sabato 10 ottobre 2026

Bruno Di Pietro “Elea. Quando verrà il passato” (Les Flaneurs Edizioni, 2024)

 

       


Elea risuona come luogo e come stato. Apporta la nota conoscitiva ed estrema, il fascino della scuola eleatica, dell’essere che è e non può non essere. Di ciò che invece a noi appare ed è illusione. E’ un tenere fermi i confini. L’opera poetica di Bruno Di Pietro “Elea. Quando verrà il passato” si raccoglie in una nitida contemplazione posata ma mai sazia, mai distratta, percepibile attraverso un raccoglimento tenue diretto alla stabilità delle cose, degli enti; di quelli di natura, in particolare. “Si mischiano le acque/ del cielo e del fiume/ con il mare alla foce”; l’attesa è compatibile con la temperanza della continuità, nell’avvalersi di una dicitura apparentemente essenziale, tradotta in versi brevi, nitidi, che determinano strofe portanti l’accenno olfattivo delle tensioni sciolte nella rientranza del remoto che si rivela presente: “Il presente è ricordo/ Inaugura il mondo/ uno scialbo mattino”. Il rumore comporta la dialettica accezione della complessità che si fa esitante e, nello stesso tempo, effettuale; distinta nella rielaborazione di un insieme policromo e persistente. Il negativo non è ammissibile, non detiene legittimità ontologica, ma nutre il timore e la domanda, ricerca il dato primevo, l’attesa che è istante, deposto sintagma che Bruno Di Pietro incardina nella trattazione versificata apposta alla soglia che detiene i parametri di canneti e fiori, alberi e venti, arenili e argille che “dicono di un’isola/ dalle spiagge rosa”. Imenei astrali solidificano le appurate attese tradotte in un filtraggio linguistico che dona l’accenno come agnizione deposta al terreno dei ritagli terrosi, intendendo l’osservazione come una pratica eliminante gli orpelli e diretta a penetrare il nucleo riposto nell’essenza che si fa senso stabile, e ritiene illusione la perdita. Ma Di Pietro affronta anche la storia, “la scoria del tempo negato”; quasi il contesto con la fisicità che testimonia l’insorgere della contraddizione, della continua rivalsa delle apparenze, come un disporsi al vago riflesso della tesi che si fa ipotesi o dilemma o altro: “un abbaglio l’eterno presente/ l’ora che non passa”. Sabbia, sassi e scogli, dune e gusci, una bellezza panica che contiene domande, quesiti reiterati: “Nel tempo seriale imploso/ irrompe il dono/ l’avvento, il senso”; distinto il passo nella moltitudine degli eventi, rientranti nel circolo degli essenti, la solitudine dell’Essere. L’autore esprime nel suo versificare l’acuito nitore della venatura linguistica, della traccia dotata di cromatica valenza nel distinguersi inevitabile delle parti, quando si apposta la percezione a sembiante calato sulla riproducibilità delle stagioni, dei particolari, dello sguardo del poeta che sembra seguire i passi del filosofo, affrontando forse quel parricidio mancato riaffiorante nella riflessione di Severino. E’ un mare greco che apporta le fluttuazioni delle vicissitudini dialettiche, dei sospesi atti complessi dove la speculazione fertile inonda le terre della “calura estiva” e della “notte illune”. Non dizione verso l’inesprimibile, non rilascio di ciò che è immoto. “Il cosmo è foglie/ suoni, colori, corpi/ spine e cardi.// (Il pensiero arriva tardi)”; venti e visi, erbe e silenzi, tutto concede grazia di attenzione, passo che è sosta, sguardo che si vuole attento, una corposità stoica, l’aerato regesto accogliente il flutto e il tratto. Come bene accenna Daniele Ventre nella postfazione (sostanzialmente un vero e proprio saggio) c’è, nella poesia di Bruno Di Pietro, una sorta di maniera virgiliana nel rapportarsi alle cose che sono, saranno, perché sempre state. Il tracciato si concretizza linguisticamente nel peculiare controllo dei versi, in contrappunti tonali, passaggi a distinzione di frammento, contrapporsi subitaneo di spazialità nella pagina e colorazione notturna affiorante nella duplicità del remoto presente, dei correlativi oggettivi fissati nell’intaglio di distici, terzine, quartine, soluzioni che si alternano a strofe leggermente più lunghe. Ed è un contrapporsi insistente di essere ed apparente divenire, nella dizione di un’attesa che è ritorno mentre, sostiene il poeta, “si annida/ il disincanto/ fra gli ultimi brandelli/ di stelle”.

 

                                                                                   Andrea Rompianesi

lunedì 5 ottobre 2026

GLI ORCHI DELLA VALGANNA un racconto di Vincenzo Capodiferro

 


Racconto fantasy legato alla figura di Guido da Velate.

 Il lago di Ghirla è uno specchio d’acqua cristallina virescente, un gioiellino della Valganna. Dalle sue sponde passava nei tempi ormai andati la tranvia che collegava Varese a Lavena Ponte Tresa, progettata da Giuseppe Sommaruga, un architetto liberty milanese. Nei suoi pressi infatti ancora s’erge l’antica stazione.

Nelle acque di questo meraviglioso lago sguazzava un tempo un mostro prodigioso. Era un’orca assassina, ma di immani proporzioni. Questa orca spaventosissima divorava tutto. Nessuno poteva avvicinarsi tranquillamente al lago. Come si trovava là? Forse era un rimasuglio delle ere glaciali, chissà? In tutti i modi questa creatura prodigiosa era controllata da un potentissimo mago: Guido da Velate, vescovo di Milano nell’anno Mille, era di grandi aspettative, era di millenarismi.

Guido resse l’arcidiocesi di Milano dal 1045 al 1069. Velate era stata un centro degli eretici ariani, gli arbori dell’era cristiana. Ambrogio il grande li aveva sconfitti, proprio sotto la loro roccaforte, la Torre di Velate. Ma molti eretici si erano rifugiati nella Valganna, ricca di grotte e di posti inaccessibili. Questi eretici avevano conosciuto - in senso biblico - i demoni che abitavano nelle grotte. Alcune fanciulle, infatti, figlie degli ariani, si erano accoppiate con i demoni. Da costoro era sorta la discendenza degli orchi abitatori della Valganna. Erano guidati da re Orco. Nessuno osava avvicinarsi alle grotte, ove s’inabissavano ricchissime miniere. Gli orchi commerciavano con gli umani preziosi e minerali. Quando Guido divenne vescovo di Milano, cominciò a servirsi delle arti magiche degli orchi per dominare la natura e gli uomini. Già gi orchi avevano fatto patto coi contadini del posto che dovevano portare cibo all’orca, la loro madre. Era un mostro acquatico con denti affilatissimi. Poteva anche uscire dalle acque e bisognava stare attenti a non addentrarsi troppo lungo il corso del rabbioso Margorabbia. Sotto Ganna c‘era la Badia. I monaci, con intense preghiere, cercavano di contenere il male che abitava negli antri della Valganna. Ma Guido aveva venduto l’anima al diavolo. E pretendeva, oltre ai sacrifici di animali, che periodicamente facevano i contadini per saziare la fame spietata dell’orca, anche di giovani vergini.

