il blog di Enea Biumi
Scrittura Nomade - Viaggio polidiomatico di Arte e Cultura - Variazioni sul tema scrittura
venerdì 23 ottobre 2026
Anche due poeti lucani tra i premiati al XVIII concorso poetico e narrativo “Cosenza città federiciana”
sabato 10 ottobre 2026
Bruno Di Pietro “Elea. Quando verrà il passato” (Les Flaneurs Edizioni, 2024)
Elea risuona come
luogo e come stato. Apporta la nota conoscitiva ed estrema, il fascino della
scuola eleatica, dell’essere che è e non può non essere. Di ciò che invece a
noi appare ed è illusione. E’ un tenere fermi i confini. L’opera poetica di
Bruno Di Pietro “Elea. Quando verrà il passato” si raccoglie in una nitida
contemplazione posata ma mai sazia, mai distratta, percepibile attraverso un
raccoglimento tenue diretto alla stabilità delle cose, degli enti; di quelli di
natura, in particolare. “Si mischiano le acque/ del cielo e del fiume/ con il
mare alla foce”; l’attesa è compatibile con la temperanza della continuità,
nell’avvalersi di una dicitura apparentemente essenziale, tradotta in versi
brevi, nitidi, che determinano strofe portanti l’accenno olfattivo delle
tensioni sciolte nella rientranza del remoto che si rivela presente: “Il
presente è ricordo/ Inaugura il mondo/ uno scialbo mattino”. Il rumore comporta
la dialettica accezione della complessità che si fa esitante e, nello stesso
tempo, effettuale; distinta nella rielaborazione di un insieme policromo e
persistente. Il negativo non è ammissibile, non detiene legittimità ontologica,
ma nutre il timore e la domanda, ricerca il dato primevo, l’attesa che è
istante, deposto sintagma che Bruno Di Pietro incardina nella trattazione
versificata apposta alla soglia che detiene i parametri di canneti e fiori,
alberi e venti, arenili e argille che “dicono di un’isola/ dalle spiagge rosa”.
Imenei astrali solidificano le appurate attese tradotte in un filtraggio
linguistico che dona l’accenno come agnizione deposta al terreno dei ritagli
terrosi, intendendo l’osservazione come una pratica eliminante gli orpelli e
diretta a penetrare il nucleo riposto nell’essenza che si fa senso stabile, e
ritiene illusione la perdita. Ma Di Pietro affronta anche la storia, “la scoria
del tempo negato”; quasi il contesto con la fisicità che testimonia l’insorgere
della contraddizione, della continua rivalsa delle apparenze, come un disporsi
al vago riflesso della tesi che si fa ipotesi o dilemma o altro: “un abbaglio l’eterno
presente/ l’ora che non passa”. Sabbia, sassi e scogli, dune e gusci, una
bellezza panica che contiene domande, quesiti reiterati: “Nel tempo seriale
imploso/ irrompe il dono/ l’avvento, il senso”; distinto il passo nella
moltitudine degli eventi, rientranti nel circolo degli essenti, la solitudine
dell’Essere. L’autore esprime nel suo versificare l’acuito nitore della
venatura linguistica, della traccia dotata di cromatica valenza nel
distinguersi inevitabile delle parti, quando si apposta la percezione a
sembiante calato sulla riproducibilità delle stagioni, dei particolari, dello
sguardo del poeta che sembra seguire i passi del filosofo, affrontando forse
quel parricidio mancato riaffiorante nella riflessione di Severino. E’ un mare
greco che apporta le fluttuazioni delle vicissitudini dialettiche, dei sospesi
atti complessi dove la speculazione fertile inonda le terre della “calura
estiva” e della “notte illune”. Non dizione verso l’inesprimibile, non rilascio
di ciò che è immoto. “Il cosmo è foglie/ suoni, colori, corpi/ spine e cardi.//
(Il pensiero arriva tardi)”; venti e visi, erbe e silenzi, tutto concede grazia
di attenzione, passo che è sosta, sguardo che si vuole attento, una corposità
stoica, l’aerato regesto accogliente il flutto e il tratto. Come bene accenna
Daniele Ventre nella postfazione (sostanzialmente un vero e proprio saggio)
c’è, nella poesia di Bruno Di Pietro, una sorta di maniera virgiliana nel
rapportarsi alle cose che sono, saranno, perché sempre state. Il tracciato si
concretizza linguisticamente nel peculiare controllo dei versi, in contrappunti
tonali, passaggi a distinzione di frammento, contrapporsi subitaneo di spazialità
nella pagina e colorazione notturna affiorante nella duplicità del remoto
presente, dei correlativi oggettivi fissati nell’intaglio di distici, terzine,
quartine, soluzioni che si alternano a strofe leggermente più lunghe. Ed è un
contrapporsi insistente di essere ed apparente divenire, nella dizione di
un’attesa che è ritorno mentre, sostiene il poeta, “si annida/ il disincanto/
fra gli ultimi brandelli/ di stelle”.
