sabato 11 luglio 2026

Flaminia Rocca “Strappare lo scalpo” (Puntoacapo Editrice, 2026)

 

                   


Disposizione all’attesa o curatela ancestrale, disciolto portento o compressione avvitante; ecco un segno che appare ad eludere continenze reiterate e pianeggianti, verso invece una stratificazione che non esclude il verticale riarso, l’appunto dispiegato che condona la domanda inerente alla pretesa del mito. “Ma il mio palmo non è una zattera/ una finestra,/ eppure ha vista e fitta e fiato e/ dal vuoto del suo centro/ io spio la terra che mi spoglia/ dentro”; sono versi di Flaminia Rocca nel suo esito poetico “Strappare lo scalpo”. Maturo testo capace di consolidare una voce che sa coniugare sensualità e misticismo, crudezza e trasporto; oltre l’assiduo sentire di una musicalità trattenuta ma incisiva, condotta attraverso le sembianze di una ipotesi di attenzione non esibita, piuttosto coltivata, nella condensazione di un inciso: “Sei con me/ nella sete che/ non placo”. Il versetto 8.7 di Giovanni dice: “chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”; ma ancora più significativo è il successivo “neanche io ti condanno; và e d’ora in poi non peccare più” sapendo bene che ogni passo porta a ricadute e a ulteriori infiniti perdoni. Flaminia Rocca ne sottolinea il dato, il legame caduto tra il sasso e la colpa, la mano che scrive sulla sabbia ciò che nella sabbia non resta perché passa un vento nuovo; ma tutto implica il pensiero che si avvita, che si inoltra e non teme trafitture o anche solo distrazioni che si fanno mancanze, assenze di pacificazione. L’autrice pone le coordinate di un’attenzione mimetica, passo dopo passo, in strategie attive, anche umorali, energiche, quasi violente: “Trafitta/ dal ricordo - ad ogni passo/ coltelli ai piedi/ dell’acerba sirena che/ più non canta”. Ed è un fugare di scalpi e di labbra, di bocche e nomi, di partiture inedite così come di costole e capelli, di graffi e d’aceto; di domande comunque sospese alla inesorabile frattura di equilibri irrisolti che comportano tratteggi di mappe fonetiche delimitate da ricorrenze dolenti ed immagini limitrofe che gravano come “snodata scolopendra sinuosa”. Stefano Massari, nella postfazione, parla giustamente del porsi quasi come ostacolo che chiama all’attraversamento e, direi, al contatto anche se fugace, in contrapposizione radicale con una realtà odierna votata alla inconsistenza virtuale. Incombe il dato stregonesco che dietro l’angolo può invadere o deturpare dove muove lo sguardo alla capillare attenzione verso l’estenuante pericolo echeggiato: “Rettilario di vene sublinguali/ Cattività pallida di desiderio/ che rumina o semina morsi”. E poi emergono figure mitologiche del folklore nordico, il senso della morte in agguato, la sventura, i rilievi di isole immaginarie; così come le case di pietra, le maschere, le ossa, le braci e i tronchi, quelli che restano a galla. L’autrice accede ai suggerimenti estremi partendo da “il gesso sudato dei palmi”; nelle fasi di una dicitura ebbra di rimandi alternati alle tregue riproposte nella versificazione breve, assertiva nel distinguere la capillarità emergente degli equivoci, l’approssimarsi di confinate intonazioni, di tormentate reliquie. E’  poesia veicolante una “verticale della sete” che non si placa, un riproporsi di domande che affiorano dalle porosità e dalle cortecce, da solitarie abluzioni che si fanno ritratti intimi di una vocazione al sentire ma, forse, in disparte perché l’esegesi filtra le cose ma poi allude ad una prossimità, rivela Flaminia Rocca, “che non proprio mi s’addice”.

 

                                                                                                               Andrea Rompianesi

giovedì 9 luglio 2026

Daniela Attanasio, Il tempo non nasce e non muore, Vallecchi, Firenze

 


Ognuno di noi concepisce il tempo in forma diversa, l’uno dall’altro. Si tratta di una soggettività giustificata dal fatto che la vita ci conduce su strade e luoghi differenti. A volte opposti. Nessuno ne possiede una ricetta, tanto meno può accampare dei dogmi. È la coscienza, a questo punto, che si fa carico di dare spazio al prima e al dopo ricorrendo alla memoria, al sogno, al desiderio: la memoria di ciò che è stato, il sogno e il desiderio di ciò che sarà. In questa silloge di Daniela Attanasio la poetessa introduce le sue liriche con una costatazione che pone come punto di partenza, quasi una pietra miliare su cui costruire il suo racconto, una sorta di tesi – ammesso e non concesso che la poesia si esprima per tesi – indiscutibile: il tempo è un dio che non nasce e non muore, simile a quella porta dell’Inferno dantesco: “Dinanzi a me non fuor cose create / se non etterne, e io etterno duro.” E con il tempo, comunque, tutti conviviamo, ne siamo plasmati, perché lui, il tempo, ci attende ogni mattina, al risveglio, e ce lo portiamo di giorno in giorno sulle spalle, ne condividiamo gli umori e i tremori, lo supportiamo e sopportiamo, lo riproduciamo nella nostra mente. Non ne possiamo fare a meno. In questo incessante migrare, in una specie di universo parallelo, l’ombra del tempo è una meridiana che non segnala nulla, nemmeno la morte, è una clessidra senza sabbia, perennemente ferma, sospesa.

