il blog di Enea Biumi
Scrittura Nomade - Viaggio polidiomatico di Arte e Cultura - Variazioni sul tema scrittura
giovedì 2 luglio 2026
Vernice n. 65 , Genesi editrice, Torino
SELEZIONE DI RIOTS TARDOMODERNISTI - DI IVAN POZZONI
IPSE DISSING
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mercoledì 1 luglio 2026
Denise Desautels, Sparire (Sylvie Cotton -Opere visive) Traduzione di Maura Baldini, Marco Saya Editore, Milano, 2026
La silloge poetica “Sparire” di Denise
Desautels, riportata sia in italiano che in francese, è ordinata su una serie
di sezioni che dialogano con le opere visive di Sylvie Cotton. Ogni settore
della raccolta presenta una variazione emotiva ben precisa, in cui l’autrice
sottolinea il suo stato d’animo. I temi recitano in un circuito di sensazioni
atemporali costruite attorno a un viaggio nel dolore, nella memoria e nella
metamorfosi. In ciò la morte ha una parte rilevante, ma non esaustiva. È una
interlocutrice che conduce la poetessa all’interno di un lutto, in uno spazio
tutto suo, che procede in una continua interrogazione, in una sorta di campo
magnetico che attira, deformando gesti e corpi, sostituendo parole e immagini.
Si tratta di un intreccio fra sparizioni e apparizioni, fra presenze e assenze,
il tutto rielaborato in un susseguirsi di ciò che perdiamo e ciò che resta per poter
resistere convivendo con la morte. Il dolore, a questo punto, diventa puro
linguaggio poetico capace di custodire le vite che scompaiono e il corpo appare
come effige, quasi sacra, di ferite sopportate, mentre l’arte si rende idonea
per trovare un modo per continuare a vivere.
A lungo / volare planare così tenere / il
mondo in vita.
Siamo sempre un po’ compromesse. / La
morte si avvicina non ci possiamo fare nulla.
Alcuni termini, che potremmo definire come parola
chiave, si rincorrono tra una lirica e l’altra, come fossero tante luci al
bordo di un cammino, opportunamente accese, per indicare un percorso o ribadire
un concetto. Ossa, crani, cenere, pelle, sangue, fiamme, acqua, rientrano in un
discorso che svela priorità e sensibilità, si configurano punti essenziali per
una maggiore comprensione della silloge illuminando il lettore, di volta in
volta, nel prosieguo delle liriche. La cenere, ad esempio, congloba in sé
memorie stratificate costituite da sogni, respiri, desideri di quello che era l’esistenza,
restituendo per ciò stesso immagini vitali e vive che cancellano i segni della
morte.
Dico la cenere non lascia avvicinarsi / alcuna
sillaba. Dico: è lo spavento / nell’ovale cuore. / Incaglio. Cenere unanime.
Come se qualcosa rinascesse dal
preliminare alla fine / come se sopravvivesse alla propria fine.
Così il suo atelier è un laboratorio del dolore
in cui emergono ferite, traumi personali, violenze collettive. La poetessa in
un dialogo atemporale espone dubbi, insinua diffidenze, ma alla fine tutto si risolve
e si ricompone come in un puzzle. Il suo iter è costantemente pervaso da un
desiderio di riconquista. L’autrice non cerca di consolare e consolarsi per la
morte, ma ci accompagna e si accompagna, non spiega la morte ma la espone. Offre
così al lettore un universo di vicende simboliche, dove la ricostruzione va di
pari passo alla distruzione, dove la linearità della vita si risolve nella metamorfosi
della morte, dove il trauma del corpo ridotto a perenni ferite si allinea alla sopravvivenza
della poesia e dell’arte.
Noi siamo al di fuori. / A chi
appartengono le dita che tracciano? / Sono veramente le mie o ancora le tue / che
mi raggiungono? O forse sono dita di sconosciuti?
Ora il dubbio si leva a ogni respiro. / L’ora
dei bilanci dentro la nostra scorza. / Che faremo di queste reliquie che siamo?
Tu dici creare. / Bellezza alta e ampia / fino
alla dolorosa sopravvivenza in noi / della perdita del corpo del mondo.
È evidente, per altro, come tutta la silloge sia
improntata a un confronto/raffronto con l’opera eponima di Sylvie Cotton. Ogni
lirica sembra essere una fotografia, addirittura una scena teatrale, come se la
poetessa vedesse prima ancora di interrogarsi su quello che sta per scrivere. L’autrice
pone davanti al lettore delle scene: un personaggio (io/tu); un oggetto
(cranio, cenere, corpo, fiume, sangue, cuore); un gesto (toccare, guardare, suonare,
enumerare); un conflitto (scomparire / rimanere). Sembra quasi di essere di
fronte al teatro dell’assenza, a un mondo pirandelliano ripartito in poesia. E in
questo rapporto tra arte visiva, arte poetica e arte scenica, rientrano senz’altro
momenti di intertestualità nelle citazioni di Lorca, Goya, Rembrandt, Duras, Schubert,
Adrian Piper, Dreyer, che non appaiono certo come soluzioni decorative bensì
occasioni in cui la poetessa si riconosce.
