sabato 24 gennaio 2026

Una poesia in vernacolo di Vincenzo Capodiferro

 



ALIANEDDU

 

Quannu passu ‘mbera a lu pitticeddu,

ca ‘nghiana sopa a la valli ri l’Agru,

e vehu appisu, sop’au munticeddu,

u paiseddu … u cori me fia agru.

 

È Alianeddu! Nun ‘ngi sta ‘chiù nisciuni.

Quandi famiglieddi sopa sti muri!

E mo’ a chi viri? Sulu li mamuni,

‘ndà sti maceri. E pria tandi pasturi

 

a transumàri runna a l’Achirondi,

‘nc’era sulu nu pondi: hi Russuleu!

Hittavinu li cappeddi a l’acqui fondi,

ha sera hi vinu si facihinu meu meu!

 

Raddà sfaccia ron Luigio ri Mele,

e ni biniricia Patri e Figliu.

Paria ca ‘ndà vocca avia nu mele,

po’ facimu lena lena natu migliu,

 

pì arrivà a Massaria hi ron Fulici.

Ohi quanti pecuri e pastureddi,

nghianavinu e scinnijnu cu dui alici

sopa a na fidduccia hi paniceddi!

 

E ‘ndà quiddi riserti ri calanghi,

seri seri ti vinia na paci a l’arma,

atturnu u focareddu tutti stanghi,

a cundà li fatti, a candà li carma.

 

E ni purtaviu ‘ndi cofani hi li ciucci,

eramu tandi: tandi uangnuneddi!

Si curcavinu ha sera tutt’ ciucchi,

ha matina scinnihinu a pinnineddi.

 

E mo ca passi ‘ndà sti casi vote,

a chiesia rotta, ubi stia sandu Nicola,

t’arricordi e u cori si rivote,

nu fischju hi vendu: l’aurecchiu ti rola.

 

 

ALIANELLO

 

Quando passo sotto al balzello

che sale sopra alla valle dell’Agri,

e vedo appeso sopra il monticello

il paesello! Gli occhi si fan agri!

 

È Alianello. Non ci sta più nessuna

di tante famigliole, tra questi muri!

Adesso chi vedi? Qualche Mammona[1]

tra queste macerie! Prima tanti pastori

 

transumanti risalivano l’Acheronte[2];

c’era solo d’Orsoleo[3] il ponticello:

gettavano i cappelli al novo fonte,

a bere, a rinfrescar il fronte bello[4].

 

Di lì s’affaccia don Luigi Mele,

ci benediceva: – Padre e Figlio!

Pareva che in bocca aveva un miele.

Poi, facciamo veloce un altro miglio,

 

fino alla masseria di don Felice[5].

Gli armenti scendevano da Alianello.

Quanto era bello! – Chi ti dice?

Due alici sopra una fetta di panello!

 

In quegli arsi deserti di calanchi,

pace all’alma, tra d’uccelli stormi,

attorno al focherello tutti stanchi,

a raccontare i fatti, a cantare i carmi.

 

In cofani d’asini, tanti bambini!

Si coricavano tutti ubriachi,

presto di mattina, tra fumi di vini,

tosto a volar quai farfallon da bachi.

 

Or che passi tra queste case vuote,

vedi a san Nicola la diruta chiesa,

quanti ricordi! Il cuore si riscuote.

Un fischio di vento all’orecchio pesa!

 

 


[1] La parola deriva da “Mammona” un demone biblico e sta ad indicare, perciò, uno spettro, un fantasma.

[2] Antico nome dell’Agri, insieme allo Stigie, l’odierno Sinni: evidente allusione arcaica alla terra dell’Inferno.

[3] Secondo la tradizione l’unico ponte, che adesso si trova lungo la vecchia statale Val d’Agri, sul torbido fiume, era stato costruito dai monaci basiliani dell’antica Badia di Orsoleo, a Sant’Arcangelo. Il ponte sull’Acheronte naturalmente allude al passaggio al regno dei morti.

[4] Si accenna all’uso di gettare i cappelli nelle acque, sia per rinfrescarsi un po’ la testa, ma anche per bere: i pastori usavano i cappelli come grosse tazze per bere e raccontano che ancora sentono quell’odore acre delle teste. Nella cultura contadina si fa ancora riferimento alla cozza, intesa come cranio, per bere. La sera bevevano il vino che trasportavano in grossi otri, fatti con pellame ovino. Il “novo fonte”: riferimento alla sorgente presso l’Agri che caccia sempre acqua nuova.

[5] Don Felice De Ruggeri era un proprietario terriero che possedeva una masseria storica su di un poggio tra Tursi, Montalbano e Policoro. Ospitava le mandrie che la sera si posavano per transumare, perché aveva ampi locali e si trovava in una posizione strategica, lungo i tratturi regi.





giovedì 22 gennaio 2026

Una poesia in latino di Prospero Cascini

 


IN GENETLIACO MICHAELAE MARIAE NEPOTIS

PROSPERI CASCINI COMPOSITA VEL TRADUCTA

A ME VC

Interminans crucians dolor nec extinguitur

Poetae inhospitale veniam tempore donum

Adtendit aeterne Michaele risus custode riso

Maria manum tuam da ferens iter homini novi.



A Micaela Maria nata in piena pandemia (22/06/2020)


Il dolore del poeta

lancinante, infinito,

senza sosta

aspetta  da te

il perdono 

come dono

per l'inospitalità

di questo tempo...

Per essere

MICAELA MARIA

per sempre...

serba il sorriso...

nel tuo sorriso.

Dai una mano,

la tua

ad un cammino

che porti 

una nuova umanità!


