Nei giorni 1
e 2
giugno tanti pittori sono intervenuti con le loro opere ad una mostra
d’arte, curata dal pigmalione culturale Domenico Dragonetti. Tanti anche i
poeti e gli scrittori che hanno letto le
loro poesie o brani delle loro opere
nello spazio letterario- poetico gestito con competenza da Cinzia D’Agostino, moderatrice, da Franca Nigro
presidente associazione “Laurentiana
hortus” e da Andrea Lettini, presidente Associazione Laurenzana Borgo d’arte. È intervenuto nei due giorni il sindaco avv. Giuseppe
Trivigno per il saluto istituzionale, complimentandosi con i tantissimi autori
intervenuti.
il blog di Enea Biumi
Scrittura Nomade - Viaggio polidiomatico di Arte e Cultura - Variazioni sul tema scrittura
lunedì 8 giugno 2026
Al Castello di Laurenzana, pittura, narrativa e poesia danno vivacità culturale ad una intera comunità.
mercoledì 3 giugno 2026
LA FESTA DI S. ANTONIO E IL CULTO ARBOREO IN LUCANIA di Vincenzo Capodiferro
LA
FESTA DI S. ANTONIO E IL CULTO ARBOREO
IN
LUCANIA
Partiamo da alcune testimonianze sulla
festa di Sant’Antonio e il culto arboreo in un paese della Lucania. La prima è
tratta da T. Armenti, I. Iannella, Nella
magia della fede, Braciliano (SA) -1996. Teresa ed Ida, scrittrici e
letterate, da tempo sono impegnate nella ricerca storica ed antropologica sul
territorio. La loro è una descrizione molto accurata ed intensa sulla festa di
S. Antonio.
«Il rito pagano … si compone di tre fasi:
la ‘ndenna, la cunocchia e l’innalzamento.
La
‘ndenna, attualmente, si svolge la prima domenica di Giugno, con
grande concorso di popolo ... Dopo la … S. Messa mattutina, ci si riunisce
nella piazza principale e … ci si reca a Favino, noto per la maestà dei
suoi faggi ... Nel bosco si va alla ricerca del faggio più diritto e maestoso
che supera sempre i 20 metri di altezza e pesa tra le 13 e le 15 tonnellate ...
Una volta individuato l’albero, tutta la gente si avvicina e si procede al
taglio con una motosega (una volta si usava la scure); il tronco viene
sfrondato e in parte decorticato; poi viene trasportato sulla strada a forza di
braccia e con l’aiuto delle pannodde: grossi bastoni preparati appena
giunti nel bosco, con le scuri; servono da appoggio e da leva per spingere e
guidare la ‘ndenna e le proffiche. Contemporaneamente, si
scelgono altri faggi più piccoli, che vengono privati dei rami e trasportati
sulla strada da un mulo, da un asinello o dal trattore. Sono le cosiddette proffiche,
di altezza variabile dai 6 ai 10 metri, che serviranno per alzare la ‘ndenna.
Si esce dal bosco in ordine … C’è la
sosta per il pranzo … si gustano prodotti locali ... Il vino si beve per lo più
con la cannedda: piccolo becco di cannuccia, applicato alla bocca del
fiasco, dal quale ognuno beve a garganella. Nel primo pomeriggio inizia la
discesa verso il paese; prima entrano le proffiche che vengono
depositate nella piazzetta; per ultima è trasportata la ‘ndenna, che fa
il suo ingresso trionfale circondata da numerosissima gente …
Fino agli anni sessanta-settanta
partecipavano … i bovari e gli uomini del popolo. Di buon mattino, essi si
recavano a Manca Rotonda, una località ai piedi del monte Raparo […].
Dopo il taglio si consumava una frugale colazione e poi ci si affrettava per
giungere in paese prima che annottasse. La ‘ndenna e le proffiche
erano trainate dai buoi …
Le donne, che avevano preparato un ottimo
buffet casereccio, attendevano gli uomini nella piazzetta del Santo […].
