giovedì 2 giugno 2022

Gianfranco Galante. Un nome, solo: Mario, il nome di "Nessuno", Scriptores, Varese, 2022


 

C’è una domanda posta alla fine di ogni capitolo (bisogna arrivare a pag. 124 per non più incontrarla; la ritroveremo poi come atto conclusivo del romanzo) ed è: “In pace?”. Se fossimo a teatro indicheremmo questa frase come un tormentone. Si chiamano tormentoni proprio perché tormentano, perseguitano gli spettatori o con lo scopo di suscitare risate, o con lo scopo di farli riflettere su ciò che sta avvenendo sul palcoscenico.

Ecco: quella domanda ripetuta a dismisura tende a farci soffermare sul protagonista, che a sua volta si interroga in continuazione. In effetti, la narrazione viaggia nell’inconscio di Mario per farlo emergere non tanto e non solo al lettore, ma soprattutto a se stesso. Non altrimenti si leggerebbero queste pagine se non come un tentativo di dare un senso alla propria vita.

Oltre tutto non è solo la pace il desiderio ultimo di Mario, bensì il riconoscimento di uno status. In effetti il protagonista sembrerebbe voler insistere su questo aspetto della sua esistenza. Sembrerebbe voler dire: la mia carta di identità è quella dove sta scritto il mio nome, il mio cognome, la mia data di nascita, il luogo, il mestiere, ma quello che io sono veramente dove sta scritto? Ed io stesso so chi sono veramente? Mi riconosco in questo Mario? Oppure sono qualcosa d’altro che nemmeno io so definire e ritrarre?

Si sente in questo rincorrersi di interrogativi la filosofia di un conterraneo di Galante: Pirandello. Certo è che Mario non cambierà identità come Mattia Pascal. Ma come Vitangelo Moscarda si sentirà stretto in una morsa di incomprensione e spesso di inguaribile delusione.

Mi rendo conto di entrare a man bassa nella coscienza del protagonista, nella sua autoanalisi minuziosa e precisa, di strappare il velo del segreto che tante volte ognuno di noi antepone agli altri (e rieccoci al già citato Pirandello: Così è se vi pare). Eppure Mario è quest’uomo interrogante, che guarda dentro di sé, che si autodefinisce – ingiustamente a mio avviso – nessuno. Si crede forse uno sconfitto? Un inetto come lo sveviano Zeno? Sicuramente non è un eroe, né lo vuol essere o diventare. Tanto è vero che alla fine il confronto non sarà solo con se stesso e la propria solitudine, ma con la moglie, che al ritorno del momentaneo esilio, riabbraccerà affettuosamente come non mai.

“Ciò che si racconta” sostiene il critico Vincenzo Capodiferro in Insubriacritica “è il proprio erlebnis, in un flusso vitale continuo, nel riflesso di un fiume eracliteo, ove è difficile ritrovare la posizione dello spettatore e del fiume: entrambi sono risucchiati nel flusso, in un flusso maggiore, come nei paradossi sulla temporalità, derivati dalle riflessioni di Mc-Taggart.”

Ed il protagonista per ben riflettere si allontana per un breve periodo da tutto e da tutti. Ricorda il passato, indaga su eventuali errori, analizza la propria esistenza in un turbinio di domande e di risposte.

“Mario amava sedersi, ogni tanto, sulla terza panchina in quella bella terrazza a strapiombo sul mare. Era una grande piazza arredata da palme e contornata dalle stesse. I blocchi di marmo, che ne creavano giochi geometrici per terra, la illuminavano con il suo bianco candore. Ed i ciottoli, a corredo, davano quel senso di antico e rustico al tempo stesso. La vista, oltre la poderosa ringhiera, poteva vagare a perdita d’occhio sul mare, sulla curva dell’orizzonte, su per il cielo od in cerca di vele che facessero sognare. Mario sedeva sempre solo. Quando si recava sulla grande terrazza, cercava i momenti del giorno in cui non ci fosse afflusso; i troppi turisti lo avrebbero disturbato.”

Seduto, solo, come sottolinea l’autore, sulla “sua” panchina del lungomare dove contempla estatico la natura, vede la propria famiglia, distante ma ben presente nel suo animo, ricorda gli amici, disvela i nodi del suo vissuto. E dopo questo isolamento volontario di meditazione e introspezione, in modo non del tutto sorprendente, Mario si accorge che il tormento non è solo il suo.

“Il vero è che, forse, anche a casa di Mario i familiari soffrivano i propri dubbi, patimenti, riflessioni e bisogno d’aria; bisogno di respirare. Ognuno di loro, forse, nell’intimo soffriva confusione, dolore e rabbia inespresse. Ognuno di loro però, Mario compreso, non può conoscere l’intimo dell’altro a fondo. È intimo, appunto.”