Andrea Rompianesi
lunedì 5 ottobre 2026
GLI ORCHI DELLA VALGANNA un racconto di Vincenzo Capodiferro
Racconto fantasy legato alla figura di Guido da Velate.
Nelle acque di questo meraviglioso
lago sguazzava un tempo un mostro prodigioso. Era un’orca assassina, ma di
immani proporzioni. Questa orca spaventosissima divorava tutto. Nessuno poteva
avvicinarsi tranquillamente al lago. Come si trovava là? Forse era un
rimasuglio delle ere glaciali, chissà? In tutti i modi questa creatura
prodigiosa era controllata da un potentissimo mago: Guido da Velate, vescovo di
Milano nell’anno Mille, era di grandi aspettative, era di millenarismi.
Guido resse l’arcidiocesi
di Milano dal 1045 al 1069. Velate era stata un centro degli eretici ariani,
gli arbori dell’era cristiana. Ambrogio il grande li aveva sconfitti, proprio
sotto la loro roccaforte, la Torre di Velate. Ma molti eretici si erano
rifugiati nella Valganna, ricca di grotte e di posti inaccessibili. Questi
eretici avevano conosciuto - in senso biblico - i demoni che abitavano nelle
grotte. Alcune fanciulle, infatti, figlie degli ariani, si erano accoppiate con
i demoni. Da costoro era sorta la discendenza degli orchi abitatori della
Valganna. Erano guidati da re Orco. Nessuno osava avvicinarsi alle grotte, ove s’inabissavano
ricchissime miniere. Gli orchi commerciavano con gli umani preziosi e minerali.
Quando Guido divenne vescovo di Milano, cominciò a servirsi delle arti magiche
degli orchi per dominare la natura e gli uomini. Già gi orchi avevano fatto patto
coi contadini del posto che dovevano portare cibo all’orca, la loro madre. Era
un mostro acquatico con denti affilatissimi. Poteva anche uscire dalle acque e
bisognava stare attenti a non addentrarsi troppo lungo il corso del rabbioso
Margorabbia. Sotto Ganna c‘era la Badia. I monaci, con intense preghiere,
cercavano di contenere il male che abitava negli antri della Valganna. Ma Guido
aveva venduto l’anima al diavolo. E pretendeva, oltre ai sacrifici di animali,
che periodicamente facevano i contadini per saziare la fame spietata dell’orca,
anche di giovani vergini.
Venne a Varese il diacono
Arialdo da Carimate a predicare la conversione e la penitenza la fustigazione
dei costumi, contro le pratiche empie della simonia e del concubinato. Come
Giovanni nel deserto, predicava contro Guido.
«Convertitevi! Il giorno
del giudizio è vicino! Fate penitenza e Dio vi risparmierà. Non fate come a
Sodoma, a Gomorra, a Babele. Fate come a Ninive. Non ti è lecito tenere la
concubina Gertrude».
