Forse si potrebbe
ricorrere alle inezie laboriose di Giorgio Manganelli quando, magistralmente,
si soffermava sui frammenti di Eraclito, l’amante del contraddittorio e del
fuoco suscitante guizzi, schegge che si diffondono esili ed eterne. Allora
appare l’operante desto e dormiente nelle cose, come poter dire che i sogni
sono accadimenti e hanno quindi in sé principio di verità. Sì, perché il sogno,
come ben indicato nella nota di Silvia Comoglio, è materia su cui costruisce la
sua eccezionale impalcatura testuale, Massimo Viganò con il libro di poesia
“[Luci della notte e luce del giorno]”. E già emerge una peculiarità che
occhieggia alla dimensione dei risultati-guida per le navigazioni delle attuali
poetiche, come si rivelerà nell’opera. Il titolo è racchiuso tra parentesi
quadre. Tutta l’architettura dell’esito esprime una forza esplicativa dominata
da un fattore fondamentale. La versificazione, per lo più lunga e prosastica, è
comunque decisa da una netta formazione asimmetrica degli stessi corpi testuali,
in una complessità emergente nel costante e dirompente utilizzo
dell’interpunzione. Trattini, tre punti, parentesi tonde, quadre, graffe,
intervalli, spaziature, sospensioni, inserimento dello slash (singolo e
doppio), iati, diversità di caratteri e, in alcuni casi, di corpi di
carattere...insomma Massimo Viganò applica una formulazione scritturale in
versi di assoluta varietà e molteplicità, a testimoniare che, anche nella
strutturazione più contemporanea, oltre ad aspetti evidentemente fonetici e ritmici,
qui volutamente scardinati e aperti, assume primaria importanza tutta la
dimensione visiva e grafica. Quasi un arazzo asimmetrico nel quale abitano le
esplicazioni oniriche che interpretano e traducono timori e desideri, necessità
veicolate ed opzioni irrisolte, “confido [...]/ [...] che del sogno invidio il
sonno e al sonno l’(in)capacità di narrarsi, di dis-“ e non manca il verso
lungo che si concede la tmesi e propone un passaggio che delle interruzioni fa
la comparazione dei dissesti linguistici registrati nella prospettiva della
mappatura: “porsi (come ci fosse) dis-velarsi agli occhi [e altri ammenicoli]
durante la...”. In altro passo poi: “[che] sbatta nel vento (come gli infissi
di certe case inabitate) e dissangui e possa/ essere agevolmente (ri)condotto a
un senso”. Che dire, se non il felice riscontro di una scrittura poetica
imprevedibile e, nello stesso tempo, rigorosa quasi in accezione analitica.
Certo, in questo spazio, la centralità delle filiazioni grafiche tende a porre
in secondo piano la sonorità timbrica dell’accostamento fonetico, poiché la
priorità dell’esecuzione si concentra sul disegno testuale, avvalorando una
opzione di trame prosastiche, attraverso il senso della vocazione atonale. E
sono voci accolte dalla prospettiva delle lontananze e delle interruzioni,
dell’alternarsi di sonno e veglia, del loro confondersi. Quasi, per citare un
titolo di Adelio Fusé, altro eccelso esempio di risultato poetico, una “veglia
del sonnambulo”. E’ un alternarsi di compattezze e diradamenti, occlusioni e
aperture, intermittenze e fusioni, dove l’interlinea è procedura di possibilità
ulteriore nella chiave della sosta riflessiva e matura, così da riversare
silenzi perturbanti nel momento in cui subentra l’annotazione, “ove si compie
il gesto interminabile/ mai intrapreso né il viaggio a perdersi”. Massimo
Viganò mette in campo il tema del volo e della fine, della memoria e dell’eco,
per poi attenuare il passo o, improvvisamente, porlo in caduta verticale tra
pensieri, carni, bocche irrequiete, ombrose radure, biondo grano, odori
aquilini, gravità dei momenti. Muoversi su tali pagine è districarsi tra
collocazioni lessicali e sintattiche sia frantumate e dissolte, sia ricomposte
e ordinate su tempi differenti che giungono a variare la durata stessa della
composizione; “trasporta di che viver pel sonno di sotto la scorza/ a pelo coll’instancabile vivere ad occhi
socchiusi dato per sottendere e/ riparare”. C’è anche un “K” che sogna
direttamente, forse, la fine del tempo, giungendo ad un empirico risveglio che
ancora non è interamente tale o lo è di più. La domanda costituisce l’evento,
il quesito il suo senso; attraverso naufragio ed approdo a destini incrociati
di calviniana memoria. Ma il variare stesso porta anche al recupero di vocaboli
propri di poetiche attribuibili ad usi linguistici che furono di Montale e
Pascoli: “e guardando pencolare/ dai rappi del querciolo una fune”; così la
ricerca formale si nutre di suggestioni intertestuali, ancorando alla radice la
prossimità del riferimento composto e fertile. Le opzioni della notte, al
plurale, si confrontano quindi con l’opzione del giorno, al singolare, dove è
priorità espressiva la possibilità delle varianti, delle frantumazioni così
come delle ricongiunzioni, in un processo dinamico da edificare, pagina dopo
pagina, senza tralasciare l’inesorabilità destinale. Il corsivo, a volte, si
pone a fronte di un aroma di recupero antico e narrante, invola auspicio di
rimando come testimonianza acuita dalle suggestioni delle pause, dei sensibili
a difesa di coltura nella prossimità di frastuoni e tramonti, di un
“continua...” che riporta il passato ad una tangibilità onirica. Si rianimano
poi sensi di viaggio ed opzione: “quando sarai partito certo avrai lasciato la
sedia e il letto da rifare la porta chiusa/ a due mandate sicché vorrai serbare
da dove procedi a breve (e trovarlo com’è/ rimasto) ma tant’è il mondo sempre
gira con regolarità e ci saranno pur sempre/ altri venti e visioni...”. Il
registro di definizioni comporta l’operosa attenzione al recupero di stimoli
che la vocazione sperimentale espresse nelle avanguardie, notando la
plausibilità della notazione confidente, del “silenziosamente” e del
“tacitamente”, nella comparsa di citazioni latine, francesi, ammissioni
uditive, uso parentetico, contrazioni improvvise, ritorni a segnale, accenni e
iterazioni, riporto filologico, iato esplicativo, perfino cancellazioni;
“percorrendo infine rue la boétie/ a villefranche-sur-mer oppure/ era parigi?
con la sua nudità”. Allora, per Massimo Viganò, la scelta è ritorno ed è
rinnovo del possibile esito, quando la spazialità della pagina diviene
categoria espressiva di qualità essa stessa, concedendoci un’esperienza davvero
ad alto tasso stilistico.



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