“… la misura del tempo è l’infinito” “… notte e giorno non hanno / fine nel loro perenne avanzare e nel tempo si ripetono in una / stanca continuità”

“è la vita che passa difficile a volte da ricordare / nelle sue salite nelle curve nelle sue improvvise sterzate / vita dissolta negli spazi vuoti della memoria / vita iniettata nel corpo da un’entità imperfetta e sconosciuta”

Quindi nessuno stress, nessuna rincorsa all’hic et nunc, nessun abbandono all’attimo fuggente, il carpe diem oraziano, perché siamo in una dimensione “altra”, in una astrazione che giustamente pregiudica quel ruit hora di Carducci. Ma, come nell’Ode citata, Carducci inneggia all’amore, così Daniela Attanasio indugia nel ricordo dell’amore, soprattutto nell’ultima parte, quella intitolata “Oggettivando”, e nell’intermezzo “Una ragazza che ho conosciuto”.

Per P.F. la vita era un cammino di sottomissione alla morte”

“ma insieme alla sopravvivenza c’erano altre questioni da affrontare / la casa il traffico della città i tempi che erano troppo stretti per il suo tempo // e come sempre l’amore”

L’autrice sublima l’amore, trasfigurandolo e imprimendolo nella memoria con quel dovuto distacco che l’accompagna nel suo iperuranio del tempo.

“ora guarda fuori dalla finestra / il sole sta scendendo ma non muore / domani sarà ancora lì presente come un occhio del firmamento / che dall’alto ci illumina e ci scalda / una stella infuocata che brillerà per sempre”

“quanto si è scritto sull’amore rimane nei millenni / come un lungo breviario di estasi e tormento - / opera di poeti che nelle poesie d’amore hanno annullato il tempo”

Certo, la poesia ha un ruolo essenziale, per Daniela Attanasio. Ricorrono spesso nella sua opera affermazioni che ne dimostrano l’efficacia, a dispetto, magari, di chi la disprezza o l’ignora. Nonostante il tempo presente – questo sì materiale, rancoroso e belligerante – l’umanità sente la necessità di tranquillità e sogno. Ed è con la poesia che ciò può avvenire. Sicuramente non come rifugio, ma come mezzo per superare i limiti che la materia ci impone. Un ponte culturale che travalica il quotidiano, un elemento che rassicura scortandoci nei passi dolorosi di un’esistenza incerta e traballante.

“i versi di Emily Dckinson hanno un effetto salvifico sul mio corpo / come la tachipirina quando attenua un dolore - / divento sua paziente e mi faccio curare”

E a proposito di Saffo:

“quello che resta delle tue poesie / sono i versi giovani di una civiltà antica / tu hai dato senso alla bellezza e all’insensatezza dell’amore / lasciando sciogliere nell’acqua dell’Egeo il corpo dolce della vita”

Ecco. In quest’ottica e con questo metro il tempo si dilata nell’eterno, scompare perfino la morte che scioglie il corpo dolce della vita. E la poesia arriva dall’antichità con il suo ruolo di bellezza e d’amore, sia pur insensato. Perché la poesia è vita e come la vita si rigenera, di anno in anno, di stagione in stagione, misura i passi, raccoglie emozioni in un continuum che non s’arresta, senza confini. È quell’ininterrotto “eternoretornografo” di cui parlava il poeta cubano Luis Rogelio Nogueras nella sua silloge “L’ultimo caso dell’ispettore(1) ove, nella lirica finale, sosteneva appunto che la poesia fosse nata nella notte dei tempi in una caverna di Chu Tien, ripresa in successione da  vari poeti (dalla caverna di Chu Tien agli Hittiti e agli Egizi, da Omero a Virgilio, da Imru-Ui-Qais a Villon, da Rimbaud ad Apollinaire) per giungere sino a noi.

 

Enea Biumi

 

        (1) Da “il Majakovskij”, rivista trimestrale di poesia scrittura e differenze, N° 19-20, 1995, Laveno Mombello (Va), traduzione di Maria Luz Loloy Maqruina ed Enea Biumi. Copyright Editorial Letras cubanas, 1983. 


Atelier N° 122 giugno 2026

 


Sempre interessante la rivista diretta da Giuliano Ladolfi, che con un editoriale ad hoc sostiene la necessità della poesia. 

"Se paradossalmente ci accorgiamo che il bisogno di poesia emerge oggi quando quest'arte sembra quasi scomparsa dal pubblico dibattitto culturale, dobbiamo concludere che, in un mondo illusoriamente saturato dai dati e dalla comunicazione, cresce la necessità di chiamare in gioco questo formidabile strumento di interpretazione della condizione umana".