Venne a Varese il diacono Arialdo da Carimate a predicare la conversione e la penitenza la fustigazione dei costumi, contro le pratiche empie della simonia e del concubinato. Come Giovanni nel deserto, predicava contro Guido.

«Convertitevi! Il giorno del giudizio è vicino! Fate penitenza e Dio vi risparmierà. Non fate come a Sodoma, a Gomorra, a Babele. Fate come a Ninive. Non ti è lecito tenere la concubina Gertrude».

Guido, come Erode, teneva un rapporto illecito con la nobile Gertrude dei conti di Fragasso, che il profeta denunciava. Fece ammazzare Arialdo dai suoi bravi il 27 di giugno del 1066. Il suo corpo fu gettato nel lago di Ghirla e divorato dall’orca. Ma avvenne un miracolo, come a Giona. L’orca rigettò il corpo di Arialdo che rimase intatto. Raccolto da fedeli devoti venne portato nella Badia di Ganna e sepolto nel cimitero. Nello stesso tempo accadde che Guido si innamorò di una delle vergini promesse al sacrificio: era la figlia del duca di Valganna, Goffredo. Guido la fece rapire e rinchiudere nella fortezza degli orchi, che si trovava sopra la fonte Orca, sopra il lago di Ghirla. La fonte Orca era una fontana prodigiosa. Era la fontana degli orchi. Le sue acque curavano le malattie ed inoltre era preziosissima per il posto, per l’irrigazione dei campi ed anche perché le sue acque mettevano in moto diversi mulini.

Intanto a vendicare il sangue del martire Arialdo era giunto il cavaliere Erlembaldo Cotta, fratello di Landolfo. Lo seguiva un portentoso esercito. Anche Guido aveva raccolto un esercito di suoi fedelissimi e naturalmente era adiuvato dagli orchi, molto più potenti degli uomini. Ci fu una furente battaglia in Valganna. Le acque si tinsero di sangue. Quell’evento era visto come una punizione divina: una piaga d’Egitto. Pare che dal sangue dei caduti di questa battaglia si tingessero le pietre rossastre del posto, molto adusate in edilizia e in architettura. Il fiume Margorabbia significa difatti: «nelle acque arrabbiate». Quando le sorti della battaglia erano state quasi decise a favore degli orchi, ecco che Erlembaldo, aiutato dal fratello Landolfo, si getta in un’impresa disperata. Prende una possente lancia d’oro e la scaglia nel ventre dell’orca di Ghirla. Era ricoperta di scaglie squamose di difficile penetrazione. Ma c’era un punto, sotto il cuore, che era debole. L’orca, colpita a morte, pareva esalar l’ultimo spiro. Però aveva un altro cuore, che ancora palpitava, nella zona del ventre. Accortosi Landolfo che stava di nuovo inalberandosi per divorare Erlembaldo lancia una freccia d’argento di lontano e ne colpisce il secondo cuore. Gli orchi, a vedere caduta la loro madre, correvano spaventati e si nascondevano a frotte nelle grotte di Valganna.

Vinse l’esercito di Erlembaldo. Da allora fino ad oggi gli orchi abitano quegli antri infiniti. Guido, sconfitto, lasciò l’episcopato milanese e si ritirò con loro nelle grotte. Ma si recò a lui l’eroe Erlembardo.

«Guido! Lascia al popolo di Ganna la sua principessa Umberta, che tu tieni prigioniera».

Guido rilasciò la principessa, ma lanciò una maledizione. La fonte Orca si disseccò e fu un dramma, inoltre in Valganna scese il ghiaccio e l’inverno non finiva mai. Si era tornati al tempo delle glaciazioni. I contadini, i pastori e la popolazione erano disperati. Alla fine, si trovò un accordo e la principessa Umberta per sei mesi stava con Guido e sei mesi poteva tornare alla sua casa, dal padre Goffredo e dalla madre, Arminia. Così la maledizione venne tolta. Pare che ancor oggi Umberta abiti, rivestita d’infernale immortalità, le grotte di Valganna, insieme a Guido e agli orchi. Ancor oggi, infatti, la Fonte Orca d’estate caccia le sue dolci e fredde acque e d’inverno svanisce nei corsi inferi.


Vincenzo Capodiferro

mercoledì 23 settembre 2026

Riccardo Olivieri “Santa brezza” (Puntoacapo, Editrice, 2026)

 

                        


 

Sensibili ai silenzi, alle ingiustizie che abitano la quotidianità, alle mancanze percepite negli sguardi, alle assenze o ai timori, alle domande che sorgono pungenti. Sensibili ai versi di Riccardo Olivieri in questo suo esito “Santa brezza”, dove qualcosa deve inevitabilmente porci uno spazio da abitare nella più ammissibile prospettiva di tregua se non di salvezza. Ciò che ho reso sacro tu non chiamarlo più profano, è stato detto... tutto l’empirico filtro della consistenza materica, nella sua graduale assimilazione che non esclude l’intensità di certi impatti, ci pone al confronto con le cose; le più umili e solide come retroterra della nostra “viandanza” continuamente esposta alla riflessione ontologica. Noi essenti, enti tra gli enti, guardiamo, come fa Olivieri, gli occhi dei figli. Cerchiamo di recuperare quelle fasi decisive, quali boe alle quali aggrapparsi, impresse nel nostro ricordo vigile. Attraversare le emozioni come segnali di un cammino esistenziale nel quale i versi della poesia sono tracce, linee, di un disegno necessario perché necessaria è la scelta dell’interpretare il bisogno atavico di una parola che sia senso oltre il senso. L’input dell’autore è nei versi brevi, spesso essenziali, asimmetrici nell’abitare gli spazi, nella parola rivolta, paziente e meditata nel suo accenno montaliano: “Io per me ho già scelto un posto/ che non posso dire,/ da cui saprò come vederti. Ma ora vai, fai/ Rivoluzione – di tua repubblica gentile”. L’approccio elegante dell’assonanza si accorda lieve con la traiettoria prosodica incisa dall’enjambement, che spezza ulteriormente, al di là della stessa versificazione. E’ un sentire d’amore, quasi una espressione di fedele d’amore, per citare un riferimento a Giuseppe Conte; un ritrovarsi attraverso le sensazioni dettate dal confronto con gli stimoli circostanti di natura: “il ronzio della veste alata che mi saluta d’intorno/ qui,/ nella campagna inspiegabilmente felice”. Così s’immerge la penna in una alternanza che include l’apertura d’orizzonte per una possibilità acuita dalla precisione di una terzina espansiva: “Mare enorme oggetto obliquo ai continenti,/ mentale soprammobile ingombrante,/ missile a benzina per le iridi più azzurre”. Linee di confronto, afflati paterni, segnali di luce a ricordare opzioni difese nella consapevolezza del peso delle parole, della loro ostinata resistenza, la sola apparentemente rimasta sul piano della praticabilità quotidiana ed immanente. Anche la preghiera stessa è parola, segnale intriso di un sentire sensibile e mobile. La voce di Riccardo Olivieri è anche voce di condanna verso un degrado in cui la caduta dei valori etici ha determinato ingiustizie e sofferenze. Allora diviene necessaria l’attenzione che emerge dalla frequentazione degli spazi angolari, delle contingenti estensioni minimali, delle tonalità immiti e riflettenti; “Tieniti sempre un ultimo sorso./ Lascialo appoggiato/ discosto/ al lato sinistro di te,/ servirà”. La grazia che si coglie nei versi attiene alla pratica di un levare, di un’assidua limatura che s’intrattiene con la definizione relativa dei ruoli e li determina comunque: “Li vedi e ti vedi e credi ancora più/ alla vita che c’è/ fuori”; così come assume ruolo significativo la figura del manichino che è alter ego, identità che s’impone nella nitidezza stagionale: “D’estate il mio manichino prende importanza,/ si sente padrone del gioco,/ mi dice ch’è sua la vacanza”. Ci sono date che si pongono simboliche, accennano ad un lungomare, alla presenza femminile che accompagna, che cura, dove è possibile percepire il segnale d’attenzione, quella brezza che è presenza: “poi – con l’aria in faccia come in bici/ ho ripensato alla foto che mi hai fatto”. E Parigi, la Senna, scorte di luce ma anche contrasti dei particolari che sembrano riecheggiare toni presenti nella prosa di Patrick Modiano, nel suo respiro regolare. Aria, sassi, pioggia, sciami di frumenti, piante, sedie, osservazioni e accostamenti propri di un poeta che ha amato tratti e segni di figure come Sereni e Luzi. Il libro termina con un ulteriore omaggio rivolto a Mario Benedetti, nella traduzione di due suoi testi di valenza civile. Un percorso poetico quindi, quello di Riccardo Olivieri, intessuto di acquisizioni della durata comprensiva di una biografia nella sua più partecipata sensibilità.

