venerdì 18 settembre 2026

Massimo Viganò “[Luci della notte e luce del giorno]” (Anterem Edizioni, 2026)

 

    


Forse si potrebbe ricorrere alle inezie laboriose di Giorgio Manganelli quando, magistralmente, si soffermava sui frammenti di Eraclito, l’amante del contraddittorio e del fuoco suscitante guizzi, schegge che si diffondono esili ed eterne. Allora appare l’operante desto e dormiente nelle cose, come poter dire che i sogni sono accadimenti e hanno quindi in sé principio di verità. Sì, perché il sogno, come ben indicato nella nota di Silvia Comoglio, è materia su cui costruisce la sua eccezionale impalcatura testuale, Massimo Viganò con il libro di poesia “[Luci della notte e luce del giorno]”. E già emerge una peculiarità che occhieggia alla dimensione dei risultati-guida per le navigazioni delle attuali poetiche, come si rivelerà nell’opera. Il titolo è racchiuso tra parentesi quadre. Tutta l’architettura dell’esito esprime una forza esplicativa dominata da un fattore fondamentale. La versificazione, per lo più lunga e prosastica, è comunque decisa da una netta formazione asimmetrica degli stessi corpi testuali, in una complessità emergente nel costante e dirompente utilizzo dell’interpunzione. Trattini, tre punti, parentesi tonde, quadre, graffe, intervalli, spaziature, sospensioni, inserimento dello slash (singolo e doppio), iati, diversità di caratteri e, in alcuni casi, di corpi di carattere...insomma Massimo Viganò applica una formulazione scritturale in versi di assoluta varietà e molteplicità, a testimoniare che, anche nella strutturazione più contemporanea, oltre ad aspetti evidentemente fonetici e ritmici, qui volutamente scardinati e aperti, assume primaria importanza tutta la dimensione visiva e grafica. Quasi un arazzo asimmetrico nel quale abitano le esplicazioni oniriche che interpretano e traducono timori e desideri, necessità veicolate ed opzioni irrisolte, “confido [...]/ [...] che del sogno invidio il sonno e al sonno l’(in)capacità di narrarsi, di dis-“ e non manca il verso lungo che si concede la tmesi e propone un passaggio che delle interruzioni fa la comparazione dei dissesti linguistici registrati nella prospettiva della mappatura: “porsi (come ci fosse) dis-velarsi agli occhi [e altri ammenicoli] durante la...”. In altro passo poi: “[che] sbatta nel vento (come gli infissi di certe case inabitate) e dissangui e possa/ essere agevolmente (ri)condotto a un senso”. Che dire, se non il felice riscontro di una scrittura poetica imprevedibile e, nello stesso tempo, rigorosa quasi in accezione analitica. Certo, in questo spazio, la centralità delle filiazioni grafiche tende a porre in secondo piano la sonorità timbrica dell’accostamento fonetico, poiché la priorità dell’esecuzione si concentra sul disegno testuale, avvalorando una opzione di trame prosastiche, attraverso il senso della vocazione atonale. E sono voci accolte dalla prospettiva delle lontananze e delle interruzioni, dell’alternarsi di sonno e veglia, del loro confondersi. Quasi, per citare un titolo di Adelio Fusé, altro eccelso esempio di risultato poetico, una “veglia del sonnambulo”. E’ un alternarsi di compattezze e diradamenti, occlusioni e aperture, intermittenze e