(traduzione del prof. Vincenzo Capodiferro)

lunedì 12 gennaio 2026

Alberto Pellegatta “Piccola estate” (Ugo Guanda Editore, 2025)

 

         


“Veranillo” è termine spagnolo che tradotto in italiano viene reso con “Piccola estate”, ultima fase di una stagione calda e titolo dell’esito poetico di Alberto Pellegatta. Testo difficilmente definibile all’interno di una categoria stilistica se non per una caratteristica rilevante: il cortocircuito semantico. La gestione poi di tale azione o effetto comporta l’adesione dell’autore ad una sorta di ricezione deliberante che assume però l’opzione di alternanza reiterata poesia/prosa. Non sussiste proprio la regolarità del prosimetro, ma l’evidente intenzione disarticolante nei confronti di una forma prestabilita, verso la dinamica parlata che appiana l’estromessa funzione estetica e la sostituisce con l’accadente percepibile ed aperto, attraverso accostamenti di vocaboli semanticamente autonomi, nella successione imprevista ed evolvente: “Quando è scoppiata la guerra ero in Spagna/ tu cucinavi canticchiando, efficiente nel vizio./ Era complice il marzo numerato.”, così la valenza non più asettica di un mese può ripetersi:  “Non penso al mare che ti imita/ ma ai pesci che scongelano/ nei tuoi occhi-vasetti di mazurche.// Questa mattina-purtroppo senza alcol/ implora l’inzuppata scienza di marzo”. L’onirico e il divergente, il rinvio e la presenza, il secondario e il frammento insistono sullo spazio della pagina ad effetto d’orma, successioni di un dire fuorviante volutamente oppositivo rispetto al previsto e atteso approdo. Oserei azzardare la definizione di una costruzione a volte sapientemente disturbante, forse con accenno di eversione linguistica non nei termini ma negli accostamenti, dettata da un sentire che filtra i minimi punti di una sofferenza cristallizzata: “Quando te ne ricordi è già freddo./ Puoi partire dai nomi di città/ ma non voglio arrivarci così”. Seguente è l’indurirsi delle cose, lo spezzarsi delle linee, il succedersi delle direzioni inospitali, delle divergenze urbane e dei conflitti ricevibili: “Un vento più debole di quello che avevo in testa/ dilaga sui campetti da calcio./ Le parole non sono più riflessioni:/ la luce spinge le barelle nei giri di Do”. Il tono veicolante contrasti semantici assume l’indicazione imprevista, la nota deturpante tutto ciò che implica l’inerzia decorativa. E’ un organismo in continua necessità d’intervento, di risistemazione, quasi un espediente articolato in un passaggio dimensionale; oltre la consuetudine rivolta al visibile attenersi direttamente ad una linearità infranta. Le parti incombono su melodie artificiali; superamenti inusuali depongono slanci azzerati e mediazioni fuorvianti. Alberto Pellegatta esclude esiti previsti, assume responsabilità di manomissione verbale, acutizzazione delle vibrazioni ibride, quando l’ibrido nel senso più acuto e includente riesce ad unire cose tra loro diverse. Altitudini e spinte, inquadrature e sottopassi, emistichi e ingranaggi contendono la separabile intelaiatura che dirama le divergenze espletate, mentre “l’inverno si scarica sui pontili con frasi di circostanza/ e ti risvegli come gli insetti gommoso”. Viali aprono a viaggiatori spesso condotti e dirottati nelle prospettive, dove le colorazioni antepongono dissidi e molestie, inequivocabili enigmi che il dato certifica e l’esigenza isola nel responsabile assetto. “Non era ancora sera/ i prati erano del loro colore/ deperito, soprattutto silenziosi/ estranei al linguaggio”; si concentrano concatenazioni anche di spazi, nei risvolti che le categorie fissano quali supporti della contemporaneità. Gli elementi di natura acquisiscono ruoli che l’osservazione reinterpreta. Alberto Pellegatta muove il logos, nel suo duplice senso di discorso e pensiero, attraverso la volontà di ricerca linguistica nell’accostamento improvviso di lemmi anche tra loro estranei. Viviamo stagioni in cui perfino diversi addetti ai lavori non riescono a riconoscere l’effettiva necessità di un superamento dell’espressione ordinaria nella ricerca poetica, preoccupandosi d’incontrare architetture testuali complesse, richiedenti un’adesione adeguata alla reale stratificazione ontologica. Magari fossero invece ben più sostenuti gli esiti capaci di porre sulla pagina fioriture linguistiche articolate e impreviste, eversive nei confronti di una banalità espressiva troppo spesso dilagante. In Pellegatta emerge una vocazione filosofica interpretata attraverso una operazione “in progress” di accostamenti e rilevazioni accennate che, ad una prima lettura, possono lasciare l’inquietudine benefica della domanda sospesa che richiede il successivo passaggio nel quale si realizza il tono rivelante: “Pensavamo che, per quanto lenta, la corda del mondo/ avrebbe suonato altre volte./ Si mette male-la prossima volta sarò più chiaro”. Non mancano poi affezioni esigibili dove l’autore muove passi che concedono incursioni nella rilevanza di un pensiero non abdicante ma provocatoriamente esplicativo ed ironico: “il neoindividualismo prevede che i diritti vengano attribuiti al singolo e non delegati a vincoli collettivi – famiglie, autotrasportatori, commessi”. “Piccola estate” di Alberto Pellegatta ci obbliga ad una frequentazione di lettura non esauribile e ad una collocazione che rigetta etichette univoche.

                                                    Andrea Rompianesi

 

 


sabato 10 gennaio 2026

Marina Rezzonico “La forbice e il fiore” (Book Editore, 2025)

 


