“MAGATÈI/BURATTINI” DI ENEA BIUMI Una raccolta in bosino ricca di versi pungenti come frecce: una poesia sociale coraggiosa
È uscita alle stampe “Magatèi” / “Burattini”, raccolta di
poesie in vernacolo bosino di Enea Biumi, editore Punto a capo, 2026. Il
testo è suddiviso in quattro sezioni. Burattini, Sic transit gloria
mundi, Bolle di sapone e Capricci di una clessidra. Questa
raccolta, molto intensa, è intrisa di profonde emozioni, di pensieri bollenti.
Troviamo qui un Enea, pur nella lingua locale originaria, che quasi teatralmente
si presenta come un vate, nel senso classico, almeno quello sognato dall’ultimo
D’Annunzio, impegnato nel sociale, una voce dissonante che denunzia
l’ingiustizia, l’oppressione. Pare uno di quei libretti dei librettisti
ottocenteschi d’Opera. Innanzitutto, dobbiamo sottolineare l’importanza del
recupero delle lingue locali, nella fattispecie del dialetto bosino, bandite un
tempo dalle aule delle istituzioni scolastiche. L’italiano in fondo cosa è? Un
dialetto nazionale, il toscano. Il dialetto ha diverse qualità, ma soprattutto
due: è più vivo, espressivo e genuino. E poi avvicina di più al popolo. Almeno
così era una volta, quando tutti lo parlavano e lo conoscevano. Noi proveniamo
da una regione ove il dialetto è ancora una grande risorsa. Ogni paese ha un
dialetto diverso, ogni borgo. Poi quivi, rispetto al contenuto, è d’uopo
evidenziare come la poesia diviene canto popolare, sociale, invito alla
riscossa, richiamo delle masse, sempre più amorfe a prendere coscienza a non
allontanarsi dal vero, a non ascondere, come struzzi, la testa, cioè
l’intelligenza, sotto le sabbie mobili della società liquida, a non farsi
risucchiare dalla mortifera palude dell’indifferenza. Enea, in fondo, proviene
da quella generazione rivoluzionaria dei sessantottini, molti dei quali oggi
sono divenuti sessantotteschi, cioè soprammobili ben lucidati che stanno bene
là, sopra i comò.
che vogliono comandare
ha gettato il mondo in guerra
la pace è un delitto
da schiacciare sotto i piedi.
Chi è quel senza dio
che per prima
ha preso nelle mani un bastone
per andare
a fare la guerra?
Non si è accorto
che la gente muore egualmente
senza doverla uccidere?
Rousseau scriveva: «Il primo che avendo recinto un terreno, osò dire, questo è mio, e trovò gente così ingenua da credergli, fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, quante guerre, quanti assassini, quante miserie e quanti orrori avrebbe risparmiato al genere umano quello che strappando via i pali o colmando il fossato, avesse gridato ai suoi simili: guardatevi dall’ascoltare questo impostore».
La guerra comincia col possesso, con l’assolutizzazione
della privatezza. Privato deriva da privare. La proprietà un furto,
proclamavano i socialisti, mica tanto utopisti. La guerra la fanno i ricchi per
arricchirsi e per ammazzare i poveri che danno fastidio. Così è stato sempre,
nel Quindici/Diciotto, nel Quaranta e soprattutto nel Quarantatré, quando di
nuovo le masse proletarie si mossero, tendendo la riscossa al potere. Così è
stato da sempre, da Spartaco agli ultimi spartachisti: i moti sociali del
biennio rosso e i moti sociali del ‘43. Enea chiama il senza dio il
“lantecrist”, cioè l’anticristo. L’opera dei capitalisti e super-capitalisti
fomentatori della guerra è contraria a Dio stesso. Essi sono schiavi di Mammona
e della Morte, non della Vita.
C’è una profonda spiritualità in questi versi. Ci sono
momenti in cui il poeta si riposa negli angoli ameni della bella provincia,
bella come il bel Paese, come un tempo l’Italia nostra era descritta, sotto
l’ali della Madon du Mont, o al Seprio, o al Chiostro di Voltorre, ad
esempio:
Il Chiostro di Voltorre
nasconde i miei affanni
e il sentimento
gioca nel presente.
par che la dìsa
stà Tùur da Velà.
Questa raccolta richiama subito ad un ambiente teatrale,
caro a Enea. I burattini: la maggior parte dell’umanità, manovrata da
invisibili fili, da miliardari senza scrupoli, da chi detiene il vero poter del
mondo, quello economico. Il povero Marx l’aveva capito, fin troppo!
Vincenzo Capodiferro
