La silloge poetica “Sparire” di Denise
Desautels, riportata sia in italiano che in francese, è ordinata su una serie
di sezioni che dialogano con le opere visive di Sylvie Cotton. Ogni settore
della raccolta presenta una variazione emotiva ben precisa, in cui l’autrice
sottolinea il suo stato d’animo. I temi recitano in un circuito di sensazioni
atemporali costruite attorno a un viaggio nel dolore, nella memoria e nella
metamorfosi. In ciò la morte ha una parte rilevante, ma non esaustiva. È una
interlocutrice che conduce la poetessa all’interno di un lutto, in uno spazio
tutto suo, che procede in una continua interrogazione, in una sorta di campo
magnetico che attira, deformando gesti e corpi, sostituendo parole e immagini.
Si tratta di un intreccio fra sparizioni e apparizioni, fra presenze e assenze,
il tutto rielaborato in un susseguirsi di ciò che perdiamo e ciò che resta per poter
resistere convivendo con la morte. Il dolore, a questo punto, diventa puro
linguaggio poetico capace di custodire le vite che scompaiono e il corpo appare
come effige, quasi sacra, di ferite sopportate, mentre l’arte si rende idonea
per trovare un modo per continuare a vivere.
A lungo / volare planare così tenere / il
mondo in vita.
Siamo sempre un po’ compromesse. / La
morte si avvicina non ci possiamo fare nulla.
Alcuni termini, che potremmo definire come parola
chiave, si rincorrono tra una lirica e l’altra, come fossero tante luci al
bordo di un cammino, opportunamente accese, per indicare un percorso o ribadire
un concetto. Ossa, crani, cenere, pelle, sangue, fiamme, acqua, rientrano in un
discorso che svela priorità e sensibilità, si configurano punti essenziali per
una maggiore comprensione della silloge illuminando il lettore, di volta in
volta, nel prosieguo delle liriche. La cenere, ad esempio, congloba in sé
memorie stratificate costituite da sogni, respiri, desideri di quello che era l’esistenza,
restituendo per ciò stesso immagini vitali e vive che cancellano i segni della
morte.
Dico la cenere non lascia avvicinarsi / alcuna
sillaba. Dico: è lo spavento / nell’ovale cuore. / Incaglio. Cenere unanime.
Come se qualcosa rinascesse dal
preliminare alla fine / come se sopravvivesse alla propria fine.
Così il suo atelier è un laboratorio del dolore
in cui emergono ferite, traumi personali, violenze collettive. La poetessa in
un dialogo atemporale espone dubbi, insinua diffidenze, ma alla fine tutto si risolve
e si ricompone come in un puzzle. Il suo iter è costantemente pervaso da un
desiderio di riconquista. L’autrice non cerca di consolare e consolarsi per la
morte, ma ci accompagna e si accompagna, non spiega la morte ma la espone. Offre
così al lettore un universo di vicende simboliche, dove la ricostruzione va di
pari passo alla distruzione, dove la linearità della vita si risolve nella metamorfosi
della morte, dove il trauma del corpo ridotto a perenni ferite si allinea alla sopravvivenza
della poesia e dell’arte.
Noi siamo al di fuori. / A chi
appartengono le dita che tracciano? / Sono veramente le mie o ancora le tue / che
mi raggiungono? O forse sono dita di sconosciuti?
Ora il dubbio si leva a ogni respiro. / L’ora
dei bilanci dentro la nostra scorza. / Che faremo di queste reliquie che siamo?
Tu dici creare. / Bellezza alta e ampia / fino
alla dolorosa sopravvivenza in noi / della perdita del corpo del mondo.
È evidente, per altro, come tutta la silloge sia
improntata a un confronto/raffronto con l’opera eponima di Sylvie Cotton. Ogni
lirica sembra essere una fotografia, addirittura una scena teatrale, come se la
poetessa vedesse prima ancora di interrogarsi su quello che sta per scrivere. L’autrice
pone davanti al lettore delle scene: un personaggio (io/tu); un oggetto
(cranio, cenere, corpo, fiume, sangue, cuore); un gesto (toccare, guardare, suonare,
enumerare); un conflitto (scomparire / rimanere). Sembra quasi di essere di
fronte al teatro dell’assenza, a un mondo pirandelliano ripartito in poesia. E in
questo rapporto tra arte visiva, arte poetica e arte scenica, rientrano senz’altro
momenti di intertestualità nelle citazioni di Lorca, Goya, Rembrandt, Duras, Schubert,
Adrian Piper, Dreyer, che non appaiono certo come soluzioni decorative bensì
occasioni in cui la poetessa si riconosce.
Il mondo nel faccia a faccia / del cuore
ovale. / Il faccia a faccia di Goya / e dell’amico el juez Altamirano. / Prima
che l’ombra del peggio avvolga tutto.
Babel-Opéra – il libro dell’esilio. / Lì
dentro qualcuna domanda Dov’è il cuore? / prima di rispondere Non ne rimane
più.
Ossessive. Ossessionanti. Quattro note poi
più lontano / una quinta. Quattro note poi una quinta / nel Trio n°2 in mi
bemolle maggiore D 929. / Note definitive – o quasi / del giovane Schubert. / Colui
che muore proprio in quell’anno.
Anche lo stile, come si vuole in ogni opera poetica degna
di questo nome, ha una funzionalità essenziale. Conduce il lettore a un
approccio idoneo nell’alveo del significato e del significante. Ciò è dovuto
anche all’intelligente traduzione dal francese di Maura Baldini che, come
spiega nell’introduzione, le difficoltà “dovute, ad esempio, all’abolizione
del soggetto all’interno di certi periodi, con relative ambiguità in merito a
tempi, modi e declinazioni dei verbi, sono state risolte grazie al fecondo
confronto con l’autrice.”
E allora lasciamoci trascinare in questo spazio
eteropico, secondo l’indovinata definizione della traduttrice, attraversiamo
con interesse i contenuti di queste liriche che, se da una parte risultano tanatografiche,
dall’altra rispondono a un’esigenza artistica inscindibile e per nulla
procrastinabile, perché “Singhiozzano in noi i nostri morti / e in loro la
storia del mondo / – smisurato serbatoio.”