Ed ecco ritornare la domanda cruciale: in pace? Potrà alla fine dormire tranquillamente in pace? L’autore non ci offre una risposta, sebbene nelle ultime pagine venga descritta una riconciliazione familiare spontanea e solida. Ma questa pace sarà veramente duratura?

Come ogni romanzo moderno le risposte le può dare solo il lettore. Non si tratta però di cercare una morale, a mio avviso. Ognuno si costruisce come vuole o sa fare. Ugualmente lo farà quel lettore che Galante ha saputo catturare pagina dopo pagina attraverso un turbinio di interrogazioni per nulla scontate e che danno il senso all’esistenza, a quella Weltanschauung tanto cara ai romanzieri mitteleuropei del novecento.

 

Enea Biumi                                                                                                

 

 

Sandro Gros-Pietro, Le farfalle di Paciolo, Genesi Editrice, Torino, 2021


 

C’è sempre da imparare. Confesso che non avevo mai sentito nominare Paciolo e la partita doppia mi ha sempre lasciato molto indifferente. Ora, con questo nuovo romanzo di Sandro Gros-Pietro mi ritrovo ad indagare un mondo finora a me sconosciuto. Ma la curiosità suscitata non è solo per il frate Luca Bartolomeo de Pacioli, matematico ed economista, fondatore a detta di chi sa della ragioneria. Sarebbe gioco forza riduttivo. L’interesse e il desiderio di approfondimento sono dettati dall’andamento del romanzo costruito su due linee che si intersecano, si sovrappongono e divergono. Come farfalle, appunto, che svolazzano liberamente e diventano il simbolo di un desiderio inespresso di immortalità. Ma sono pure l’emblema di una trasformazione essenziale: da bruco, a crisalide, a farfalla. Allo stesso modo il protagonista si trasforma per autorigenerarsi e vivere parallelamente più vite: matematico nel cinquecento, contabile nel seicento, libertino nel settecento, imprenditore nell’ottocento, businessman a livello mondiale nel nostro secolo. In questo continuo susseguirsi di situazioni fra realtà e immaginazione, emerge evidente il gusto narrativo e direi giocoso di Sandro Gros-Pietro che ci conduce attraverso il tempo a considerare l’essere dell’uomo, il suo esistere, i suoi desiderata. Non ho citato a caso il gioco. L’autore si diverte a condurre il lettore in una specie di Monopoli in cui i dadi ci permettono di avanzare, ci costringono a regredire, ci obbligano a rimanere imprigionati. Ed ecco il ritorno delle farfalle che aleggiano su tutto e solleticano la nostra attesa, come in un thriller dove il desiderio di conoscere il colpevole ci agguanta e ci lega fino alla fine. È sufficiente dare una rapida scorsa ai titoli dei vari capitoli per renderci conto della struttura e dell’andamento del romanzo. Innanzitutto constatiamo la divisione in due parti. La prima, intitolata lI tempo è velocità, ci indica la duplicità della vita. Infatti i capitoli si alternano nella descrizione della storia di due amici l’uno opposto all’altro, (il primo, Leonardo Giribaldi detto Fax tutto intento ad arricchirsi materialmente, perché ama nel senso stretto della parola denaro e potere; il secondo, Giorgio detto Dindo, immerso nei suoi studi filosofici, lontano dalla meschinità egoistica del primo). In tale narrazione si inserisce Paciolo che si misura col tempo e nel tempo attraverso un magico elisir offertogli nientemeno che da Margherita Boninsegna compagna di Fra Dolcino. Ma il Luca Paciolo lo ritroviamo anche nella seconda parte del romanzo, dal titolo Docking, dove si rivela essere proprietario di un’azienda a livello mondiale per il commercio on line. I capitoli di questa seconda parte denominati in lingua inglese (per me di non immediata comprensione, ma appartengo alla vecchia scuola franco-italiana) tranne l’ultimo – Sherlock Holmes va a caccia di farfalle – rivelano, se fosse necessario, il carattere globale dell’odierna società (d’altra parte ci ricordiamo tutti la famosa formula su cui andava rifondata la scuola italiana: le tre “i” – internet, impresa, inglese). Ecco allora che in una sorte di magia il puzzle ha una sua collocazione. Si tratta di una critica non tanto velata ai mali di una civiltà malata nel profondo, una civiltà che si è malauguratamente allontanata dalle origini, che non sa e non vuole riconoscere il bene, che sostiene la propria sopravvivenza sul principio del più forte, del più furbo, del più accentratore. Anche il linguaggio, a un certo punto, fa prevalere quello odierno, fatto di strappi o di segmenti, rispetto a quello classico più levigato e controllato, con un pastiche, che va oltre quello utilizzato nel secondo novecento, per incentrarsi quasi totalmente sulla mistica del tecnico e sull’esposizione di una coprolalia che non si arresta nemmeno tra coloro che dovrebbero essere i migliori. La maestria di Gros-Pietro sta nel saper dosare attentamente termini ed espressioni in modo tale da non sovraccaricare il racconto più del dovuto. Così il romanzo acquista una sua originalità risultando perfettamente equilibrato nei toni, negli argomenti e nei personaggi. Sta poi al lettore saper discernere tra il fantascientifico e la realtà, tra l’essere e il dover essere. Perché alla fine c’è sempre una morale, o un segreto o un delitto da svelare, inseguendo magari di nascosto quell’inglesaccio di Holmes a caccia di farfalle.