A seguire troviamo quattro saggi dedicati alle poesie di Giovanna Rosadini, una disanima dei versi di Paola Ballerini, una interpretazione del poemetto "I naufraganti" di Luca Ariano e Carmine De Falco, e una serie di liriche di Daniela Bisagno e Gianfranco Lauretano.

Buona lettura

martedì 7 luglio 2026

VARESE. LE ANTICHE TRADIZIONI POPOLARI A cura di V. Capodiferro

 
Varese -La Basilica di San Vittore (disegno di Paolo Rattazzi)

Varese è un’incantevole città che si erge maestosa ai piedi delle Prealpi. Si pone in una locazione centrale tra Milano e la Svizzera, Como e la sponda del Lago Maggiore. Ricca di laghi, orme della glacialità, e di boscosi poggi. Sul lago di Varese:

Occhio del cielo, specchio divino,

fondo dall’alto, Varese, ti vedo,

or gaio e ritto, or triste e chino

un riposo presso te mi concedo.

Or al nubiloso onnicoprente velo

t’inquieti, ora al sereno ti rallegri,

onda solitaria che tendi al cielo,

dorati riflessi, dolci ritmi pigri.

Acciuffo una misertà di piatti sassi,

li tiro a danzare sulle tue chiome,
si ingarbugliano, affondano lassi,

in finali tanghi cadono le some.

Ti vedo, o nobile cavaliere,

lustrante nell’albedine di gelo,
lucente pelo di nigro destriero,

che attraversi il lago antico in volo.

Tu sei rimasto del diluvio

antico, orma della glacialità,

e voi, palafitte eterne al pluvio,

potessi abitarvi in posterità!

Qual posto migliore poteva prestarsi alle aspirazioni degli artisti liberty? E difatti abbondano le villette che riecheggiano l’antico stile. Queste ville richiamano maestose le ville antiche, settecentesche: ci basti citare la magnifica Villa estense, sede oggi dei palazzi del Comune, col giardino splendido, villa Recalcati, che ha ospitato il cuore dell’eroe polacco Taddeo Kosciuszcho. Questa tradizione che si prestava ad un territorio ameno, bucolico, è proseguita nel tardo Ottocento, fino agli inizi del Novecento. Qui il Liberty si innesta sull’antico solco tracciato dagli architetti settecenteschi. Varese sorge su dei colli, ed in questo somiglia a Roma: «Si scorgono, incominciando dall’estrema destra e nel più lontano orizzonte, il dolcemente acuminato Bisbino: più in qua le nude rocce del Generoso; più in qua ancora, la boscosa montagna d’Induno, il bizzarro Poncione di Ganna, il Campo dei Fiori, indi più lontano assai, la biancheggiante catena delle Alpi, che, incominciando dal maestoso Rosa, va a poco a poco stendendosi a sinistra finché, abbassandosi, scompare, coperta dalle colline. Più vicino i colli di Giubiano, di Biumo Superiore, dei Miogni, dei Campigli, di Montalbano, di Bosto, formano intorno alla città una corona contesta di variopinte ville e di verdeggianti giardini» (G. C. Bizzozzero, Varese e il suo territorio, Varese 1874, pp. 57-58). Bellissima è questa descrizione della città, la quale già dalla natura è dotata di straordinaria beltà. Vi sono i “sette colli” che ricordano Roma, ed anche la ricchezza delle acque, intorno si ergono queste montagnelle, che quasi fanno da coro alla catena retrostante delle Alpi, quasi sempre innevate, tra cui troneggia il Rosa, che coi suoi maestosi colori fa gara col luminescente Sole. Le Alpi sono le protettrici naturali delle vallate che scoscendono man mano alla Padana.


L'isolino Virginia sul lago di Varese

Questa forte somiglianza con Roma forse destò in Mussolini l’attenzione per questa cittadina che erse a Provincia e decorò con monumenti, di chiara matrice fascista: basta passeggiare in Piazza Monte Grappa. Qui si erge maestosa l’antica Camera dei Fasci e delle Corporazioni, la Torre ed il Palazzo del Governo. «Varese, che gli antichi dicevano Varisium, Baretium, Vicus Varonis, Valexium, è nel centro degli Insubri Orobj, tra il lago Maggiore ed il Ceresio, ed all’uscita delle valli di Laveno, di Cuvio, di Marchirolo, di Stabio, di Malnate e di Vedano, da cui derivò il nome. Questa città, creduta abitazione degli Umbri di celtica origine, 2000 anni avanti Gesù Cristo, è fabbricata in un ampio catino attorniato da ameni colli; è circondata da una profonda fossa, entro la quale scorre il torrente Vellone; fa capo alle principali strade di Milano, di Gallarate, di Laveno, di Lugano e di Como» (Storia fisica e politica della città di Varese, Varese 1837, p. 5.).