fusioni, dove l’interlinea è procedura di possibilità ulteriore nella chiave della sosta riflessiva e matura, così da riversare silenzi perturbanti nel momento in cui subentra l’annotazione, “ove si compie il gesto interminabile/ mai intrapreso né il viaggio a perdersi”. Massimo Viganò mette in campo il tema del volo e della fine, della memoria e dell’eco, per poi attenuare il passo o, improvvisamente, porlo in caduta verticale tra pensieri, carni, bocche irrequiete, ombrose radure, biondo grano, odori aquilini, gravità dei momenti. Muoversi su tali pagine è districarsi tra collocazioni lessicali e sintattiche sia frantumate e dissolte, sia ricomposte e ordinate su tempi differenti che giungono a variare la durata stessa della composizione; “trasporta di che viver pel sonno di sotto la scorza/ a pelo  coll’instancabile vivere ad occhi socchiusi dato per sottendere e/ riparare”. C’è anche un “K” che sogna direttamente, forse, la fine del tempo, giungendo ad un empirico risveglio che ancora non è interamente tale o lo è di più. La domanda costituisce l’evento, il quesito il suo senso; attraverso naufragio ed approdo a destini incrociati di calviniana memoria. Ma il variare stesso porta anche al recupero di vocaboli propri di poetiche attribuibili ad usi linguistici che furono di Montale e Pascoli: “e guardando pencolare/ dai rappi del querciolo una fune”; così la ricerca formale si nutre di suggestioni intertestuali, ancorando alla radice la prossimità del riferimento composto e fertile. Le opzioni della notte, al plurale, si confrontano quindi con l’opzione del giorno, al singolare, dove è priorità espressiva la possibilità delle varianti, delle frantumazioni così come delle ricongiunzioni, in un processo dinamico da edificare, pagina dopo pagina, senza tralasciare l’inesorabilità destinale. Il corsivo, a volte, si pone a fronte di un aroma di recupero antico e narrante, invola auspicio di rimando come testimonianza acuita dalle suggestioni delle pause, dei sensibili a difesa di coltura nella prossimità di frastuoni e tramonti, di un “continua...” che riporta il passato ad una tangibilità onirica. Si rianimano poi sensi di viaggio ed opzione: “quando sarai partito certo avrai lasciato la sedia e il letto da rifare la porta chiusa/ a due mandate sicché vorrai serbare da dove procedi a breve (e trovarlo com’è/ rimasto) ma tant’è il mondo sempre gira con regolarità e ci saranno pur sempre/ altri venti e visioni...”. Il registro di definizioni comporta l’operosa attenzione al recupero di stimoli che la vocazione sperimentale espresse nelle avanguardie, notando la plausibilità della notazione confidente, del “silenziosamente” e del “tacitamente”, nella comparsa di citazioni latine, francesi, ammissioni uditive, uso parentetico, contrazioni improvvise, ritorni a segnale, accenni e iterazioni, riporto filologico, iato esplicativo, perfino cancellazioni; “percorrendo infine rue la boétie/ a villefranche-sur-mer oppure/ era parigi? con la sua nudità”. Allora, per Massimo Viganò, la scelta è ritorno ed è rinnovo del possibile esito, quando la spazialità della pagina diviene categoria espressiva di qualità essa stessa, concedendoci un’esperienza davvero ad alto tasso stilistico.