Il mondo nel faccia a faccia / del cuore
ovale. / Il faccia a faccia di Goya / e dell’amico el juez Altamirano. / Prima
che l’ombra del peggio avvolga tutto.
Babel-Opéra – il libro dell’esilio. / Lì
dentro qualcuna domanda Dov’è il cuore? / prima di rispondere Non ne rimane
più.
Ossessive. Ossessionanti. Quattro note poi
più lontano / una quinta. Quattro note poi una quinta / nel Trio n°2 in mi
bemolle maggiore D 929. / Note definitive – o quasi / del giovane Schubert. / Colui
che muore proprio in quell’anno.
Anche lo stile, come si vuole in ogni opera poetica degna
di questo nome, ha una funzionalità essenziale. Conduce il lettore a un
approccio idoneo nell’alveo del significato e del significante. Ciò è dovuto
anche all’intelligente traduzione dal francese di Maura Baldini che, come
spiega nell’introduzione, le difficoltà “dovute, ad esempio, all’abolizione
del soggetto all’interno di certi periodi, con relative ambiguità in merito a
tempi, modi e declinazioni dei verbi, sono state risolte grazie al fecondo
confronto con l’autrice.”
E allora lasciamoci trascinare in questo spazio
eteropico, secondo l’indovinata definizione della traduttrice, attraversiamo
con interesse i contenuti di queste liriche che, se da una parte risultano tanatografiche,
dall’altra rispondono a un’esigenza artistica inscindibile e per nulla
procrastinabile, perché “Singhiozzano in noi i nostri morti / e in loro la
storia del mondo / – smisurato serbatoio.”
lunedì 29 giugno 2026
RICORDO DELLA TRANSUMANZA DEI PASTORI di Vincenzo Capodiferro
- Di angusto orizzonte, di orrendevole aspetto.
Heidi, ti sorridono i monti,
Heidi, le caprette ti fanno ciao.
Una volta che non pioveva
da tanto, per incitare il Padreterno a mandare i rovesci, portarono in
processione la statua di Sant’Antonio e l’andarono a gettare dal dirupo, così
pensavano che Iddio si sarebbe commosso, e piangendo avrebbe mandato giù l’acqua.
E così fu. Noi bambini eravamo tanto dispiaciuti di quell’atto, che andammo a
raccogliere i cocci di quella statua, li incollammo alla buona e con quella
facevamo delle piccole processioni attraverso il paese, cantando i canti
tradizionali. Quando arrivavano le bufere, se la pigliavano coi maghi
tempestari, i “Cerauni”, che avevano fatto cadere mezzo monte sul paese,
provocando una frana insanabile, perché una volta i contadini di Acqua Russo
avevano negato loro del pane.
A settembre, dopo la
festa della Madonna del Carmine e di San Rocco, che venivano celebrate sempre
il 3 e il 4, partivano fiumare di armenti e si riversavano sui tratturi e poi a
valle, l’orrida valle del Racanello, piena di gole e di insidie. «Mai fidarsi
delle fiumare sorde!»: dicevano gli antichi! Una volta una piena improvvisa,
proveniente da tempeste a monte, aveva travolto pastore e greggi.
Partimmo anche noi,
insieme ai miei zii, a portare il gregge fino a Pomarico, poco prima di Matera.
Allora i Sassi di Matera erano tutti rifugi di animali, che convivevano con gli
uomini. Nei “catoi”, cioè i sottani delle case, c’erano gli asini, i maiali, le
galline. Quando si mangiava spuntavano anche questi e si mettevano sotto le
mense a cibarsi delle loro cianfrusaglie. Comare Angelina teneva sempre una
gallina nel balcone. La sua casetta era una scatola di cartone. E mi ricordo
che quando negli anni Ottanta vinse il partito socialista con lo stemma della
spiga, buttavano grano in segno di vittoria. E vedevi una mandria di galline
che si riversava nelle piazze. I maiali si ammazzavano d’inverno, così curavano
i salumi, protetti dalle mosche con bende di lino e i prosciutti con calze. E
vedevi nelle case dai cieli stendersi ogni bene. Pendevano da lunghi bastoni,
dette “verghe”. Poi venivano riposti nella sugna e si conservavano per tutto
l’inverno. Accanto ai focolari c’erano sempre le pignatte che sbuffavano e le
caldaie sui treppiedi, o sui ganci.