Varese è legato al celtico Vara, che significa acqua (donde “varici”): c’è un profondo legame, infatti, tra questa città e l’elemento acqueo. Circondata da laghi ameni, e da fiumi, posta sul declivio dei poggi che delicatamente scoscendono a valle, è una città incantevole. Ecco perché riscosse l’attrattiva degli artisti liberty, che in qualche modo si ponevano in contrapposizione all’imperante positivismo, all’esaltazione della scienza e della tecnica, del progresso, sebbene non manchino anche qui sintesi meravigliose in esperimenti come le tranvie. Città futurista e naturalistica: quale posto migliore per impiantare un’architettura liberty? Non fu un caso che la borghesia varesina si avvalesse di Giuseppe Sommaruga: «Quando ancora la città di Varese era lontana, dovevano catturare lo sguardo del viaggiatore, sia che vi giungesse in treno, o con l’automobile, le due macchie color chiaro, entro il verde vivido dei boschi, che indicavano la struttura dei grandi alberghi: uno sul colle Campigli, l’altro sul Campo dei Fiori. La loro posizione era ambientalmente felicissima … Sommaruga, impegnandosi al massimo, anche in problemi complessi di ingegneria, certamente aiutato da molti, realizzò quello che può considerarsi il suo capolavoro: tutte e tre le strutture, pregevoli anche nei particolari decorativi, assecondano, in empito assolutamente moderno, un’inedita tensione verso l’alto, approdando, soprattutto nel Grand Hotel, ad esiti che, a quella data, sarebbe stato arduo proseguire. Vi tentò, qualche anno dopo, Antonio Sant’Elia, ma solo in schizzi e disegni, non riuscendo a realizzarli, perché la morte lo colse a ventott’anni, caduto in guerra» (Varese. La provincia Liberty. Itinerari tra Natura, arte e impresa, Nicolini, Gavirate 2003). Lo slancio verso l’alto richiama le cattedrali gotiche, che oggi sono cattedrali nel deserto, come l’Hotel Campo dei Fiori. Un tempo avevano sognato: i colli preminenti, l’Elisio e l’Angelico, furono quasi abbelliti da questi due splendidi cappelli, che si ergevano come quei magnifici cilindri a salutare Varese. I due colli naturalmente si rapportavano al grande colle: il Sacro Monte, con le sue cappelle estasianti. Tre monti che si guardano l’un l’altro, una trinità naturale vivente, coi suoi templi sacri e profani. Il tempio umano si rapporta al tempio sacro. Oggi uno di questi templi dei tempi antichi è decaduto. Questi monti ancestrali erano collegati coi fili delle tranvie e delle funicolari: chi arriva giunge presto alle cime, ai luoghi della meditazione, dell’orazione. L’opera di Sommaruga lascia una traccia indelebile, seguita da molti, anche semplici geometri, affascinati dal suo stile. L’altro colle, Giubiano, vede un altro tempio liberty, il cimitero, progettato da Carlo Maciachini ed aperto il 3 maggio del 1880.

Museo Pogliaghi al Sacro Monte di Varese

 Sacro Monte, poggio alpino,

picco dal manto argentino,
Varese tu guardi e difendi,
dalle rupi tue alte scoscendi.

Si è aperta la porta del cielo,
ammainato il nebbioso velo
che ti copre valle amena,
di lati otri lacuali tu piena.

Uggiose le tue cappelle

leniscono l’erta salita,
fioriscono le chiome belle
d’alma natura ora ignita.

Baluardo d’acclive campagna
sacrario di fonda montagna,
ostante di mersa bragagna,
dell’agro Padan capitagna.

Un vallo di aguzze fortezze
fondarono i santi i santuari,

contra barbara fede prodezze
commisero i missionari.

D’eroine fu fatto il castello,
di romite pigliare un mantello,
d’immemori tempi protetto,
del mondo, in te monte, tu tetto.

Ti saluto regina del mondo,
ti saluto sperone del pondo,
e sempre dal basso ti guardo
di speme e di fede tu cardo.

Ecco fingersi il Monte Sacro,
di Elea al santo va il cuore,
all’essere per divo ambulacro
scorre, beato monte, l’icore.

Eppure, in questa città c’era tanta fede, devozione, vive tradizioni popolari. Come riporta la storia (Varese e il suo Circondario, 1874): «Le processioni d’allora erano mica passeggiate brevi e di poco conto, no: figuratevi che da Varese si andava al Sacro Monte, a Sant’Elia, sopra Viggiù, a San Salvatore, in Svizzera. Trovo anzi notato che qualche volta tutte insieme le confraternite di Varese andarono a Milano… Nel 1828, invece, facendosi la prima festa del Sacro Monte, Beate Caterina e Giuliana, i confratelli di San Carlo di Milano vennero a Varese, ricevuti dai confratelli di qui con banda musicale e allegria. Che passeggiate! … I confratelli di Biumo inferiore usavano andare a San Salvatore in Svizzera. Seppero ben essi approfittare del passaggio del confine italo-svizzero, col far servire di coperta ai loro contrabbandi gli stessi loro abiti».

Il miracolo del fulmine viene riportato nelle “Cronache”: il 25 agosto 1580, un fulmine, entrato in chiesa per una porta, ne uscì da un’altra senza recar nocumento ad alcuna delle persone che si trovavano in chiesa ed erano più i seicento. E soprattutto il fulmine non colpì le tre Marie.