                                                                                 Andrea Rompianesi

 

 

 

domenica 13 settembre 2026

Enea Biumi “Magatèi/ Burattini” (Puntoacapo Editrice, 2026)

 


E’ lieve e antico, calibrato e partecipe, il passo di Enea Biumi in questo suo esito in lingua bosina a fronte della versione italiana. “Magatèi/ Burattini” conferma, come bene dice Mauro Ferrari nella nota, ironia dolente e tenerezza feroce, per congiungere gli stimoli operosi del contesto anche naturale con gli afflati, le attenzioni, le sensazioni, gli accostamenti propriamente visibili e percepibili nelle sfumature che l’autore coglie, registra, filtra e interpreta. “Sémm chì a pé biòtt/ ca bàlum in la fiòca”; “Siamo qui a piedi nudi/ che balliamo nella neve”; viviamo le ansie quotidiane, assistendo impotenti alla deriva dell’umanesimo, alla resa di una società in cui è arduo riconoscersi. Sembra di essere “al freddo del Titanic”, titolo della prima sezione del libro dove l’assuefazione ai tragici segnali del contesto impedisce una presa di coscienza collettiva nella mistificazione di una necessità che inoltra esiti bellici e barbarie diffuse; così come si evidenzia una temporalità malata ed espressamente amara: “La végia ringhéra la gà un fàa/ da vérd ransc”; “La vecchia ringhiera ha un sapore/ di verde rancido”; un colore che coniuga la sinestesia operativa e determina il senso di fermentazione dei continui refusi etici che nemmeno ammettono giustificazioni di mancata conoscenza a indicare, con il titolo della seconda sezione, che “così passa la gloria del mondo”. Biumi accosta l’orecchio alle cose, ai rimandi di una memoria che evoca e scolpisce la storia dei siti, gli eventi anche minimi quando si colorano di segnali e agnizioni. Tempo che incide e lascia tracce di rughe sui volti, nella vocazione di una attesa rivolta agli elementi, percependo che “un bòt da vènt strepéna ul silènzi/ indùa la munìna disbròia la storia”; “un soffio di vento spettina il silenzio/ dove il muschio dipana la storia”. La vanità si rivela nelle rovine che ne testimoniano l’incombere, così come quel dissolversi lento dei sogni, delle illusioni spogliate e frante. I versi brevi sono essenziali nella loro stesura, nell’avvalersi della centralità di uno spazio, quello della pagina, in poesia sempre sospensivo e, nello stesso tempo, svelante, vero respiro ritmico e visivo. In questa parte del libro, il senso della transitorietà aveva innescato un confronto attento con quella maestra di vita che spesso perde, a causa nostra, il suo ruolo. Raccogliendo nel percorso gli stimoli dei luoghi, come il Sacro Monte di Varese, Biumo Superiore “con le lucertole sul muro/ fra l’edera l’erbacce e le foglie secche”, i boschi del Seprio. L’ambiente conosciuto dal poeta rispecchia, nei suoi intimi lineamenti, il sentire l’afflato emozionale qui stratificato in passaggi quieti ma decisi, in una considerazione dove la lucida amarezza convive con la sensibile ironia. C’è in Enea Biumi un senso del levare orpelli e distrazioni, per una poetica intenta ad assaporare le levigature che possono offrire un segno identificabile nelle tracce di natura e nelle vicissitudini dei tempi; la sua intenzione civile riverbera mite, quasi in una dicitura volta alla sacralità minima delle cose, a quelle tonalità di tramonto che promettono un rifugio tenue, una pausa silente. “Fòrzi l’è dumà un regòrd/ ul tò nom o la tò fàcia/ stampàda in dul spéc du l’aqua/ che pòch a pòch s’impàna”; “Forse è solo un ricordo/ il tuo nome o il tuo viso/ stampato nello specchio dell’acqua/ che poco a poco svanisce”...quindi l’amore vissuto e ricordato nelle sequenze di una biografia posta a confronto con gli eventi grandi e piccoli, con le apparenze, quasi fossero “bolle di sapone” come il titolo dell’ulteriore sequenza. Desiderio di ascolto e vicinanza, di contatto e dialogo, di attenzione nello sguardo, come bene indica una citazione che richiama Tolmino Baldassari. D’altra parte, afferma Biumi, gli stessi desideri sono bolle appunto che “scoppiano nel niente” anche se il niente non c’è, e quello che rimane sono sogni al risveglio, quindi qualcosa comunque. Su questo qualcosa s’innesta il cammino, la campana del vespro, un’ulteriore voce di bocche in affanno. Così la quarta e conclusiva sezione rivela “capricci di una clessidra”, “st’ umbrìa ca scàpi/ l’è ‘l mè destìn”; “Quest’ombra che fuggo/ è il mio destino”, attraverso sensibilità di lago, fervore di foglie, burattini senza tasche, gatti in calore, melodie ondulate. Il procedere dei pensieri accosta strofe nella cucitura dei dettagli, evaporazioni conducono alla presa d’atto emissaria di un rovello quotidiano che non rinuncia all’appiglio, allo scorgere particolari e anfratti, “mentre la breva/ asciuga le scintille del cuore”, in uno smarrimento leopardiano.

