martedì 28 aprile 2026

Raffaela Fazio, Chiuda gli occhi Signor Schopenhauer, Giuliano Ladolfi Editore, 2026

 



Raffaela Fazio, in questo suo esito poetico, dialoga o, meglio, auspica l'esito stesso in forma nuova. È apertura e scommessa, sentimento e accezione, volontà e proposta. E di tale volontà si percepisce il filtro nella prima sezione che inaugura una ipotesi di dialogo con alcuni grandi filosofi. È un chiedersi costante e puntuto, affiorante e vitale, come nel porsi alla provata ricezione che incalza, in una prima battuta, la stessa provocazione emergente dal pensiero di Schopenhauer. "Arthur, verrò da lei alle tre./ Non parleremo. Sarebbe vano./ Lei scelga solo il brano/ che ascolteremo"; c'è forse rinuncia al dettare opzione di rigidità e, nello stesso tempo, disposizione all'osservare quale scelta che rifiuta il distacco auspicato dal filosofo, dal suo negare finalismo e senso, dove ciò che contende al dato l'informe e il divelto assorbe nel soggetto che conosce la specifica rappresentazione solitaria che però richiede salvezza dalla deriva solipsistica. Così l'autrice risponde interpretando il nostro stato spesso infelice: "è ogni solitaria abiura/ di ciò che ci accomuna/ e sopravanza"; se l'episodio non raccoglie lo sviluppo e l'incontro. Come la specificità creativa del linguaggio che non esclude il mistero, anche quando la domanda appropriata incorpora dubbio e limite espressivo, difficoltà estrema per la condizione di esatta sensatezza ma riproponendo svolte e conduzioni, ineffabile in un senso ma visibile in un altro, proprio nella fascinazione liminare della poesia stessa individuata da Ludwig  Wittgenstein come possibilità ulteriore, incalzante avvento che pone le basi di una esplorazione linguistica. Raffaela Fazio concede quel porsi a redimere ogni prospettiva d'arbitrio, quel descrivere gli utilizzi propri del linguaggio che fu carattere del pensatore austriaco, "Allora venga/ la parola che ha coscienza/ della sua insufficienza/ e canta, chiama/ libera il pensiero, lo sovverte". Il tratto sviluppa versi asimmetrici in vocazione verticale, a catena di rimandi che pongono successione di quesiti; proiettano relazionandosi, quasi fosse viva l'accezione di Aristotele, la somma felicità propria di un risultato etico, il filosofare con gli amici. E allora ecco il tema del "conatus" spinoziano che, per l'autrice, non può essere "l'unico motore" a determinare un'azione che, in effetti, nella sua stessa natura concettuale è intesa non solo come automantenimento ma come prodotto dinamico che si afferma in quanto "enérgeia" nella sua etimologia originaria attribuibile ancora allo stagirita. Dalle riflessioni emerge il confronto con esiti riconoscibili in uno scetticismo classicheggiante, rappresentato dal pensiero di Montaigne a cui risponde la versificazione ulteriore: "contro il cielo scuro/ scuro covone che s'infuoca/ di piacere puro"; attraverso passaggi che elaborano il redimersi solitario nella continua e logorante battaglia con le falsificazioni e la necessaria verifica empirica che ci condiziona, a volte deturpa il nostro desiderio più anarchico e giunge al tema calzante di come affrontare la prospettiva dialettica: "Allora, Signor Popper, so che la verità/ non è concessa/ (neanch'io mi affido/ alla ricorrenza come prova)./ Per questo finché posso/ scelgo la fede, il partito preso". E questo ben sapendo che in realtà, oggi più che mai, certa metafisica analitica vede invece come concreto esito il raggiungimento di affermazioni veritative anche nella teologia razionale. Raffaela Fazio pone la verifica nel confronto con le aspettative e i dissidi, le asperità gnoseologiche che esaltano la funzionalità estetica in Baumgarten, ponendo il filtro del sensibile che è concretezza e direzione: "Il qui, l'adesso, l'esperito/ buca la membrana/ all'infinito, si sporge/ oltre sé stesso". È un flusso continuativo che interroga, che coniuga l'attesa nelle proprietà evidenti del processo fenomenologico dell'esperienza, quell'infinita serie di relazioni tra ciò che diciamo io e ciò che diciamo mondo. Così la figura di Edmund Husserl si esprime nel ruolo d'interlocutore del momento in cui si avverte che "non avverrà/ l'incontro col reale/ che spinge le parole e