Durante la prima e la seconda guerra mondiale, il rito fu interrotto per
mancanza di forza maschile, chiamata alle armi.
La cunocchia è la chioma di
un pino di 6/10 metri, che viene tagliata la seconda domenica di giugno. Anche
questa volta ci si riunisce in piazza … ci si avvia verso il monte Armizzone,
al suono delle fisarmoniche e delle zampogne; in località «Vidente» si
procede alla scelta dell’albero. Una volta individuato, ci si dispone in
circolo ed ognuno assesta un colpo di scure al tronco fino a quando non cade a
terra; si eliminano i rami più bassi e si taglia parte del fusto. Poi viene
trasportato a forza di braccia, tra suoni e canti, in una radura, dove i più
anziani … legano insieme i rami intorno a un lungo tronco sottile, facendolo
rotolare e stringendo dei nodi ad ogni giro ...
Lungo l’estremità inferiore del tronco
vengono decorticate ad anello 5 o 6 tacche, che serviranno a montare la chioma
tramite zanche di ferro … sull’estremità superiore del faggio […]. Una volta
che la chioma è stata impastoiata, si procede … ai sorteggi di chi deve
precedere la cunocchia lungo le strade ... Verso le 15.30 … si scende
verso il paese ... Al «Piano dell’Erba», la cunocchia viene presa dai
giovani che la trasportano a spalla per il paese ... Sul far della sera, si
arriva alla piazzetta ... Il luogo del taglio della cunocchia è stato
più volte variato per mancanza di pini nel territorio di Castelsaraceno che, un
tempo, nella località detta ‘Spiredda’, era coperto di abeti. La loro
presenza è testimoniata da grossi tronchi trovati nel fosso ‘Salso’ e ‘Vaccarizzo’.
È probabile che anticamente venissero utilizzate proprio le chiome degli abeti,
ora scomparsi. Per alcuni anni si è andati nel bosco comunale ‘Vaccarizzo’
di Carbone, comunemente detto ‘Vuddo’ dai castellani; in esso si
tagliava la cima di un abete bianco.
Un tempo, anche il taglio della cunocchia
avveniva in modo più riservato: erano sempre solo gli uomini a recarsi sul
luogo ... La cunocchia veniva deposta a volte nella cappella del Santo,
altre volte nella chiesa Madre …
La terza domenica di giugno si procede
all’unione della cunocchia con la ‘ndenna. Di buon mattino, alla
presenza di poche persone … i due elementi vengono saldamente uniti ... Di
pomeriggio, verso le 17.30/18.00, dopo aver legato ai rami della chioma
numerosi cartellini di legno, detti tacche, ognuno abbinato ad una offerta
consistente in agnelli, polli, prosciutti, denaro ed altro, si inizia il sollevamento
con le apposite proffiche disposte a cavalletto e con la guida
delle corde ...
L’operazione ha fine quando il fusto
risulta perfettamente verticale e le proffiche sono tutte a terra,
mentre la base del tronco viene interrata nell’apposita buca, che viene
riempita di pietre e terriccio. Arriva il turno dei cacciatori che, disposti in
ordine secondo il sorteggio, sparano due colpi ciascuno verso le tacche appese
alla chioma; chi fa cadere il cartellino ha diritto al premio. Da oltre
trent’anni non si assiste più allo spettacolo straziante degli animali colpiti
che, appesi vivi ai rami, tingevano di sangue il tronco ... Al termine della
sparatoria, ha inizio la scalata della ‘ndenna; il giovane, che è in
grado di raggiungere per primo la cunocchia, prende tutti i premi. Si
sale a mani nude ... Un tempo gli scalatori si impiastricciavano di miele e di
terriccio. La ‘ndenna e le proffiche vengono arriffate il
giorno della festa alla fine del rito. La ‘ndenna rimane ritta nella
piazzetta per una diecina di giorni, diventando sempre più spoglia, fino a
quando il vincitore non l’abbatte.