                                                             Andrea Rompianesi

 

lunedì 7 settembre 2026

“MAGATÈI/BURATTINI” DI ENEA BIUMI a cura di Vincenzo Capodiferro

 


 “MAGATÈI/BURATTINI” DI ENEA BIUMI Una raccolta in bosino ricca di versi pungenti come frecce: una poesia sociale coraggiosa

È uscita alle stampe “Magatèi” / “Burattini”, raccolta di poesie in vernacolo bosino di Enea Biumi, editore Punto a capo, 2026. Il testo è suddiviso in quattro sezioni. Burattini, Sic transit gloria mundi, Bolle di sapone e Capricci di una clessidra. Questa raccolta, molto intensa, è intrisa di profonde emozioni, di pensieri bollenti. Troviamo qui un Enea, pur nella lingua locale originaria, che quasi teatralmente si presenta come un vate, nel senso classico, almeno quello sognato dall’ultimo D’Annunzio, impegnato nel sociale, una voce dissonante che denunzia l’ingiustizia, l’oppressione. Pare uno di quei libretti dei librettisti ottocenteschi d’Opera. Innanzitutto, dobbiamo sottolineare l’importanza del recupero delle lingue locali, nella fattispecie del dialetto bosino, bandite un tempo dalle aule delle istituzioni scolastiche. L’italiano in fondo cosa è? Un dialetto nazionale, il toscano. Il dialetto ha diverse qualità, ma soprattutto due: è più vivo, espressivo e genuino. E poi avvicina di più al popolo. Almeno così era una volta, quando tutti lo parlavano e lo conoscevano. Noi proveniamo da una regione ove il dialetto è ancora una grande risorsa. Ogni paese ha un dialetto diverso, ogni borgo. Poi quivi, rispetto al contenuto, è d’uopo evidenziare come la poesia diviene canto popolare, sociale, invito alla riscossa, richiamo delle masse, sempre più amorfe a prendere coscienza a non allontanarsi dal vero, a non ascondere, come struzzi, la testa, cioè l’intelligenza, sotto le sabbie mobili della società liquida, a non farsi risucchiare dalla mortifera palude dell’indifferenza. Enea, in fondo, proviene da quella generazione rivoluzionaria dei sessantottini, molti dei quali oggi sono divenuti sessantotteschi, cioè soprammobili ben lucidati che stanno bene là, sopra i comò.

 L’ansia dei prepotenti

che vogliono comandare

ha gettato il mondo in guerra

la pace è un delitto

da schiacciare sotto i piedi.

 Domina la “fàna da preputènt”, come la definisce il poeta, del neoimperialismo. Quella generazione del Sessantotto aveva un fuoco dentro, che la nuova generazione ha perso, era una generazione sanguigna. L’odierna generazione è, invece, flemmatica, ha l’acqua dentro le ossa. Leggendo queste ermetiche poesie ma concise, forti, molto ermeneutiche, ci sovviene in mente il nostro poeta dei contadini, Rocco Scotellaro. Acqua e fuoco come li metti insieme? Il vapore! La forza del vapore! Enea è un intellettuale impegnato, vivo, in tutto: nella letteratura, nel teatro sociale, anche in vernacolo, in una narrativa realistica, però oltraggiosa dei canoni comuni, dei manierismi, dei fenomenismi che passano ancor oggi, come sempre, come lampi nell’eternità. Sic transeat gloria mundi.

Chi è quel senza dio

che per prima

ha preso nelle mani un bastone

per andare

a fare la guerra?

Non si è accorto

che la gente muore egualmente

senza doverla uccidere?

Rousseau scriveva: «Il primo che avendo recinto un terreno, osò dire, questo è mio, e trovò gente così ingenua da credergli, fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, quante guerre, quanti assassini, quante miserie e quanti orrori avrebbe risparmiato al genere umano quello che strappando via i pali o colmando il fossato, avesse gridato ai suoi simili: guardatevi dall’ascoltare questo impostore».

