mercoledì 1 luglio 2026

Denise Desautels, Sparire (Sylvie Cotton -Opere visive) Traduzione di Maura Baldini, Marco Saya Editore, Milano, 2026


 

La silloge poetica “Sparire” di Denise Desautels, riportata sia in italiano che in francese, è ordinata su una serie di sezioni che dialogano con le opere visive di Sylvie Cotton. Ogni settore della raccolta presenta una variazione emotiva ben precisa, in cui l’autrice sottolinea il suo stato d’animo. I temi recitano in un circuito di sensazioni atemporali costruite attorno a un viaggio nel dolore, nella memoria e nella metamorfosi. In ciò la morte ha una parte rilevante, ma non esaustiva. È una interlocutrice che conduce la poetessa all’interno di un lutto, in uno spazio tutto suo, che procede in una continua interrogazione, in una sorta di campo magnetico che attira, deformando gesti e corpi, sostituendo parole e immagini. Si tratta di un intreccio fra sparizioni e apparizioni, fra presenze e assenze, il tutto rielaborato in un susseguirsi di ciò che perdiamo e ciò che resta per poter resistere convivendo con la morte. Il dolore, a questo punto, diventa puro linguaggio poetico capace di custodire le vite che scompaiono e il corpo appare come effige, quasi sacra, di ferite sopportate, mentre l’arte si rende idonea per trovare un modo per continuare a vivere.

A lungo / volare planare così tenere / il mondo in vita.

Siamo sempre un po’ compromesse. / La morte si avvicina non ci possiamo fare nulla.

Alcuni termini, che potremmo definire come parola chiave, si rincorrono tra una lirica e l’altra, come fossero tante luci al bordo di un cammino, opportunamente accese, per indicare un percorso o ribadire un concetto. Ossa, crani, cenere, pelle, sangue, fiamme, acqua, rientrano in un discorso che svela priorità e sensibilità, si configurano punti essenziali per una maggiore comprensione della silloge illuminando il lettore, di volta in volta, nel prosieguo delle liriche. La cenere, ad esempio, congloba in sé memorie stratificate costituite da sogni, respiri, desideri di quello che era l’esistenza, restituendo per ciò stesso immagini vitali e vive che cancellano i segni della morte.

Dico la cenere non lascia avvicinarsi / alcuna sillaba. Dico: è lo spavento / nell’ovale cuore. / Incaglio. Cenere unanime.

Come se qualcosa rinascesse dal preliminare alla fine / come se sopravvivesse alla propria fine.

Così il suo atelier è un laboratorio del dolore in cui emergono ferite, traumi personali, violenze collettive. La poetessa in un dialogo atemporale espone dubbi, insinua diffidenze, ma alla fine tutto si risolve e si ricompone come in un puzzle. Il suo iter è costantemente pervaso da un desiderio di riconquista. L’autrice non cerca di consolare e consolarsi per la morte, ma ci accompagna e si accompagna, non spiega la morte ma la espone. Offre così al lettore un universo di vicende simboliche, dove la ricostruzione va di pari passo alla distruzione, dove la linearità della vita si risolve nella metamorfosi della morte, dove il trauma del corpo ridotto a perenni ferite si allinea alla sopravvivenza della poesia e dell’arte.   

Noi siamo al di fuori. / A chi appartengono le dita che tracciano? / Sono veramente le mie o ancora le tue / che mi raggiungono? O forse sono dita di sconosciuti?

Ora il dubbio si leva a ogni respiro. / L’ora dei bilanci dentro la nostra scorza. / Che faremo di queste reliquie che siamo?

Tu dici creare. / Bellezza alta e ampia / fino alla dolorosa sopravvivenza in noi / della perdita del corpo del mondo.

È evidente, per altro, come tutta la silloge sia improntata a un confronto/raffronto con l’opera eponima di Sylvie Cotton. Ogni lirica sembra essere una fotografia, addirittura una scena teatrale, come se la poetessa vedesse prima ancora di interrogarsi su quello che sta per scrivere. L’autrice pone davanti al lettore delle scene: un personaggio (io/tu); un oggetto (cranio, cenere, corpo, fiume, sangue, cuore); un gesto (toccare, guardare, suonare, enumerare); un conflitto (scomparire / rimanere). Sembra quasi di essere di fronte al teatro dell’assenza, a un mondo pirandelliano ripartito in poesia. E in questo rapporto tra arte visiva, arte poetica e arte scenica, rientrano senz’altro momenti di intertestualità nelle citazioni di Lorca, Goya, Rembrandt, Duras, Schubert, Adrian Piper, Dreyer, che non appaiono certo come soluzioni decorative bensì occasioni in cui la poetessa si riconosce.

Il mondo nel faccia a faccia / del cuore ovale. / Il faccia a faccia di Goya / e dell’amico el juez Altamirano. / Prima che l’ombra del peggio avvolga tutto.

Babel-Opéra – il libro dell’esilio. / Lì dentro qualcuna domanda Dov’è il cuore? / prima di rispondere Non ne rimane più.

Ossessive. Ossessionanti. Quattro note poi più lontano / una quinta. Quattro note poi una quinta / nel Trio n°2 in mi bemolle maggiore D 929. / Note definitive – o quasi / del giovane Schubert. / Colui che muore proprio in quell’anno.

Anche lo stile, come si vuole in ogni opera poetica degna di questo nome, ha una funzionalità essenziale. Conduce il lettore a un approccio idoneo nell’alveo del significato e del significante. Ciò è dovuto anche all’intelligente traduzione dal francese di Maura Baldini che, come spiega nell’introduzione, le difficoltà “dovute, ad esempio, all’abolizione del soggetto all’interno di certi periodi, con relative ambiguità in merito a tempi, modi e declinazioni dei verbi, sono state risolte grazie al fecondo confronto con l’autrice.”

E allora lasciamoci trascinare in questo spazio eteropico, secondo l’indovinata definizione della traduttrice, attraversiamo con interesse i contenuti di queste liriche che, se da una parte risultano tanatografiche, dall’altra rispondono a un’esigenza artistica inscindibile e per nulla procrastinabile, perché “Singhiozzano in noi i nostri morti / e in loro la storia del mondo / – smisurato serbatoio.”

 

 Enea Biumi

 

 

 

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