Questo rito si collega ai vari culti
arborei presenti ancora in Basilicata nei seguenti paesi: Castelmezzano,
Garaguso, Accettura, Pietrapertosa, Gorgoglione, con l’uso del cerro, e
Rotonda, Viggianello, Terranova del Pollino, con l’uso del faggio ... Il
simbolismo sessuale si può rilevare anche durante la preparazione dei due
elementi ... La cunocchia è la rocca con la quantità di lino o lana
avvolta intorno; potrebbe, pertanto, simboleggiare il filo della vita sostenuto
dalla ‘ndenna ... Potrebbe rappresentare l’albero della libertà,
innalzato a seguito della rivoluzione partenopea alla fine del 1700 ... La data
della festa è stata mutata varie volte; agli inizi del secolo era fissata al 13
giugno; fino agli anni ’50 entro l’ottavo giorno del 13, per assicurare la
presenza della banda musicale; in seguito fu scelta la data del 19 giugno; da
due anni è stata stabilita la terza domenica di giugno».
La
seconda è tratta dalla “Monografia su Castelsaraceno” del prof. Ermenegildo
Cascini, 1957, fol. 35-37. Il professor Ermenegildo Cascini insegnava lettere
ed è morto tragicamente in un incidente stradale.
«Nel
1636 fu elevato a Patrono di Castelsaraceno S. Antonio di Padova su proposta
del P. Carlo Placuzio dell’ordine di S. Girolamo della Congregazione del B.
Pietro da Pisa ... I P.P. Cappuccini diedero la statua, come si rileva dal
pubblico strumento per notaro Iacovino ...
I festeggiamenti in onore del S. Patrono
si celebrano ogni anno il 17 Giugno con grande intervento anche di forestieri,
attratti soprattutto dallo espletamento di una tradizione la quale annualmente
si ripete e si rinnova con vero e sentito entusiasmo.
Si descrivono, ora, le fasi di quel culto
perché, esso, è veramente originale e tale resterà ancora chi sa fino a quando:
si tratta dell’albero della cuccagna.
Quindici giorni prima della festa, con un
bando pubblico si avverte che il giorno X si va a prendere l’albero della
cuccagna. Il mattino di quel giorno, tutti i proprietari di buoi si danno
convegno nel bosco Favino. Gli animali bovini non sono mai meno di
cento. A questi bovari si unisce gran massa di giovani contadini con un palo
ciascuno in mano. Dopo la scelta dell’albero e dopo l’abbattimento di esso, tra
i bovari si tira a sorte la fortuna e l’onore di cacciare, con i buoi, il fusto
bello e pulito, dal bosco. Altra sorte si tira tra i bovari per chi deve
entrare l’albero nella piazza di S. Antonio. Dopo una settimana dal
prelevamento … si bandisce ancora il giorno nel quale si va nel bosco comunale
di Carbone detto Budda, a prelevare la chioma di un abete (detta conocchia) da
legare all’albero. A questo il giorno della festa, infatti, ne legano la
predetta conocchia carica di agnelli, polli, prosciutti e quindi con grandi
sforzi, il grosso e lungo fusto … viene eretto. Si dispongono intorno i tiratori
con decine di fucili ed a turno essi aprono il fuoco sui poveri animali. Lo
strazio è evidente: sebbene la legge sulla protezione animali lo proibisce,
tuttavia la tradizione è tradizione e nemmeno i Carabinieri o le altre autorità
possono intervenire: sarebbero guai!
Dopo una mezz’ora di fuoco si
da il via agli scalatori: è una scena magnifica: come grappoli gli audaci,
vestiti con cenci ed impiastricciati di miele e terriccio, salgono; i più forti
raggiungono l’alta cima, i meno, a distanza spesso di solo qualche metro
dall’agognata vetta, scendono precipitosamente, perché le forze sono venute
meno. È una tradizione che si ripete di anno in anno e chi volesse prevederne
la fine, azzarderebbe una scommessa non facile a vincersi. Altre due tradizioni
sono ancora vive: ogni anno si svolge un pellegrinaggio alla Vergine del Monte
di Novi Velia; prima si andava al santuario a piedi impiegando sei giorni … si
sale a piedi scalzi, dopo averli immersi in un’acqua che sgorga alle falde del
monte ... L’altra tradizione è quella della formalità del culto dei morti;
questo è praticato con un’offerta di grano di orzo alla chiesa ed al prete, il
mattino del 2 Novembre, depositando, sul pavimento della chiesa parrocchiale,
in un mucchio che man mano va impinguandosi, il piatto di grano».