Si spostava tanta gente a
settembre: pecore, capre e vacche. Giungevano alle marine, dove svernavano, nel
Metapontino e nel Materano. Io allora ero piccolino: mi riposero dentro i
“cofani” a dorso di un asino. I “cofani” erano grossi recipienti fatti di forti
giunchi, a forma cilindrica, che venivano legati al “masto” dell’asino, o del
mulo. Ci coprivano con una “pilegna”, una coltre molto densa e impermeabile,
che proteggeva per le piogge torrenziali. Spiavamo dalle fessure dei giunchi i
paesaggi che si succedevano: dalle fresche montagne ai boschi, dalle praterie,
dove abbondava la macchia, ai calanchi: un deserto sterminato, che da Aliano ti
accompagnava fino a Pisticci, e poi a Ferrandina, prima di risalire verso la
catena di Matera. Quei luoghi li conoscevamo a memoria: paese per paese, perché
li avevamo attraversati a piedi, ogni anno. E quando ci ritorno, a volte, con
lacrime che scendono sulle gote, come Leopardi mi trovo in un forte senso di
smarrimento: «… e mi sovvien l’eterno/ e le morte stagioni…». «Aliano e
Alianello, Sant’Arcangelo e Missanello, se vuoi maritarti vai a Stigliano!»:
diceva il proverbio antico. Oggi Alianello è abbandonato! Ogni estate ci
rivengo e sto per ore ed ore a pensare, tra gli spifferi delle porte e i
macabri paesaggi. Tutto è cambiato!
Nelle marine d’inverso
andavano a cavare le macchie: grosse radici che scaldavano bene. Erano arbusti
che crescevano più di sotto che di sopra. Le greggi, passando, rubavano i fili
d’erba più teneri, poi riposavano ogni tanto all’ombra di qualche faggio, o
quercia. Mai andare sotto le noci! La loro frescura è così forte che può
procurare la bronchite. Quante grotte c’erano per strada! A volte servivano da
rifugio. E spesso non mancava che vi trovassero qualche tesoro di brigante
nascosto.
Gli ombrelli dei pastori
erano spessi e densi, erano eterni. C’era “Michi Michi” - come lo chiamavano -
che aveva un botteghino al quartiere “Giudea”, chiara rimembranza della
presenza ebraica, come la Rabatana di Tursi, ove fabbricava ombrelli e impagliava
sedie.
Il viaggio durava otto
giorni.
La notte si fermavano
alle cosiddette stazioni, rimembranza delle romane località di sosta, o alle
grandi masserizie che c’erano per strada, come quella di Don Felice a
Montalbano. Offrivano se potevano un mesto alloggio, qualche materasso, fatto
di foglie di mais, se ce n’era, sennò dormivano per terra, o nei pagliai. Era
dura la vita. Bisognava sempre lasciare in cambio qualcosa, per ripagare
l’ospitalità: le “matinate”, che erano grosse forme di cacio. Poi la mattina
presto ci si alzava e si riprendeva il cammino. Ci si fermava per un frugale
pasto e poi si riprendeva. Oramai le pecore e le capre conoscevano bene i
tratturi, le fontane che si trovavano per strada, con le acque fresche,
montane. Ora quei tratturi sono persi. La vegetazione si è ripreso tutto. Dove
passavano gli armenti era come Attila: non cresceva mai l’erba! Si passava da
sotto i paesi. Craco era stata abbandonata per una frana e spesso ci si
rifugiava in questi centri diroccati. Sembrava di stare in un altro pianeta, o
come Astolfo sulla Luna:
sono là su, che
non son qui tra noi:
altri piani,
altre valli, altre montagne,
c’han le
cittadi, hanno i castelli suoi.
I nostri genitori ci portavano dietro di loro, come le pecore madri conducevano i loro agnellini. E i nostri padri ci prendevano sul petto, perché poi ci stancavamo. Aiutavamo, coi cani pastori, a parare le mandrie. L’inverno si stava lì, con il clima mite e i pascoli ubertosi. Poi arrivava giugno e si ripartiva. Andavamo a scuola a Pomarico. E ritornavamo ai nostri freschi monti. Ogni anno per la fiera eravamo là, agli inizi di giugno: tutti andavano a vendere gli animali. Gli asini vecchi venivano camuffati e bisognava guardare in bocca per rendersi conto dell’età. Perciò si dice: «A caval donato non si guarda in bocca!». «Il ciuccio vecchio in mano del fesso muore!»: per coloro che si facevano fregare, per così dire.