C’è innanzitutto una grande fiducia nelle parole. La parola poetica, in primis, quella capace di trasformare in qualità semantica l’accaduto in accadente da cogliere nella molteplicità delle sue sfumature cromatiche offerte dal risultato prosodico. Siamo di fronte a “La forbice e il fiore”, esito editoriale di Marina Rezzonico. Sono sguardi dalla periferia del presente, confida il sottotitolo; incisioni scritturali che veicolano movimenti vissuti e pensati in una sensibilità ricettiva attenta ai luoghi e ai fatti. Ma anche alle derive e contraddizioni del nostro stare, attraverso una dicitura che sospende quasi, in molti passi, l’opzione fonetica a favore di una versificazione che ammette una voluta tonalità piana, non nella tessitura stessa dei versi ma nel nucleo intimo dei vocaboli posti a richiamo, a testimonianza etica: “Lo zenith si è abbassato: ha subito la confisca/ del tempo e dello spazio”. Emerge da certi squarci linguistici l’attrazione di Marina Rezzonico per l’equilibrio delle parti in natura emergenti dalla fascinazione dei luoghi che veicolano stati d’animo, possibilità remote ma dicibili, tratti che scompongono le fioriture espletate dai sentimenti muti dei volti, delle conflittualità non arginabili. Un tono evidente nella ironia amara conduce ad osservazioni che concentrano nelle strofe la necessità della sosta momentanea, episodica, chiamata alla riflessione che scalza la consuetudine, l’arrendevole disagio delle revisioni. Il dato sembra richiedere una traccia che risulta difficilmente circoscrivibile, piuttosto inaugura una vocazione mite dove l’assolo è ascolto, la tonalità è brina. Il tocco leggero imprime comunque la consistenza della presa d’atto che educa il nesso in un’aria trafitta ma non vinta. “Alla finestra si sa/ che è laggiù che si gioca la comune/sorte:/ dove si agita l’attraversare/ lo spintonarsi/ e l’urtare della folla”; l’asimmetria rende, nel versificare, gli squilibri del trauma, l’affanno materico del porsi, la perdita possibile della continuazione. E’ un’accezione che muove il “prima”, la domanda, quello che non è stato, la rosa non colta. Lo iato non esclude il senso di rivolta, l’ostinata volontà di connettere l’espressione lucida che non estirpa l’evento ma lo integra; il segno che collega le pratiche terse della definizione al supporto responsabile della cura, anche se troppo spesso difficilmente attuabile. C’è, nello scrivere dell’autrice, una epidermica condivisione ancorata al valore dei ricordi reinterpretati e franti ma, nello stesso tempo, solidi e capaci di elaborare il senso degli eventi e delle storie ben al di là degli apparenti rilievi minimali. Ciò che rimane è quindi voce, plesso costitutivo di un approccio esegetico, parola ancora rilevante nella sua prossimità e postura: “sezioni senza misure/ geometrie perpendicolari/ avvitate in una spira”. L’impressione sale e si distribuisce tra territori e litorali, ipotesi di deserti o radure nelle quali le domande che Marina Rezzonico si pone sono molteplici spine comprese nel pungolo quotidiano che forma il nostro precario procedere. “Litorale che vogliamo/ di sponda. Di radici/ che si ritirano dall’onda, mentre/ nella gola il respiro già si prepara/ ancora all’andare./ A tentare ancora il piacere dell’orma,/ a non perdere il mare”; sembra un accenno all’inevitabile passo che distende ma, nello stesso tempo, il procedere poetico sembra quasi volersi fermare, evitare il possibile flusso, l’ancorarsi ad un dicibile rassicurante, “essere la roccia rinunciataria”. Il tono spinge a evocare anche fatti che riguardano gli effetti subiti dalla natura nei suoi travagli, così come sono gli spopolamenti, le alluvioni, le caducità di condizioni che mettono a nudo impotenze, paure, velleità reiterate, tristezze innervate, perplessità affioranti, algidi ritratti periferici: “caseggiato di/ memoria operaia,/ vano opaco/ tra soffitto e pavimento/ oltre una finestra vuota”. E non può mancare l’approccio alla peculiarità del mare, in un coinvolgimento biografico che riguarda l’autrice, originaria di Basilea, ma vissuta poi in Liguria e Toscana. Il testo poetico, nel suo definirsi, rivela sottotraccia una marcatura che potrebbe determinarsi in opzioni di approdo prosastico.

               

                         Andrea Rompianesi

 


martedì 23 dicembre 2025

Giorgio Ghiotti, Due paradisi, Vallecchi, Firenze, 2025, € 12,00


Divisa in sei capitoletti la silloge “Due paradisi” appare come un chiarimento, passo dopo passo, di una giornata tipo del poeta in cui ogni vicenda diventa un rapporto con l’anima, ogni desiderio richiama una coscienza che deve sentirsi pienamente e attivamente coinvolta nella vita stessa, come una rivelazione di ciò che sta altrove, verosimilmente nascosto.

Tutta una vita attaccata addosso / come una resina, raccolta per la strada, / così la rada che svela ciò che è sotto / una città, che è attorno, è dentro.

Da qui la quotidianità che scardina tempi e dissolve ricordi – trasfigurazioni oniriche di una realtà vissuta e rivissuta anche in situazioni limitatamente erogene – per giungere ad una specie di epinicio che celebri i momenti trascorsi, le grida dell’oggi e il timore del domani. La necessità del racconto di un modo d’essere si trasforma in una doverosa inchiesta su se stesso. Molteplici sono le domande e sebbene non sempre si aprano a soluzioni, restano comunque auspicabili perché segnalano l’esistenza di un mondo organizzato a spezzoni dove l’individualismo cerca di ottenere il sopravvento. Forse a questo punto l’incertezza è la sola certezza del domani costruito su un ieri rivelatosi traditore e tradito: un amore latente delle cose e per le cose, degli uomini e per gli uomini.

Viviamo di abitudini segrete, l’uno / all’altro ignoti, come tra polvere / e vento le fasi remote della luna (…)

Nulla di noi / sappiamo fuori dell’agosto, io / e il mio giardino vivi al mondo / un’unica stagione, quella che non fa / mai notte (…)

L’immagine poetica si rinnova in costanti e perpetui trapassi dalla realtà ai sogni, dai desideri alle delusioni, in un fluire di versi che assommano ritmo alternato di rime, assonanze, enjambement. La strofa diventa una struttura espressionistica, una partitura che presenta cesure, pause e accelerazioni tali che indirizzano verso una lettura consapevole e attenta. È un procedere attraverso figure retoriche che suggeriscono rimandi intertestuali, dove non manca, come in ogni buon testo poetico, l’ironia amabile e leggera. In tal modo la poesia, nata come espressione di una rinnovata e riconquistata innocenza, trasforma l’infanzia, dandole un valore di serena beatitudine in contrapposizione al mondo adulto che sa offrire solo fragilità e mancanza di punti di riferimento perché disgregatosi in una sorta di liquidità.

Un vecchio patetico di trent’anni, / ecco a cosa si riduce / il precoce poeta acclamato / anche da dio. Ho sognato / per una notte intera, ora / mi resta soltanto / la timida realtà del giorno.

Allora ho iniziato a immaginare, a illudermi / a scendere in guerra col reale svolgersi dei giorni / a scrivere poesie. Ma il prima?

E tutto ha inizio e fine in questo dégorgement (mi si perdoni il riferimento enologico, dove l’enologo, naturalmente, è il destino) di una vita tessellata da difficoltà, scontri, incongruenze, piacevolezze, abitudini, improvvisazioni, amori. Rimane forse solo l’apparire, non tanto per sé, quanto per gli altri, oppure l’illusione di essere al centro del mondo. L’uomo avverte di essere irretito dalla sorte, trasportato in un mare in tempesta, seduto in una “piccioletta barca”, eppure fiducioso di non affondare.

Distrarre / ancora un poco la morte per darmi / da fare con la vita.

Forse le pagine si scrivono / con le briciole, mentre la vita / reclama intera la portata.

Stacca dalla punta a ogni boccata / la sagoma della stagione, me la riporta / in cenere un vento di memorie bruciate / già future, monito e missiva spedita / da uno che spaventosamente mi somiglia.