Nell’Antico Egitto veniva celebrato di
notte un interessantissimo rito, quello appunto della “erezione del Djed”,
molto simile al sollevamento della ‘ndenna, come è testimoniato tra
l’altro dal Libro dei Morti. Il rito della ‘ndenna è stato associato con
l’albero della cuccagna, molto diffuso nel Regno di Napoli fino al ‘700, come
agli alberi della libertà delle rivoluzioni liberali del Settecento e
dell’Ottocento, ma la sua origine è molto più antica e va ricollegata al
conflitto neolitico tra religione astrale e religione terrestre. La coppia del
Calendimaggio in Lucania è raffigurata da due alberi che vengono sposati.
L’albero maschio, che rappresenta il dio che muore e risorge, di solito viene
da un luogo lontano dal paese, a ricordo dello straniero eletto re e sposato
alla regina onde evitare di sacrificare uno del villaggio. L’albero femmina
ricorda la dea terra vergine e madre, che veniva inseminata per il raccolto. La
forma rituale della ‘ndenna rispetta pienamente questa simbologia. Era
abitudine appendere ai rami come personificazione dei frutti dei pupazzi
«impiccati». Ad esempio ad Efeso, Artemide, adorata in un albero sacro, veniva
impiccata. Il corrispondente germanico era Odino «signore delle forche» e
scopritore delle Rune. Il rito della ‘ndenna fa parte di un contesto
cultuale molto più ampio, che in Lucania, forse più che altrove ha avuto modo
di mantenersi, grazia al carattere ritroso di questa regione, da sempre ambita
nello studio delle tradizioni antropologiche. Ricordiamo solo come questa
Arcadia del Sud fosse stata oggetto di molteplici studi, basti fare il nome
insigne del De Martino. Il culto arboreo era sempre legato alla sacralità nei
tempi del paganesimo e la stessa sacralità ha conservato col cristianesimo, non
è un caso che sia stato associato alla devozione verso Sant’Antonio di Padova.
A parte l’omonimia: Antenna e Antonio derivano dalla stessa radice greca, ἀνθέω. Sant’Antonio negli ultimi tempi della sua
vita viveva su di una capanna collocata su un albero di noce, rifugio che gli
fu offerto dal nobile Tiso da Camposampiero, il quale vide comparire Gesù
Bambino tra le braccia del santo. Quanti santi sono legati agli alberi: da
Simeone stilita, che viveva su di una colonna a San Francesco, da San Benedetto
a Charles de Foucauld. L’Eden era legato a due alberi: l’albero della vita e
l’albero gnoseologico. E come dimenticare la vite del Carmelo? Ecco perché il
culto arboreo è cristiano. Gesù appeso all’albero della croce, il caduceo
esposto da Mosè nel deserto col serpente ne sono solo delle testimonianze. Non
si può separare pertanto il culto arboreo dalla festa di S. Antonio. Il
cristianesimo ha saputo sempre conservare e non distruggere ciò che c’era di
buono nella civiltà antica. Grazie ai monaci amanuensi noi abbiamo tutti i testi
dell’antichità. Se i cristiani non li avessero conservati tutta la civiltà
antica sarebbe dimenticata.
domenica 31 maggio 2026
Andrea Rompianesi, Arcaismo a fronte, Transeuropa, 2026
Se Raymond Queneau non si fosse soffermato solo su
novantanove esercizi di stile, “Arcaismo a fronte” potrebbe esserne la
prosecuzione naturale con un cambiamento importante: il gioco non si innesta
sulla modifica di un episodio (il tema che costituisce la variazione) bensì su
di uno slittamento continuo della semantica in un contesto di fonosintassi a
confronto.