All’arrivo c’era di
consueto la festa di Sant’Antonio, come ci racconta il professore Ermenegildo
Cascini, morto giovane in un incidente stradale sulla 106 negli anni ‘50: «I
festeggiamenti in onore del S. Patrono si celebrano ogni anno il 17 giugno con
grande intervento anche di forestieri, attratti soprattutto dallo espletamento
di una tradizione, la quale annualmente si ripete e si rinnova con vero e
sentito entusiasmo. Si
descrivono, ora, le fasi di quel culto perché, esso, è veramente originale e
tale resterà ancora chi sa fino a quando: si tratta dell’albero della cuccagna.
Quindici giorni prima della festa, con
un bando pubblico si avverte che il giorno X si va a prendere l’albero della
cuccagna. Il mattino di quel giorno, tutti i proprietari di buoi si danno
convegno nel bosco Favino. Gli animali bovini non sono mai meno di cento. A
questi bovari si unisce gran massa di giovani contadini con un palo ciascuno in
mano. Dopo la scelta dell’albero e dopo l’abbattimento di esso, tra i bovari si
tira a sorte la fortuna e l’onore di cacciare, con i buoi, il fusto bello e
pulito, dal bosco. Altra sorte si tira tra i bovari per chi deve entrare
l’albero nella piazza di S. Antonio. Dopo una settimana dal prelevamento … si
bandisce ancora il giorno nel quale si va nel bosco comunale di Carbone detto
Budda, a prelevare la chioma di un abete (detta conocchia) da legare
all’albero. A questo il giorno della festa, infatti, ne legano la predetta
conocchia carica di agnelli, polli, prosciutti e quindi con grandi sforzi, il
grosso e lungo fusto … viene eretto. Si dispongono intorno i tiratori con
decine di fucili ed a turno essi aprono il fuoco sui poveri animali. Lo strazio
è evidente: sebbene la legge sulla protezione animali lo proibisca, tuttavia la
tradizione è tradizione e nemmeno i Carabinieri o le altre autorità possono
intervenire: sarebbero guai! Dopo una mezz’ora di fuoco si dà il via
agli scalatori: è una scena magnifica: come grappoli gli audaci, vestiti con
cenci ed impiastricciati di miele e terriccio, salgono; i più forti raggiungono
l’alta cima, i meno, a distanza spesso di solo qualche metro dall’agognata
vetta, scendono precipitosamente, perché le forze sono venute meno. È una
tradizione che si ripete di anno in anno e chi volesse prevederne la fine,
azzarderebbe una scommessa non facile a vincersi. Altre due tradizioni sono
ancora vive: ogni anno si svolge un pellegrinaggio alla Vergine del Monte di
Novi Velia; prima si andava al santuario a piedi impiegando sei giorni … si
sale a piedi scalzi, dopo averli immersi in un’acqua che sgorga alle falde del
monte … L’altra tradizione è quella della formalità del culto dei morti; questo
è praticato con un’offerta di grano di orzo alla chiesa ed al prete, il mattino
del 2 Novembre, depositando, sul pavimento della chiesa parrocchiale, in un
mucchio che man mano va impinguandosi, il piatto di grano». Adesso è un po’
cambiato perché non c’è più lo sparo dei cacciatori e al posto degli animali si
mettono dei tacchetti di legno.
Oltre a queste feste si celebrava la festa della
mietitura. Avveniva in genere nel mese di agosto, quando giungeva a maturazione
il grano nei paesi di montagna, come Castelsaraceno. Io ho assistito
anche agli ultimi mietitori. Raccoglievo i covoni e li portavo nell’”aria”,
dove poi il grano veniva separato dalla pula. Erano zone ventose, dove si
sfruttava il soffio. La festa non aveva una data precisa, perché era legata al
ciclo naturale della cerealicoltura. Si portava in processione la “gregna”, un grande covone
inghirlandato. Era un rito bellissimo,
tanto è vero che per assisterlo, venivano dai paesi vicini di San Chirico
Raparo, Carbone. Ecco come avveniva: alcuni designati per la raccolta della
“gregna” da utilizzare per la ricorrenza, insieme agli agricoltori, sceglievano
liberamente i covoni da presentare, in genere i migliori, quelli più alti.