L’autore, partendo da alcune situazioni tattili (la ringhiera, una via, una città, il mare) arriva, quasi come in un sogno, al paradiso, per inerzia di cose o per un destino inaspettato: epigono di una vita a volte tormentata, a volte subita, fatta propria solo nel momento finale della consapevolezza. Resiste comunque in sottofondo per tutta la raccolta quell’interrogativo kantiano: “Che cosa possiamo fare?” La risposta è dettata dall’esperienza dell’imprevisto, inquietante oppure rasserenante, che si aggancia alla nostra esistenza come fosse una pellicola da osservare in continuazione, teso tra la quotidianità di una cornice metropolitana e il teatro agreste (reminiscenza virgiliana) che tanto ci addolcisce e ci consola.

È in certe ore immeritate in dono / (è giugno, è a Roma, è dopocena) / che si offre – spalancandosi la scena / sull’affresco sconosciuto d’un viso // il paradiso.

Una poesia di questa natura mostra il contatto e il richiamo interiore della vita esterna, e una necessità meditativa che parte sempre, o quasi sempre, da una vicenda o da una sensazione che si traduce in verso. Qui c’è il senso di una costruzione metodica e meditata, fedele a una sorta di sentimento mistico del reale in cui le immagini escono dall’onirico e si fanno specchio dell’anima. Allora la storia personale mette tra parentesi l’io e si innalza a diventare storia di tutti, proprio come dovrebbe essere l’autenticità della poesia.

Poco riposa nel tempo / come il tempo che ci vide uniti, / compagni, testardi o più miti / di quando – in affanno – abbiamo creduto / poter inseguire anche noi / la nostra parte di mondo / in questa parte di storia.

 

Enea Biumi  

  

mercoledì 17 dicembre 2025

Gianfranco Gavianu, Icone di un viaggio, Dantebus Edizioni, Roma, 2025


 Opera poetica stratificata, densa e meditativa

 recensione a cura di Vincenzo Capodiferro

«“Icone di un viaggio” di Gianfranco Gavianu è un’opera poetica stratificata, densa, meditativa, frutto di una lunga esperienza esistenziale, intellettuale, spirituale. Ogni poesia una tappa, ogni sezione una stagione della coscienza, ogni verso un’indagine sulla memoria, sul tempo, sull’identità e sull’illusione del significato. È un viaggio psichico ed educativo che attraversa infanzia e maturità, ideologie vissute e disattese, amori e apparizioni, dolore e tenerezza …» scrive Massimo Gherardini nella prefazione.

Il poeta nelle “archeologie psichiche” descrive “antitesi annichilenti”. Archeologia ci fa pensare a Freud, che paragonava il lavoro dell’analista a quello dell’archeologo. L’archeologia psichica rimanda a Jung, agli archetipi dell’es ancestrale, unico. Antitesti ci fa pensare a post-hegeliane sintesi irrisolte: non tutte le storielle della vita finiscono in “E vissero felici e contenti”.

 E tu, felice felce, nel tempo inane e vuoto

deridendomi sicura ti radichi, t’avviticchi, gioisci

e poi sprofondi in torbidi sogni d’amore-umore.

 Il tempo è una pagine vuota, la storia è un foglio bianco che noi riempiamo con le nostre guerre, come diceva Hegel. La felicità umana come una verghiana nave “Provvidenza” sprofonda nel mare dei sogni d’amore, ove “il naufragar m’è dolce”. La poesia di Gavianu si dimena tra meta-poietico e pseudo-sonetti.

 Fummo e siamo fissità in moti illusori

o momenti gioiosi che anelano al più luce.

 Siamo eleatici frammenti di quell’essere che s’asconde e che anela perennemente ad uscire alla luce del giorno:

 E quindi uscimmo a riveder le stelle.

 La poesie di Gavianu riecheggia una forte eco esistenziale ed esistenzialista che rimbomba nelle casse armoniche celebrali con richiami dissonanti d’ogni tipo: letterari, filosofici soprattutto, o semplici richiami, flash, frammenti mnestici che si ricompongono come puzzle di manufatti archeo-psichici. L’armonia esteriore, fonetica, s’intreccia con reconditi significati, con morfemi e “logemi”, che riportano a strati latenti della psiche. Le poesie di Gavianu vanno rilette, non si capiscono subito: è come ripercorrere la corteccia di un tronco vivente, o una sezione geologica, ove si scorgono le varie fasi, o stadi concentrici, le vite che ripopolano l’esistenza, che è banale nella sua conformazione, ma nella sua essenza mira all’autenticità. Questa ricerca di autenticità si riflette in una versificazione densa, a volte scoscesa, che si aggrappa a brandelli di sistemi. Sen’altro i suoi versi invitano ad una profonda ricerca nell’in-sé, l’iperuranico mondo interiore, ove queste Idee/dee guidano la nostra Volontà di vivere (wille). Il poeta ci richiama alle radici dell’essere, a scavare sotto le superfici fenomenologiche dell’esistenza.

 Come verdi paradisi d’infanzia

memori

ora tramano, rami d’amore,

il tedio dei giorni.

 In uno schopenhaueriano pendolo non c’è via di scampo. Non vi sono vie di liberazione, né estetiche, né etiche. La noia è peggiore del desiderio. Nel dialoghi poetici che il Nostro ci propone tra sé e la sua interlocutrice si dice di evanescenti speranze d’al di là. La poesia diviene come lingua/stilo/osso pungente del puro naufragio che è il terminus ante quem dell’al di qua. Nella sua raccolta spessa e pungente la storia di un vita si trasfigura in una vita nella storia.

 Nato nel 1952 a Milano, Gianfranco Gavianu si è laureato in lettere Moderne con una tesi su Mario Luzi. Si è dedicato per anni all’insegnamento e «si è sempre mosso con febbrile curiosità in una sorta di nomadismo spirituale tra interessi letterari, artistici». Ha pubblicato le sue liriche in varie riviste letterarie e nella collana “I poeti del Ponte Vecchio” di Dantebus.

 

martedì 16 dicembre 2025

Elena Mearini, Eri neve e ti sei sciolta, Re nudo, Milano, 2025, € 14,00


 

Molto spesso ci si rivolge al passato nel ricordo di una persona cara scomparsa. In questo caso l’autrice si affida ai momenti vissuti con la sua Maya, un cane che era “l’altra parte” di lei, “quella migliore”. L’affetto tra la poetessa e Maya diventa, dopo la scomparsa del cane, un pretesto per rivedere la propria esistenza, per inoltrarsi nella quotidianità delle azioni, per far risorgere ciò che si immagina perduto o che realmente si è dissolto.

Eppure accade così / un giorno alla porta / il mai più si presenta / e porta via tutto il prima / lasciandoti qui / in pantofole sulla soglia / con il corpo sconosciuto / che già s’aggira / per la tua casa.