L’errore, a mio avviso, sarebbe considerare questa piccola
raccolta solo come sperimentazione ludica. Oltre il gioco, oltre l’esperimento,
c’è un desiderio di inseguire una specie di sonorizzazione della parola. In tal
modo, utilizzando anche una metrica tradizionale – l’endecasillabo è di gran
lunga il verso più impiegato – si rende omaggio alla musicalità addivenendo
alla costruzione di un canto dove le sillabe hanno una funzione orchestrale.
Le strofe arcaiche hanno un ruolo introduttivo in cui la
conseguente traduzione, sicuramente e giustamente non letterale, si conclude
come una eco instabile che ricostruisce, interpreta, a volte inventa senza del
tutto chiarire, ma lasciando in sospeso in una immaterialità espressiva il
flusso fonetico che ne deriva. In effetti il testo arcaico non può essere
linearmente traducibile se non in un’ottica che amplia e in parte sostituisce
l’arcaismo stesso.
Sembra, quasi, di essere davanti ad una glossa filologica,
naturalmente inventata, che ha bisogno di connaturarsi in un quadro parallelo
dove la pressione sonora si integra e si rielabora.
C’è compattezza consonantica in questi versi che riproducono
frasi che sembrano appartenere a troubadours
medievali. E la traduzione che ne sorte crea atmosfere e percezioni che
possono essere unicamente soggettive, in linea con quello che si pone l’arte
moderna in forme e formule aperte e sostituibili.
È forse questo l’aspetto più interessante della raccolta: il
non volere assolutamente significare (nella maniera comune del termine) qualcosa,
ma evocare – sia nel linguaggio arcaico, sia nella traduzione – una sorta di
lingua possibile che sia poeticamente musicale in ogni suo effetto.
La poesia assurge allora a luogo interessato ad uno scavo
del materiale linguistico, in direzione anche metalinguistica, liberata dal
soffocamento del significato e avviata verso il significante colto in
vertiginosi accostamenti fonici.
Ci sento, dietro a tutto ciò, la densità lessicale,
l’abilità fonica, e la deformazione linguistica con la messa in crisi
dell’assolutezza del linguaggio di Andrea Zanzotto, nonché il riconoscimento dell’invenzione
dialettale (quel vernacolo comprensibile quasi in toto nato dall’incrocio di
diversi dialetti dell’area padana) di Giovanni Testori nella Trilogia degli
scarrozzanti, e di Dario Fo nel suo Mistero buffo, dove il postmoderno trae
origine e funzionalità. Una continuazione, se vogliamo, di quella poetica
ungarettiana che sosteneva “la parola ha valore come suono”.
Enea Biumi
lunedì 25 maggio 2026
Una poesia in vernacolo di Vincenzo Capodiferro: A CUMBA FICILI U LAZZAROTTO (A COMPARE FELICE, DETTO “LAZZAROTTO”)
A
CUMBA FICILI U LAZZAROTTO
U vì a cumba Filici u Lazzarottu,
si ni veni cu nu bellu ciucciareddu
si ni veni ra’ parti ri sottu,
‘nghiana e scenni pì nu mundiceddu.
Ni pinnineddu e nu pitticeddu,
si ni veni cu nu bellu ciucciareddu,
e tirituppiti ‘ndà Casteddu,
porta ‘ngapu nu curtu cappeddu.
A matina prestu ra Sandu Petru
si ni vai finu a l’acqua u Cevuzu:
ci teni a vigna e l’ortu pi diretru,
si ni scenni ‘mbera au vavuzu.
Stai ca famigliedda a la Iurea,
cu Angiulina e a figlia Trisina,
dà ci stia la genti abbrea,
na fundana cu l’acqua fina fina.
A Sandu Petru c’è nu lavaturu,
femmini viri sempi a striculani,
stìa l’ommini cumu a nu pisaturu,
‘ngapu ‘ndà cesti robbi a purtani.