La guerra comincia col possesso, con l’assolutizzazione della privatezza. Privato deriva da privare. La proprietà un furto, proclamavano i socialisti, mica tanto utopisti. La guerra la fanno i ricchi per arricchirsi e per ammazzare i poveri che danno fastidio. Così è stato sempre, nel Quindici/Diciotto, nel Quaranta e soprattutto nel Quarantatré, quando di nuovo le masse proletarie si mossero, tendendo la riscossa al potere. Così è stato da sempre, da Spartaco agli ultimi spartachisti: i moti sociali del biennio rosso e i moti sociali del ‘43. Enea chiama il senza dio il “lantecrist”, cioè l’anticristo. L’opera dei capitalisti e super-capitalisti fomentatori della guerra è contraria a Dio stesso. Essi sono schiavi di Mammona e della Morte, non della Vita.

C’è una profonda spiritualità in questi versi. Ci sono momenti in cui il poeta si riposa negli angoli ameni della bella provincia, bella come il bel Paese, come un tempo l’Italia nostra era descritta, sotto l’ali della Madon du Mont, o al Seprio, o al Chiostro di Voltorre, ad esempio:

Il Chiostro di Voltorre

nasconde i miei affanni

e il sentimento

gioca nel presente.

 Voltorre è un gioiello d’arte. Voltorre richiama un nome a noi noto: il monte Vulture. Vultur, nome antico, etrusco latino: l’avvoltoio, nome antico, simbolico, ricco.

 Sic transeat gloria mundi

par che la dìsa

stà Tùur da Velà.

 Torre di Velate, torre antica, simbolo eterno! Ricordo di antiche battaglie tra Ariani e Ambrogio glorioso! Velate che ci ricordi Guido, vescovo controverso e Arialdo, santo diacono della Pataria milanese! Una poesia che inneggia alla virtù, alla spiritualità, che invita a valori eterni. Una poesia che denunzia la vanità del mondo, delle guerre inutili: Omnia Vanitas. Una poesia che punge quelle bolle di sapone umane, che rivela i capricci della clessidra del tempo. Hegel sosteneva che una storia senza guerra segna solo pagine bianche. Noi crediamo invece che una storia senza guerre e senza eroi stupidi e vani sarebbe stata una storia meravigliosa. I futuristi inneggiavano alla guerra igiene del mondo. Noi, invece, con Enea, inneggiamo alla pace, salute del mondo. Gli eroi? Quanto sangue sono costati al mondo! Ed oggi ancora ce li troviamo innanzi ai nostri occhi stupiti e stupidi coi novelli culti della personalità.

Questa raccolta richiama subito ad un ambiente teatrale, caro a Enea. I burattini: la maggior parte dell’umanità, manovrata da invisibili fili, da miliardari senza scrupoli, da chi detiene il vero poter del mondo, quello economico. Il povero Marx l’aveva capito, fin troppo!

 

Vincenzo Capodiferro

 

martedì 25 agosto 2026

I Nati del 1951 di Castelsaraceno ( PZ) si festeggiano: I Ricordi sono pur sempre….Poesie

 

Si sono dati appuntamento in piazza prima della messa i coscritti  del 1951
Prospero Cascini, Fulco Vito, Iannella Vito nato a Castelsaraceno residente a Ferrandina (Mt), De Santis Felice,Cascini Angela,Isidora Calcagno nata a Castelsaraceno, residente a Policoro(MT), Iannella Vincenzo e Iacovino Caterina (coniugi), De Santis Angela Pasqualina , Conte Angelo , Lardo
Giuseppe e De Lorenzo Vito.

Prospero Cascini -poeta Lucano - col
Sindaco di Castelsaraceno … Rosano!


Dalla piazza, insieme, ai propri congiunti sono
entrati in chiesa per la santa messa! Don Vincenzo Iacovino -parroco -alla fine ha salutato i nati del 1951 e si è soffermato sulla mancanza di Iniziative Simili che riempiono la Comunità, la nostra Comunità di autentico
Spirito Comunitario! Si è associato agli auguri che -in tanti  -hanno partecipato ai festeggiati !
L’incontro col
Sindaco Rocco Rosano ha toccato alcuni aspetti problematici dell’essere  Comunità anche  in
Un Paese che col
Suo ponte tibetano tra
i due parchi  riesce a calamitare turisti e appassionati da tante parti del mondo. Sono intervenuti Prospero
Cascini di Castelsaraceno e Iannella Vito di Ferrandina. Il
Pranzo è stato consumato al Ristorante da Federico  con la musica di Rocco De Pierro. Su richiesta di quest’ultimo
Il poeta Lucano Prospero Cascini ha declamato
Alcune Poesie riferite a Castelsaraceno: il
paese, il Mio Paese, le Montagne al
Mio paese e le piazze del
Mio Paese!