In un pellegrinaggio al sacro Monte Giangaleazzo Visconti riuscì a far prigioniero lo zio Bernabò e diventare Signore di Milano, il 6 maggio 1385. E nelle “cronache” si ricorda la madonna miracolosa di Varese, di cui c’era una cappella in centro ed adesso non v’è più traccia: «Si cavò Gian Galeazzo la maschera in questo anno. Egli fece prima sapere a Bernabò di voler passare alla visita della miracolosa immagine della Madonna di Varese per adempiere a un suo voto, e che il pregava di scusarlo, se non entrava in Milano, quantunque sommamente desiderasse d’abbracciare il suo carissimo zio e suocero. Poscia partitosi da Pavia con grosso accompagnamento di gente, cioè delle sue guardie, e di assaissimi altri guerniti d’armi di sotto, (nella “Cronaca” estense è scritto egli aver menato seco cinquecento lance), nella sera del 5 di maggio si fermò a Binasco… Si abbracciarono, si baciarono lo zio e il nipote, e dopo sì bella festa Gian Galeazzo, voltatosi a Jacopo dal Verme, e ad Antonio Porro, disse loro in tedesco stinchier. Allora fu circondato Bernabò da tutti quelli armati» (L. M. Muratori, Annali d’Italia, 1827, tomo XXVIII, p. 133). Bella immagine di Bernabò che cavalca un’umile mula, tradito come Cristo. La folle folla facilmente passa da “Osanna” a “Crucifige”.

Il Liberty a Varese - Hotel Campigli

Manifestazione processionale che riporta l’Adamollo dell’anno 1599: «Alli 7 dicembre, giorno di martedì, fu fatta la traslazione della Santa Madonna dei Miracoli, in san Vittore, a Varese, e portata in processione per il borgo con tanta copia di gente che è stata cosa grande e vi erano tanti luminari grandissimi, e fu posta nella cappella del Rosario in San Vittore alla presenza del vicario generale dell’arcivescovo di Milano, venuto apposta per la suddetta traslazione e vi fu indulgenza plenaria, concessa dal Sommo Pontefice». Oltre a ciò, l’Adamollo segnala la domenica dell’11 settembre 1605: tutta la città di Varese, le scuole le castellanze in visita a Milano per la devozione a San Carlo Borromeo. Portarono in offerta 300 scudi in un bacile; poi le Quaranta ore in San Vittore, l’8 aprile del 1607, con una processione di maschi e femmine separati, la predicazione di frate Matteo da Landriano, la raccolta di 200 scudi di offerte; la visita del Cardinale Federigo Borromeo a Varese, il 23 maggio del 1612 (Luigi Zanzi, Sacri monti e dintorni, Jaca Book, Milano 1990). In occasione della traslazione della statua della santissima Vergine Addolorata nel 1678, Luigi Pusterla compose il “Mazzettino di vari odorosi fiori di Parnasso”.

Oltre alla Madonna del Sacro Monte, c’era in centro a Varese una cappella con un’effigie della Vergine miracolosa, molto venerata dagli Sforza. Questa effigie è poi scomparsa.

Tra le persone in odore di santità, oltre a Domenichino Zamberletti (1936-1950), fratello dell’onorevole Giuseppe Zamberletti (1933-2019), ricordiamo Cesare Porto: «Amico di san Carlo, il quale, venendo a Varese, si compiaceva di intrattenersi seco lui lunghe ore, ed anco lasciare l’abitazione dei conventi per abitare insieme. Era uomo di grandi virtù. Morì il 23 settembre 1615, in odore di santità, a settantaquattro anni. Gli si fecero splendidi funerali, e fu il primo calato nel sepolcreto dei preposti, da lui fatto costruire. Quel sepolcreto esisteva sotto la cupola della Basilica…».


Panorama dal campo dei Fiori con sullo sfondo il Lago di Varese

Tanti gli affreschi interessanti, dal “Giudizio universale” di santa Maria del Brunello alla “Camera Picta”, oltre a tutte le opere d’arte notevoli, segnaliamo le seguenti, tratte dalla “Cronaca Prealpina”: «Nei secoli XV e XVI, la viva fede e a sincera pietà dei padri nostri volevano le case nostre affrescate con immagini sacre ed affrescate da mani maestre, non da pittorini. Sulla parete verso levante della casa colonica n. 126, al Colombèe, a Biumo Inferiore è dipinto un bello affresco della fine del XV secolo, rappresentante la Vergine col Bambino, posti a destra del riguardante e a sinistra san Bernardo abate… In Casbeno esteriormente alla casa di proprietà della signora Giuseppina Macchi, coniugata Zanotti, vi è un affresco del secolo XVI. In un trittico sono raffigurati san Rocco, la Madonna con Bambino e san Sebastiano. Peccato che sia stato alquanto guastato dalle intemperie e dagli uomini. L’esecuzione è davvero magistrale, davvero classica! Pure in Casbeno, sulla parete verso la strada campestre della casa colonica n. 12, di proprietà Mariotti (nella quale notai un antico stemma dipinto, che rappresenta leone rampante, sormontato da corona marchionale, credo del marchese Recalcati, vi ‘è un piccolo affresco del 1569, colla legenda: - S. Caterina alla Palma. Rappresenta la Vergine seduta, recante il bambino al ginocchio, che pone in dito l’anello dei mistici sponsali e santa Caterina, vergine e martire, detta comunemente Santa Caterina della Ruota. Due anni or sono quell’affresco venne disgraziatamente ritoccato da un casbenese, al quale stanno meglio in mano la sega, la pialla e un martello, e così fu deturpato… la casa, verso la fine del 1906, sarà atterrata e l’affresco, forse e senza forse, non verrà risparmiato dal piccone demolitore».