Come sottolinea Lello Voce nella preziosa prefazione, la storia della letteratura presenta frequentemente l’uomo che si rapporta con il suo cane: dal cane Argo di Ulisse, alla vergine cuccia di Parini, per citare i più famosi. Se poi ci si addentra nella letteratura per ragazzi gli esempi sembrano non esaurirsi. Ma in questo caso si va oltre. La presenza-assenza di un cane non è semplicemente un rapporto di pura affettività. È un modo di concepire la vita, una filosofia che scopre l’inevitabilità del destino, la potenza e nello stesso tempo la fragilità dei sentimenti d’amore, il rammarico per la debolezza umana.

Mi riguarda / il giro vuoto delle cose / l’incapacità di dire e non dire / il travaso del deserto / nei calici alzati / la landa desolata / tra una folla e l’altra / mi riguarda / la tua fame la sua sete / il digiuno nostro / dalla parola che sa di qualcosa / come la frutta di una volta / e la mano che la colse.

Si tratta di un viaggio che l’autrice percorre nella consapevolezza che il suo vissuto possa divenire metafora della vita, soprattutto là dove quotidianità e realtà sogliono scavalcare il visibile per addentrarsi nel mistero di gesti e di parole. C’è una prossemica di fondo che caratterizza il legame uomo-animale e che deve essere un confronto alla pari, rivelatore di una assoluta libertà.

Scrivevi sul pavimento / camminando / tutto il taciuto dell’uomo // da una stanza all’altra / le tue impronte erano / parole sbocciate // portavi in casa / girando / la primavera dell’indicibile.

Il dolore per la perdita del suo cane si tramuta in dolore per l’umanità, e nel silenzio c’è la riscoperta del canto della natura.

Il cielo ha l’occhio / bianco del cieco (…) Ti cerco dopo la pioggia / in ogni livido della terra (…) Chiedo all’albero il segreto / della sua verticale possente / del tronco che si eleva / nonostante la foglia cada (…) Ho abitato la sabbia / inseguito le foglie / dormito tra i sassi (…)

Così anche il vuoto che lascia una perdita, quella assenza-presenza di Maya, richiama la memoria di giorni trascorsi nell’abbraccio pur con linguaggi differenti che diventano suoni, gesti e si traducono per la poetessa in versi.

Erano poche le ore / dell’abbraccio e del divano / un residuo di giorno / dopo la cena di sempre (…)

Esce dalla custodia del tempo / questo mare d’infanzia / e mi suona addosso / il vibrato delle onde / - stona sempre / la cosa che non torna / solo tu resti / accordata al presente / come un’assenza mai partita.

-a te devo la scoperta / di questo nulla scrivente-

Insomma, Maya diviene l’attrice principale della scrittura di Elena Mearini, che nello stesso tempo assume le vesti di chi traduce in parole i segni di chi non ha parole ma solo affetto e comprensione, di chi segue con amore l’amata, di chi conduce ed è condotto.

Sono meno / da quando non ci sei / sottrazione che non so / cos’abbia sottratto / sono diminuita / scesa al meno dove resto / al meno che mi resta / il più eri tu / somma aperta / all’alto e al basso della vita.

Eri neve e ti sei sciolta” rimane una silloge intrigante, ricca di domande, ricca di trascorsi particolari, ricca di un’umanità che sa dialogare, pur nel dolore di una perdita, pur nel tormento di una vita di persistenti interrogativi e continui perché.

 

Enea Biumi

 

 

giovedì 4 dicembre 2025

Li Po. La clessidra di bambù, a cura di Roberto Mussapi, Bibliotheka, 2025, € 14,00



Nella storia della letteratura cinese l’epoca della dinastia Tang (618-907 d.C.) è considerata come il periodo d’oro della poesia, sia per la ricchezza dei suoi contenuti sia per le forme artistiche e sia per l’ampiezza degli argomenti trattati. Innumeri infatti sono i poeti. Fra questi spicca il nome di Li Po (all’anagrafe Li Bai) (701-762), nato nel tempo che si narra come più fecondo della letteratura orientale. Felice e interessante, dunque, è stata la scelta di Roberto Mussapi nell’individuare e tradurre alcune sue poesie (ne scrisse più di 900). Nella postfazione lo stesso Mussapi ci illustra le motivazioni della sua scelta unita alla spiegazione riguardante le varie implicazioni che si devono affrontare nel tradurre l’ideogramma cinese. Quello che rimane al lettore è l’immersione in un mondo lontano nel tempo ma estremamente vitale, vero, consapevole di un destino che va oltre la materialità del quotidiano, capace di passioni e rimorsi, nonché di contemplazioni, di silenzi e di sogni. E il tempo è importante nelle liriche di Li Po, ne scandisce le emozioni, incornicia il suo andare, esalta i suoi pensieri. Non per nulla il titolo della silloge ricorre alla similitudine della clessidra e alla sua specificazione: il “bambù”, che tutti riconoscono come una pianta dai mille usi e dalle mille qualità.

La mia barca leggera è passata / per diecimila strati di montagne.

"Settanta anatre mandarine color porpora / giocano a coppie nel buio della Corte. Si / abbandonano al piacere giorno e notte, / sognando che duri mille autunni”.

Non per nulla Li Po è stato considerato “il celeste poeta”, colui cioè che, attraverso una capacità creativa eccezionale, riesce a riportare un’atmosfera magica che stupisce e avvolge. I suoi viaggi sono i nostri viaggi, le sue immagini diventano nostre e, pur distanti epoche, civiltà e culture, anche al giorno d’oggi la sua poesia affascina e incanta. Il viaggio è la metafora della vita e diventa per Li Po un’occasione alla ricerca di se stesso, della propria salvazione, attraverso la conoscenza del male e la purificazione nel bene.

 Duro il cammino, e aspro, pieno di incroci: / dove mi trovo, adesso? Arriverà il tempo / che il vento possente infrangerà le onde, / e issate le vele traverserò il mare.

 Passa la giovinezza e la primavera scompare, / nei miei capelli bianchi vedo l’autunno. / Più breve di quella di un pino la nostra vita. / Naturale che fuggano la bellezza e la forza. / Potessi inforcare un Drago Celeste, / per inalare atomi di luna e sole, / divenire immortale!

 Il profumo del vento invita alla danza, / i limpidi flauti accompagnano le melodie.

 A Li Po bastava una coppa di vino, sosteneva l’amico Tu Fu, pure lui poeta, per scrivere cento poesie. In effetti anche in questa raccolta il vino la fa da padrone. È come se fosse il suo compagno di viaggio, il suo interlocutore, la sua salvezza.