che le tira/ -con quella me che scrive/ dentro una contingenza/ se l'impermanente/ eccede/ e sfugge alla cattura". La grande scelta che origina un'epocale sospensione del giudizio, un individuare il sentito più intimo come centro di percezione sempre però parziale, nella complessità di quel fenomeno che si rivela quale "abschattung", ombreggiatura dovuta alla resa inevitabilmente solo prospettica. Allora la poesia recupererà profili leggibili "su ogni traccia/ un tendersi di braccia/ un'occasione", e l'impermanenza sarà struttura non escludente nella evoluzione di un margine ritraibile. Infine Nietzsche quale tappa nel grido colto e riproposto anche oltre tanti fraintendimenti che giustamente l'autrice individua, esprimendo "come corda in boccheggi di note/ come danza che vuole/ al suo interno/ l'abisso, la notte e la rosa/ come serpe che si squama/ e rinasce"; tutto attraverso l'asperità del solco che la parola poetica scava ma, nello stesso tempo, pone in uno spunto più quieto, in attinenza con la specifica vocazione diacronica del pensatore rivolto ad una sofferta trasvalutazione che interseca, intreccia, alterna; nel ripetersi incessante e ciclico del nostro volere, "ma lo spazio che preme/ non trova/ nella mente confini". Ancora è vuoto l'abisso se non rimedia la forza volitiva dell'interpretazione perché, appunto, "il fatto in sé è vuoto/ se si omette/ la vena sottotraccia/ o il fuoco al centro/ di ogni avvenimento". Raffaela Fazio dispone un articolato prolungamento di questo passo, rispondendo attraverso l'immissione del significato salvifico di una promessa che include e si proietta verso l'Oltre. Una connessione graficamente resa in accostamenti asimmetrici reiterati e interventi parentetici, abilmente innestati nello spazio della pagina rivelante agganci di pensiero diretti ad una espressione che potrebbe riconoscersi nell'umanesimo integrale: "l'uomo non lascia/ la natura intatta/ ma ne diventa intarsio/ mantice urna/ dall'istante in cui nasce". Nella seconda sezione dell'opera s'impongono evidenti le relazioni nella loro complessità, sempre comunque fertile e policroma attraverso l'interscambio emotivo che ci riporta, in determinate stagioni della vita, all'ancoraggio con quanto di più atavico: "Mi dico/ attenzione/ attenzione all'infanzia:// in avanti proietta una fiamma/ ha in gola una miccia compiuta". Sondare il confronto dialettico, l'auspicio dialogante acconsente al tratto rivolto, al rapportarsi ammissibile perché proficuo; si parla anche del vuoto, quello che i fisici ci dicono colmo di energie: "O forse basta solo ripartire/ non da zero/ ma dalla prima stella"; accostamenti inoltre seguono anniversari e occasioni che riportano tracce di eventi, assenze, mancanze, ma anche ipotesi ed alternative, morti e rinascite. L'amore pare possibile, pur nella frammentazione del distacco, nelle prove che punteggiano il cammino dei giorni, nella riconoscibilità di un dolore, un evento avverso, la costrizione generata dal timore, la ricezione in chi ci incontra: "Non sa da quali vie/ è il mio congedo/ né a quali porte origlio", come la progressiva possibilità di un procedere che assume su di sé connotazioni dantesche. La terza ed ultima sezione vede l'autrice avvicinare gli stimoli offerti dalle arti visive; la pittura in primis; gli iris di Van Gogh attraverso i quali qualcosa "è grido/ che in alto nell'oro/ si avvita"; così affiorano riflessi e barlumi d'acque, attese e lutti, materie e visioni, soste di parole traboccanti "dall'orlo della notte". Richiami a Munch, a Friedrich, a Modigliani; il tema della sofferenza, del sacrificio, "e il volto che indossi/ è schermo e spiraglio/ come maschera che amplifica la voce/ serrandone il mistero". Un incrociarsi dei sensi e delle posture che si accavallano in questo esito articolato di Raffaela Fazio, in un accostarsi interrogativo di elementi filosofici, biblici, pittorici, a corroborare l'enigma esistenziale nella venuta di simboli anche mistici a trattare capacità e purificazione in una attribuibile opzione celata nell'idea del grembo materno. Così emergono gestazione ed elevazione verso un'auspicata trascendenza che nel testo coinvolge il dono: "Non mi dici/ -se il senso esiste- quale./ Ma sei di colpo pace".