Guido, come Erode, teneva
un rapporto illecito con la nobile Gertrude dei conti di Fragasso, che il
profeta denunciava. Fece ammazzare Arialdo dai suoi bravi il 27 di giugno del
1066. Il suo corpo fu gettato nel lago di Ghirla e divorato dall’orca. Ma
avvenne un miracolo, come a Giona. L’orca rigettò il corpo di Arialdo che
rimase intatto. Raccolto da fedeli devoti venne portato nella Badia di Ganna e
sepolto nel cimitero. Nello stesso tempo accadde che Guido si innamorò di una
delle vergini promesse al sacrificio: era la figlia del duca di Valganna,
Goffredo. Guido la fece rapire e rinchiudere nella fortezza degli orchi, che si
trovava sopra la fonte Orca, sopra il lago di Ghirla. La fonte Orca era una
fontana prodigiosa. Era la fontana degli orchi. Le sue acque curavano le
malattie ed inoltre era preziosissima per il posto, per l’irrigazione dei campi
ed anche perché le sue acque mettevano in moto diversi mulini.
Intanto a vendicare il
sangue del martire Arialdo era giunto il cavaliere Erlembaldo Cotta, fratello
di Landolfo. Lo seguiva un portentoso esercito. Anche Guido aveva raccolto un
esercito di suoi fedelissimi e naturalmente era adiuvato dagli orchi, molto più
potenti degli uomini. Ci fu una furente battaglia in Valganna. Le acque si
tinsero di sangue. Quell’evento era visto come una punizione divina: una piaga
d’Egitto. Pare che dal sangue dei caduti di questa battaglia si tingessero le
pietre rossastre del posto, molto adusate in edilizia e in architettura. Il
fiume Margorabbia significa difatti: «nelle acque arrabbiate». Quando le sorti
della battaglia erano state quasi decise a favore degli orchi, ecco che
Erlembaldo, aiutato dal fratello Landolfo, si getta in un’impresa disperata.
Prende una possente lancia d’oro e la scaglia nel ventre dell’orca di Ghirla.
Era ricoperta di scaglie squamose di difficile penetrazione. Ma c’era un punto,
sotto il cuore, che era debole. L’orca, colpita a morte, pareva esalar l’ultimo
spiro. Però aveva un altro cuore, che ancora palpitava, nella zona del ventre.
Accortosi Landolfo che stava di nuovo inalberandosi per divorare Erlembaldo
lancia una freccia d’argento di lontano e ne colpisce il secondo cuore. Gli
orchi, a vedere caduta la loro madre, correvano spaventati e si nascondevano a
frotte nelle grotte di Valganna.
Vinse l’esercito di
Erlembaldo. Da allora fino ad oggi gli orchi abitano quegli antri infiniti.
Guido, sconfitto, lasciò l’episcopato milanese e si ritirò con loro nelle
grotte. Ma si recò a lui l’eroe Erlembardo.
«Guido! Lascia al popolo
di Ganna la sua principessa Umberta, che tu tieni prigioniera».
Guido rilasciò la
principessa, ma lanciò una maledizione. La fonte Orca si disseccò e fu un
dramma, inoltre in Valganna scese il ghiaccio e l’inverno non finiva mai. Si
era tornati al tempo delle glaciazioni. I contadini, i pastori e la popolazione
erano disperati. Alla fine, si trovò un accordo e la principessa Umberta per
sei mesi stava con Guido e sei mesi poteva tornare alla sua casa, dal padre
Goffredo e dalla madre, Arminia. Così la maledizione venne tolta. Pare che
ancor oggi Umberta abiti, rivestita d’infernale immortalità, le grotte di
Valganna, insieme a Guido e agli orchi. Ancor oggi, infatti, la Fonte Orca
d’estate caccia le sue dolci e fredde acque e d’inverno svanisce nei corsi
inferi.
Vincenzo Capodiferro
mercoledì 23 settembre 2026
Riccardo Olivieri “Santa brezza” (Puntoacapo, Editrice, 2026)
Sensibili ai
silenzi, alle ingiustizie che abitano la quotidianità, alle mancanze percepite
negli sguardi, alle assenze o ai timori, alle domande che sorgono pungenti.
Sensibili ai versi di Riccardo Olivieri in questo suo esito “Santa brezza”,
dove qualcosa deve inevitabilmente porci uno spazio da abitare nella più
ammissibile prospettiva di tregua se non di salvezza. Ciò che ho reso sacro tu
non chiamarlo più profano, è stato detto... tutto l’empirico filtro della
consistenza materica, nella sua graduale assimilazione che non esclude
l’intensità di certi impatti, ci pone al confronto con le cose; le più umili e
solide come retroterra della nostra “viandanza” continuamente esposta alla
riflessione ontologica. Noi essenti, enti tra gli enti, guardiamo, come fa
Olivieri, gli occhi dei figli. Cerchiamo di recuperare quelle fasi decisive,
quali boe alle quali aggrapparsi, impresse nel nostro ricordo vigile.