 

Enea Biumi

martedì 31 maggio 2022

Enea Biumi: storie di amori, intrighi e scalate sociali (Anna Di Pietri, La prealpina, 12 maggio 2022)


Un po' come le voci di paese, ricche di colpi di scena e ironia. Sono le storie dell'ultimo libro di Giuliano Mangano, in arte Enea Biumi, poliedrico scrittore varesino che da anni riesce a tratteggiare persone e caratteri dei nostri luoghi.
La raccolta di racconti La maestrina del Copacabana, uscito per Genesi Editrice, si snoda attraverso cinque vicende inventate che sembrano aprire altrettante porte su spaccati di vita diversi ma sempre legati alla società dei nostri luoghi. Attraverso una scrittura che il critico Carlo Zanzi definisce al contempo "popolare e raffinata" e uno sguardo che lo avvicina a Piero Chiara e Giovannino Guareschi, Enea Biumi - professore di Lettere, uomo di Teatro e Poesia - narra con la sicurezza di chi sa usare tutti i registri della parola, a volte ricorrendo a termini preziosi altre addirittura al dialetto, e con il ritmo di chi ha i tempi del dialogo e della mise en scène.
Tra le pagine de La Mestrina del Copacabana ritroviamo amori, intrighi, scalate sociali, episodi divertiti di vita, ma anche un affettuoso omaggio a Giuseppe Ungaretti. L'autore ci ha raccontato cos'ì il suo ultimo libro, già vincitore del premio I Murazzi per l'inedito 2020, che verrà presentato per la prima volta in assoluto oggi alle 18 nelle sale di Villa Bozza Quaini a Cadrezzate.
Enea, cosa si respira in questo libro?
«Mi sono messo dal punto di vista di chi ascolta le chiacchiere di paese dopo la messa. Mi ha sempre interessato riproporre ciò che accade nelle famiglie»
Perché ha scelto il titolo La maestrina del Copacabana?
«Deriva dal titolo del primo racconto, che era quello che mi intrigava di più. È la storia di una maestra di scuola elementare, che ha una seconda vita col nome di Shilly e fa l'intrattenitrice di locali notturni»
Poi ci sono altri quattro racconti...
«Ce n'è uno sulla scalata sociale di un bottegaio e uno sulla vicenda di un personaggio appartenente a una famiglia importante. Per quest'ultimo ho preso in parte spunto da un vecchio racconto che negli anni settanta venne pubblicato sulla Prealpina. Un altro invece è dedicato a colui che considero il mio maestro poeti: Ungaretti. L'ho omaggiato attraverso i suoi fiumi. In un altro invece ho voluto raccontare mio zio.»
Cosa cerca quando racconta?
«Mi piace far sorridere la gente»

Anna Di Pietri

 

domenica 29 maggio 2022

Gabriela Bosso, Masha, Genesi Editrice, Torino, 2021

 





“Il 1° di giugno del 1977 le lezioni nella scuola Nazionale di Educazione Tecnica n° 25 «Tenente Primo di Artiglieria Fray Luis Beltran» si svolgevano normalmente.

Questa scuola è situata nella strada Saavedra, del quartiere Undice, nella capitale Federale. Erano circa pochi minuti che avevano iniziato il turno serale. Erano quasi le otto di sera quando si avvicinarono tre uomini sconosciuti in abiti civili, e dichiarando uno di loro di essere fratello di un alunno della scuola, sollecitò il bidello di chiamare un direttore. Roberto Santoro(*) che aveva l'incarico di vice direttore si presentò per parlare con loro. Appena lo riconobbero, e senza nessuna parola lo zittirono con la forza, brandendo delle armi da fuoco.

Un'impiegata cominciò allora a chiedere aiuto. Il resto del personale che lavorava nella scuola arrivò urgentemente. Mentre Roberto Santoro veniva fatto salire su di una vettura tipo Ford Falcon uno degli sconosciuti obbligò il personale a rimanere con le mani in alto contro la parete nei locali vicini. Il bidello che era vicino a Santoro fu picchiato e gettato per terra.