 Andrea Rompianesi

venerdì 24 aprile 2026

Premio Internazionale I Murazzi, marzo 2026




PREMIO ALLA CARRIERA

MOTIVAZIONE PREMIO ALLA CARRIERA A JeanPaul Manganaro da Parigi / Avola

“L’assiduo studio dedicato agli oltre sette secoli di Letteratura italiana comparata, in armonia con l’impegno di Professore Ordinario dell’Ateneo Charles De Gaulle dell’Université de Lille, con vasta produzione edita di saggistica e con partecipazione a convegni e simposi internazionali, hanno reso Jean‐Paul Manganaro autore di sicuro riferimento in contenuti, stili, movimenti e visioni di letteratura contemporanea e ne hanno fatto un ponte di transizione tra opere italiane e francesi, in doppia direzione di marcia, fino a proporlo come sicuro attore della traduzione e divulgazione delle opere dei principali scrittori italiani del Novecento e del primo quarto del Duemila. Manganaro ha reso onore, riconoscimento e diffusione al genio letterario del popolo italiano in Francia. 


PREMIO SPECIALE NARRATIVA DEL PRESIDENTE a DEBORAH DIRANI da Ghibullo (Ravenna)

MOTIVAZIONE:

Il volume di Deborah Dirani, Vertigini. Una storia acrobatica, ha il merito di premiare l’intelligenza creativa e artistica del lavoro e dell’organizzazione di nuovi metodi e tecniche di realizzazione delle tradizionali fasi dell’edilizia abitativa civile e industriale, raccontando la sperimentazione realizzata dell’imprenditore Riccardo Iovino, fondatore nel 1994 di Edilizia Acrobatica e della sua socia e compagna Anna Marras, che insieme diedero vita all’azienda multinazionale italiana Acrobatica. Deborah Dirani riesce a rendere il racconto del lavoro affascinante quanto lo può essere l’attività di un artista, capace di fare sempre ricorso alla genialità delle sue trovate per risolvere i problemi tecnici delle costruzioni, in modo che l’intero libro appare come l’elegia e anche l’elogio del lavoro umano, non più una fatica abbruttente, ma al contrario come un’attività umana che esalta le qualità creative e organizzative di chi la svolge. Ogni pagina e ricca di gioiosa autenticità ed ispira immediata empatia al lettore.

PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA ALLA CULTURA a PAOLO CONTI da Roma

MOTIVAZIONE:

Per quel tratto signorile e sobrio che contraddistingue una personalità ricca di eleganti doti di comunicazione, con le quali si affaccia al mondo contemporaneo, consegnandoci pagine significative dello scenario italiano e straniero, grazie anche agli innumerevoli reportage realizzati in vari Paesi del mondo, con spiccata attenzione a tematiche sociali e di costume, affrontate con incisività ma al tempo stesso con dovizia di dettagli, in virtù dell’agile e talentuosa penna di cui e dotato.









giovedì 23 aprile 2026

Ida Travi, Tempo, Vallecchi, Firenze, € 8,00

 


Nel breve ma corposo saggio di Ida Travi il tempo ha una valenza non solo cronologica bensì psicologica, simbolica e filosofica, venendosi a collocare in una dimensione atemporale o astorica. Non per nulla il titolo del libro manca di un articolo che l’accompagni, non si cita un tempo o il tempo, ma si scrive semplicemente tempo: siamo al di là e al di sopra del contingente.

Si tratta di stare accanto a figure sovrastoriche. Forse a venire, forse arcaiche antidiluviane”, è l’incipit del saggio che vuol essere da subito una sorta di dichiarazione di poetica. “Certo i Tolki passano il tempo a modo loro: vanno da un libro all’altro, vaganti, smemorati d’ogni accadimento (…) Sono lì, mentre li scrivo, sono lì mentre scivolo nel sonno”.

E come i suoi Tolki vivono in una dimensione senza inizio e senza fine, in un mondo irenico dove il vissuto è fatto di gesti quasi rituali, semplici e silenziosi, allo stesso modo le pagine di questo libro hanno il sapore dell’indefinito, la lievità di un andamento che non spiega ma descrive, la capacità di un pensiero che coinvolge, il fascino di un sogno che è principio speranza, come afferma l’autrice citando Ernest Bloch. 

“I Tolki invecchiano, diventano grandi e ritornano piccoli, vanno da un mondo all’altro, a volte vanno avanti nel tempo a volte ritornano giù nella preistoria.”

Una situazione, questa, che mi riporta alla mente una vita costruita sui valori dello spirito più che su quelli cronologicamente materiali. Se è vero che le ore ti travolgono – chi non ricorda quel drammatico verso virgiliano: "Sed fugit interea, fugit irreparabile tempus"? – è altrettanto vero che devi resistere e non farti travolgere. La scrittrice non evoca il carpe diem oraziano ma la pienezza dell’esistenza e quindi del tempo. C’è in queste pagine una vicinanza alle parole di Seneca che sosteneva “Longa vita si plena est”. Non altro. E si potrebbe aggiungere: Ecce nunc tempus acceptabile”, come recita un’antifona quaresimale. L’ambiente e le vicende dei Tolki trascorrono infatti un tempo accettabile e transumano che non ha spiegazione proprio perché al di fuori di se stesso, dando ragione a Dante quando scrive: Trasumanar significar per verba / non si poria.

“Fai attenzione, ogni volta che inventi un tuo simile lo getti nel tempo.” È una raccomandazione, ma pure una constatazione. E una meditazione sull’inconsistenza e la labilità del vissuto, arrivando con ciò forse anche alla rivelazione di una perenne menzogna di costruzioni e costrizioni che ammanettano, soffocano, rubano libertà di azione e di pensiero. Per questa ragione ci si rifugia nel mondo dell’infanzia e del fantastico, perché in questo modo è facile entrare e uscire, allontanarsi e riemergere, come fanno ad esempio necessariamente i Tolki, stravolgendo l’ordine temporale nel dar vita a qualcosa d’altro.

Tutto sommato la poesia è creazione e il poeta diventa il taumaturgo che compie il miracolo di donare la propria opera: un’opera rigorosamente aperta, come suggeriva Eco, affinché se ne approprino a loro volta gli umani, un’opera che non contempla la parola fine, ma è in eterno divenire e formarsi. “Forse un giorno vedrai un antico teatro greco, sorgere nel futuro.”