Attraversare le emozioni come segnali di un cammino esistenziale nel quale i
versi della poesia sono tracce, linee, di un disegno necessario perché
necessaria è la scelta dell’interpretare il bisogno atavico di una parola che
sia senso oltre il senso. L’input dell’autore è nei versi brevi, spesso
essenziali, asimmetrici nell’abitare gli spazi, nella parola rivolta, paziente
e meditata nel suo accenno montaliano: “Io per me ho già scelto un posto/ che
non posso dire,/ da cui saprò come vederti. Ma ora vai, fai/ Rivoluzione – di
tua repubblica gentile”. L’approccio elegante dell’assonanza si accorda lieve
con la traiettoria prosodica incisa dall’enjambement, che spezza ulteriormente,
al di là della stessa versificazione. E’ un sentire d’amore, quasi una
espressione di fedele d’amore, per citare un riferimento a Giuseppe Conte; un
ritrovarsi attraverso le sensazioni dettate dal confronto con gli stimoli
circostanti di natura: “il ronzio della veste alata che mi saluta d’intorno/
qui,/ nella campagna inspiegabilmente felice”. Così s’immerge la penna in una
alternanza che include l’apertura d’orizzonte per una possibilità acuita dalla
precisione di una terzina espansiva: “Mare enorme oggetto obliquo ai
continenti,/ mentale soprammobile ingombrante,/ missile a benzina per le iridi
più azzurre”. Linee di confronto, afflati paterni, segnali di luce a ricordare
opzioni difese nella consapevolezza del peso delle parole, della loro ostinata
resistenza, la sola apparentemente rimasta sul piano della praticabilità
quotidiana ed immanente. Anche la preghiera stessa è parola, segnale intriso di
un sentire sensibile e mobile. La voce di Riccardo Olivieri è anche voce di
condanna verso un degrado in cui la caduta dei valori etici ha determinato
ingiustizie e sofferenze. Allora diviene necessaria l’attenzione che emerge
dalla frequentazione degli spazi angolari, delle contingenti estensioni
minimali, delle tonalità immiti e riflettenti; “Tieniti sempre un ultimo
sorso./ Lascialo appoggiato/ discosto/ al lato sinistro di te,/ servirà”. La
grazia che si coglie nei versi attiene alla pratica di un levare, di un’assidua
limatura che s’intrattiene con la definizione relativa dei ruoli e li determina
comunque: “Li vedi e ti vedi e credi ancora più/ alla vita che c’è/ fuori”; così come assume ruolo
significativo la figura del manichino che è alter ego, identità che s’impone
nella nitidezza stagionale: “D’estate il mio manichino prende importanza,/ si
sente padrone del gioco,/ mi dice ch’è sua la vacanza”. Ci sono date che si pongono
simboliche, accennano ad un lungomare, alla presenza femminile che accompagna,
che cura, dove è possibile percepire il segnale d’attenzione, quella brezza che
è presenza: “poi – con l’aria in faccia come in bici/ ho ripensato alla foto
che mi hai fatto”. E Parigi, la Senna, scorte di luce ma anche contrasti dei
particolari che sembrano riecheggiare toni presenti nella prosa di Patrick
Modiano, nel suo respiro regolare. Aria, sassi, pioggia, sciami di frumenti,
piante, sedie, osservazioni e accostamenti propri di un poeta che ha amato
tratti e segni di figure come Sereni e Luzi. Il libro termina con un ulteriore
omaggio rivolto a Mario Benedetti, nella traduzione di due suoi testi di
valenza civile. Un percorso poetico quindi, quello di Riccardo Olivieri,
intessuto di acquisizioni della durata comprensiva di una biografia nella sua
più partecipata sensibilità.