 La ragazza del Sud mesce allegramente vino. / Miei giovani fratelli, / venuti qui a Chin-ling a dirmi addio, / scoliamo il vino fino all’ultima coppa!

 Ma finché non ci sarà Li Po sulla Terrazza della Notte, / a che razza di gente venderai il tuo vino?

 Ero seduto a bere e non mi accorsi del buio, / finché petali cadenti mi riempirono le pieghe dell’abito. / Mi alzai, ebbro, mi mossi verso il ruscello lunare: / diradati gli uomini, gli uccelli scomparsi.

 «La vita non è altro che un lungo sogno, / inutile sciuparla con il lavoro e gli affanni.» / Così dicendo restai tutto il giorno ubriaco / disteso nel portico davanti alla porta.

 Nelle occasioni di gioia o di dolore come in quelle di indignazione, il vino lo ispirava, lo confortava, lo eccitava. Bisogna dire che versi di eccezionale incisività e bravura sono germogliati proprio da qualche bicchiere di vino, sgorgati come sorgenti d’acqua che disseta. Ma non bisogna farsi ingannare. Il vino, la sbronza, sono solo momenti di una vita che va colta in tutta la sua ampiezza. Ecco allora l’intelligenza nel disporre gli istanti più memorabili, la bravura nel raccogliere le più disparate sfaccettature della natura che sopravvengono in aiuto e che accompagnano sogni e desideri, illusioni e disillusioni, amori e battaglie. L’attenzione a ciò che lo circonda fa di Li Po un poeta di grande curiosità. Si interessa di tutto e di tutti. Offe giudizi su quello che vede e sente. Non ha timore di inimicarsi i potenti. E parla della povera gente come di re e imperatori, di regine, di dignitari di corte e di giovani fanciulle.

 Il re di Wu sta festeggiando sulla Torre Ku-su. / Hsi-shih, la regina, danza, eccitata dal vino. / È bella, incontrollabile. / Ora, sorridendo, si piega verso la finestra a Oriente, / su un divano di bianca giada.

 La nobile Chao spazzola la sella intarsiata di perle, / monta il suo palafreno e piange, / bagnando le sue guance rosee di lacrime. / Oggi una donna d’alto rango nel palazzo di Han, / domani, in una terra lontana, / sarà una schiava barbara.

 Molte ragazze del Sud sono bianche e lucenti. / Spesso governano la scialuppa. / Nei loro occhi civettuoli / si cela l’esca della  primavera.

 Che cosa, / che cosa affligge il suo cuore? / Sul suo viso vedi / solo le tracce umide delle lacrime.

 Li Po viaggiò in lungo e in largo per il paese. Descrisse paesaggi, commentò lo splendore e la ricchezza della natura, e si immerse nella meraviglia del sogno e nella fantasia del soprannaturale. Passò dal racconto di spazi sconfinati alla figurazione di palazzi d’oro, dall’immersione nella quiete e nel silenzio al rumore dei carri trainati dai fenici e alle melodie di strumenti paradisiaci. In tutto ciò emerge un’impressione di grandiosità e vigore, dove realtà e immaginazione evocano emozione e suggestioni. In effetti per Li Po la vita reale risiede nella sua anima. La sua inclinazione al taoismo, l’appagamento non di maniera ad una esistenza al limite dell’eremita, la sua immedesimazione nella natura, lo guidano e lo confortano, lo sorreggono soprattutto nei momenti difficili. E la sua poesia ne arricchisce la vita.

 E poi per me chiedete al fiume che scorre a oriente / se sia più eterno il suo fluire o il mio addio.

 Enea Biumi

 

 

venerdì 28 novembre 2025

Nina Nasilli “L’Orsuta” (Book Editore, 2025)


 

Corporatura inerente ad un elemento vitale che sorge e immette nella pagina la complessità del rilievo natura, nella efficacia prosodica di un’intesa, come nello sviluppo asimmetrico dei passaggi versificati. E’ davvero intensa e originale la voce di Nina Nasilli in questo suo esito poetico “L’Orsuta”. Assonanza e iterazione compongono già inizialmente una tessitura di rimandi: “cavaliere bardato d’armi fulgenti/ e valido scudo/ pretende anche la schiena/ nuda del nero cavallo/ nero-selvaggio/ che schiuma”. L’approssimarsi è alle scadenze dei tempi ritrovati in una partecipazione sempre umorale, di una consistenza sensuale e vibrante, al verso breve coniugata in uno spessore che deterge e rende una limpidezza svelante. Condizione di estraniato abbandono collettivo impone la ricerca di una necessità che Nina Nasilli ben individua nell’urgenza che chiama a ritrovare capacità d’ascolto e vocazione relazionale, come disciplina d’attesa e forza compiuta nell’intreccio dei pensieri ma anche di auspicabili vicinanze fisiche e ritrovati riconoscimenti lievi e provati, tendenze liberate in origini capaci di accogliere nella sospensione che ci fa umili; “albeggia il fiume/ là in fondo/ dove lo sguardo quasi/ più lo raggiunge”. La materia è testimone apparentemente inerte di un possibile salvataggio quotidiano, condotto ai lati della fragilità panica, della prospettiva liminare attesa tra le forre dell’imprevisto misurato. Si è dove il segno si fa parola, lemma, sintagma, vocazione partecipata nella coerente semantica che imprime il rigore stilistico in verticalismo figurato a flusso discenditivo. La domanda sul senso delle cose e sul fare nelle cose coniuga le stagioni in una trasposizione scritturale che si essenzializza e non esclude anche occasioni raffigurate in diversità di caratteri. “Se apprenderlo potessi/ sarei foglia/ o filo d’erba” scrive Nasilli in un’eco alla Whitman da coincidenza di spirito e natura. Ed è poi un richiamo alla responsabilità dell’uomo, al di là di tempi e osservazioni, arti e corpuscoli, riconoscersi deboli, minuscoli...”ma sei formica/ visto dall’alto” con un insegnamento che ci riporta a quell’anonimia di formiche che fu di Domenico Cara. Ancora l’attenzione del verso si sofferma sulla consistenza tangibile del corpo, e del corpo estraneo. La mancanza e l’assenza, il dono non desiderato, ma anche l’inesorabile fuga da quella bellezza che condiziona e sconvolge. C’è un sentire che è memoria partecipe e considera il “tu” nella versione che si pone in attesa della più intima adesione quale concentrato di spunti personali: “dal disarmo resta/ un profumo d’ebano/ e sapone:”, come altro da dire o intendere, accennare, quando “nessun contorno/ a confermare il nostro/ debole ricordo./ Nessun paesaggio”. La sezione eponima sviluppa una sorta di danza linguistica veloce e allitterante, dove le condizioni si addentrano nell’esegesi di rimando e riflesso: “E’ il sentire.../ sentire che si abbruna/ si aggruma/ e si inorsa”. Quindi l’Orsuta è animata nel suo “irto pelo”, qualcosa che si distingue nel vibrare vissuto, l’annidarsi nelle forme del gesto che sa difendersi ma anche aggredire con bramosia vorace e desiderio famelico, nella innocenza sostanziale dell’approccio. La domanda che ancora l’autrice interpreta è corso naturale, così come vita di chi resta, inesorabilmente piccola, assenza presente di chi manca, tratto che inciso nel verso breve si fa traccia semantica di una percezione tra le cose, tra i colori a scorgersi nel bianco, nell’azzurro, nel rosso. Continua aperta una dicitura che conduce attraverso rimandi fonetici  e reiterazioni di parole- chiave e di ruoli al limite dell’elemento interpretabile oltre il contenimento contingente. “Tu gemi il tuo silenzio/ a mezzanotte – (che è)/ del giorno il punto più infedele/ al giorno/ e nessuno crederà/ a questo tuo grido immondo” scrive Nina Nasilli, nella condensazione del percorso, nella sua stessa interpunzione dove si coglie la pausa della domanda partecipe, il tentativo ermeneutico nella compresenza delle intuizioni, delle trasformazioni, della suggestione inerente ai ricordi e alle speranze: “arrossisce anche il palmo della mano/ approssimando allo stelo/ e le dita girano la testa all’indietro/ per non violare di più il suo segreto”; attenzioni rivolte alle innumerevoli creature nella fascinazione di un succedersi attraverso una versificazione che giunge allo iato espresso all’interno dello stesso verso, veicolando, nell’esito finale, anche un riferimento alla poesia di Marina Cvetaeva. Un tracciato poetico, questo di Nina Nasilli, dove si dà voce all’inespresso, a ciò che spesso rimane intraducibile ma che interroga nella forma più intima, “e anche tu- quello che fai/ lo gridi ancora dal Silenzio”.

