo, solidi e capaci di elaborare il senso degli eventi e delle storie ben al di là degli apparenti rilievi minimali. Ciò che rimane è quindi voce, plesso costitutivo di un approccio esegetico, parola ancora rilevante nella sua prossimità e postura: “sezioni senza misure/ geometrie perpendicolari/ avvitate in una spira”. L’impressione sale e si distribuisce tra territori e litorali, ipotesi di deserti o radure nelle quali le domande che Marina Rezzonico si pone sono molteplici spine comprese nel pungolo quotidiano che forma il nostro precario procedere. “Litorale che vogliamo/ di sponda. Di radici/ che si ritirano dall’onda, mentre/ nella gola il respiro già si prepara/ ancora all’andare./ A tentare ancora il piacere dell’orma,/ a non perdere il mare”; sembra un accenno all’inevitabile passo che distende ma, nello stesso tempo, il procedere poetico sembra quasi volersi fermare, evitare il possibile flusso, l’ancorarsi ad un dicibile rassicurante, “essere la roccia rinunciataria”. Il tono spinge a evocare anche fatti che riguardano gli effetti subiti dalla natura nei suoi travagli, così come sono gli spopolamenti, le alluvioni, le caducità di condizioni che mettono a nudo impotenze, paure, velleità reiterate, tristezze innervate, perplessità affioranti, algidi ritratti periferici: “caseggiato di/ memoria operaia,/ vano opaco/ tra soffitto e pavimento/ oltre una finestra vuota”. E non può mancare l’approccio alla peculiarità del mare, in un coinvolgimento biografico che riguarda l’autrice, originaria di Basilea, ma vissuta poi in Liguria e Toscana. Il testo poetico, nel suo definirsi, rivela sottotraccia una marcatura che potrebbe determinarsi in opzioni di approdo prosastico.

               

                         Andrea Rompianesi

 


Dario Villa “Opera in versi” (Crocetti Editore, 2025)

                               Basta fermarsi in questa sede alla prima poesia. La prima indicativa di un massiccio volume antologico, “Op...