Prendevano le spighe, ne sfilavano la paglia con le mani, in modo che restasse
solo l’astuccio. Così preparate le spighe venivano raccolte in mazzi, indi
portate in testa da ragazze nella Piazza di Sant’Antonio, ove aveva sede la
manifestazione, quello stesso largo, in cui tuttora viene praticato l’altra
usanza della Antenna, o albero della cuccagna. In tutta questa prima fase della
tradizione, i mietitori si recavano nei campi e poi accompagnavano i covoni in
processione fino al posto predetto. A capo del corteo stavano degli zampognari,
cui seguivano le ragazze con le “cente” (covoni decorati e pile di candele) in testa e poi il resto dei
partecipanti, i quali cantavano e recitavano formule propiziatorie. Una volta
giunti vicino alla cappella di Sant’Antonio, su di uno spiano a margine del
paese, fatto allora di terra e ciottoli, sistemavano i covoni in una grossa e
spettacolare “gregna”, la quale produceva tre quarti di grano. Questo maestoso
covone veniva decorato con fiori e ghirlande e posto al centro della piazza,
poi iniziava il gioco mimico della mietitura: dei falciatori si avvicinavano e
tagliavano scenicamente il grano. Presi a scherzo alcuni visitatori
della “gregna”, di solito forestieri, scelti come vittime, erano testualmente
minacciati, sacrificati, uccisi simbolicamente con le falci e presi a calci.
Gli anziani dicono che con le punte delle falci venivano sbalzati cappelli e
spuntate camicie. In seguito gareggiavano per gioco a chi falciava di più dei
piccoli covoni fissati a terra sul ciottolato con dei sassi, che poi buttavano
in aria sempre con le estremità della falcatura. Poi, intorno ad una bella
donna, sulla cui testa veniva posto un covone, si avvicinavano due mietitori, i
quali - facendo dei movimenti circolari in aria - le passavano la falce intorno
alla testa, gli occhi, le gambe ed il corpo in una sorta di mimesi sacrificale,
che si chiudeva con un ballo espressivo. Il rito in genere terminava con un
convivio, in cui si beveva vino in un baccanale gozzoviglia agreste. Alla fine,
portavano il covone nella Cappella di Sant’Antonio e lo offrivano in voto:
infatti il grano prodotto da quello lo donavano alla Chiesa.
Un altro viaggio di gente, oltre alla transumanza, era quello del pellegrinaggio a Novi Velia. Noi andavamo coi pullman, però mia nonna mi raccontava che i fedeli si recavano a piedi, impiegandovi sei giorni, alla Madonna di Novi Velia, l’antica Elea, che era sede dell’illustre scuola di Parmenide, ed anche di una scuola medica, portando grano ed animali, che poi donavano al Santuario. Il Monte Sacro, il più alto del Cilento, immerso in una lussureggiante natura, si chiama anche Monte Gelbison, nome che gli fu dato dai Saraceni e che significa “monte dell’idolo”, perché era sede di un santuario dedicato ad Atena. La Madonna di Novi Velia era una delle famose «sette sorelle», dove i pellegrini si recavano annualmente. Mia nonna ci raccontava che un anno all’arrivo dei pellegrini del nostro paese le campane si misero a suonare da sole. Mi ricordo ancora uno dei canti:
Iamu a lu Monti
e ki ci vò venire.
Genti a forza
nunni vau
pigliennu.
Nun ci cririti
ka muriti hi seti.
Ogni capu ri via
nc’è na fundana.
Mbera a stu pettu
nc’è na
fundanella:
chiù thi ci lavi
chiù ci pari
bellu.
Sopa a stu monti
nci stài na gran
Rigina,
chi ci vol vinini,
tutte accuglierà.
(Andiamo al monte,
chi ci vuol venire.
Gente a forza
Non ne vado prendendo.
Non credete
Di morir di sete,
ogni capo di via
c’è una fontana.
Ai piedi della salita
C’è una fontanella.
Più ti ci lavi,
più sembri bello.
Sopra a questo monte
ci sta una gran regina.
Chi ci vuol venire,
tutti accoglierà).
Descrive l’accoglienza e l’ascesi al monte Gelbison. I
pellegrini seguivano l’abluzione ad una fontana e procedevano scalzi attraverso
un bosco, detto “del Signore”, cui era contrapposto quello “del nemico”, con
evidente allusione al diavolo, fino al santuario, attorno al quale giravano tre
volte in senso orario prima di entrare cantando. Uscendo al ritorno procedevano
a marcia indietro con il volto rivolto sempre alla Madonna.
Poi il nonno ha fatto il suo ultimo viaggio. Un
canto popolare molto intenso ci riporta la figura della vedova, che la sera non
chiude la porta aspettando il marito:
La pena ri la
virua eglia è la sera,
tutti li mariti
s’arritirinu,
e lu miu no, e lu
miu no.
Lu mengo o nu lu
mengo stu travetto
inta la mascatura.
(La pena della
vedova è la sera:
tutti i mariti si
ritirano
e il mio no, il
mio no!
Lo tiro o no lo
tiro il travetto
della serratura?).
Lasciare aperta la porta significava aspettare i
mariti che tornavano la sera dalle bettole, dove andavano a condividere qualche
bicchier di vino. Spesso tornavano ubriachi.