Angora mena quedda fundanedda,
è n’acqua bella ca ti rifresca u cori,
si ci passi ra dà chiazzuledda,
firmati e fa nu sursu r’ammori.
Dà c’è a candina hi cumba Filici,
ti chiama, ti rài nu sursu hi vinu,
gira na gaddinedda ‘pici pici’,
mò accorri prestu puru nu vicinu.
Dà c’è a putighedda hi Michi Michi,
azzaha hi tutto, ra segge a ‘mbrelli,
cuse li chiatti, ririzza li pichi,
na rocchia spetta hi femmini cu scialli.
Cumba Filici ceste e cistedde
a ‘nghiungi facìa li iungi frischi
e l’assiccava ‘ndà li paracedde,
cofani pì ciucci e ri canni fischi.
Si passi raddunni a Sandi Petru,
nu forti sendi prifumu r’anticu,
tuttu vacanti, ma guardati riretru,
sicuru ‘mmente voci sendi r’amicu.
Guardi ‘nnandi, ra funestri e barcuni
cumi s’affaccinu tanda gendi:
viri bonu, ma nun c’è nisciuni,
ma ‘ndu cori ci so’ tutti quandi.
Mò ci pòi girà cu na granara,
si nì so ghiuti tutti a Ruspagano,
ra la Costa
finu a la iumara,
au paisi hi li panza al’aria ‘mmano.
Li gaddineddi pì ‘mmenzu la via
pizzulìavinu pì ‘ndà li strettuli:
crapi, ciucci e porci e chìssia,
‘ntà li catoi si trasinu li pettuli.
Cumba Filici havia fatta a guerra,
era statu hu risertu ri la Libbia:
surdati si battihinu a quedda terra,
s’havihinu tandi pigliatu na rabbia.
U surdatu girà r’Aleppu a Meccu,
rù paisi tandi giuvini so’ ‘ssuti:
gira surdatu cum’a Miniliccu,
au paisi rui guagliuni so’ turnati.
E a la chiazza sìhinu cù rivise,
viri u tinenti, viri u ginirali,
s’appostinu cu miragli appise,
au spiculu hi Curraru cu gambali.
A figlia Trisina avìa sturiatu,
e a la scola ‘nsegna a lu paisi,
stìa sempi cu lu patriceddu amatu,
roppu morta a mamma cu na tisi.
A la figglia li fatti ri la guerra
lì cundava lu bellu vecchiareddo,
‘ndà stanzuledda ‘ngapu a terra,
li fatti lì cundava zurfareddu.
Si raddà passu mò mu vehu ‘nnanza
a cumba Filici u Lazzarottu,
e na strenta mi piglia a la panza:
m’arricordu hi nustalgia nu mottu.
Na voccuccia pulita e tanda roci,
na paruledda fina e turnisera,
e n’occhiceddu ti veri e po’ ti coci
l’arma e ‘ncamin ti lassa a peri.
Si ti ni vài pì ‘mmenzu a la chiazza,
lu viri assittatu cu tandi vecchiareddi,
ca parlinu hi questa e quedda razza
e virivi ‘nda sacchetta chiavisteddi.
Sunava la zambogna ntà la festa,
quannu u granu mitihinu cu na rezza
carrìava li gregne a l’aria lesta
cumba Filici cu ‘ngapu na pezza.
Cumba Filici era sinatrista,
‘croci su croci’ mittiti a quedda lista,
quannu a spica vincìhu u socialista,
li gaddini a mangià granu ‘ntà la pista.
Chi gloria bella, chi festa granni
nun c’è nisciuni ma a tutti quandi
li viri ‘ntu cori abballà auanne,
ntù paravisu zombinu, so sandi.
A COMPARE FELICE, DETTO “LAZZAROTTO”
Vedi a compare Felice il “Lazzarotto[1]”,
se ne viene con un bell’asinello,
se ne viene dalla parte di sotto,
sale e scende per un monticello.
Una piccola scesa e una scalata,
se ne viene con un bell’asinello,
ed eccoci arrivati a Castello[2],
porta in capo un corto cappello.