Sicuramente il tempo è il cardine di questo saggio. Il tempo prodigio che tiene aperto l’inizio e la fine. Il giorno, la notte, il vento, l’albero. La neve, la palizzata. Tuttavia, al di là del tempo sviscerato in maniera estremamente approfondita con esempi e citazioni di autorevoli filosofi quali Sant’Agostino, Bergson, Freud, Meister Eckhart, in queste pagine appaiono altri significativi indicatori, come fil-rouge apparentemente nascosti, sicuramente impliciti e coerenti. Si tratta di momenti che sono parte integrante di una più vasta e profonda riflessione poetica che ha visto e vede Ida Travi tra le migliori voci della poesia contemporanea italiana.

Ecco allora il pensiero della scrittrice che fluisce tra asserzioni, digressioni ed esemplificazioni che in alcuni brani si rivelano come confessioni di un percorso poetico interessante. Parte da qui quella voglia di esemplificazione, un modus operandi che affronta il lettore non direttamente bensì in maniera circolare. Nascono allora i dati che riflettono la coscienza e di conseguenza la conoscenza: “una resurrezione nel segno, nella voce, un’immagine in azione”. Ed una confessione che riporta il lettore in una dimensione atemporale: “nessuno sa se quella città lontana è una città del passato o il disegno d’un luogo a venire. Nessuno sa chi sono i suoi abitanti, ma certo sono una di loro.”

Sorge però un desiderio di chiarificazione: “Se dovessi fare una dichiarazione di poetica direi: vedo bene come in ogni istante ogni cosa se ne va con la testa rovesciata all’indietro.” E ritornano i suoi Tolki, quegli esseri parlanti che non fanno altro che star lì nel vento, perché è appunto qui il busillis, raccogliere la vita per farne un’opera poetica, ascoltarne la voce, irrompere nel   tempo e farne una ginnastica, masticare storie antiche, crearne di nuove.

Si capiscono, alla fine, i suoi riferimenti letterari, e non solo. Fra questi C.S. Lewis, Howars Philips Lovecraft, Stephen King, ma anche Pavese, Tolkien, Molnar, Malot, nonché registi come Bergman, Godard, Bresson. Né va dimenticato l’accenno alla pop art, che sembra inserito quasi per caso ma che offre una motivazione maggiore per comprendere sia il suo pensiero sia la sua scrittura.

In questa ottica, spiega l’autrice, “la favola reinventa il tempo e, col tempo tratta le condizioni della nostra attesa del nostro desiderio”, lasciando lo spazio e le condizioni per la nascita della parola poetica. Sottolineo parola, perché l’oralità rimane elemento essenziale della poesia. “Prima impariamo a parlare, poi cominciamo a scrivere, spesso perché ciò che è scritto possa alla fine essere detto.” Ce lo conferma, ad esempio, l’attenzione che la scrittrice pone all’elemento teatrale, a partire dai classici greci, Eschilo, Sofocle, Euripide, a giustificazione che la tragedia greca è l’esempio più completo di fusione tra lingua parlata e lingua scritta.

Un saggio prezioso, quindi, questo libro di Ida Travi che ci immerge nel mondo poetico della scrittrice fornendoci elementi di comprensione, di riflessione e di discussione non solo e non tanto, come esplicitato all’inizio, sul tempo, ma anche sulla natura stessa della poesia, perché poesia è parente del tempo che fugge.

 

Enea Biumi

 

 

martedì 21 aprile 2026

IL LEGGENDARIO PINO LORICATO, a cura di Vincenzo Capodiferro

 

                                           

Una specie rarissima che abita gli strapiombi divini del Pollino

 Il pino loricato è una rarissima specie di conifere, detta così per la dura e spessa corteccia. Di solito lo si avvista sugli strapiombi divini dei monti. Ama abitare sulle rocce, sui cigli dei baratri. Si trova sulle catene montuose dei Balcani. Qualche esemplare lo ritroviamo anche sul Monte Pollino e sul Monte Alpi, a ridosso tra Latronico e Castelsaraceno.

In pochi conoscono questa possente conifera, anche perché è arduo il passo per raggiungerla, perché ama radicarsi in posti insoliti, al limitar dei precipizi. Il pino prende il nome dalla corteccia molto spessa, che pare, appunto, una lorica, un’armatura d’antichi legionari. E le rughe di questi alberi, che paiono buttarsi dalle rupi, sono così possenti e resistono ai venti, alle tempeste, alle intemperie. Ma ancor più in pochi conoscono come mai questa pianta così rara cresce solo qua e sfida il potente vento. Pare come quel ceppo, di cui canta il poeta:

Porta le fronde. Vedovato e solo

Il rude tronco oppone alla tempesta

L’invitto schermo de’ suoi lustri, e resta

Con saldo amplesso abbarbicato al suolo.

 C’è una leggenda che circola su questo strano albero. Si dice che vi fosse una giovane fanciulla nella città di Castello Saraceno. Si chiamava Pitis. Era bella e tutti la desideravano. Ma ella non si concedeva a nessuno. Era casta e garbata. Era innamorata del Principe Orio, cui era stata promessa in sposa.