 

                                                                                         Andrea Rompianesi

 

venerdì 18 settembre 2026

Massimo Viganò “[Luci della notte e luce del giorno]” (Anterem Edizioni, 2026)

 

    


Forse si potrebbe ricorrere alle inezie laboriose di Giorgio Manganelli quando, magistralmente, si soffermava sui frammenti di Eraclito, l’amante del contraddittorio e del fuoco suscitante guizzi, schegge che si diffondono esili ed eterne. Allora appare l’operante desto e dormiente nelle cose, come poter dire che i sogni sono accadimenti e hanno quindi in sé principio di verità. Sì, perché il sogno, come ben indicato nella nota di Silvia Comoglio, è materia su cui costruisce la sua eccezionale impalcatura testuale, Massimo Viganò con il libro di poesia “[Luci della notte e luce del giorno]”. E già emerge una peculiarità che occhieggia alla dimensione dei risultati-guida per le navigazioni delle attuali poetiche, come si rivelerà nell’opera. Il titolo è racchiuso tra parentesi quadre. Tutta l’architettura dell’esito esprime una forza esplicativa dominata da un fattore fondamentale. La versificazione, per lo più lunga e prosastica, è comunque decisa da una netta formazione asimmetrica degli stessi corpi testuali, in una complessità emergente nel costante e dirompente utilizzo dell’interpunzione. Trattini, tre punti, parentesi tonde, quadre, graffe, intervalli, spaziature, sospensioni, inserimento dello slash (singolo e doppio), iati, diversità di caratteri e, in alcuni casi, di corpi di carattere...insomma Massimo Viganò applica una formulazione scritturale in versi di assoluta varietà e molteplicità, a testimoniare che, anche nella strutturazione più contemporanea, oltre ad aspetti evidentemente fonetici e ritmici, qui volutamente scardinati e aperti, assume primaria importanza tutta la dimensione visiva e grafica. Quasi un arazzo asimmetrico nel quale abitano le esplicazioni oniriche che interpretano e traducono timori e desideri, necessità veicolate ed opzioni irrisolte, “confido [...]/ [...] che del sogno invidio il sonno e al sonno l’(in)capacità di narrarsi, di dis-“ e non manca il verso lungo che si concede la tmesi e propone un passaggio che delle interruzioni fa la comparazione dei dissesti linguistici registrati nella prospettiva della mappatura: “porsi (come ci fosse) dis-velarsi agli occhi [e altri ammenicoli] durante la...”. In altro passo poi: “[che] sbatta nel vento (come gli infissi di certe case inabitate) e dissangui e possa/ essere agevolmente (ri)condotto a un senso”. Che dire, se non il felice riscontro di una scrittura poetica imprevedibile e, nello stesso tempo, rigorosa quasi in accezione analitica. Certo, in questo spazio, la centralità delle filiazioni grafiche tende a porre in secondo piano la sonorità timbrica dell’accostamento fonetico, poiché la priorità dell’esecuzione si concentra sul disegno testuale, avvalorando una opzione di trame prosastiche, attraverso il senso della vocazione atonale. E sono voci accolte dalla prospettiva delle lontananze e delle interruzioni, dell’alternarsi di sonno e veglia, del loro confondersi. Quasi, per citare un titolo di Adelio Fusé, altro eccelso esempio di risultato poetico, una “veglia del sonnambulo”. E’ un alternarsi di compattezze e diradamenti, occlusioni e aperture, intermittenze e fusioni, dove l’interlinea è procedura di possibilità ulteriore nella chiave della sosta riflessiva e matura, così da riversare silenzi perturbanti nel momento in cui subentra l’annotazione, “ove si compie il gesto interminabile/ mai intrapreso né il viaggio a perdersi”. Massimo Viganò mette in campo il tema del volo e della fine, della memoria e dell’eco, per poi attenuare il passo o, improvvisamente, porlo in caduta verticale tra pensieri, carni, bocche irrequiete, ombrose radure, biondo grano, odori aquilini, gravità dei momenti. Muoversi su tali pagine è districarsi tra collocazioni lessicali e sintattiche sia frantumate e dissolte, sia ricomposte e ordinate su tempi differenti che giungono a variare la durata stessa della composizione; “trasporta di che viver pel sonno di sotto la scorza/ a pelo  coll’instancabile vivere ad occhi socchiusi dato per sottendere e/ riparare”. C’è anche un “K” che sogna direttamente, forse, la fine del tempo, giungendo ad un empirico risveglio che ancora non è interamente tale o lo è di più. La domanda costituisce l’evento, il quesito il suo senso; attraverso naufragio ed approdo a destini incrociati di calviniana memoria. Ma il variare stesso porta anche al recupero di vocaboli propri di poetiche attribuibili ad usi linguistici che furono di Montale e Pascoli: “e guardando pencolare/ dai rappi del querciolo una fune”; così la ricerca formale si nutre di suggestioni intertestuali, ancorando alla radice la prossimità del riferimento composto e fertile. Le opzioni della notte, al plurale, si confrontano quindi con l’opzione del giorno, al singolare, dove è priorità espressiva la possibilità delle varianti, delle frantumazioni così come delle ricongiunzioni, in un processo dinamico da edificare, pagina dopo pagina, senza tralasciare l’inesorabilità destinale. Il corsivo, a volte, si pone a fronte di un aroma di recupero antico e narrante, invola auspicio di rimando come testimonianza acuita dalle suggestioni delle pause, dei sensibili a difesa di coltura nella prossimità di frastuoni e tramonti, di un “continua...” che riporta il passato ad una tangibilità onirica. Si rianimano poi sensi di viaggio ed opzione: “quando sarai partito certo avrai lasciato la sedia e il letto da rifare la porta chiusa/ a due mandate sicché vorrai serbare da dove procedi a breve (e trovarlo com’è/ rimasto) ma tant’è il mondo sempre gira con regolarità e ci saranno pur sempre/ altri venti e visioni...”. Il registro di definizioni comporta l’operosa attenzione al recupero di stimoli che la vocazione sperimentale espresse nelle avanguardie, notando la plausibilità della notazione confidente, del “silenziosamente” e del “tacitamente”, nella comparsa di citazioni latine, francesi, ammissioni uditive, uso parentetico, contrazioni improvvise, ritorni a segnale, accenni e iterazioni, riporto filologico, iato esplicativo, perfino cancellazioni; “percorrendo infine rue la boétie/ a villefranche-sur-mer oppure/ era parigi? con la sua nudità”. Allora, per Massimo Viganò, la scelta è ritorno ed è rinnovo del possibile esito, quando la spazialità della pagina diviene categoria espressiva di qualità essa stessa, concedendoci un’esperienza davvero ad alto tasso stilistico.