La mattina presto da San Pietro
se ne scende fino all’Acqua al Gelso,
là tiene la vigna e l’orto da dietro,
se ne scende da sotto al dirupo.
Sta con la famigliola al rione “Giudea”,
con Angelina e la figlia Teresina,
là ci abitava la gente ebrea,
c’è una fontana che sgorga acqua fina.
A San Pietro c’era un lavatoio,
vedevi sempre donne a lavare i panni,
l’uomo stava come un pestatoio,
portavano in testa ceste pien di vanni[3].
Ancora sgorga quella fontanella,
è un’acqua bella che ti rinfresca il
cuore,
se ti trovi a passar da quella piazzetta,
fermati e fanne un sorso d’amore.
Là c’è la cantina di compare Felice,
ti chiama, ti offre un bicchier di vino,
gira una gallinella piccolina,
subito accorre pure un vicino.
Là c’è il botteghino di “Michi Michi”:
aggiusta di tutto, da sedie a ombrelli,
cuce i piatti[4],
raddrizza i pichi,
l’aspetta una frotta di donne con scialli.
Compare Felice ceste e cestini
faceva intrecciando giunchi freschi,
poi li essiccava nei sottani,
cestoni d’asino e di canna fischi.
Se passi da quel di San Pietro
senti un forte profumo d’antico,
tutto è vacante, ma par che da dietro
in mente senti la voce di un amico.
Guarda avanti: da finestre e balconi
come se si affacciasse tanta gente.
Vedi bene, ma non c’è nessuno!
Ma nel cuore ci sono tutti quanti!
Adesso ci puoi girare con una scopa,
sono andati tutti a “Ruspagano”[5],
dalla Costa fino alla fiumara,
del paese dei pancia all’aria in mano.
Le gallinelle in mezzo alla via
beccavano per le strette strade,
capre, asini, porci e chicchessia
nei sottani: lì si sistemano le vesti[6].
Compare Felice aveva fatto la guerra,
aveva combattuto nel deserto di Libia.
Soldati erano morti in quella terra,
e tanti ammorbati s’eran di rabbia[7].
Il soldato gira d’Aleppo a Mecca,
tanti giovani dal paese sono andati,
gira il soldato come un mamelucco,
due ragazzi alla fine a casa son tornati[8].
E uscivano in piazza con divise:
vedi il “tenente”, vedi il “generale”,
s’appostavano con le medaglie appese
allo spigolo di Corrado col gambale[9].
La figlia Teresina aveva studiato
e insegna a scuola nel paese,
stava sempre col padre amato,
dopo morta la madre con una tisi[10].
Alla figlia i fatti della guerra
raccontava il bel vecchierello[11],
nella stanzetta in capo alla terra[12]
raccontava brioso zolfanello[13].
Se passo da là mi vedo innanzi
a compare Felice il “Lazzarotto”,
mi piglia una stretta alla pancia
di nostalgia, ricordo un suo motto.
Una boccuccia bellina e tanto dolce,
una parolina fine e tornitrice[14],
un occhietto che ti vede e che ti cuoce
l’anima e se in cammin ti lascia a piedi.
Se cammini in mezzo alla piazza,
lo vedi seduto con tanti vecchierelli,
che parlano di questa e di quella razza,
dalle tasche sporgono i chiavistelli[15].
Suonava la zampogna alla festa,
quando mietevano il grano con la rete[16]
portava i covoni all’aia lesta,
compare Felice con in capo una pezza.
Compare Felice era “senatrista”:
“croce su croce” mettete a quella lista!
Quando vinse con la spiga il socialista,
le galline a mangiar grano sulla pista[17]!
Che gloria bella, che festa grande!
Non c’è più nessuno, ma tutti quanti
li vedi nel core ballar quest’anno.
In paradiso saltano, son santi.
[2] “Nu pinnineddu e nu pitticeddu, tirituppiti ‘ntà Casteddu” è un modo di dire: una scesa e una salita ed eccoci a Castello.
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