Avevamo conosciuto subito questa
ignota visitatrice, la morte: piccolini già i nostri genitori ci portavano alle
veglie funebri nelle case, ad ascoltare quelle lunghe cantilene, miste a
pianto, che raccontavano la vita dei trapassati. Quello della morte è un
viaggio ignoto, che ci tocca, prima o poi.
Questo grande viaggio veniva celebrato in novembre,
mese dei morti. Gente in cammino, vivi e morti si incontrano: un viavai di casa in casa.
Al cimitero portavano i fiori del tempo. Prendevano dei doni, soprattutto
alimentari, li deponevano in un piatto e li lasciavano la notte alla finestra
con una candela accesa. Poi sentivano un rumore e si alzavano: ecco è passata
la buonanima di tizio, o di Caio, o di Sempronio! Credevano che arrivavano i
morti a mangiare. Era la festa loro. Raccoglievano sacchi e sacchetti di grano
e li deponevano in chiesa, ai piedi di Gesù crocifisso. Lì si formavano delle
montagne altissime di cereale, che poi veniva devoluto per la Chiesa, per i
poveri. Andavamo a giocare su quei monti frumentari. Il grano era come l’oro.
Il Giorno dei Morti c’era una processione dal paese al cimitero: una lunga fila
di velli scuri, che quasi riluceva sul paesaggio imbiancato, a volte, dalle
prime nevicate. Portavano il lutto per anni ed anni, i maschi col bottone nero,
le donne sempre vestite con lunghi scialli tetri. Ai funerali cominciavano con
le cantilene, che raccontavano tutta la vita del defunto. E poi a noi bambini
ci raccontavano che non bisognava mai uscire la sera dei morti, perché alle anime
era concesso di
uscire trai vivi, di festeggiare e di celebrare la messa dei morti. Allora per
le strade giravano diavoli, fantasmi: i “mamoni” li chiamavano, con evidente
allusione a Mammona.
Per caso Nunziella uscì di casa ed
ignara di quella situazione, si mise a festeggiare. A mezzanotte suonarono le
campane a festa. C’era la luna piena e pareva quasi giorno, come nella canzone
di Sant’Alfonso: «Quanno nascette Ninno a Bettlemme. Era notte e pareva mienzo
juorno».
Nunziella, trascinata dal fiume
della folla si ritrovò in chiesa e c’era una festa grande. L’organo suonava a
tutta canna. Entrò un prelato tutto inghirlandato. Cominciò una messa solenne
che durò tre ore. Pareva la notte di Natale.
- Oh come è bella
questa funzione!
Diceva comare Nunziella.
E poi da lontano intravedeva dei volti noti: i genitori, i fratelli, gli zii, i
parenti, gli amici, ma erano morti. Cominciavano a salutarla ed a gioire di
vederla. Ed ella pensava:
- Mah! Che strana
festa.
Quelle persone
erano morte.
Quando Nunziella
si accorse che erano tutti morti, dallo spavento le prese un tocco e rimase
stecchita pure lei trai banchi della Chiesa.
Tutti
prima o poi debbono intraprendere il grande viaggio della morte. Gli antichi
descrivevano il viaggio che facevano i defunti nel regno dei morti. Da noi
passavano il fosso dei morti, sotto la campagna di “Ruspagano”, un canyon
profondo che il fiume Racano aveva solcato tra le dure pareti di pietra delle
montagne del Raparo e del Castelveglio.
Nessuno mai percorreva impunito quel canyon: lì i pastori avevano visto il
diavolo, avevano parlato con lui. C’è ancora la grotta del diavolo. Una donna
al fosso dei morti andando a lavare la lana, aveva visto un bimbo nelle acque.
Pareva Mosè nel cesto, allora lo prese e lo caricò sulle spalle. Salendo dal
fiume però questo bambino, tutto barbuto, divenne pesante ed allora ad un certo
punto lo buttò giù dalla schiena. Parlava come se fosse uno adulto. Era un
diavoletto. Quel fosso è pieno di demoni, che ogni tanto scatenano delle tempeste
inaudite. Allora vedevi i tempestari in fila, che coi loro riti strani,
respingono le folgori ardenti. La festa dei morti era un’occasione propizia di
convivenza coi trapassati. Tra il regno dei vivi e quello dei morti c’è
continuità e amore, quella foscoliana «celeste... corrispondenza di amorosi
sensi».
A
Natale poi tornavamo un attimo dai parenti, a casa, nel nostro paese:
lasciavamo qualcuno a guardare le greggi nelle marine. Era giusto rivedere i
cari e stare un po’ con loro. Perciò si dice: «Natale coi tuoi, Pasqua con chi
vuoi». I nostri dicevano: «Pasca ‘nda na frasca,» cioè «Pasqua in una frasca!».