Andrea
Rompianesi
venerdì 18 settembre 2026
Massimo Viganò “[Luci della notte e luce del giorno]” (Anterem Edizioni, 2026)
Forse si potrebbe
ricorrere alle inezie laboriose di Giorgio Manganelli quando, magistralmente,
si soffermava sui frammenti di Eraclito, l’amante del contraddittorio e del
fuoco suscitante guizzi, schegge che si diffondono esili ed eterne. Allora
appare l’operante desto e dormiente nelle cose, come poter dire che i sogni
sono accadimenti e hanno quindi in sé principio di verità. Sì, perché il sogno,
come ben indicato nella nota di Silvia Comoglio, è materia su cui costruisce la
sua eccezionale impalcatura testuale, Massimo Viganò con il libro di poesia
“[Luci della notte e luce del giorno]”. E già emerge una peculiarità che
occhieggia alla dimensione dei risultati-guida per le navigazioni delle attuali
poetiche, come si rivelerà nell’opera. Il titolo è racchiuso tra parentesi
quadre. Tutta l’architettura dell’esito esprime una forza esplicativa dominata
da un fattore fondamentale. La versificazione, per lo più lunga e prosastica, è
comunque decisa da una netta formazione asimmetrica degli stessi corpi testuali,
in una complessità emergente nel costante e dirompente utilizzo
dell’interpunzione. Trattini, tre punti, parentesi tonde, quadre, graffe,
intervalli, spaziature, sospensioni, inserimento dello slash (singolo e
doppio), iati, diversità di caratteri e, in alcuni casi, di corpi di
carattere...insomma Massimo Viganò applica una formulazione scritturale in
versi di assoluta varietà e molteplicità, a testimoniare che, anche nella
strutturazione più contemporanea, oltre ad aspetti evidentemente fonetici e ritmici,
qui volutamente scardinati e aperti, assume primaria importanza tutta la
dimensione visiva e grafica. Quasi un arazzo asimmetrico nel quale abitano le
esplicazioni oniriche che interpretano e traducono timori e desideri, necessità
veicolate ed opzioni irrisolte, “confido [...]/ [...] che del sogno invidio il
sonno e al sonno l’(in)capacità di narrarsi, di dis-“ e non manca il verso
lungo che si concede la tmesi e propone un passaggio che delle interruzioni fa
la comparazione dei dissesti linguistici registrati nella prospettiva della
mappatura: “porsi (come ci fosse) dis-velarsi agli occhi [e altri ammenicoli]
durante la...”. In altro passo poi: “[che] sbatta nel vento (come gli infissi
di certe case inabitate) e dissangui e possa/ essere agevolmente (ri)condotto a
un senso”. Che dire, se non il felice riscontro di una scrittura poetica
imprevedibile e, nello stesso tempo, rigorosa quasi in accezione analitica.
Certo, in questo spazio, la centralità delle filiazioni grafiche tende a porre
in secondo piano la sonorità timbrica dell’accostamento fonetico, poiché la
priorità dell’esecuzione si concentra sul disegno testuale, avvalorando una
opzione di trame prosastiche, attraverso il senso della vocazione atonale. E
sono voci accolte dalla prospettiva delle lontananze e delle interruzioni,
dell’alternarsi di sonno e veglia, del loro confondersi. Quasi, per citare un
titolo di Adelio Fusé, altro eccelso esempio di risultato poetico, una “veglia
del sonnambulo”. E’ un alternarsi di compattezze e diradamenti, occlusioni e
aperture, intermittenze e fusioni, dove l’interlinea è procedura di possibilità
ulteriore nella chiave della sosta riflessiva e matura, così da riversare
silenzi perturbanti nel momento in cui subentra l’annotazione, “ove si compie
il gesto interminabile/ mai intrapreso né il viaggio a perdersi”. Massimo
Viganò mette in campo il tema del volo e della fine, della memoria e dell’eco,
per poi attenuare il passo o, improvvisamente, porlo in caduta verticale tra
pensieri, carni, bocche irrequiete, ombrose radure, biondo grano, odori
aquilini, gravità dei momenti. Muoversi su tali pagine è districarsi tra
collocazioni lessicali e sintattiche sia frantumate e dissolte, sia ricomposte