Sappiamo che approssimativamente un mese dopo il fatto accaduto si presentarono nella sua casa due persone che si qualificarono come funzionari del Ministero degli Interni, chiedendo ai familiari e ai vicini se sapessero se lui avesse avvallato l'entrata nel paese di un cileno; tutti gli interrogati risposero che non sapevano nulla di ciò.

Un'altra persona, pure lei vestita in abiti civili, e che si qualificò come agente del Commissariato la cui giurisdizione corrispondeva al domicilio di Santoro, incominciò a chiedere di lui senza chiarire concretamente il motivo dell'investigazione.

All'inizio di agosto un rappresentante dell'esercito che questa volta si accreditò debitamente, chiese di essere sentito dal reggente di turno, la massima autorità della scuola in quel momento. Lì si capì che stava indagando se si sapesse qualcosa della militanza politica o sindacale specifica di Santoro. Le persone interrogate risposero che non sapevano nulla di ciò. Una delle cose che domandava con insistenza erano i luoghi in cui Santoro avesse lavorato anteriormente.”

Ho voluto iniziare la recensione di “Musha” con questa testimonianza del procedimento che mi è stata consegnata dal poeta argentino Martìn Poni Micharvegas quando ancora lavoravo per la rivista letteraria “Il Majakovskij”. Il romanzo mi ha ricordato quegli incontri con l’Amico poeta, quel clima da lui descritto fin nei particolari e l’ammirazione devota che Poni nutriva nei confronti di quegli intellettuali desaparecidos.

Santoro era uno di loro.

Gabriela Bosso, scrittrice argentina di Tucuman, ha saputo ricreare le atmosfere di terrore e di paura tipiche di quegli anni di dittatura dei colonnelli (1976-1983) con un linguaggio semplice e piano, privo di retorica ma ugualmente colmo di pathos ed apprensione. La sua narrazione rievoca quel periodo attraverso l’esplicitazione di sentimenti del tutto schietti, non artefatti, ma non per questo irreali o non veritieri.

In effetti la vicenda del romanzo è tratta da una storia accaduta. Così come alcuni episodi, appena accennati, ma di fatto documentati, come ad esempio la condanna di alcuni scrittori invisi al regime e il conseguente rogo di libri come quelli di Proust, Garcia Marquez, Cortazar, Neruda, Vargas Llosa. Perché così stava scritto su l’Opinion: “Inceneriamo tutta la documentazione perniciosa che intossica l’intelletto, per il nostro modo di essere cristiani… e rispettando il nostro patrimonio spirituale sintetizzato in Dio, Patria e Famiglia”.

È vero che le situazioni in cui i protagonisti verranno coinvolti, spesso loro malgrado, non sono delle più normali. Ma gli stessi non appaiono né si sentono eroi. Sono persone comuni che si trovano senza volerlo a dover fare i conti con un regime oppressivo e senza scrupoli. Sono attraversati da dubbi, da silenzi, da sguardi che si rincorrono in eterni interrogativi scevri di risposte soddisfacenti.

Il dramma che già dalle prime righe coinvolge il lettore è mitigato dalla figura innocente di una bimba: Musha. È lei che guiderà la mano della scrittrice. È lei che si vedrà circondata da avvenimenti che non comprende ma che la seguiranno ovunque. È lei che bene o male indirizzerà molti degli episodi toccanti del romanzo. Alcuni momenti saranno visti dal lettore attraverso la sua curiosità o la sua disubbidienza infantile. E saranno le sue marachelle che a volte risolveranno le difficoltà degli adulti, come ad esempio un orologio rubato al padre e donato a un gigante del circo che permetterà la fuga e la salvezza della sua famiglia.

Il padre, Guillermo, è un pilota civile addetto a trasportare per varie emergenze gli ammalati gravi all’ospedale della capitale con l’aereo. Il suo compito è salvare vite umane. Ma un giorno questa sua missione verrà ostacolata dal generale il quale gli imporrà di imbarcare sull’aereo presunti ribelli per gettarli vivi nella diga. Proprio l’opposto di quello che stava svolgendo.

“Con la certezza di possedere la verità assoluta il generale abbaiò come sua abitudine un ordine. (…) «È necessario gettarli nella diga» osservava il generale, così come se niente fosse, come se stessero parlando del clima «ogni notte quando diventa buio li portiamo fin qui e li carichiamo sull’aereo e l’unica cosa che deve fare è sorvolare la diga e noi ci occuperemo di gettarli» «Vivi?» fu la prima cosa che riuscì a dire Guillermo travolto dall’orrore. «Sì, sì, vivi. (…)»”

Naturalmente il pilota si rifiuta. Il seguito lo lascio al lettore.

Il ritmo del romanzo è incalzante. Gli episodi si intrecciano e definiscono gli ambienti. Le persone proseguono fra amori e presunti tradimenti, nostalgie del passato e verità del presente. Ed è proprio l’amore la molla che si innalzerà al di sopra della malvagità dei potenti.