                                                                                 Andrea Rompianesi

 

 

 

domenica 13 settembre 2026

Enea Biumi “Magatèi/ Burattini” (Puntoacapo Editrice, 2026)

 


E’ lieve e antico, calibrato e partecipe, il passo di Enea Biumi in questo suo esito in lingua bosina a fronte della versione italiana. “Magatèi/ Burattini” conferma, come bene dice Mauro Ferrari nella nota, ironia dolente e tenerezza feroce, per congiungere gli stimoli operosi del contesto anche naturale con gli afflati, le attenzioni, le sensazioni, gli accostamenti propriamente visibili e percepibili nelle sfumature che l’autore coglie, registra, filtra e interpreta. “Sémm chì a pé biòtt/ ca bàlum in la fiòca”; “Siamo qui a piedi nudi/ che balliamo nella neve”; viviamo le ansie quotidiane, assistendo impotenti alla deriva dell’umanesimo, alla resa di una società in cui è arduo riconoscersi. Sembra di essere “al freddo del Titanic”, titolo della prima sezione del libro dove l’assuefazione ai tragici segnali del contesto impedisce una presa di coscienza collettiva nella mistificazione di una necessità che inoltra esiti bellici e barbarie diffuse; così come si evidenzia una temporalità malata ed espressamente amara: “La végia ringhéra la gà un fàa/ da vérd ransc”; “La vecchia ringhiera ha un sapore/ di verde rancido”; un colore che coniuga la sinestesia operativa e determina il senso di fermentazione dei continui refusi etici che nemmeno ammettono giustificazioni di mancata conoscenza a indicare, con il titolo della seconda sezione, che “così passa la gloria del mondo”. Biumi accosta l’orecchio alle cose, ai rimandi di una memoria che evoca e scolpisce la storia dei siti, gli eventi anche minimi quando si colorano di segnali e agnizioni. Tempo che incide e lascia tracce di rughe sui volti, nella vocazione di una attesa rivolta agli elementi, percependo che “un bòt da vènt strepéna ul silènzi/ indùa la munìna disbròia la storia”; “un soffio di vento spettina il silenzio/ dove il muschio dipana la storia”. La vanità si rivela nelle rovine che ne testimoniano l’incombere, così come quel dissolversi lento dei sogni, delle illusioni spogliate e frante. I versi brevi sono essenziali nella loro stesura, nell’avvalersi della centralità di uno spazio, quello della pagina, in poesia sempre sospensivo e, nello stesso tempo, svelante, vero respiro ritmico e visivo. In questa parte del libro, il senso della transitorietà aveva innescato un confronto attento con quella maestra di vita che spesso perde, a causa nostra, il suo ruolo. Raccogliendo nel percorso gli stimoli dei luoghi, come il Sacro Monte di Varese, Biumo Superiore “con le lucertole sul muro/ fra l’edera l’erbacce e le foglie secche”, i boschi del Seprio. L’ambiente conosciuto dal poeta rispecchia, nei suoi intimi lineamenti, il sentire l’afflato emozionale qui stratificato in passaggi quieti ma decisi, in una considerazione dove la lucida amarezza convive con la sensibile ironia. C’è in Enea Biumi un senso del levare orpelli e distrazioni, per una poetica intenta ad assaporare le levigature che possono offrire un segno identificabile nelle tracce di natura e nelle vicissitudini dei tempi; la sua intenzione civile riverbera mite, quasi in una dicitura volta alla sacralità minima delle cose, a quelle tonalità di tramonto che promettono un rifugio tenue, una pausa silente. “Fòrzi l’è dumà un regòrd/ ul tò nom o la tò fàcia/ stampàda in dul spéc du l’aqua/ che pòch a pòch s’impàna”; “Forse è solo un ricordo/ il tuo nome o il tuo viso/ stampato nello specchio dell’acqua/ che poco a poco svanisce”...quindi l’amore vissuto e ricordato nelle sequenze di una biografia posta a confronto con gli eventi grandi e piccoli, con le apparenze, quasi fossero “bolle di sapone” come il titolo dell’ulteriore sequenza. Desiderio di ascolto e vicinanza, di contatto e dialogo, di attenzione nello sguardo, come bene indica una citazione che richiama Tolmino Baldassari. D’altra parte, afferma Biumi, gli stessi desideri sono bolle appunto che “scoppiano nel niente” anche se il niente non c’è, e quello che rimane sono sogni al risveglio, quindi qualcosa comunque. Su questo qualcosa s’innesta il cammino, la campana del vespro, un’ulteriore voce di bocche in affanno. Così la quarta e conclusiva sezione rivela “capricci di una clessidra”, “st’ umbrìa ca scàpi/ l’è ‘l mè destìn”; “Quest’ombra che fuggo/ è il mio destino”, attraverso sensibilità di lago, fervore di foglie, burattini senza tasche, gatti in calore, melodie ondulate. Il procedere dei pensieri accosta strofe nella cucitura dei dettagli, evaporazioni conducono alla presa d’atto emissaria di un rovello quotidiano che non rinuncia all’appiglio, allo scorgere particolari e anfratti, “mentre la breva/ asciuga le scintille del cuore”, in uno smarrimento leopardiano.