e ordinate su tempi differenti che giungono a variare la durata stessa della
composizione; “trasporta di che viver pel sonno di sotto la scorza/ a pelo coll’instancabile vivere ad occhi
socchiusi dato per sottendere e/ riparare”. C’è anche un “K” che sogna
direttamente, forse, la fine del tempo, giungendo ad un empirico risveglio che
ancora non è interamente tale o lo è di più. La domanda costituisce l’evento,
il quesito il suo senso; attraverso naufragio ed approdo a destini incrociati
di calviniana memoria. Ma il variare stesso porta anche al recupero di vocaboli
propri di poetiche attribuibili ad usi linguistici che furono di Montale e
Pascoli: “e guardando pencolare/ dai rappi del querciolo una fune”; così la
ricerca formale si nutre di suggestioni intertestuali, ancorando alla radice la
prossimità del riferimento composto e fertile. Le opzioni della notte, al
plurale, si confrontano quindi con l’opzione del giorno, al singolare, dove è
priorità espressiva la possibilità delle varianti, delle frantumazioni così
come delle ricongiunzioni, in un processo dinamico da edificare, pagina dopo
pagina, senza tralasciare l’inesorabilità destinale. Il corsivo, a volte, si
pone a fronte di un aroma di recupero antico e narrante, invola auspicio di
rimando come testimonianza acuita dalle suggestioni delle pause, dei sensibili
a difesa di coltura nella prossimità di frastuoni e tramonti, di un
“continua...” che riporta il passato ad una tangibilità onirica. Si rianimano
poi sensi di viaggio ed opzione: “quando sarai partito certo avrai lasciato la
sedia e il letto da rifare la porta chiusa/ a due mandate sicché vorrai serbare
da dove procedi a breve (e trovarlo com’è/ rimasto) ma tant’è il mondo sempre
gira con regolarità e ci saranno pur sempre/ altri venti e visioni...”. Il
registro di definizioni comporta l’operosa attenzione al recupero di stimoli
che la vocazione sperimentale espresse nelle avanguardie, notando la
plausibilità della notazione confidente, del “silenziosamente” e del
“tacitamente”, nella comparsa di citazioni latine, francesi, ammissioni
uditive, uso parentetico, contrazioni improvvise, ritorni a segnale, accenni e
iterazioni, riporto filologico, iato esplicativo, perfino cancellazioni;
“percorrendo infine rue la boétie/ a villefranche-sur-mer oppure/ era parigi?
con la sua nudità”. Allora, per Massimo Viganò, la scelta è ritorno ed è
rinnovo del possibile esito, quando la spazialità della pagina diviene
categoria espressiva di qualità essa stessa, concedendoci un’esperienza davvero
ad alto tasso stilistico.
domenica 13 settembre 2026
Enea Biumi “Magatèi/ Burattini” (Puntoacapo Editrice, 2026)
E’ lieve e antico, calibrato e partecipe, il passo di Enea Biumi in questo suo esito in lingua bosina a fronte della versione italiana. “Magatèi/ Burattini” conferma, come bene dice Mauro Ferrari nella nota, ironia dolente e tenerezza feroce, per congiungere gli stimoli operosi del contesto anche naturale con gli afflati, le attenzioni, le sensazioni, gli accostamenti propriamente visibili e percepibili nelle sfumature che l’autore coglie, registra, filtra e interpreta. “Sémm chì a pé biòtt/ ca bàlum in la fiòca”; “Siamo qui a piedi nudi/ che balliamo nella neve”; viviamo le ansie quotidiane, assistendo impotenti alla deriva dell’umanesimo, alla resa di una società in cui è arduo riconoscersi. Sembra di essere “al freddo del Titanic”, titolo della prima sezione del libro dove l’assuefazione ai tragici segnali del contesto impedisce una presa di coscienza collettiva nella mistificazione di una necessità che inoltra esiti bellici e barbarie diffuse; così come si evidenzia una temporalità malata ed espressamente amara: “La végia ringhéra la gà un fàa/ da vérd ransc”; “La vecchia ringhiera ha un sapore/ di verde rancido”; un colore che coniuga la sinestesia operativa e determina il senso di fermentazione dei continui refusi etici che nemmeno ammettono giustificazioni