“Accese la luce del corridoio e prese dalla sua borsa un foglietto giallo che Guillermo le aveva lasciato sopra il comodino tempo prima. Diceva solo ‘ti amo’ e Julia restò a guadare le lettere scritte da suo marito e le si formò un nodo alla gola: ovunque lui l’aveva sempre fatta sentire l’unica al mondo.”

Un romanzo emozionante, dunque. Un riscatto sincero e dovuto per quelle migliaia di desaparecidos argentini periti a causa delle atrocità di un regime inumano che tanto sangue innocente ha versato.

 

Enea Biumi

 

(*) Il primo giugno 1977, tre individui in abiti civili e con la forza delle armi, sequestrarono sul suo posto di lavoro (una scuola di formazione tecnica per giovani e con turni di notte) Roberto Santoro. Ciò avvenne in un quartiere centrale di Buenos Aires, Argentina. Non era un fatto nuovo od isolato. Era la nuova cresta di un'onda repressiva, cieca, avida di violenza, che prendeva nuovo impulso. Roberto Santoro era una delle voci poetiche più intrecciata al dramma argentino acceso dal golpe del marzo 1976. Le Ediciones del rescate hanno pubblicato nel 1979 una selezione dell'opera di questo autore, che figura nelle scabrose liste dei "desaparecidos", un genocidio legalizzato di circa 30.000 persone.

Roberto Santoro era un infaticabile lavoratore della cultura. La sua opera poetica, lo si può affermare senza equivoci, non terminava nel campo ristretto della poesia. Era più ampia, più generale, ed abbracciava tutti gli aspetti dell'uomo così come richiede la sua complessità. Era un tipo, comunque, con i piedi per terra. Dal 1962 aveva pubblicato i suoi versi e quelli altrui. Era nato a Buenos Aires nel 1939. Diresse riviste letterarie, diede impulso alla creazione di stampe autogestite di edizioni effimere e compose versi per tanghi e canzoni, registrate da validi interpreti.  In più si univa a pittori per formare precari ma meravigliosi banchetti dove vendeva a mano le poesie illustrate. Era come se il poeta avesse dovuto abbracciare la musica e le immagini per fonderle in un solo atto comune. Non sto parlando di un personaggio sperimentale come i "pazoctaviados" (cioè seguaci di Octavio Paz) di allora, che esprimevano la tipografia e lo spazio formale in procura di un codice di rottura e novità. No. Santoro confidava in un altro tipo di vincolo. Meno formale e più emotivo, forse. Non rincorreva l'ultimo canto di sirena della nuova onda. Era un uomo di amori profondi, duraturi. Buenos Aires è una città difficile, enorme, smemorata come ogni buon porto. Santoro lo seppe sempre. Lo appassionava singolarmente il tango, il calcio, le mostre della cultura di massa (ma non i mass-media), la difficile caratterizzazione e riconoscimento delle autentiche espressioni del proletariato. Dei "grones", dei "gronchos", (cioè di umile aspetto) come suole dirsi nel nostro gergo, nel nostro dialetto. Populista? Non lo credo. Lo conobbi nel 1971. Infervorato, loquace, acuto, sfiorava l'eccitazione: già era una personalità attraente, cara, affascinante. Un uomo asciutto, gioviale e tenero, molto calvo e con un enorme barba nera. Sindacalista di Musicisti, Sindacalista di Artisti Plastici con le sue prime inquietudini di organizzare gli scrittori in un'associazione. Concepiva l'arte come un gesto umano generoso che imbarcava la società stessa. Piccolo borghese radicato? Si sarebbe fatto delle risate. Ancora oggi si sentirebbero le sue risate. Santoro sapeva: «Buenos Aires fa orecchi da mercante, ma il popolo no». Mi commentò una volta. «Sebbene un terzo degli argentini vive male nella città-porto, Buenos Aires non è il paese». Un terzo di 25 milioni di abitanti era la popolazione del 1975. Gli stessi sobborghi di Buenos Aires, non sono certo Buenos Aires. Descriveva molto bene questo fatto paradossale: frange di una immigrazione interna distrutta, prodotta in tempi del peronismo e dietro promesse di una vita migliore. Da lì sgorgò la lotta di questi diseredati ed emarginati, che avevano tutto da guadagnare e niente da perdere: l'antico confronto. E ogni riferimento allo sfruttamento dell'uomo sull'uomo non era, in questo poeta girovago e di instancabile entusiasmo, coartata retorica. Ci toccò vivere due decadi di fuoco: 1955-1975, che maturarono e fortificarono i nostri anni giovani con i loro venti rivoluzionari. Santoro, come uno di quella gioventù fantastica, lo ammise e lo assunse. E preparò la sua poesia per quello. La scrisse rapida, sagace, resistente, come una chiamata urgente e un fulminante pamphlet – e vista con gli occhi implacabili della necessità, imperitura, innocente, amante. Nel 1974 partecipò attivamente, nell'ambito della SADE (Società Argentina degli Scrittori) alla costituzione dell'AGE (Associazione degli scrittori) di cui fu segretario e, dopo il golpe militare, perseguitata fortemente dalla repressione. Dei suoi scarsi quaranta associati, tra i quali anch'io, oggi, oltre Santoro, figurano anche altri soci come desaparecidos: Haroldo Conti, Oscar Barros, Dardo Dorronsoro, Carlos Hita. E Santoro è il paradigma non di una nuova poesia nascente, ma di un nuovo veicolo poetico tra gli uomini. Questa fu la realtà frustrata nei suoi valori, nei suoi progetti, spezzata dall'intervento militare. Tutto stava per essere rivelato e rilevato. Dettagliatamente: economia dipendente, realtà manipolate. Fami insaziabili, giornate insalubri, disoccupazione cronica. Penetrazione culturale e analfabetismo indefesso. E per questi luoghi torbidi passavano le frasi luminose della poesia di Santoro: una epifania perentoria dell'essere sconvolto, malversato, spossessato di se stesso. Una poetica dell'eversione e della ribellione. Essere poeta, come lo fu Santoro, in mezzo a un turbine di cambiamenti totali, è un'attitudine militante nel limpido sentire dialettico del termine. Ancora oggi la sua lettura produce ed esige un compromesso.