Abbiamo voluto riportare questi esempi di devozione popolare molto forti, per dimostrare che anche qua c’era una sentita pietà popolare, che andrebbe recuperata, come il culto della Madonna miracolosa di Varese centro.

 VILLA RECALCATI

 

Un concerto di belli uccelletti,

sì, risquilla ai verdicci rametti,

un assuolare d’assoli in coro,

d’ogni specie in angelico foro.

 

È arrivata la pioggia vernale:

cielo mio t’accoglie il bel canto!

Egli è giorno, è lieto il pianale;

egli notte, di cupi è foni spanto.

 

Dal balcone io sempre ti vedo

Recalcati, in te volte incedo,

di stupore villa e meraviglia,

ogni luce in te s’accaviglia.

 

Di stagioni tu sei la più bella,

la corona fiorita, o regina,

al capo hai rimesso e i castella

o Natura li abbellisci in rovina!

 

Ti rivedo ora al presto mattino

vecchierella che porti al gattino

la vivanda e lo scoiattolino

scenderà a rubare un pochino.

 

Ecco, o vigile, aprire il cancello

e la sera tu chiudi le sbarre,

il buio ci occlude il gioiello,

ma si odono pure le sciarre.

 

E rimiro voi alberi antichi,

frascheggiare di fronzoli aprichi:

sulla strada scendete ribelli

frasche e fronde, gentil ramoscelli.

 

Fusti eretti di secoli orsono

dal fondo di altezze io prono

a quella Mano avita e divina

che piantarvi su l’erbosa china!

 

E tu, Fauno seduto là abbasso,

vieni qua a giocare un pochino,

sono più solo oggi in tal chiasso,

da turba d’urbe or m’ammaino.

 

Vi aspetto, o Ninfe estasiate,

salir da te, Terra, intaminate:

canterete una bella canzone

e più lieve sia il mio tenzone.

 

In mezzo alla villa gloriosa

tal dimora di Fate tu trovi,

di signori fu palagio a iosa:

albergo fu eccelso, non trovi?

 

E si vede da specchi e cristalli

e maestose sale e piedistalli,

il ninfeo sostar di là sotto

sovvenevole attende l’arlotto.

 

Nelle stanze tue sacre Gabriele

si sostò il gran patrio cantore;

Giuseppe a musicar d’aeromele

dei tuoi fasti inebriato d’afrore.

 

Cippo antico il cuor di Taddeo,

tu recasti ove or sogna il paleo,

in vitrea urna - oh eroe di Polonia! -

palpitava d’amor, d’acrimonia.

 

Tu Varese d’antiche battaglie

fosti patria e gloriosa bandiera,

cuor vermiglio in ardite boscaglie,

difendesti di popol foriera.

 

Or il sangue più non ti scorre

rubro e forte versato ai martìri:

ché, sei morta? e più non ricorre

ti il patriota nei persi ritiri?

 

Vincenzo Capodiferro


Breve bibliografia:

Storia fisica e politica della città di Varese, Varese 1837, p. 5. Su Varese, oltre le guide, come Milano e Laghi, TCI, Milano 1998; Varese e Provincia, TCI, Milano 2003; Cfr. anche G. Ghirlanda, Compendiose notizie di Varese e dei luoghi adiacenti, Milano 1817; Storia fisica e politica della città di Varese, Varese 1837; L. Brambilla, Varese ed il suo circondario, Varese 1874; Varese bella ed indimenticabile, Macchione Varese 2013; C. Bombaglio, Varese che sfugge, Lativa, Varese 1983; I. Pederzani, Varese. Ville di delizia. Rinnovamento e sviluppo (1760-1861); AA VV, Un secolo di architettura a Varese, Alinea, Firenze 1990; AA VV, R. Ausenda, A. Griffandi, Storia della ceramica nel territorio di Varese dal ‘700 al ‘900, Saronno 2007; Cronaca di Varese, Nicolini, Gavirate 1998; Storia di Varese, Macchione, Varese 2017; sul sacro Monte: Origine e progresso delle cappelle fabbricate nel sacro Monte sopra Varese, Milano 1623; Le glorie della Gran Vergine del sacro Monte sopra Varese, Milano 1708; Guida al Santuario di Santa Maria del Monte sopra Varese, Milano 1823; M. Sartorio, Il Santuario di Santa Maria del Monte sopra Varese, Milano 1823.