                                                             Andrea Rompianesi

 

lunedì 7 settembre 2026

“MAGATÈI/BURATTINI” DI ENEA BIUMI a cura di Vincenzo Capodiferro

 


 “MAGATÈI/BURATTINI” DI ENEA BIUMI Una raccolta in bosino ricca di versi pungenti come frecce: una poesia sociale coraggiosa

È uscita alle stampe “Magatèi” / “Burattini”, raccolta di poesie in vernacolo bosino di Enea Biumi, editore Punto a capo, 2026. Il testo è suddiviso in quattro sezioni. Burattini, Sic transit gloria mundi, Bolle di sapone e Capricci di una clessidra. Questa raccolta, molto intensa, è intrisa di profonde emozioni, di pensieri bollenti. Troviamo qui un Enea, pur nella lingua locale originaria, che quasi teatralmente si presenta come un vate, nel senso classico, almeno quello sognato dall’ultimo D’Annunzio, impegnato nel sociale, una voce dissonante che denunzia l’ingiustizia, l’oppressione. Pare uno di quei libretti dei librettisti ottocenteschi d’Opera. Innanzitutto, dobbiamo sottolineare l’importanza del recupero delle lingue locali, nella fattispecie del dialetto bosino, bandite un tempo dalle aule delle istituzioni scolastiche. L’italiano in fondo cosa è? Un dialetto nazionale, il toscano. Il dialetto ha diverse qualità, ma soprattutto due: è più vivo, espressivo e genuino. E poi avvicina di più al popolo. Almeno così era una volta, quando tutti lo parlavano e lo conoscevano. Noi proveniamo da una regione ove il dialetto è ancora una grande risorsa. Ogni paese ha un dialetto diverso, ogni borgo. Poi quivi, rispetto al contenuto, è d’uopo evidenziare come la poesia diviene canto popolare, sociale, invito alla riscossa, richiamo delle masse, sempre più amorfe a prendere coscienza a non allontanarsi dal vero, a non ascondere, come struzzi, la testa, cioè l’intelligenza, sotto le sabbie mobili della società liquida, a non farsi risucchiare dalla mortifera palude dell’indifferenza. Enea, in fondo, proviene da quella generazione rivoluzionaria dei sessantottini, molti dei quali oggi sono divenuti sessantotteschi, cioè soprammobili ben lucidati che stanno bene là, sopra i comò.

 L’ansia dei prepotenti

che vogliono comandare

ha gettato il mondo in guerra

la pace è un delitto

da schiacciare sotto i piedi.

 Domina la “fàna da preputènt”, come la definisce il poeta, del neoimperialismo. Quella generazione del Sessantotto aveva un fuoco dentro, che la nuova generazione ha perso, era una generazione sanguigna. L’odierna generazione è, invece, flemmatica, ha l’acqua dentro le ossa. Leggendo queste ermetiche poesie ma concise, forti, molto ermeneutiche, ci sovviene in mente il nostro poeta dei contadini, Rocco Scotellaro. Acqua e fuoco come li metti insieme? Il vapore! La forza del vapore! Enea è un intellettuale impegnato, vivo, in tutto: nella letteratura, nel teatro sociale, anche in vernacolo, in una narrativa realistica, però oltraggiosa dei canoni comuni, dei manierismi, dei fenomenismi che passano ancor oggi, come sempre, come lampi nell’eternità. Sic transeat gloria mundi.

Chi è quel senza dio

che per prima

ha preso nelle mani un bastone

per andare

a fare la guerra?

Non si è accorto

che la gente muore egualmente

senza doverla uccidere?

Rousseau scriveva: «Il primo che avendo recinto un terreno, osò dire, questo è mio, e trovò gente così ingenua da credergli, fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, quante guerre, quanti assassini, quante miserie e quanti orrori avrebbe risparmiato al genere umano quello che strappando via i pali o colmando il fossato, avesse gridato ai suoi simili: guardatevi dall’ascoltare questo impostore».

La guerra comincia col possesso, con l’assolutizzazione della privatezza. Privato deriva da privare. La proprietà un furto, proclamavano i socialisti, mica tanto utopisti. La guerra la fanno i ricchi per arricchirsi e per ammazzare i poveri che danno fastidio. Così è stato sempre, nel Quindici/Diciotto, nel Quaranta e soprattutto nel Quarantatré, quando di nuovo le masse proletarie si mossero, tendendo la riscossa al potere. Così è stato da sempre, da Spartaco agli ultimi spartachisti: i moti sociali del biennio rosso e i moti sociali del ‘43. Enea chiama il senza dio il “lantecrist”, cioè l’anticristo. L’opera dei capitalisti e super-capitalisti fomentatori della guerra è contraria a Dio stesso. Essi sono schiavi di Mammona e della Morte, non della Vita.

C’è una profonda spiritualità in questi versi. Ci sono momenti in cui il poeta si riposa negli angoli ameni della bella provincia, bella come il bel Paese, come un tempo l’Italia nostra era descritta, sotto l’ali della Madon du Mont, o al Seprio, o al Chiostro di Voltorre, ad esempio:

Il Chiostro di Voltorre

nasconde i miei affanni

e il sentimento

gioca nel presente.

 Voltorre è un gioiello d’arte. Voltorre richiama un nome a noi noto: il monte Vulture. Vultur, nome antico, etrusco latino: l’avvoltoio, nome antico, simbolico, ricco.

 Sic transeat gloria mundi

par che la dìsa

stà Tùur da Velà.

 Torre di Velate, torre antica, simbolo eterno! Ricordo di antiche battaglie tra Ariani e Ambrogio glorioso! Velate che ci ricordi Guido, vescovo controverso e Arialdo, santo diacono della Pataria milanese! Una poesia che inneggia alla virtù, alla spiritualità, che invita a valori eterni. Una poesia che denunzia la vanità del mondo, delle guerre inutili: Omnia Vanitas. Una poesia che punge quelle bolle di sapone umane, che rivela i capricci della clessidra del tempo. Hegel sosteneva che una storia senza guerra segna solo pagine bianche. Noi crediamo invece che una storia senza guerre e senza eroi stupidi e vani sarebbe stata una storia meravigliosa. I futuristi inneggiavano alla guerra igiene del mondo. Noi, invece, con Enea, inneggiamo alla pace, salute del mondo. Gli eroi? Quanto sangue sono costati al mondo! Ed oggi ancora ce li troviamo innanzi ai nostri occhi stupiti e stupidi coi novelli culti della personalità.

Questa raccolta richiama subito ad un ambiente teatrale, caro a Enea. I burattini: la maggior parte dell’umanità, manovrata da invisibili fili, da miliardari senza scrupoli, da chi detiene il vero poter del mondo, quello economico. Il povero Marx l’aveva capito, fin troppo!

 

Vincenzo Capodiferro

 

martedì 25 agosto 2026

I Nati del 1951 di Castelsaraceno ( PZ) si festeggiano: I Ricordi sono pur sempre….Poesie

 

Si sono dati appuntamento in piazza prima della messa i coscritti  del 1951
Prospero Cascini, Fulco Vito, Iannella Vito nato a Castelsaraceno residente a Ferrandina (Mt), De Santis Felice,Cascini Angela,Isidora Calcagno nata a Castelsaraceno, residente a Policoro(MT), Iannella Vincenzo e Iacovino Caterina (coniugi), De Santis Angela Pasqualina , Conte Angelo , Lardo
Giuseppe e De Lorenzo Vito.

Prospero Cascini -poeta Lucano - col
Sindaco di Castelsaraceno … Rosano!