di mancata conoscenza a indicare, con il titolo della seconda sezione, che “così passa la gloria del mondo”. Biumi accosta l’orecchio alle cose, ai rimandi di una memoria che evoca e scolpisce la storia dei siti, gli eventi anche minimi quando si colorano di segnali e agnizioni. Tempo che incide e lascia tracce di rughe sui volti, nella vocazione di una attesa rivolta agli elementi, percependo che “un bòt da vènt strepéna ul silènzi/ indùa la munìna disbròia la storia”; “un soffio di vento spettina il silenzio/ dove il muschio dipana la storia”. La vanità si rivela nelle rovine che ne testimoniano l’incombere, così come quel dissolversi lento dei sogni, delle illusioni spogliate e frante. I versi brevi sono essenziali nella loro stesura, nell’avvalersi della centralità di uno spazio, quello della pagina, in poesia sempre sospensivo e, nello stesso tempo, svelante, vero respiro ritmico e visivo. In questa parte del libro, il senso della transitorietà aveva innescato un confronto attento con quella maestra di vita che spesso perde, a causa nostra, il suo ruolo. Raccogliendo nel percorso gli stimoli dei luoghi, come il Sacro Monte di Varese, Biumo Superiore “con le lucertole sul muro/ fra l’edera l’erbacce e le foglie secche”, i boschi del Seprio. L’ambiente conosciuto dal poeta rispecchia, nei suoi intimi lineamenti, il sentire l’afflato emozionale qui stratificato in passaggi quieti ma decisi, in una considerazione dove la lucida amarezza convive con la sensibile ironia. C’è in Enea Biumi un senso del levare orpelli e distrazioni, per una poetica intenta ad assaporare le levigature che possono offrire un segno identificabile nelle tracce di natura e nelle vicissitudini dei tempi; la sua intenzione civile riverbera mite, quasi in una dicitura volta alla sacralità minima delle cose, a quelle tonalità di tramonto che promettono un rifugio tenue, una pausa silente. “Fòrzi l’è dumà un regòrd/ ul tò nom o la tò fàcia/ stampàda in dul spéc du l’aqua/ che pòch a pòch s’impàna”; “Forse è solo un ricordo/ il tuo nome o il tuo viso/ stampato nello specchio dell’acqua/ che poco a poco svanisce”...quindi l’amore vissuto e ricordato nelle sequenze di una biografia posta a confronto con gli eventi grandi e piccoli, con le apparenze, quasi fossero “bolle di sapone” come il titolo dell’ulteriore sequenza. Desiderio di ascolto e vicinanza, di contatto e dialogo, di attenzione nello sguardo, come bene indica una citazione che richiama Tolmino Baldassari. D’altra parte, afferma Biumi, gli stessi desideri sono bolle appunto che “scoppiano nel niente” anche se il niente non c’è, e quello che rimane sono sogni al risveglio, quindi qualcosa comunque. Su questo qualcosa s’innesta il cammino, la campana del vespro, un’ulteriore voce di bocche in affanno. Così la quarta e conclusiva sezione rivela “capricci di una clessidra”, “st’ umbrìa ca scàpi/ l’è ‘l mè destìn”; “Quest’ombra che fuggo/ è il mio destino”, attraverso sensibilità di lago, fervore di foglie, burattini senza tasche, gatti in calore, melodie ondulate. Il procedere dei pensieri accosta strofe nella cucitura dei dettagli, evaporazioni conducono alla presa d’atto emissaria di un rovello quotidiano che non rinuncia all’appiglio, allo scorgere particolari e anfratti, “mentre la breva/ asciuga le scintille del cuore”, in uno smarrimento leopardiano.
Andrea Rompianesi
lunedì 7 settembre 2026
“MAGATÈI/BURATTINI” DI ENEA BIUMI a cura di Vincenzo Capodiferro
“MAGATÈI/BURATTINI” DI ENEA BIUMI Una raccolta in bosino ricca di versi pungenti come frecce: una poesia sociale coraggiosa
È uscita alle stampe “Magatèi” / “Burattini”, raccolta di
poesie in vernacolo bosino di Enea Biumi, editore Punto a capo, 2026. Il
testo è suddiviso in quattro sezioni. Burattini, Sic transit gloria
mundi, Bolle di sapone e Capricci di una clessidra. Questa
raccolta, molto intensa, è intrisa di profonde emozioni, di pensieri bollenti.
