
Una specie rarissima che abita gli strapiombi divini del Pollino
In pochi conoscono questa
possente conifera, anche perché è arduo il passo per raggiungerla, perché ama
radicarsi in posti insoliti, al limitar dei precipizi. Il pino prende il nome
dalla corteccia molto spessa, che pare, appunto, una lorica, un’armatura d’antichi
legionari. E le rughe di questi alberi, che paiono buttarsi dalle rupi, sono
così possenti e resistono ai venti, alle tempeste, alle intemperie. Ma ancor
più in pochi conoscono come mai questa pianta così rara cresce solo qua e sfida
il potente vento. Pare come quel ceppo, di cui canta il poeta:
Porta le fronde. Vedovato e solo
Il rude tronco
oppone alla tempesta
L’invitto schermo
de’ suoi lustri, e resta
Con saldo amplesso
abbarbicato al suolo.
Il malvagio Principe
di Stigliano avanzava pretese sul feudo
e cacciò Orio Sanseverino, figlio di Ugone, gettandolo in prigione. Orio riuscì
a fuggire e si rifugiò nel bosco di Favino, ma fu colto da maledizione. Intanto
l’iniquo Principe di Stigliano governava dispoticamente la città, insieme sia al duca Ugone che all’Abate Sanseverino, imponendo
un potere intollerabile. Il Duca e l’Abate d’accordo, perché della stessa
famiglia, esigevano la piazza, i pesi e le misure, mantenevano le tasse e
pretendevano tutto ciò che al feudo si appartenesse. Il Principe di Stigliano,
con la forza, pretendeva in eguale misura tutto quanto sopra e, oltre a ciò,
estese i diritti feudali a cose di onore di estrema delicatezza. In pratica
esercitava lo ius primae noctis. Probabilmente furono questi soprusi che
sollecitarono alcuni buoni mariti a ribellarsi. Si racconta che uno di essi si
travestisse da donna e picchiasse a morte il Principe. Molti cittadini si
allontanarono da Castello e trasferirono alle falde del Pollino. Il vate così
esprimeva queste lamentanze:
mi diè tutti a oltraggi, a infamia, a morte;
addio prisca moral, bei giorni aviti
quando mi ebbi a signori i cenobiti.
– Chi è? Sto sognando. O sono morta? O chi tu sei? Ma sei Orio? Ma cosa
ti è successo?
– Sono Orio. Ti amo.
– Un Principe tutto di legno?! Ma come fai a parlare? Ma io sto sognando?
O sono morta!
– Noi siamo come alberi viventi: i piedi sono le radici, abbiamo il
tronco e i rami, le nostre braccia e la testa e i capelli sono la chioma con le
foglie.
E Orio raccontò la sua storia. Il Principe di Stigliano aveva fatto fare una
maledizione dal terribile mago Pan: aveva trasformato il Principe Orio, Signore
di Castello, in un uomo di legno. Orio s’era rifugiato nel bosco. E Pitis fu accudita
dal Principe di legno per tanti anni. Tutti si erano dimenticata di lei. Ad un
certo punto, dopo dieci anni, una vecchietta con uno scialle nero, tutto
ricamato, andava nel bosco a cercare dei funghi e incontrò la giovane Pitis.
– Io lo so che tu sei Pitis. Il Principe Orio è colto da maledizione. Ma
se tu aspetti la notte di Natale di Luna piena, che accadrà quest’anno, puoi
rompere l’incantesimo. Quando il Principe si addormenta a mezzanotte, cala
sulle sue labbra questo elisir che ti do. Ed egli tornerà come prima. Io sono
Borea, moglie di Pan, il mago che mi ha abbandonato per seguire una giovane
maga. Mi ha tradito. Però, ricordati, figlia mia, che il Principe di Stigliano
possiede una freccia d’argento, che ha poteri magici solo nel bosco di Favino e
se viene scoccata trova il principe e l’ammazza. Ma io ti proteggerò. Non ti
preoccupare.
E così fece Pitis: infatti, la notte di Natale versò sulle labbra l’unguento
magico e baciò il Principe e il Principe tornò uomo. Era bellissimo. Pitis l’amò
e stette con lui. Orio, spodestato, intanto, stava riorganizzando un esercito
per cacciare il Principe di Stigliano da Castello. Passarono nove mesi e Pitis
ebbe un figlio dal Principe Orio, che fu chiamato Ugone, come il nonno. Era
bello e carnoso. Il principe di Stigliano, saputo che nel bosco si stava riorganizzando
un esercito, anche perché Orio depredava, come Robin Hood, tutte le carrozze
con le ricchezze che dovevano passare di là, per darle ai poveri, mandò dei
cacciatori agguerriti con la freccia d’argento per colpire Orio, che nel
frattempo si era appostato sul ciglio di un dirupo e stava precipitando per
difendersi. Scoccata la freccia d’argento, d’un tratto Pitis si lanciò per fare
da schermo e per salvare l’amato. Borea, che stava lì a guardare, per impedire
che Pitis precipitasse nell’abisso, fece una magia e trasformò Pitis in pino
loricato. La freccia scontrandosi contro la dura lorica si ruppe e così fu
rotto l’incantesimo. Non si vide più Pitis. Era un albero rugoso e forte che
stava sui dirupi del monte Alpi, sul bosco di Favino. Da allora molti pini loricati,
suoi figlioli, sorsero sulla montagna. Il Principe Orio riuscì a riconquistare
il feudo e a cacciare l’usurpatore. E Pitis, donna-albero, come era stato per
un po’ il suo amato Orio, ancora sfida sull’aspro monte il vento, come il vate
canta:
Ma questo capo
eretto in vèr le stelle,
D’umana possa
spregiator, non doma.