(Martìn Poni Micharvegas, Madrid 1980)

 

 

 

 


Adelfo Maurizio Forni, La spia del Titanic, Genesi Editrice, Torino, 2021


 


Una spy story tutta nostrana che mostra l’abilità narrativa e descrittiva di Adelfo Forni. Un’avventura a tutto tondo di un ragazzo napoletano sveglio e promettente che viene indirizzato nei servizi segreti dello Stato italiano ai primi del novecento e che vedrà concludere la propria esperienza durante la seconda guerra mondiale.

Il romanzo impostato in prima persona rivela la mano attenta dello scrittore che segue in maniera scrupolosa il suo personaggio, così come ha seguito in passato i suoi sette libri considerati e amati come figli.

Totò, il protagonista di questa intrigante storia di spionaggio, fa ufficialmente il barbiere come suo padre e prima ancora suo nonno. Ma dietro questa facciata c’è il lavorio segreto e spesso pericoloso di informatore.

Siamo all’inizio del secolo. Le nazioni europee sono tra loro diffidenti. Gli interessi sono molteplici e nessuna vuole soccombere alle altre. L’Italia desidera allargare i propri confini acquisendo territori africani, ma incontra ostacoli soprattutto creati dalla Francia. La Triplice alleanza regge. E regge pure la diffidenza tra alleati. Si pensa quindi di creare una rete di spionaggio per prevenire eventuali tradimenti e conoscere le mosse degli avversari, non ancora nemici. In questa situazione si inserisce il nostro personaggio che inizia a raccontare se stesso nel momento in cui sale sul Titanic col nome di Alì Assam.

Come in un flash back cinematografico l’autore ci fa vedere l’infanzia del protagonista presso la bottega paterna di barbiere, l’incontro con don Vincenzo che lo porterà a Roma, dove imparerà il mestiere di spia, i suoi primi passi a Marsiglia e poi a Damasco pronto per altre avventure.

La prima di queste proprio sul Titanic.

Non sto a rivelare oltre la trama del romanzo per non far scemare l’interesse al lettore. Sottolineo solo la capacità espositiva di Forni che da una pagina all’altra ci porta al seguito di imprese spionistiche vere o presunte, facendoci gustare il clima di un’epoca, come quella del primo novecento, colma di contrasti, imprevisti e rigurgiti nazionalisti, che porteranno alle due guerre mondiali.

Da notare anche la minuziosa descrizione dell’ambiente del Titanic, il panico di quegli ultimi istanti, che danno la sensazione come di una anticipazione della catastrofe che avverrà in seguito con la seconda guerra mondiale. Una minuziosità dovuta allo studio e all’approfondimento delle vicende storiche analizzate e una abilità che permette di unire fantasia e realtà in un unicum avvincente cui il lettore non può sottrarsi.