Il malvagio Principe di Stigliano avanzava pretese sul feudo e cacciò Orio Sanseverino, figlio di Ugone, gettandolo in prigione. Orio riuscì a fuggire e si rifugiò nel bosco di Favino, ma fu colto da maledizione. Intanto l’iniquo Principe di Stigliano governava dispoticamente la città, insieme sia al duca Ugone che all’Abate Sanseverino, imponendo un potere intollerabile. Il Duca e l’Abate d’accordo, perché della stessa famiglia, esigevano la piazza, i pesi e le misure, mantenevano le tasse e pretendevano tutto ciò che al feudo si appartenesse. Il Principe di Stigliano, con la forza, pretendeva in eguale misura tutto quanto sopra e, oltre a ciò, estese i diritti feudali a cose di onore di estrema delicatezza. In pratica esercitava lo ius primae noctis. Probabilmente furono questi soprusi che sollecitarono alcuni buoni mariti a ribellarsi. Si racconta che uno di essi si travestisse da donna e picchiasse a morte il Principe. Molti cittadini si allontanarono da Castello e trasferirono alle falde del Pollino. Il vate così esprimeva queste lamentanze:

 Quanti padroni mi dia barbara sorte,

mi diè tutti a oltraggi, a infamia, a morte;

addio prisca moral, bei giorni aviti

quando mi ebbi a signori i cenobiti.

 Il Principe di Stigliano gettò gli occhi sulla bella Pitis, ma ella si sottraeva ai suoi avanzi, come Penelope. Non potendola avere alle buone, mandò a lei dei bravi per adescarla e catturarla, ma la casta Pitis riuscì a fuggire nel bosco di Favino. Il bosco era esteso. Pitis si disperse per non farsi prendere, nonostante il Principe mandasse ogni tanto i cacciatori a cercarla. E nel bosco di Favino si era addormentata. Faceva un gran freddo. Ad un certo punto venne raccolta da un uomo che viveva nel bosco. Era strano quell’essere: era un uomo di legno. Era un uomo-albero, che camminava. La portò nel suo castello, tutto di legno, dentro il bosco. Pitis rinvenne:

– Chi è? Sto sognando. O sono morta? O chi tu sei? Ma sei Orio? Ma cosa ti è successo?

– Sono Orio. Ti amo.

– Un Principe tutto di legno?! Ma come fai a parlare? Ma io sto sognando? O sono morta!

– Noi siamo come alberi viventi: i piedi sono le radici, abbiamo il tronco e i rami, le nostre braccia e la testa e i capelli sono la chioma con le foglie.

E Orio raccontò la sua storia. Il Principe di Stigliano aveva fatto fare una maledizione dal terribile mago Pan: aveva trasformato il Principe Orio, Signore di Castello, in un uomo di legno. Orio s’era rifugiato nel bosco. E Pitis fu accudita dal Principe di legno per tanti anni. Tutti si erano dimenticata di lei. Ad un certo punto, dopo dieci anni, una vecchietta con uno scialle nero, tutto ricamato, andava nel bosco a cercare dei funghi e incontrò la giovane Pitis.

– Io lo so che tu sei Pitis. Il Principe Orio è colto da maledizione. Ma se tu aspetti la notte di Natale di Luna piena, che accadrà quest’anno, puoi rompere l’incantesimo. Quando il Principe si addormenta a mezzanotte, cala sulle sue labbra questo elisir che ti do. Ed egli tornerà come prima. Io sono Borea, moglie di Pan, il mago che mi ha abbandonato per seguire una giovane maga. Mi ha tradito. Però, ricordati, figlia mia, che il Principe di Stigliano possiede una freccia d’argento, che ha poteri magici solo nel bosco di Favino e se viene scoccata trova il principe e l’ammazza. Ma io ti proteggerò. Non ti preoccupare.

E così fece Pitis: infatti, la notte di Natale versò sulle labbra l’unguento magico e baciò il Principe e il Principe tornò uomo. Era bellissimo. Pitis l’amò e stette con lui. Orio, spodestato, intanto, stava riorganizzando un esercito per cacciare il Principe di Stigliano da Castello. Passarono nove mesi e Pitis ebbe un figlio dal Principe Orio, che fu chiamato Ugone, come il nonno. Era bello e carnoso. Il principe di Stigliano, saputo che nel bosco si stava riorganizzando un esercito, anche perché Orio depredava, come Robin Hood, tutte le carrozze con le ricchezze che dovevano passare di là, per darle ai poveri, mandò dei cacciatori agguerriti con la freccia d’argento per colpire Orio, che nel frattempo si era appostato sul ciglio di un dirupo e stava precipitando per difendersi. Scoccata la freccia d’argento, d’un tratto Pitis si lanciò per fare da schermo e per salvare l’amato. Borea, che stava lì a guardare, per impedire che Pitis precipitasse nell’abisso, fece una magia e trasformò Pitis in pino loricato. La freccia scontrandosi contro la dura lorica si ruppe e così fu rotto l’incantesimo. Non si vide più Pitis. Era un albero rugoso e forte che stava sui dirupi del monte Alpi, sul bosco di Favino. Da allora molti pini loricati, suoi figlioli, sorsero sulla montagna. Il Principe Orio riuscì a riconquistare il feudo e a cacciare l’usurpatore. E Pitis, donna-albero, come era stato per un po’ il suo amato Orio, ancora sfida sull’aspro monte il vento, come il vate canta:

 Ei le fronde si porta, inane soma;

Ma questo capo eretto in vèr le stelle,

D’umana possa spregiator, non doma.





martedì 14 aprile 2026

LA RAZIONE DI SANTA LUCREZIA, a cura di Vincenzo Capodiferro

 


Veramente spettacolare è questo canto popolare riferito a Santa Lucrezia. Il testo originale, poi riadattato, è stato ripreso sempre dai devoti della parrocchia SS. Spirito di C. Saraceno, in Lucania. Il riferimento non è, però, a Lucrezia di Merida, martire nell’età dioclezianea, ma a Lucrezia Borgia. Questa è la nota particolare di questo canto: lo si evince dai riferimenti a seduzioni e a Giulio d’Este, alla congiura estense contro Alfonso. Si citano i castelli ed i possedimenti ferraresi, riportati nella fantasia popolare. Lucrezia Borgia (1480-1519) non godeva certamente di fama di santità, al suo terzo matrimonio, però dalle sue note biografiche appuriamo che portò il cilicio, indossò l’abito del Terz’ordine di S. Francesco e fece un percorso di conversione. Molto probabilmente Lucrezia sventò la congiura estense, come si può filtrare da certi passaggi. Molto intensa è l’allegoria della donna fatta a pezzi a causa degli amori cortigiani che poi viene salvata mercè l’intervento della Madre di Dio. Si cita il santuario della Madonna della Schiavonia, in frazione di Este. Il nucleo originario della chiesa, dedicata alla natività della B. V. Maria, risale al XIII secolo. Probabilmente il culto improprio di Lucrezia venne portato in Lucania con don Giulio De Grandis, nominato vescovo di Anglona nel 1548, come riporta nelle sue note storiche Carlo Caterini. Il notaio Antonio Giocoli, esule da Ferrara, seguì a C. Saraceno. Abbiamo notizia anche di un sacerdote: don Alessandro Giocoli. Gli esuli ferraresi, i Giocoli e gli Abelardi, trovarono rifugio nella terra di Lucania e recarono dalla loro patria i dolori e le angosce, che la pietà popolare ha saputo accogliere e rielaborare. Il canto asconde una visione veramente divergente di questa donna, Lucrezia Borgia, vittima di amori combinati congiure e faide di potere. Lucrezia, pur peccatrice, seppe trovare Dio. 

 (Vincenzo Capodiferro)


Vidi chi chiandu e chi crudilitani

suffrìhu Lucrezia! A salvau Maria!

Nu cumbari si la vulìa purtani:

nu iurnu lì parlau ri villarìa.

 

“Cumbari va travaglia pì havuta via!

Nun so femmina cha fazzu pì teni”.

Au maritu fò rappurtatu: “Ohi ria!

Cummari mia hi Lucrezia ti ni veni?”

 

Subbetu u maritu accasa fò arruatu:

“Lucrezia mia hama ì a la Schiavunia!”

“Nun ti purtani né schittu, né maritatu”.

“Adduvi vòi, Giuliu meiu, pigliamu via!”

 

“Lu sacciu, Giuliu, ca mi vòi ammazzari.

Fammila vireni pria Matri Maria.

Nu Patri Nostu vogliu priricani,

a la Maronna ri la Schiavunìa”.

 

Nu fossu ri nu parmu lì fò cafatu.

Zanghe e munnezza ‘mmenzu a via.

Ha feci a pezzi: u cuorpu fu ‘mbussatu.

‘Ncapu a tre ghiurni hìu Matri Maria.

 

Si prisintau: “Avuziti Lucrezia mia!

Rammi na manu ca ti ‘nghiungu l’ossa.”

“So tutta pezzi cum’a preti ‘menzu a via.”

E Lucrezia si livau ra ‘nda na fossa.

 

Subbetu au maritu fozi purtata.

Quannu ci foze ‘nnandi a queddi porti:

“Rimmi si sì rimmonio o sì rannata?”

Li rihu na spenda e na bussata forti.

 

“Hè nun so nì rimmonio e nì rannata.

Viri chi hai fattu? Chi gravi piccatu!

T’aggiu purtatu a Lucrezia honorata.

U cumbari firatu t’havi favuzatu.

 

A lu cumbari toiu tutti li castella,

trecendu vacchi l’aggia livani:

finu a lu settu ri la massaria bella,

cu troni e lambi lu fazzu siccani.

 

Guardatìlu quannu vai a la messe,

cumi a na cannela s’adda ammurtani!”

Chi la ‘ntendi sta razioni la ricesse:

Sanda Lucrezia si mittess’a prigani.

 

 

TRADUZIONE

 

Vedi che pianto e che crudeltà

soffrì Lucrezia: la salvò Maria.

Un suo compare la voleva sedurre.

Un giorno le parlò di villania.

 

“Compare vattene per un’altra strada!

Non sono donna che faccio per te!

Al marito tutto fu rapportato. “Rea!”

“Comare, cosa mi dici di Lucrezia mia?”.

 

Subito il marito giunse di corsa a casa.

“Lucrezia dobbiamo andare alla Schiavonia”.