Dalla piazza, insieme, ai propri congiunti sono
entrati in chiesa per la santa messa! Don Vincenzo Iacovino -parroco -alla fine ha salutato i nati del 1951 e si è soffermato sulla mancanza di Iniziative Simili che riempiono la Comunità, la nostra Comunità di autentico
Spirito Comunitario! Si è associato agli auguri che -in tanti  -hanno partecipato ai festeggiati !
L’incontro col
Sindaco Rocco Rosano ha toccato alcuni aspetti problematici dell’essere  Comunità anche  in
Un Paese che col
Suo ponte tibetano tra
i due parchi  riesce a calamitare turisti e appassionati da tante parti del mondo. Sono intervenuti Prospero
Cascini di Castelsaraceno e Iannella Vito di Ferrandina. Il
Pranzo è stato consumato al Ristorante da Federico  con la musica di Rocco De Pierro. Su richiesta di quest’ultimo
Il poeta Lucano Prospero Cascini ha declamato
Alcune Poesie riferite a Castelsaraceno: il
paese, il Mio Paese, le Montagne al
Mio paese e le piazze del
Mio Paese!









venerdì 14 agosto 2026

Enea Biumi, Magatèi - Burattini, ed. Puntoacapo, 2026


Enea Biumi ci consegna, nel suo dialetto bosino, una voce insieme antica e urgentemente contemporanea. Tra le rovine della Rocca d'Orino e i glicini della Madonna del Monte, tra il chiostro di Voltorre e le ringhiere arrugginite del tempo, il poeta osserva un'umanità che continua a ballare «al freddo del Titanic», mentre la guerra toma a macchiare il mondo. Con ironia dolente e tenerezza feroce, Biumi interroga i fantasmi della storia, i silenzi della natura, la memoria dei vecchi al camino e l'innocenza calpestata dei bambini. Marionette inconsapevoli o consapevoli, gli uomini danzano sul ciglio dell'abisso, mossi dai fili del potere, della violenza e dell'oblio. Eppure, in mezzo al fragore, resiste un rifugio: la bellezza aspra e luminosa della terra prealpina, la schietta poesia del dialetto, la capacità di stupirsi ancora davanti a un fiore o a una formica che solletica il collo.  Magatèi / Burattini è un libro di resistenza lirica, di radicamento e sguardo alto, per continuare a cercare, ostinatamente, un'armonia possibile. (Mauro Ferrari)

 

San Martino d‘Agri. Da Borgo a Paese dell’accoglienza e della Solidarietà attraverso la Pittura, la Poesia , la Narrazione e la Musica


Nei giorni 10 e 11 Agosto San Martino d’Agri, ospitando una collettiva di Pittura a cui hanno partecipato i pittori : Ramaglia, Cicala Del Prete, De Stefano, Candeliere, Orlando, La Casa Motta, Zaminga, Montesano, Santarsiero, Torre Schettini, Martino, Notargiacomo, Lo Giudice, DiLascio Miraglia, Akulova e Spit, e un  Salotto Letterario a cui hanno partecipato   I poeti e i narratori: Prospero Cascini, Giulia De  Stefano, Giuseppe Surico, Nicoletta Fortunato  , Francesco Serafino ,Roberta Alberti ,  Michelangelo D’ Auria , Mina Falvella, Nicola Antonio Roberto Amato, Maria Carmela Scutillo e Sabina La Grutta sempre accompagnati dal maestro Simona Russillo, ha fatto un salto di qualità  sposando la causa la causa della solidarietà reale.









La manifestazione ha affondato le radici nella vita concreta dei paesi lucani, nelle piazze, nelle campagne, nelle montagne, nelle case di pietra dove il tempo sembra conservare un respiro diverso.










Le opere lasciate faranno parte di una mostra permanente collettiva allestita nei locali dell'associazione Culturale Vincenzo Marinelli.




Tutto ha funzionato  alla perfezione sotto la guida attenta di Domenico Tranchitella  e    il controllo puntuale di Domenico  Dragonetti.




martedì 11 agosto 2026

Silvia Comoglio “Salgemma” (Book Editore, 2026)

 


                              

Il salgemma è un minerale,  un sale di rocca che ha un legame significativo con la cultura ebraica. Nella Bibbia, infatti, il sale è simbolo dell’alleanza eterna tra Dio e il popolo d’Israele. Un sale che, quindi, rappresenta una continuità poiché è stabile, non si corrompe. E “Salgemma” è il titolo dell’opera poetica di Silvia Comoglio, una delle voci più interessanti del panorama poetico contemporaneo. Il lavoro si ricollega anche al precedente esito, “Margit”, che affrontava, attraverso un disegno con fiori e farfalle della protagonista, un destino drammatico presso il campo di concentramento di Terezin. Da subito si snodano riferimenti alla Genesi, all’Esodo, ai Salmi, coinvolgendo la figura dell’allodola che inaugura il testo, condensandosi nell’avvio di una quartina allitterante quale prima stazione rigorosamente calibrata sull’endecasillabo: “l’ombra, amore, piantata, dentro/ nella gola, è ombra, tutta senza fondo,/ dell’unica tua ala che trilla, dentro,/ nella gola, a eterno spigolo di vita”. Poi, una serie di parole-chiave ad iterazione nelle strofe successive, “dentro”, “trilla”, “gola”, “parola”, e innanzitutto “allodola”, l’uccello che anticipa l’alba, accompagna l’uscita dalle tenebre notturne e acquisisce, in questo senso, un valore sacrale. L’effetto ritmico e fonetico si pone nella determinazione del verso che esprime anche tutta la necessità della dimensione grafica, con uso forte, in particolare, di parentesi tonde, trattini, tre punti. Incide la tecnica della ripetizione strutturale applicata a determinate strofe a contrasto temporale: “ieri, è ombra-/ di terra a svanire,/ splendore-/ di fiaccola accesa/ a taglio-/ di allodola di pietra”. Seguono poi, con grande perizia, innesti a diverso carattere grafico, tmesi, punti di domanda, assonanze; la reiterazione salda la compattezza dell’evento, la fissa nel dettaglio; la “quantità” visiva di spazio ammette perfino i tre punti tra parentesi quadre. Il succedersi che Silvia Comoglio costruisce sulla pagina ha una straordinaria coerenza di suono agibile, emissione di toni perfettamente compiuti ma, nello stesso tempo, aperti alla provvidenziale successione, come l’impatto di passi che colgono giunture così come avvallamenti in cui ci si rispecchia. Ci sono casi nei quali il verso si allunga, diviene una sorta di alessandrino con rimando montaliano: “tu, stammi solo a scudo semplice e risolto, a ombra”, dove incalza il refolo, la sua eco, la soglia atavica e sottile; ma anche l’inesprimibile indicato sulla pagina con una strofa visuale, a totale consistenza segnica, che presenta tre versi fatti solo di una successione lineare di punti. Il sintagma a diverso carattere innestato nella traccia rivolta all’evento possibile, pone il senso dell’attribuzione al proposito, alla responsabilità dello sguardo e del quesito, attesa ed uscita, pietra e sale, ancora l’ombra e il ventre. Forse i volumi indicati nello spazio possono essere accolti come mappe segnate dai termini di riferimento quali tangibili fonti delle possibilità semantiche che Silvia Comoglio assume in una procedura letteraria determinata nella flessibilità vocalica, così come nella solidità consonantica: “a pietra di mare, dove,/ infranto, ora risplende-/ il bacio, duro, di cielo-“. Quale vivibile vicinanza, o affetto, o amore, nella diuturna consapevolezza del dolore inevaso, della mancanza silente percepita negli intagli ricorrenti di elementi franti? Ma il corso della versificazione è così ben composto da strutturare un raro esempio di accensione verbale verso espansioni che prendono avvio da inizi embrionali e calibrature essenziali davvero precise e centrate. La veglia deterge l’accolta ubiquità che apporta discendenze assunte, sussurri sapienziali, occorrenze profetiche, memorie traspirate, sogni germogliati, “e infine, sta scritto: sono brina,/ le labbra, a ombra di confine”. Le appendici sono fronti di avvistamenti, di anabasi tradotte nella volontà di conoscere, registrare le impronte a testimonianza di dati innestati nella perizia dei giorni e delle notti, verso l’attesa e il consenso che possa agire sulle labbra, su una opzione desiderante. Esito, questo di Silvia Comoglio, che conferma un altissimo equilibrio fonetico ed una efficace e sempre rigorosa architettura testuale, a conferma della fondamentale importanza, in poesia, della tessitura grafica.