La spia del Titanic appare quindi anche come una grande metafora della vita. Un viaggio verso una meta da acquisire o conquistare attraverso la capacità di adattamento alle varie situazioni. Come un personaggio pirandelliano Totò caffelatte si trasforma in Alì Assam per resuscitare poi a New York, dopo l’affondamento della nave, col nome di Michelangelo Colombo detto Mike. Ma il cambiamento è solo nel nome. Lo spirito, la volontà, i gesti rimangono gli stessi: quelli di uno 007 ante litteram e per giunta italiano, che si infiltra dappertutto, nelle situazioni più disparate e pericolose, perché il suo mestiere è quello dell’informatore. E il suo mestiere lo sa ben fare. Come del resto Adelfo Maurizio Forni sa fare il narratore rapendoci nel magico e avventuroso mondo dello spionaggio.        


Enea Biumi                                                                               

giovedì 5 maggio 2022

Ranieri Teti “La vita impressa” Book Editore, 2022


Quando una vera e propria prosa creativa, libera comunque dai lacci di qualsivoglia canone, riesce a convincere e coinvolgere, sorge una sensazione di apertura, anche in questi nostri tempi incerti. Poiché allora davvero, come dice Laura Caccia nella sua nota, i nomi riescono a fondare l’esistere, bastano a fare la vita. L’esito è “La vita impressa”, appunto, di Ranieri Teti, per lunghi anni tra i redattori della rivista “Anterem” diretta da Flavio Ermini, e ora curatore delle edizioni omonime. Il testo, sviluppato nell’arco di quindici anni, è strutturato in brani ontologicamente costituiti da una frammentazione ricomposta dall’’ondeggiare ritmico, pacato, riflessivo, che determina nella concentrazione dei passaggi il riproporsi sempre più incalzante e assiduo del passato, degli episodi reinterpretati nella continuità inesausta e filtrata. La bellezza linguistica qui diviene nitore morale, “si vive, progressivamente entrando nell’ordito di un ritorno, con il rumore degli aghi nelle impunture... raccogliendo quello che la vita depone e lascia all’incanto, nel diario degli anni”. C’è un risuono in accenno di sinestesie cadute all’ombra delle polarità scoperte, quali fonti di energia semantica approntata alla condivisione dei segni in natura posti al deflagrare dei rimandi o percezioni instabili, coniugando il destino di percorsi negati, moti relazionabili a luoghi reinterpretati. Il tono letterario di Ranieri Teti trova nitidissima traccia di equilibrio denso e sapiente, enunciato nell’asperità della frammentazione dalla quale si origina il sussulto anelante e proficuo che abita lo spazio della pagina, dichiarando la peculiarità dell’evento. I segni riflessi decifrano costanti l’apparato udibile percepito e inalato nei successivi idonei espedienti, emissari di una tenuta compositiva capace d’invenire gli spunti tracciabili che dissolvono ogni rischio di deriva propria del paurare. Così l’esodo non è fuga, non impone scarto o scoglio ma imprime composizione di tracce a decretare esegesi ostinata. La solidità del vocabolo interviene a disgiogare come a promettere sviluppo di tempi nella costitutiva valenza delle parole. E’ una danza ospitata oltre le trafitture che si fa passo esplorativo, composto fonetico escludente l’indugio, in una nominazione comparativa e reiterante, pur nella volontà di mantenere il netto rigore di un equilibrio espressivo. E’ come accorgersi delle consistenze nei presidi, delle similari attenuazioni che collegano eventi lontani, riemerse opzioni di moto, come successioni di frequenze interpretabili “in un continuo esilio, con quello che resta del grido quando precipita il vento”; Ranieri Teti esplicita il contenuto dedicarsi alla possibilità di rallentare il processo analitico, concedendo una rigorosa meditazione coinvolgente le sfumature rivelate dagli elementi. La domanda circa il troppo o il troppo poco incessante nella composizione delle percezioni denota il carattere aurorale delle scelte lessicali, attraverso fascinazioni migranti oltre il solco della verifica dove può non mancare “il fango sulla portiera in questa fermata”. Indubbiamente emergono anche tracce di abbandoni, solitudini, divisioni, transizioni, ma il restante si fa corpo e intelaiatura di progressive visibilità completanti lo spazio abitato dalla potenzialità della parola pensata e pensante. A volte una vocazione all’anafora sottopone l’esprimibile al riscontro articolato nei rimandi di confine ed esilio verso l’epicentro del sentire e il veicolarsi delle trasparenze. L’elencazione conferma dimore pausate, versanti possibili, figure a scomparsa, profili a frotte nonché un diradarsi aperto a imminenze sospese. Ranieri Teti incide operazioni votate alla misura di una osservazione inerente ai tracciati rivedibili oltre gli orizzonti periferici, muovendo sempre il segno “all’improvviso quando il perduto si chiama ricordo”. Il linguistico reficiare nutre espedienti accorpati in attesa di sviluppi in accenni, comportando un idoneo rigore che essenzializza suggestioni a passaggio “tra i passi sul selciato come solo nel sonoro di un film, la portiera rimasta aperta e più in là il mare”.