                                                                                                                                             Andrea Rompianesi

mercoledì 26 novembre 2025

Maria Pia Quintavalla “Saudade” (Puntoacapo Editrice, 2024)

 



“C’è bisogno degli altri, come di un’illuminazione-/ dalla volta del cielo non scurita/ e non pronta alla sua notte:”; così inizia l’opera di Maria Pia Quintavalla, figura decisamente significativa del panorama poetico contemporaneo, dal titolo “Saudade”. Tono che di valenze s’accende nella compiuta attenzione di rimandi ad un sentire indefinibile, una melodia nostalgica, una sensazione di mancanza riferita a ciò che si è perduto ma più ancora a ciò che non si è mai raggiunto e che rimane, quindi, come una sorta di desiderio. Il caso amoroso investe le dinamiche prefissate, le rivolge alle possibili richieste, ottenendo almeno l’ipotesi dell’ascolto, la plausibilità della domanda che fluttua, a volte inerte, nella perturbabilità delle stagioni. “Amo Parigi/ quell’aria di castello blu intessuto,/ intorno a nubi nude e mobili, striate/ intorno al fiume”, dove l’esperienza di avvicinamento sensoriale ed emotivo al luogo si fa intelletto e scelta di misura; organico compenso alla ragione accorta, disciplina di attenzione allo sviluppo spesso incompreso delle fecondazioni culturali nella forma di crogiolo e di mutamento. E’ un poetare sentito e sofferto quello di Maria Pia Quintavalla, esposto in passaggi dicibili e condotti con supporto di elementi fluidi ma, nello stesso tempo, di una vocazione prosastica ad intervalli irregolari. L’ascesa o discesa ai bisogni, alla rievocata sensualità che ha in dote il compito di supportare l’anabasi, ne diviene consenso inquieto, insostenibile leggerezza, dando spazi ad acque e promesse, a barche e mezzi urbani. Così come le ambientazioni esprimono lo scenario molteplice che ospita la complessità esperita nella sofferenza svelata, nella struggente mancanza che, però, non rinuncia ad indicare una direzione che è progettualità nel verso. La drammatica considerazione dell’umanità migrante certifica lo stato d’abbandono da cui insorge il bisogno immite e la peculiare attenzione che può concedere. Allora nel paesaggio, le case risultano già disabitate, “in un composita solvantur” che ci riporta al magistero di Franco Fortini, attraverso fattezze in distinzione di misure, di rapporti che sono decisivi, nel loro rivelarsi materni e filiali: “Avremo bisogno di sorgenti vive, noi-/ di racconti dove/ la storia ci sistemi, intime e care-“. E c’è un fluire di fiume che il Po racconta e destina ai prodigi dei giorni e delle stagioni, nei mormorii di sogno e di sorgente, attraverso fuochi e baluardi, acque e sentieri, campi e respiri. Segue poi una sezione di prose indicate come testi di poesia in prosa; più specificamente definibili nell’accezione di prose poetiche in alternanza di caratteri, quasi monologhi a confidenza intima: “Se Dio mi ama io scrivo e se non scrivo muoio, peggio beccheggio, e stono fino a sera le mie modestissime preghiere che, come tozzi di pane restano là chiuse...” e il tono della scrittura di Maria Pia Quintavalla si pone a saggiare il crepuscolo di un sentire in sapore di ciottoli e di refoli, dove si accentuano i possibili regesti. Una prosa, inoltre, che simula la poesia attraverso l’uso dello slash ricorrente a incidere tagli e pause su una storia al femminile, densa di umori e accenti verso età bambine, stagioni madri, luci di troppa, straziante, ossimorica bellezza. E attese che si fanno “saudade”; “Materia nel liquido, carne che fu ossa e sangue, e non gomma, e non blu morte, ma vita, ora”. La tragedia delle morti in mare, contemporanei calvari e vie crucis devastate nell’algida freddezza di un elemento che identifica con la diffusa indifferenza il proprio orizzonte. La poesia allora testimonia come “fra il rumore di acque irreali... questa notte al termine della notte gli accenti di tutte le lingue si fondano in un salmo”, nella incalzante attualità delle migrazioni forzate dal bisogno e dalla persecuzione.