Dopo la messa di mezzanotte tornavano a casa a mangiare e bere, come se
avessero fatto un ramadan. Questa era la messa di mezzanotte dei vivi, a differenza
di quella dei morti, che la celebravano tutti i defunti. E poi partiva la
processione di Natale.
In
tutti i vicinati si accendevano dei falò, col significato di dover scaldare
Gesù Bambino. Attorno a questi falò era sempre gran festa. Arrostivano carne,
patate, cipolle sotto la cenere. Questi falò erano significativi e ve ne erano
alcuni durante l’anno che sempre si facevano: quelli di San Giuseppe, il 19
marzo a sera con le ginestre che scoppiettavano. Bellissimo! E i fuochi di San
Giovanni, il 24 giugno. Corrispondevano generalmente ai solstizi. Il presepe
vivente era una processione lungo le vie del paese. Avanti passavano san
Giuseppe e Maria col bambinello, seguivano i tre re magi, Melchiorre,
Baldassarre e Gaspare con i doni, poi una fila di zampognari e i pastori. Non
era raro trovare qualche animale che veniva portato in processione. Seguivano i
preti con l’asinello che raccoglievano i doni e li riponevano nei cofani fatti
di giunchi. I preti poi giravano anche le campagne e si fermavano a dormire la
notte, magari presso qualche vedova. Queste processioni si facevano ogni tanto
per ricorrenze festive. La processione è simbolo del popolo in cammino: molto
devote e seguite erano quelle religiose, in occasione delle feste, san Rocco,
sant’Antonio e la Madonna del Carmine. Il Venerdì Santo, i maschi seguivano
Gesù morto nella parte alta del paese e le donne, invece, seguivano Maria
Addolorata nella parte bassa. Poi si riunivano tutti in piazza e tornavano in
Chiesa.
Oltre
a quelle religiose vi erano le processioni profane, come quella di Carnevale.
Una piccola banda di musicisti, detta “arrivotapopolo” si avviava per le vie
del borgo in un clima festoso. Si portavano due asini, su di uno riponevano un
pupazzo che era “Carnuvaro” e sull’altro “Quaremma”. Seguivano la fila delle
“farze”, o maschere, che giravano per le vie del borgo e cantavano col “cupi
cupi”, uno strano strumento fatto in pelli di capra, simile ad un tamburello
che reca un astuccio nella sommità. Era il caso di dire con Pirandello: «Nella
vita incontrerai tante maschere e pochi volti». Questa processione girava il
paese e raccoglieva i doni che poi venivano consumati nella festa.
Questi
erano i nostri piccoli viaggi. I pastori sono gente in cammino, sempre. Si
alzano presto e portano a spasso gli armenti. Si riposano un po’ il meriggio
sotto l’ombra di qualche faggio. Ancora quando ci penso, mi sovviene Virgilio:
Tityre,
tu patulae recubans sub tegmine fagi…
Ci
raccontavano che sotto uno di quei faggi dell’immenso monte del Raparo una
volta i briganti avevano ucciso un uomo: gli avevano spuntato un capo si
intestino e l’avevano legato al faggio. Poi l’avevano costretto a girare
intorno fino a morirne. Gli alberi sanno tutto. Come ripensavo in qualche
verso, rivolgendomi al faggio antico:
Lo so. Non dirmi
dell’uomo ucciso
dal brigante,
le sue viscere avvolte
al tuo stanco tronco.
Certe ferite giammai
si rimarginano.
Io sono venuto solo
come armento lanoso
alle tue ombre fameliche
a meriggiare. Permetti
di posare il mio capo
infuocato su questi cuscini
di foglie,
seccate pantofole
dei tuoi verdi piedi.
Sanno
quando cadde l’aereo, durante la guerra, sulle cime di quella catena. Tutti si
erano recati a prendere qualcosa che era rimasto. I membri dell’equipaggio
erano tutti morti. I pastori erano come formiche che piano piano mangiavano i
resti di un uccello morto. Vennero dalla montagna tutti ben vestiti e
cominciarono a far insospettire tutti.
- Ecco Muzzolone. Ha
appeso gli zoccoli al fagastone!
Cioè chi portava
gli zoccoli di legame duro, se non andava scalzo, venne visto con belle scarpe.
Quando fu scoperto l’aereo, i corpi degli estinti vennero riposti in una fossa
comune. C’era tanta fame durante a guerra! Perciò per necessità prendevano quel
che potevano e lo nascondevano nella paglia. Anche qui raccontavano un fatto
simpatico. I carabinieri, quando seppero dell’accaduto, andarono ad interrogare
un “gualano”, che veniva chiamato “il guappo”, mentre arava i campi. Ad un
certo punto dell’interrogatorio, il maresciallo cominciò a replicare:
- Ebbè! Io sono
un’autorità! Mi dovete dare del Voi! Non potere rivolgervi a me così!