Troviamo qui un Enea, pur nella lingua locale originaria, che quasi teatralmente
si presenta come un vate, nel senso classico, almeno quello sognato dall’ultimo
D’Annunzio, impegnato nel sociale, una voce dissonante che denunzia
l’ingiustizia, l’oppressione. Pare uno di quei libretti dei librettisti
ottocenteschi d’Opera. Innanzitutto, dobbiamo sottolineare l’importanza del
recupero delle lingue locali, nella fattispecie del dialetto bosino, bandite un
tempo dalle aule delle istituzioni scolastiche. L’italiano in fondo cosa è? Un
dialetto nazionale, il toscano. Il dialetto ha diverse qualità, ma soprattutto
due: è più vivo, espressivo e genuino. E poi avvicina di più al popolo. Almeno
così era una volta, quando tutti lo parlavano e lo conoscevano. Noi proveniamo
da una regione ove il dialetto è ancora una grande risorsa. Ogni paese ha un
dialetto diverso, ogni borgo. Poi quivi, rispetto al contenuto, è d’uopo
evidenziare come la poesia diviene canto popolare, sociale, invito alla
riscossa, richiamo delle masse, sempre più amorfe a prendere coscienza a non
allontanarsi dal vero, a non ascondere, come struzzi, la testa, cioè
l’intelligenza, sotto le sabbie mobili della società liquida, a non farsi
risucchiare dalla mortifera palude dell’indifferenza. Enea, in fondo, proviene
da quella generazione rivoluzionaria dei sessantottini, molti dei quali oggi
sono divenuti sessantotteschi, cioè soprammobili ben lucidati che stanno bene
là, sopra i comò.
che vogliono comandare
ha gettato il mondo in guerra
la pace è un delitto
da schiacciare sotto i piedi.
Chi è quel senza dio
che per prima
ha preso nelle mani un bastone
per andare
a fare la guerra?
Non si è accorto
che la gente muore egualmente
senza doverla uccidere?
Rousseau scriveva: «Il primo che avendo recinto un terreno, osò dire, questo è mio, e trovò gente così ingenua da credergli, fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, quante guerre, quanti assassini, quante miserie e quanti orrori avrebbe risparmiato al genere umano quello che strappando via i pali o colmando il fossato, avesse gridato ai suoi simili: guardatevi dall’ascoltare questo impostore».
La guerra comincia col possesso, con l’assolutizzazione
della privatezza. Privato deriva da privare. La proprietà un furto,
proclamavano i socialisti, mica tanto utopisti. La guerra la fanno i ricchi per
arricchirsi e per ammazzare i poveri che danno fastidio. Così è stato sempre,
nel Quindici/Diciotto, nel Quaranta e soprattutto nel Quarantatré, quando di
nuovo le masse proletarie si mossero, tendendo la riscossa al potere. Così è
stato da sempre, da Spartaco agli ultimi spartachisti: i moti sociali del
biennio rosso e i moti sociali del ‘43. Enea chiama il senza dio il
“lantecrist”, cioè l’anticristo. L’opera dei capitalisti e super-capitalisti
fomentatori della guerra è contraria a Dio stesso. Essi sono schiavi di Mammona
e della Morte, non della Vita.
C’è una profonda spiritualità in questi versi. Ci sono
momenti in cui il poeta si riposa negli angoli ameni della bella provincia,
bella come il bel Paese, come un tempo l’Italia nostra era descritta, sotto
l’ali della Madon du Mont, o al Seprio, o al Chiostro di Voltorre, ad
esempio:
Il Chiostro di Voltorre
nasconde i miei affanni
e il sentimento
gioca nel presente.
par che la dìsa
stà Tùur da Velà.
Questa raccolta richiama subito ad un ambiente teatrale,
caro a Enea. I burattini: la maggior parte dell’umanità, manovrata da
invisibili fili, da miliardari senza scrupoli, da chi detiene il vero poter del
mondo, quello economico. Il povero Marx l’aveva capito, fin troppo!
Vincenzo Capodiferro
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