                                                                          Andrea Rompianesi

 

sabato 8 agosto 2026

Maura Baldini “Insula” (Marco Saya Edizioni, 2025)

 

                             


 La citazione parla di un’isola che per Auden è irreale...ma quella che Maura Baldini affronta nel suo testo di poesia “Insula” invece non lo è. L’Islanda, teatro naturale di una rapsodia, un avvicinarsi all’inizio, una terra nella quale l’aria si spezza e ferma il tempo, un simulacro. Ogni singola poesia si apre con una citazione che coinvolge un vasto orizzonte di riferimenti: da Rilke a Shelley, da Byron a Walcott, da Verne a Montale, da Celan a Ungaretti, da Hugo a Sereni. E’ l’ascolto il dizionario fonetico che propone l’evidenza di una osservazione filtrante il dato oggettivo, lo personalizza coinvolgendo la reazione seduttiva e posta quale alternativa alla solitudine esistenziale. “La notte, qui, è una voglia,/ che sfrega dietro la rètina,/ mentre il giorno imperterrito/ veglia, non recede,/ in un tempo di fasulla quiete”. Ecco che la strofa mista di settenari, senario e ottonario piano, compone un avvio indicativo che conclude con assonanza modulata e tenue. Allora si congiunge il ritmo con la complessità di ogni ritorno, o tentativo, poiché mai in realtà si ritorna davvero, e ancor di più dove si è stati felici. Sono viaggi che concedono una resa apparente alle inquietudini notturne, ad approdi e convergenze, ad un alternarsi di stati che le brevi strofe compongono nella formula applicata ad una versificazione di rigore e nitore nell’emergere dagli spazi d’interlinea. Maura Baldini acquisisce flusso davvero levigato, attraverso la possibilità allitterativa appena accennata, cauta, espressiva nella opzione : “Immagina un vento che aggredisce,/ d’acchito, e tenta di divellere la pelle./ Un vento che s’insinua addosso”. E’ un coro d’acque che spiega dolori, avverte circa le ferite riconoscibili e condivise nella quotidianità delle fratture; è linguaggio e testimonianza, sovrana in forra così come in oceano; è un richiamo che mi riporta ad un riferimento prezioso: “Libro d’acqua” di Massimo Scrignòli. Il percorso osserva, coglie, interpreta le percussioni della praticabilità dissestata; così come s’intersecano illusioni di pausa e ristoro, spoglie terrigne, assenze incombenti, la falcata agognata... e poi giunge “il requiem del giorno”. Il sentire è corposo e rarefatto insieme, scavalca l’ossimoro, conduce alla riproducibilità dell’assente; “Ho visto quella luce di seta/ scivolare dagli occhi alle spalle chiare/ come il fiato che si soffia in amore”; tre endecasillabi sciolti che disegnano un tessuto di similitudini attese nella modalità di una composizione calibrata. Sussulti di strade, flora e laghi, spettri di colori, incendi e cavalli, aprono espressioni cucite intorno a proporzioni leggibili, riconoscibili nelle pratiche di relazione che intuiscono la presenza di densità non limitabili, almeno nella percezione concessa dalla prassi poetica quando favorisce un’agnizione. Scrive Maura Baldini: “Appesa a una foglia guardo/ sbiadire le offese, e guardo te,/ paleolitico cielo che avevo tracciato”. In alcuni punti del libro, s’inseriscono interventi in una prosa poetica che estende la visibilità in un flusso orizzontale. E’ un passare anche per i luoghi dell’isola: Reykjavìk, Gullfoss, Husavìk, Stokksness, Landmannalaugar e altri. Così succedono avvistamenti di balene, respiri, porti, luci, cieli screziati, solitudini ataviche, silenzi albini, emersioni e tonfi, resistenze e paure, rifugi di dèi. Il verso in alcuni casi si allunga fino a diventare pentadecasillabo, quasi a costruire un accenno di narrazione intima e panica allo stesso tempo: “Perché tu sei la testuggine capovolta nell’indugio”. Gli elementi di natura determinano sviluppi e rimandi alla composizione inquieta del nostro sentire più profondo, più nascosto; così il filtraggio avviene in empatica sussistenza, comprende le reiterate migrazioni, le successioni dei rimandi. “Dal ghiacciaio, in discesa, venti catabatici/ increspano la laguna,/ le correnti sui fondali smuovono il ghiaccio/ che comincia a migrare verso l’oceano”, oltre i passi e le soste, le acclamate accelerazioni che le partiture frenano. Davvero allora, per l’autrice, la salvezza possibile muove gli aneliti attraverso distanze e cautele, nelle verticalità incessanti, ben compattate dal nitido rigore delle strofe. Anche le pagine in prosa esprimono uno stile raffinato e ritmico: “Così cantano i viandanti quando riprendono il cammino, con il passo che fa razzia di scoscendimenti, e di avvallamenti d’acque stagnanti. Avanzano verso il cerchio dei monti striati di malachite, di zafferano giallo e rosa, di ocra rossa”. Un rievocare sinuoso percorsi di genti nomadi come nomade è il nostro vagare nella complessità degli intarsi e dei riflessi quando, dice Maura Baldini, il volto cercato “non è nell’esilio/ e nemmeno nel ritorno”.

                                                   Andrea Rompianesi

Rudy Toffanetti, Eresia dei giusti, Vallecchi, Firenze, 2026

 


Suddivisa in sei capitoletti, la silloge presenta una unità di fondo, una sorta di file rouge che sottende ogni poesia tanto che i versi diventano un poema unico sia che ci parla di Ediacara, Atlantide, fossili, dinosauri, sia che si avventuri sui tram di Milano, o nei vicoli di Genova, o parli di satelliti Starlink e del Donetsk, o affronti relazioni amorose e famigliari. Il discorso poetico si innesta in un gioco del quotidiano, non scevro da sentimenti, preferenze, ricordi, per concentrarsi o per lo meno evidenziare problemi vitali sia del singolo che della comunità.