  Andrea Rompianesi

 

 


venerdì 22 aprile 2022

Gianfranco Galante, "Cento volte ancora" (seduto al mio ansare), Scriptores, Varese 2021, € 15,00


 

L’elemento sicuramente interessante della poetica di Galante consiste innanzitutto nel suo approccio stilistico. Quali sono quindi le caratteristiche del suo modus operandi? Una prima risposta consiste nella volontà di recuperare un linguaggio che per molti può apparire desueto ma che stimola la lettura e induce alla riflessione. Tuttavia perché un poeta del terzo millennio dovrebbe utilizzare termini e sintassi che ricordano l’ottocento? Che cosa sta dietro a questa operazione non certo di facciata ma decisamente contenutistica? Analizzando dapprima la forma troviamo allora vocaboli come “smusse basole”, “bruma silente”, “come stelle furo”, “nocumento”, “vita vagisce”, “stilla”, “fibrillo”, con accenni oltre che letterari anche tecnici, se si vuole. Accanto a questi termini notiamo anche una costruzione sintattica che abolisce spesso l’uso dell’articolo introducendo direttamente il nome: “Vento già scuote fronde ed assilli,/ mente confonde il cuore a fibrillo”. E se andiamo più a fondo verifichiamo anche un genitivo sassone, “di figlio la figlia”, oppure  una rielaborazione dell’usanza latina di posticipare il verbo alla fine della frase, “e verbo alato,/ vinto, avvinca”. Si assiste anche all’uso frequente del “cui” non in posizione di complemento di termine ma di rimando concettuale, spesso figurativo, “nel cosmo infinito/ cui spazio è offerto al grande scrittor”. L’impiego stesso dei versi senari, quinari, settenari in forme alternative, l’uso di rime e assonanze in grado di richiamare concetti similari e/o antitetici, (“Adesso, giacché sveglio,/ averti addosso voglio,/ con la pelle tua adesa / che, su me me stesa, piano poggia; / ‘sì come voglio pioggia”,) fanno della poesia di Galante un unicum preciso e specifico. La parola può diventare gioco, come si è visto, attraverso rimandi armonici e talvolta ironici. E la forma in questo caso serve a richiamare la sostanza. Il tutto, poi, ci restituisce un ordine. Meglio ancora ci invita ad un viaggio interiore durante il quale il poeta si concede una sosta affinché la viandanza lo induca, insieme con il lettore, comunque coinvolto,  ad una riflessione. Si guardi ad esempio al titolo che dà il nome alla raccolta. “Cento volte ancora” (seduto al mio ansare). È già tutto specificato lì: una sintesi della silloge in essere. Il suo ansare non è che l’iter della sua vita, dove ansare implica non solo l’affanno, ma pure il dolore, il desiderio di conquista, la felicità, pur rara, ottenuta; mentre il rimanere seduto sta a significare la sosta tranquilla e riflessiva, per nulla scontata; e il numero cento sottintende simbolicamente, in una specie di cabala laica, l’iterazione della memoria. La visione che ne produce è uno sforzo riflessivo che coincide con le immagini descritte e rappresentate iconicamente. “Tornan da sepolti ricordi mai sbiaditi,/ pensieri sol sopiti; dal presente tolti”. Il riemergere degli accadimenti nella loro inusuale formula ritmica disegnano rimandi ed intrecci personali. C’è una specie di effetto domino che si erge nel tempo e nello spazio, quasi enigma cui si voglia sfuggire per non avere risposte dolorose. “Lasciami vita, sii pièta,/ giacché accanita al tuo voler mi piego; /e chiedo a fil di voce / sì ch’io pur che preghi:/ ‘Basta, bieca vita!’”.  Ma gli interrogativi avanzano originando un intrecciarsi di azioni e reazioni, organizzate in versi simmetrici che servono a congiungere ritmi e pause, gioie e travagli, affetti e desideri. L’introspezione diventa la fase principale dello scrivere coniugato nel verticalismo dei versi brevi, che, come detto sono vincolati alla continua osservazione minuziosa, dove la rivisitazione delle vicende legate alla propria vita evoca confessioni in prima persona che ci offrono una prospettiva di intimo travaglio dell’anima, destinato comunque a riprendere il viaggio, sempre accompagnato naturalmente a qualche buona e ineludibile sosta. “Mesto abbasso pièto sguardo/ e prego il tempo che mi senta;/ scorra presto, passi in fretta, la mia vita ormai dismetta. / Ponga fine a inutil viaggio /tanto, è vero, s’è di passaggio”

 Enea Biumi

 

 

 

Gianfranco Galante. Un nome, solo: Mario, il nome di "Nessuno", Scriptores, Varese, 2022

  C’è una domanda posta alla fine di ogni capitolo (bisogna arrivare a pag. 124 per non più incontrarla; la ritroveremo poi come atto conclu...