                                                              Andrea Rompianesi


lunedì 3 novembre 2025

Recensione di G.C. Lisi alla poesia di Prospero Cascini “La lucanità Serafica”

 



È un testo che profuma di terra e di memoria , un omaggio alla lentezza e alla bellezza essenziale della vita lucana. Con la “lucanità Serafica”, Prospero Cascini costruisce una poesia   che unisce contemplazione  e appartenenza, in cui la quotidianità si trasforma in paesaggio interiore.

Lucanità serafica


I versi si muovono con calma come un respiro che segue il ritmo delle stagioni. “Dormirci sopra/ in un anfratto innevato/ tra un cirro innevato e un bucaneve imbalsamato” apre la scena con delicatezza mescolando immagini naturali e memoria sensoriale. C’è un senso di sospensione, di pace domestica, di tempo che non scorre ma si posa. L’autore dipinge la Lucania non come luogo fisico, ma come condizione dell’anima dove pendono nelle toppe “le grosse chiavi / dei palazzi antichi” e il passato convive con il presente, “nelle case riadattate”. Ogni oggetto, ogni gesto, anche il semplice “attendere/ i chiarori del meriggio” diventa un atto poetico, una forma di resistenza al caos e al mondo moderno. Il linguaggio è semplice e nitido, volutamente disadorno, ma intriso di musicalità. L’uso dei puntini di sospensione, delle pause e delle minuscole restituisce il tono di chi parla a se stesso e alla propria terra. In questa voce si riconosce una Serenità Conquistata, un equilibrio che nasce dall’accettazione del proprio tempo e proprio spazio. Nella chiusa “è il sogno di ognuno/ che lascia il segno/ sul proprio selciato” la poesia trova la sua verità più intima: la vita come cammino silenzioso, come traccia personale e insieme collettiva. La lucanità serafica è un inno quieto alla dignità dell’essere, un modo per dire che la vera grandezza sta nel restare fedeli alle proprie radici, con lo sguardo rivolto alla luce del giorno che verrà. 

G.C. Lisi


sabato 18 ottobre 2025

Duccio Mugnai, Sogni di ossessioni e di libertà, Genesi Editrice, Torino, 2025, € 14,00

 


 Bellezza, bellezza, bellezza! / unico vero linguaggio che vale” sono i versi che posti al centro della silloge fanno da trade-union a ciò che è materico e a ciò che è spirito. La materialità è costituita dalle stagioni, dal tempo che inesorabile trascorre senza tregua abbandonandoci nell’ingenuità di una rincorsa spesso vana, la spiritualità si conforma a un dettato interiore, in un iter del tutto soggettivo e per ciò stesso deliberatamente sincero e perturbante. “Ciò che non vissi, lo sognerò. / E nei sogni mi troverò libero. / Vivo nel desiderare / sincero nel godere ciò che mi appaga di più.”  Mugnai riflette con sgomento che l’esperienza umana può mostrarsi futile e ingannevole. Per questo si rifugia emblematicamente nel sogno senza scordare però che l’illusorietà del tempo e la vanità delle cose terrene hanno un loro fascino e una loro giustificazione. Anche quando tutto sembra condurre alla morte esiste sempre un aggancio alla vita, una continuità destinata a sconfiggere la materia. Si tratta dell’arte. L’arte riesce a superare le barriere dell’umano, a volte tende a sopperire le debolezze, le inquietudini, le avversità, a volte ci indica l’altrove. L’arte dà il senso alla vita e alla morte, è il soffio vitale, è lo pneuma che ci penetra e ci svela il mistero delle cose. “Arte, arte che avvicina a Dio / traccia di Dio / strada che conduce al divino, / antica grazia di Dio / ha illuminato lavoranti e artisti (…)”. La fortuna di essere nato a Pieve santo Stefano in provincia di Arezzo, sulla strada che conduce al Santuario francescano della Verna, nonché di aver frequentato per motivi di studio e lavorativi Firenze, pone Duccio Mugnai in una situazione di privilegio rispetto ad altri, sia per la possibilità di una frequentazione artistica costante di quei luoghi, sia per una vicinanza profonda allo spirito religioso. Ma il privilegio, si sa, diviene sterile se non lo si coltiva adeguatamente. E il poeta non rinuncia infatti ad aumentare le proprie conoscenze, a sfruttare quello che vede attorno a sé, a indagare una realtà per crescere e migliorare. Non nascerebbero altrimenti i suoi versi tutti incentrati sul connubio uomo-Dio, sulla meditazione e introspezione di sé e del mondo circostante. “Realismo onirico felliniano / sogno o incubo desueto nel mordere il cuore / come Cabiria e la sua lacrima di Pierrot / i vitelloni sul mare di Rimini / come foglie morte che il vento vuol portarsi via”. La percezione che si ha nella lettura di questi versi è quella di un autore che non si abbandona a semplici sentimentalismi. Non c’è una sovrastruttura non inerente alle parole che si leggono, non c’è sovrabbondanza di aggettivazione, ma una misurata e sostenuta capacità di trasmissione empatica col lettore. Nella lirica “Maestrale”, ad esempio, Mugnai ci racconta la sua “ossessione” e cioè il desiderio costante e continuo di introspezione, del mondo e di sé. “Spesso mi son sentito stravolto, / portato via, consumato, spostato / attraverso furente e indomabile cambiamento”.  In questa meditazione soggettiva non può certo mancare l’incontro con l’altro, meglio: con l’altra. L’amore nasce quasi per caso ma è tuttavia utile per riconoscersi, per trovare se stesso. “Mi sei piombata addosso / come gioia consueta, / la tua immagine / ossimoro equilibrio / il piacere e il tormento.”  Allo stesso modo, le citazioni di Van Gogh, Goya, Botticelli, Beethoven non sono superficiali orpelli bensì parte integrante di una weltanschauung che ha come pilastri Dio e la Natura. Infatti “dirompente impulso in spirito / permea la sacralità dei poeti che ‘vedono’ / anticipano i tempi / (…) Mi tuffo inconsapevole, / ad occhi chiusi, / nel gorgo sublime e sconosciuto.”  “Zefiro / le tue morbide guance / carezza carnale / alla mia sensualità”. Alla fine quell’ossessione che perennemente accompagna la vita del poeta diventa libertà: libertà di canto, libertà d’amore, libertà da ciò che è materico e mortale. Tutto diventa trasparente bellezza, spirituale sensibilità, parola di verità, “mentre il Signore passa coglie e rigenera”.

 

Enea Biumi

Una poesia in vernacolo di Vincenzo Capodiferro

  ALIANEDDU   Quannu passu ‘mbera a lu pitticeddu, ca ‘nghiana sopa a la valli ri l’Agru, e vehu appisu, sop’au munticeddu, u pais...