venerdì 14 agosto 2026

Enea Biumi, Magatèi - Burattini, ed. Puntoacapo, 2026


Enea Biumi ci consegna, nel suo dialetto bosino, una voce insieme antica e urgentemente contemporanea. Tra le rovine della Rocca d'Orino e i glicini della Madonna del Monte, tra il chiostro di Voltorre e le ringhiere arrugginite del tempo, il poeta osserva un'umanità che continua a ballare «al freddo del Titanic», mentre la guerra toma a macchiare il mondo. Con ironia dolente e tenerezza feroce, Biumi interroga i fantasmi della storia, i silenzi della natura, la memoria dei vecchi al camino e l'innocenza calpestata dei bambini. Marionette inconsapevoli o consapevoli, gli uomini danzano sul ciglio dell'abisso, mossi dai fili del potere, della violenza e dell'oblio. Eppure, in mezzo al fragore, resiste un rifugio: la bellezza aspra e luminosa della terra prealpina, la schietta poesia del dialetto, la capacità di stupirsi ancora davanti a un fiore o a una formica che solletica il collo.  Magatèi / Burattini è un libro di resistenza lirica, di radicamento e sguardo alto, per continuare a cercare, ostinatamente, un'armonia possibile. (Mauro Ferrari)

 

San Martino d‘Agri. Da Borgo a Paese dell’accoglienza e della Solidarietà attraverso la Pittura, la Poesia , la Narrazione e la Musica


Nei giorni 10 e 11 Agosto San Martino d’Agri, ospitando una collettiva di Pittura a cui hanno partecipato i pittori : Ramaglia, Cicala Del Prete, De Stefano, Candeliere, Orlando, La Casa Motta, Zaminga, Montesano, Santarsiero, Torre Schettini, Martino, Notargiacomo, Lo Giudice, DiLascio Miraglia, Akulova e Spit, e un  Salotto Letterario a cui hanno partecipato   I poeti e i narratori: Prospero Cascini, Giulia De  Stefano, Giuseppe Surico, Nicoletta Fortunato  , Francesco Serafino ,Roberta Alberti ,  Michelangelo D’ Auria , Mina Falvella, Nicola Antonio Roberto Amato, Maria Carmela Scutillo e Sabina La Grutta sempre accompagnati dal maestro Simona Russillo, ha fatto un salto di qualità  sposando la causa la causa della solidarietà reale.









La manifestazione ha affondato le radici nella vita concreta dei paesi lucani, nelle piazze, nelle campagne, nelle montagne, nelle case di pietra dove il tempo sembra conservare un respiro diverso.










Le opere lasciate faranno parte di una mostra permanente collettiva allestita nei locali dell'associazione Culturale Vincenzo Marinelli.




Tutto ha funzionato  alla perfezione sotto la guida attenta di Domenico Tranchitella  e    il controllo puntuale di Domenico  Dragonetti.




martedì 11 agosto 2026

Silvia Comoglio “Salgemma” (Book Editore, 2026)

 


                              