 




Adelio Fusé, Souvenirs in continuum, Book Editore, 2026


 Viaggiare in continuum con l'opera di Adelio Fusé è un piacere artistico e spirituale che non termina con la letture delle liriche ma, appunto, prosegue anche quando le pagine si sono chiuse. L'autore, riproponendo la sua produzione che va dal 2003  al 2023, ci offre uno spaccato della sua poetica. Si può leggere questa silloge sia come un iter cronologico, un percorso che segna il meglio della poesia di Fusé, sia come un iter interiore, una sorta di tanti flashback, che in ordine sparso adempiono il compito di ricostruire e risistemare oggetti di vita quotidiana, luoghi, esperienze. La raccolta è divisa in due quadri ("quadrilogia degli oggetti anomali" e "trilogia dell'erranza") all'interno dei quali il poeta inserisce le sue tappe editoriali: "Il boomerang non torna" (2003), "Orizzonti della clessidra distesa" (2005), "Canti dello specchio bifronte" (2009), "L'obliqua scacchiera" (2012), "La veglia del sonnambulo" (2016), "Tempo ventriloquo" (2019) e "Mosaico del viandante" (2023). In questa panoramica la poesia diventa vitale: per chi la scrive, e pure per chi la legge. I versi, infatti, sono misurati e meditati, rispecchiano fotogrammi sintetici, come scatti d'una macchina fotografica, e soprattutto hanno la qualità di uno stile altamente musicale che esalta il significato attraverso allitterazioni, consonanze, assonanze.  Ed è proprio all'insegna di questi elementi che si riconosce la mano del poeta, la sua capacità, la sua efficacia espositiva. Un libro da sfogliare poco per volta, che fa riflettere in più direzioni, che ci sa accompagnare e sostenere, come dicevo all'inizio, anche quando abbiamo terminato la lettura. Arricchito dalla preziosa prefazione di Andrea Rompianesi e dalla altrettanto interessante postfazione di René Corona, costituisce un importante passaggio letterario che arricchisce quel mondo poetico tanto trascurato e vilipeso da chi pensa esclusivamente a interessi di vendita, di commercio e di business.

Enea Biumi





lunedì 6 luglio 2026

Zappatori cha sempi zappi di Vincenzo Capodiferro

 


Zappatori cha sempi zappi

 

Uè zappatori cha sempi zappi,

chiù vai sotta e chiù trov’u cappera

cha ti fotti: iati a veve rui nappi

‘nda a chiazza, iat’ a fa na chiacchiera.

 

Virivì! Addovi so chiù li vigni,

l’armenti e l’orti e l’avulivi,

e li lavuri a granu? Mò li pigni

ci so! E pecuri cha virivi

 

e crapi e vacchi e tandi muli,

e ciucci e ciucci cha ‘nda li strittuli

scassavinu varliri suli suli

cha si tuccavinu culi cu culi.

 

Nun ci so chiù cuntadini,

operarj, gualani, cavurarari,

pasturi s’appeddavinu a garrafini:

adduvi so’? Li mastri murari?

 

Li patruni hanu rittu: jativinni!

Jati avvitani ‘nda fabbrichi bulluni.

E to’ vai e beni: chi ti ni scinni?

Vatinn! Ca avimu hati garzuni.

 

Li nivuri ca vennu ra luntanu

cu quattu sordi ni l’accattamu,

stannu nda na paracedda hi canu,

ni servinu, n’addorinu e ni iamu.

 

Nui galatomini avimu sirivienti,

li cafuni restinu sempi cafuni,

puru sturiennu, cumi paroli a menti

vannu, so sempi sotta a li cugliuni.

 

Angunu chhiù attivu faci strata,

ma u restu resta avvitabulluni,

u riccu cari, u povireddu grata[1],

questa è ha storia hi li buruni.

  

Ni ricihinu: tè tre so li putenti

u vecchiu si ni vaj u cabusantu

u re u riccu e chi nun teni nenti,

u giovini cha scappa senza mantu[2].

 

E si mettinu cu nu quatriceddu[3],

e si ni vannu tutti a Melano,

e so’ rimmambiti com’a purceddu,

scappinu sembi cu tre minuti ‘mmano.

 

E li putimu acciri tutti quandi,

ca nun sannu frii mancu n’ovu,

chi fini aviama fani! Hi tandi,

chi si trova chiù a lu ritovu?

 

E mo nun ni truvami cchiuni,

beni hi patruni e beni hi garzuni,

qua nun c’è rumastu ‘chiù nisciuni,

a cummannà ci so sulu li mamuni[4].

 

Cummanninu loru sti fantasmi,

nun si verinu ma tennu ‘mmani

tuttu, ni fannu murini sti iasmi[5],

u figliu non teni chiù l’attani[6].

 

ZAPPATORE CHE SEMPRE ZAPPI

 

Zappatore che sempre zappi,

più vai sotto, più trovi il cappero

che ti frega. Andate a bere due tazze

in piazza. Andate a fare una chiacchiera.

 

Vedi? Dove sono più le vigne?

Le greggi, gli orti, gli oliveti?