In quei giorni, tra lutti e gozzoviglie,
si stava in un acquario, col tramonto
sopra i mobili di casa ...
Oltre tante pagine del vento (attentati
migrazioni bombardamenti) non sembrò
cambiato niente, e la pioggia solo
un tocco vedovile alla scogliera ...

 Tra le crepe di tanti mali e le problematiche esistenziali si viene a formare un connubio che ci svela come tutto sia vita: lavoro, politica, storia, natura, religiosità, passato, amori, famiglia. Non c’è ordine, diacronicità assoluta, bensì disordine, a volte caos, timori di rimanere alla retroguardia del tempo.

C’è un tempo precedente
a ogni movimento, un tempo la cui stasi
è un’evoluzione disperante, ed è stata
una strana eccitazione della morte (…)

 Per questo è d’obbligo arrancare, districarsi per salvarsi, per indurire il corpo nella lotta con la vita. Non ci sono convenzioni sociali che tengano.

Provai la grazia di lasciare tutto
e mi dedicai al saccheggio. Nei carruggi umidi
di pesto e alici, ché a vent'anni non puoi altro,
c'era il vento e tu ti entusiasmavi
degli zingari, degli attimi e dei rigattieri.

 Il mondo con i suoi delitti ben confezionati, le sue macerie e i suoi veleni, finisce sempre per far capo alla fatica quotidiana, come in una catena di montaggio.

Qua gli affatturati, i pensatori della birra,
qua i maghreb e gli ufficieri, i pensionati, le raucedini,
gli alzheimer, ipertesi, i dolori compressivi -
metamorfa cerca di falò nelle cucine, sono
corpi santi, i fuochi fatui della periferia.

 Toffanetti è un giovane poeta (classe 1994) e sa già utilizzare una propria efficacia descrittiva, in cui la natura non ha nessun compito idilliaco né rassicurante, ma semplicemente realistico. Si tratta, infatti, di una poesia esistenziale, priva del fascinoso cielo o del pampino mosso dal vento o della coccinella sulla foglia di melissa o della compatta siepe di ligustro. La sua poetica è ricca di flash rapidi e concisi, rivela gamme accese di eloquio, ha la forza e la fantasia di chi ancora vuole battersi in un’arena difficile e torbida.

Il tram è la vita anfibia dei due mondi,
quando cuce e scuce la Barona, Chiaravalle,
Niguarda e l'Ortica, quando gracida
e sferraglia sopra gli starnuti e le code
degli eterni pellegrini, i rimossi, i pendolari.

 Il ritmo si fa serrato, il verso in alcune poesie quasi prosaico, ma la musicalità è costante perché l’autore è consapevole che senza musicalità la poesia diventa scialba e inquinata. Inutile. E non è il suo caso. Non per nulla Toffanetti cita e ammira incondizionatamente un artista come Franco Loi. Un po’ perché l’ha conosciuto, ma soprattutto perché ha tratto dai suoi insegnamenti la capacità di far “cantare” i versi nella loro dovuta e giusta intonazione. Basta leggere ad alta voce qualsiasi poesia di questa raccolta che ci si accorge di quanto significativo sia questo procedimento.

Non c'erano spaventi,
nessuno ti mangiava,
non c'erano creature né c'erano i creatori:
i figli resistevano da soli
all'esistenza e questa non chiedeva
in ausilio la speranza.
Non so per primo chi
abbia cominciato a inventare
che ci fosse un'eredità o un motivo
per trionfare.

Forse è troppo presto e forse mi sbaglio, ma mi piacerebbe inserire Toffanetti fra quella schiera di poeti che appartengono alla cosiddetta Linea lombarda. Non solo e non tanto perché Franco Loi è stato il suo mentore, bensì nel rifiuto costante della retorica e del soggettivismo, nell’uso di toni dimessi, quotidiani, antieroici e antilirici, nell’interesse per il presente. La sua lingua infatti non è né lirica né narrativa, ma un intreccio di lessico scientifico, domestico, cronachistico, filosofico, a volte religioso e fiabesco. Si sente infatti nei suoi versi lo studio, l’affinamento, il rapporto con la tradizione poetica di Raboni, Sereni e persino di Testori.

Lì galoppa il gorgosauro, cerca
un buco nella rete, lì lancia il petardo –
dice “capodanno!” Siede a cena con gli zii.
Nella vecchia casa alligna il cotechino,
il bimbo, all’ombra della mamma, trova
la vita, e la scambia per destino.

Giunti alla fine di questa raccolta sembra che il contenuto si dilati come a significare l’impossibilità di una chiusura. I versi acquistano un tono forse più intimo e familiare ma non rinunciano a gettare uno sguardo sul mondo. L’universo – sembra dirci – non finisce, si trasforma.

(…) intanto
tu arricciavi un buco dentro l'aldiquà e come sempre
grattavi l'infinito: concludevi l'universo in uno sguardo.

 È un rimettere in campo quello che i suoi versi ci hanno suggerito fin dall’inizio per tutta la raccolta. Immerso in uno stile elegante, con un lessico incisivo e una fervida immaginazione, il lettore è diventato il protagonista di un’avventura esemplare attraverso situazioni, stagioni, città che lo hanno accolto e cullato, accarezzato e ammaliato. Di autentica poesia.

 

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giovedì 6 agosto 2026

La terza edizione della Manifestazione “Vicoli in Arte” si terrà a San Martino d’Agri ( PZ) il 10 e 11 Agosto sul Tema “paesi da vivere o borghi da visitare?”

 

                                


Promossa dal Comune, dalla regione Basilicata  e dall’associazione culturale Marinelli  si terrà il 10 e 11 Agosto a San Martino d’Agri (PZ) la terza edizione della manifestazione Vicoli

 



In Arte…. Parteciperanno i pittori con le proprie opere: Paolicelli, Rosa ,Gelsomino , Ramaglia ,Cicala, Del Prete, De Stefano, Candeliere, Orlando, La  Casa, Motta, Zaminga, Montesano, Santarsiero, Torre, Schettini, Martino, Notargiacomo, Lo Giudice, DiLascio , Miraglia , Akulova, e Spit.

                  


 Al salotto letterario  sempre sullo stesso tema  parteciperanno i  poeti e  gli scrittori: Novella Capoluongo, Prospero Cascini, Giulia De  Stefano, Giuseppe Surico, Nicoletta Fortunato  , Francesco Serafino ,Roberta Alberti ,  Michelangelo D’ Auria , Mina Falvella, Nicola Antonio Roberto Amato, Maria Carmela Scutillo e Sabina La Grutta. Coordinatore dei moderatori (Celeste Alberti, Cinzia D’Agostino e Arjana Bechere) sarà Domenico  Luca Tranchitella. 

Intermezzi musicali  del maestro Simona Russillo. 



La supervisione è garantita, come sempre, da Domenico  Dragonetti ormai punto di riferimento …

                                 







Bruno Di Pietro “Elea. Quando verrà il passato” (Les Flaneurs Edizioni, 2024)

          Elea risuona come luogo e come stato. Apporta la nota conoscitiva ed estrema, il fascino della scuola eleatica, dell’essere che ...