Al che rispose:
- E maresciallo mio
se vi do i “Voi” come finisco di arare i campi?
Il maresciallo
pretendeva il “plurale maiestatis” e quello aveva capito che doveva cedergli i
buoi.
Io
non ho mai visto gente più itinerante dei pastori: sempre, notte e giorno a
seguire gli armenti. Così dicevano:
- I fattori escono
di notte e tornano di notte a casa.
La
vita loro era un perenne cammino, fino al viaggio finale, quello della morte,
che ti porta in tratturi oscuri, sconosciuti, in mete imprevedibili. Anzi
quella morte veniva nelle antiche immagini paragonata ad una pecora che sempre
pasce: la morte si ciberà delle anime, come se fossero fili d’erba, che sempre
sono brucati e ricrescono in eterno. Mors depascet eos, canta il salmo.
E commenta San Bernardo: Sicut animalia depascunt herbas, sed remanent
radices, sic miseri in inferno corrodentur a morte – come riporta
Sant’Alfonso nel suo “Apparecchio”.
lunedì 22 giugno 2026
INNO A SANTA LUCIA nel vernacolo di Castelsaraceno (a cura di Vincenzo Capodiferro)
Questo inno a Santa Lucia in vernacolo, ripreso dagli anziani, è di una bellezza straordinaria. Viene riportato in “Castelsaraceno. Canti religiosi”, a cura di A. Santo, “Saggi” curati dall’Associazione Lucaniart. Per certi riferimenti si presume che alcune descrizioni rimandino alla beata Lucia da Narni, il cui culto probabilmente fu portato dagli esuli ferraresi a Castelsaraceno, i Giocoli, giunti in Lucania al seguito di don Giulio De Grandis, vescovo di Anglona dal 1548, come riferisce Carlo Caterini nei suoi studi.
(Vincenzo Capodiferro)
Sanda Lucia ra Roma
vinìa,
la Maronna scundrau pì la
via,
“Chi hai ca sempi chiangi
mea Lucia?”
“Chi vogliu avè bella
Maronna mia?”
“‘Ntà l’occhi mei gentil
na furia tenco,
menza viva mi sendo e
menza morta”.
“Chi hai, figlia mia, ca
veni manco?
Veni addovi t’aggiu ritto
pì via torta”.
A lu giardinu meiu vacci
Lucia,
na rama cimali cogli e
cussì sia.
Cu le mei mani l’aggiu
siminata,
cu li mei peri l’aggiu zappulìata.
Sanda Lucia gloriosa e
bella
facìa adurazione intà na
cella.
Hìu u rrè e le resse
‘mbere:
“He ti vulera à lu miu
vulere”.
“He ti rera na granni
cittàne”.
Cumi Lucia sti paroli
sintìu:
“L’occhi ra ‘ncapu
m’aggia livane”.
Intà na vacinella li
mittìu.
Li mannau a rialani au
rrène.
Un rè li mannau quattu
saracene.
Cu spade e cu curtedde à
fa guerra,
nu miraculu Lucia feci ‘nderra.
Sanda Lucia a la vocca lu
risu:
u settimu cielu fozi
avuzata.
“Addiu ca he mi trovu in
paravisu
Virgine e schietta Diu
m’ha livata”.
******
Veniva da Roma Santa Lucia,
incontrò la Madonna per
la via.
“Che hai che piangi
sempre, mia Lucia?”
“Che voglio avere, bella
Madonna mia?”
Agli occhi miei gentili
il morbo infuria,
mi sento mezza viva e
mezza morta:
“Che hai figlia mia,
quale incuria?
Vieni dove ti ho detto
per via torta”[1].
“Al mio giardino vacci
subito Lucia,
un ramo in cima raccogli
e così sia!
Con le mie mani l’ho
seminato,
coi miei piedi l’ho zappettato”.
Santa Lucia, gloriosa e
bella,
faceva adorazione in una
cella.
Andò il re ai suoi piedi
a giacere:
“Ti vorrei sottomessa al
mio volere”.
“Una gran città vorrei a
te donare.
Come queste parole sentì
Lucia:
“Gli occhi dalla testa mi
devo levare!”
E li mise in una
bacinella pia.
Al re li mandò a
regalare,
il re quattro saraceni a
lei inviare:
con spade e coltelli
facevano guerra,
Lucia fece un miracolo su
questa terra.
Santa Lucia con in bocca
il riso
Al settimo cielo fu
innalzata.
Disse: “Arrivederci in
Paradiso!
Vergine e casta Dio mi ha
preservata”.
Vernice n. 65 , Genesi editrice, Torino
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