I campi di grano? Solo pini

ci sono! Mari di greggi:

 

pecore, capre, vacche, muli

vedevi e asini che nelle strettoie

scassavano i colmi barili

e si scontravano culo a culo.

 

Non ci sono più contadini,

operai, gualani, calderai,

pastori che s’inebriavano a bottiglie,

dove sono i muratori?

 

I padroni hanno detto: andatevene via!

Andate ad avvitare bulloni nelle fabbriche!

Ehi tu che vai e vieni: perché te ne scendi?

Vattene via! Qui abbiamo altri garzoni.

 

I neri che vengono da lontano

con quattro soldi ce li compriamo,

stanno in cucce come cani,

ci servono, ci adorano e ce ne andiamo.

 

Noi galantuomini abbiamo i servi,

i cafoni restano sempre cafoni,

anche se studiano, come parole a mente

volano, stanno sempre sotto le nostre palle.

 

Qualcuno più attivo si fa strada,

ma il resto resta ad avvitare bulloni,

il ricco cade in povertà, il povero s’arricchisce,

questa è la storia dei nostri abissi.

 

Ci dicevano. Tre sono i potenti:

il vecchio che se ne va al camposanto,

il re, il ricco e chi non ha niente,

il giovane che se ne va senza un mantello.

 

E si mettono con un cellulare,

e se ne vanno tutti a Milano,

sono rimbambiti come maiali,

scappano sempre con tre minuti in mano.

 

Li possiamo uccidere tutti quanti.

Non sanno friggere neppure un uovo.

Che fine dovevamo fare! Chi si

ritrova più al ritrovo?

 

Non ci ritroviamo più:

ben di padrone, ben di garzone!

Qui non c’è rimasto più nessuno.

A comandare ci sono solo fantasmi.

 

Comandano loro questi fantasmi.

Non si vedono, ma tengono in man tutto.

Ci fanno morire questi diavoli.

Il figlio non ha più un padre.



[1]Da gratare, cioè grigliare: un gesto che si addiceva naturalmente solo al ceto nobiliare ed ai ricchi.

 

[2]Essere senza mantello significava non appartenere al ceto superiore, cioè essere nessuno.

[3]Il quadretto, cioè il cellulare.

[4]Da Mammona, significa fantasma.

[5]Da Asmodeo, significa demone, diavolo.

[6]Dal celtico, o germanico “Atta”, che significa padre.

 

giovedì 2 luglio 2026

Vernice n. 65 , Genesi editrice, Torino



In questo numero un interessante editoriale di Giacomo Leopardi sulla teoria del piacere (tratto dallo Zibaldone - 12/13 luglio del 1820). A seguire l'intervista di Sandro Gros-Pietro a Carlo Di Lieto con gli interventi dello stesso autore riguardanti "Leopardi e il mal di Napoli", "Leopardi segreto", "Abelardo ed Eloisa nella poesia di Angelo Manitta", "Da Roma a Brindisi per Appia antica", "Cognizione del dolore nei versi di Antonio Spagnuolo", "Finitudine e sentimento del contrario nella poesia di Sangiuliano", "Humanitas e scena onirica nella poesia di Antonio Tucillo", "L'altra faccia della luna nella poesia di Nicola Prebenna", "Seduzione e ricerca della felicità nella poetica di Corrado Calabrò".
Dopo una panoramica della cerimonia del XIV premio "I Murazzi" una perspicacia lettura di Corrado Calabrò su "La poesia ai tempi dell'intrattenimento".
J.P. Manganaro, Premio alla carriera a "I Murazzi" 2026, offre un saggio di puro lirismo intitolato "Melodia delle notti".
G. Giolo si domanda se il racconto biblico dell'Esodo abbia un fondamento storico e sempre dal punto di vista storico si interroga sui documenti falsi della storia e sugli "Angeli occulti nella poesia di Fernando Bandini".
Altri articoli interessanti riguardano "La poetica della pace universale e del ripudio della guerra" nell'opera di Antonio Pileggi a cura di S. La Moglie, "La poesia realistico simbolica di Josè Russotti" a cura di G. Rando, "Una pronuncia di poesia totale" di C. De Stasio, "Il travaglio della scrittura" di F. D'Episcopo, "Le assurdità dell'antico testamento" di A. Sisto, "I 10 anni dalla nascita di Natalia Levi Ginsburg" di I.M. Affinito.
Infine, dopo una esauriente relazione sul convegno "Misticanza & Meticciato, Natura e Umanità" del gennaio 2026 tenutosi al Circolo dei Lettori a Torino, si registrano recensioni e commenti ai libri editi da Genesi, vengono presentano alcuni profili critici (Paolo Butti, Fabio Dainotti, Gianfranco Gavianu, Tommaso Romano) e alcuni scrittori (Loris Maria Marchetti, Davide Riccio, Antonio Spagnuolo, Lucia Todisco)

Enea Biumi


 

Flaminia Rocca “Strappare lo scalpo” (Puntoacapo Editrice, 2026)

                      Disposizione all’attesa o curatela ancestrale, disciolto portento o compressione avvitante; ecco un segno che appare...