Il salgemma è un minerale,  un sale di rocca che ha un legame significativo con la cultura ebraica. Nella Bibbia, infatti, il sale è simbolo dell’alleanza eterna tra Dio e il popolo d’Israele. Un sale che, quindi, rappresenta una continuità poiché è stabile, non si corrompe. E “Salgemma” è il titolo dell’opera poetica di Silvia Comoglio, una delle voci più interessanti del panorama poetico contemporaneo. Il lavoro si ricollega anche al precedente esito, “Margit”, che affrontava, attraverso un disegno con fiori e farfalle della protagonista, un destino drammatico presso il campo di concentramento di Terezin. Da subito si snodano riferimenti alla Genesi, all’Esodo, ai Salmi, coinvolgendo la figura dell’allodola che inaugura il testo, condensandosi nell’avvio di una quartina allitterante quale prima stazione rigorosamente calibrata sull’endecasillabo: “l’ombra, amore, piantata, dentro/ nella gola, è ombra, tutta senza fondo,/ dell’unica tua ala che trilla, dentro,/ nella gola, a eterno spigolo di vita”. Poi, una serie di parole-chiave ad iterazione nelle strofe successive, “dentro”, “trilla”, “gola”, “parola”, e innanzitutto “allodola”, l’uccello che anticipa l’alba, accompagna l’uscita dalle tenebre notturne e acquisisce, in questo senso, un valore sacrale. L’effetto ritmico e fonetico si pone nella determinazione del verso che esprime anche tutta la necessità della dimensione grafica, con uso forte, in particolare, di parentesi tonde, trattini, tre punti. Incide la tecnica della ripetizione strutturale applicata a determinate strofe a contrasto temporale: “ieri, è ombra-/ di terra a svanire,/ splendore-/ di fiaccola accesa/ a taglio-/ di allodola di pietra”. Seguono poi, con grande perizia, innesti a diverso carattere grafico, tmesi, punti di domanda, assonanze; la reiterazione salda la compattezza dell’evento, la fissa nel dettaglio; la “quantità” visiva di spazio ammette perfino i tre punti tra parentesi quadre. Il succedersi che Silvia Comoglio costruisce sulla pagina ha una straordinaria coerenza di suono agibile, emissione di toni perfettamente compiuti ma, nello stesso tempo, aperti alla provvidenziale successione, come l’impatto di passi che colgono giunture così come avvallamenti in cui ci si rispecchia. Ci sono casi nei quali il verso si allunga, diviene una sorta di alessandrino con rimando montaliano: “tu, stammi solo a scudo semplice e risolto, a ombra”, dove incalza il refolo, la sua eco, la soglia atavica e sottile; ma anche l’inesprimibile indicato sulla pagina con una strofa visuale, a totale consistenza segnica, che presenta tre versi fatti solo di una successione lineare di punti. Il sintagma a diverso carattere innestato nella traccia rivolta all’evento possibile, pone il senso dell’attribuzione al proposito, alla responsabilità dello sguardo e del quesito, attesa ed uscita, pietra e sale, ancora l’ombra e il ventre. Forse i volumi indicati nello spazio possono essere accolti come mappe segnate dai termini di riferimento quali tangibili fonti delle possibilità semantiche che Silvia Comoglio assume in una procedura letteraria determinata nella flessibilità vocalica, così come nella solidità consonantica: “a pietra di mare, dove,/ infranto, ora risplende-/ il bacio, duro, di cielo-“. Quale vivibile vicinanza, o affetto, o amore, nella diuturna consapevolezza del dolore inevaso, della mancanza silente percepita negli intagli ricorrenti di elementi franti? Ma il corso della versificazione è così ben composto da strutturare un raro esempio di accensione verbale verso espansioni che prendono avvio da inizi embrionali e calibrature essenziali davvero precise e centrate. La veglia deterge l’accolta ubiquità che apporta discendenze assunte, sussurri sapienziali, occorrenze profetiche, memorie traspirate, sogni germogliati, “e infine, sta scritto: sono brina,/ le labbra, a ombra di confine”. Le appendici sono fronti di avvistamenti, di anabasi tradotte nella volontà di conoscere, registrare le impronte a testimonianza di dati innestati nella perizia dei giorni e delle notti, verso l’attesa e il consenso che possa agire sulle labbra, su una opzione desiderante. Esito, questo di Silvia Comoglio, che conferma un altissimo equilibrio fonetico ed una efficace e sempre rigorosa architettura testuale, a conferma della fondamentale importanza, in poesia, della tessitura grafica.

                                                                          Andrea Rompianesi

 

Massimo Viganò “[Luci della notte e luce del giorno]” (Anterem Edizioni, 2026)

       Forse si potrebbe ricorrere alle inezie laboriose di Giorgio Manganelli quando, magistralmente, si soffermava sui frammenti di Erac...