“Non ti portar dietro né celibe né maritato”.

“Dove vuoi andiamo, o Giulio mio!”.

 

“Lo so, Giulio, che mi vuoi ammazzare.

Fammela vedere prima la Madre Maria.

Un Padre Nostro voglio recitare

alla Madonna della Schiavonia”.

 

Una fossa di un palmo fu cavata,

fango e monnezza in mezzo alla via.

La fece a pezzi: il corpo fu sepolto.

Dopo tre giorni andò Madre Maria.

 

Si presentò: “Alzati, Lucrezia mia!

Dammi la mano. Ti congiungo le ossa”.

“Sono tutta a pezzi come le pietre sulla via”.

Lucrezia si levò dalla fossa.

 

Subito al marito fu portata.

Quando si trovò innanzi alle sue porte:

“Dimmi se sei demonio o sei dannata!”

Dette una spinta e una bussata forte.

 

“Io non sono né demonio, né dannata.

Vedi che hai fatto? Che grave peccato?

Ti ho riportato Lucrezia onorata.

Il tuo fidato compare ti ha tradito.

 

Al tuo compare tutti i castelli,

più trecento vacche debbo togliere.

Fin alle fondamenta della sua masseria,

con tuoni e lampi la devo far crollare.

 

Guardalo bene quando va alla messa,

come una candela si deve spegnere.

Chi intende questa razione la dicesse,

un Pater e un’Ave a Lucrezia pregasse.


venerdì 10 aprile 2026

Doris Emilia Bragagnini “Terra nullius” (Anterem Edizioni, 2025)

 

                     


 È passo ponderato, è digradare nella tessitura di estrema prudenza ma anche gesto che pone il confine, lo trasforma in altro quando la posizione è quella di una terra che non appartiene a nessuno. “Terra nullius” appunto, l’opera poetica di Doris Emilia Bragagnini che intreccia risvolti di penombra, incursioni nella dizione ermeneutica recante una traccia che conduce lo sguardo verso la nudità della forra carsica. Così “smessa la circospezione/ il guado tentato d’arraffo leggero/ la tela miniata dal ragno sorpreso/ l’attraversamento infantile senza dare la mano”; ciò che apre alla vocazione di una ipotesi che assume il valore della libera scelta mai, in realtà, del tutto possibile perché limitata comunque dalle nostre connotazioni ontologiche. E allora davvero l’instabile acutizzarsi dei fenomeni comporta un interiorizzarsi reiterato attraverso il confronto con le asperità trattenute nei tratteggiati passaggi tra modalità e risonanze acquisite dopo la solitaria ammissione che frequenta la complessità del segno liminare. È, quello di Bragagnini, un tentativo che riformula, con perizia e stile, una sorta di esistenziale approdo quale sacrificale rito linguistico attinente a ciò che determina il rilievo più suggestivo e, nello stesso tempo, sfuggente delle parti in campo, nel pensiero che tematizza il lascito. Il dolore si fa intervento poietico sulla fissità della durezza materica qui scolpita dall’autrice con la responsabile incisione ad effetto di stesura: “è vuoto minore/ il silenzio della vestizione dei ripari/ curva su sé le adunchità di brama”. Intercorrono sulla pagina tracce di asimmetrie e spazi, trattini bassi e chiasmi, corpo di strofe ed estensione di versi, esigibili portamenti d’intenzione linguistica, condensati risvolti di passaggi orizzontali, aperture in successione calibrata, non inerte, addossata a segnature in scalfittura, in drappeggio occupante turni fonetici ad evento diramati dai moduli controllati dell’attenzione, “la gravità lunare concede scorte di sobbalzi/ innesca lo scrigno torace lucina battente/ sfuoca il suo tempo il versare del senso/ ricama il ricordo. è un’arma puntata alla tempia”, quindi affiora un’urgenza imprevista ma possibile, quale squarcio esplicitato nella consapevolezza del dire, e del dire poetico. È un chiamare la presenza attenuata ma conforme di appoggi e corpi, rilievi e riflessi, fluttuazioni e iridescenze, soppressioni e rimbalzi, attraverso un consenso non acritico, non pacificato. Se qualcosa si ferma, altro determina lo sviluppo insonne, la coriacea distanza che l’autrice affida ad un verso particolarmente efficace e significativo: “un monolite è l’indocile riverbero dell’imbrunire”, come l’apertura che non esclude il rilascio temporale dei particolari, anche quelli apparentemente secondari e sfuggenti. Nella mappatura di Doris Emilia Bragagnini la versificazione procede in accordo alternato, in peculiari estensioni di una verifica addossata alla domanda insorgente, alla condotta osservazione percepibile nella contaminazione verbale come ansante espediente della dicitura che esprime moti non escludenti anche sbalzi e scosse. Forse le tracce degli enti che abitano interni elevati a dimora conducono a regesti d’ombre e presidi quali referti silenti da cui ripartire verso “l’armonia delle cose”. Una terra che non appartiene a nessuno, una terra dell’assenza che si fa tuttavia presente, come appare in una strofa di evidente bellezza stilistica: “ancheggia il pomeriggio/ clemente si arrotonda il fianco/ scivola il chiarore in lamento verso il buio/ infinitesima il tramonto lo spinge in superficie/ il rosso sulle gote e in fondo al campo”. S’intona un riproporsi, un sollecitare inquieto che raccoglie frazioni linguistiche in successione a timbro sillabico evocante traumi e lesioni, segnature su pagina antistanti il bordo che si fa episodio, rimando acuito nel suono modulare, nella complessa distanza di un riconoscersi fonetico che ben riproduce l’interpretazione del percepibile tornare.

                                                                            Andrea Rompianesi

giovedì 9 aprile 2026

Gianfranco Galante, I giorni del sorriso (rivelato), GfG, Varese, 2026


“Così la mia voce, nel verso che vive, / ha colto il senso più genuino: / il bello che nasce è fiamma che scrive / e sboccia su foglio tale destino”. 

Potrebbe essere un valido esergo e una veritiera sintesi di ciò che contiene l’ultima raccolta, in ordine di tempo, di poesie di Gianfranco Galante “I giorni del sorriso”. È in fondo una esplicita dichiarazione di poetica che insiste su quattro elementi: la voce, il senso della vita, la percezione del bello, la scrittura. E che sia scrittore fecondo il Nostro lo dimostrano le innumerevole raccolte sia di poesia che di narrativa in cui l’Autore offre al lettore le proprie riflessioni, talvolta anche estremamente intime e per questo audaci, che vengono poste al centro del suo operare.

Ho camminato svelto / tra strade e pensieri / graffianti come spine; / ho nascosto i miei sentieri / dietro maschere sottili. / Ma nel buio e nel silenzio / trovo luce che non mente; / un chiarore, fragile e sincero / che mi guida già silente.”

La raccolta si presenta quindi come un viaggio durante il quale Galante pone sul foglio le proprie emozioni profonde presentando in abili versi paesaggi interiori cui fa da contrappunto la fotografia di una visione esterna spesso intesa come metafora o allegoria. Fin dalle prime pagine, emerge una voce capace di alternare delicatezza e intensità con grande naturalezza, rivelandosi spesso incisiva, efficace e mordace, perché riesce a catturare attimi fugaci. Le immagini e le emozioni che ne sortono hanno la capacità di divenire vivide e suggestive grazie a un andamento musicale lineare e agevole, per nulla monotono né scontato.

Il cuore mio geme / dinanzi a beltà, / e a tremolo freme. / Mi lascio cullare, / appieno respiro / chè sento di amare.”

I temi trattati sono di carattere universale, come l’amore, la solitudine, il tempo e la memoria e diventano oggetto di riflessione innanzitutto per l’Autore stesso e in secondo luogo, come conseguenza, pure per il lettore. L’uso del linguaggio poetico è tipico di Galante, coerente con la sua tradizione e impostazione, mai banale, evocativo, soprattutto ricco di stilemi che alcuni potrebbero considerare arcaici ma fanno parte del suo modus operandi e del suo mondo, in cui la ricchezza delle metafore ben costruite e distribuite contribuisce a creare un’atmosfera sospesa, quasi onirica.

Cammino lento, porto il mare dentro, / la luce che muore è silenzio che parla; / e rinnovo il sogno di casa / che in me rimane.”

Alcune liriche colpiscono per la loro capacità di lasciare un segno duraturo atte a sostenere il valore complessivo della raccolta, che resta funzionale ad un discorso poetico che insiste sull’eticità della vita in una economia di affetti. La silloge in effetti è coerente, intensa e matura sul piano emotivo. Si percepisce una voce poetica riconoscibile, con un’identità ben definita: lirismo classicheggiante, forte introspezione e centralità del tema affettivo (amore, perdita, solitudine, memoria, tempo).

Se l'uomo avanza / nel chiaror del giusto / semina, saldo, il suo valore / e ogni malvento potrà svanire.”

Poesie come: “I giorni del sorriso”, “Fermare il tempo”, “Mancanza” trasmettono un dolore reale, non costruito. Questo è fondamentale: il lettore percepisce che la scrittura è partecipe di un vissuto veritiero, autentico, non imitato. In particolare la descrizione di paesaggi e di atmosfere temporali, quali “Il vento sul mare”, “Tramonto Segestano”, “A sera”, “Inverno di pace”, diviene come un dialogo sottovoce, quasi timido ma sostenuto, con la natura. Qui il linguaggio si alleggerisce e risulta più preciso. Le immagini sono visive, fluide, spesso ben calibrate: “schizza di bianco il blu infinito”, per esempio, è un verso semplice ed incisivo, ben riuscito, quindi, che fa intuire come la silloge di Galante abbia una validità poetica non contestabile.

Forse domani / nel tacito stare,  / saprà questo cuore / che è dolce tornare; / dipingere ancora / vita e colori, / spandendo sì a manto /  parole e bei versi; / distesi già a canto.”

 

Enea Biumi


Raffaela Fazio, Chiuda gli occhi Signor Schopenhauer, Giuliano Ladolfi Editore, 2026

  Raffaela Fazio, in questo suo esito poetico, dialoga o, meglio, auspica l'esito stesso in forma nuova. È apertura e scommessa, sentime...