sabato 14 marzo 2026

Federico Italiano “Godzilla e altre poesie” (Ugo Guanda Editore, 2026)

 

                


Godzilla, il mostro misterioso della cinematografia giapponese apparso per la prima volta nel 1954, come simbolo iconico di una visione distopica. Titolo dell’esito proposto da Federico Italiano, tra i più interessanti poeti della generazione nata negli anni Settanta del Novecento. “C’è un momento tra il mattino e la notte/ in cui non senti macchine passare”; un inizio quasi dimesso che sospende l’atto in sorta d’attesa, d’ascolto del possibile evento anche incombente. Ma c’è un partire dal noto verso l’ignoto, un senso altro che acuisce la scelta dell’innesto paratattico; coniuga l’apparente contestuale con il temuto precipitare, quando sappiamo che “l’apocalisse è una perdita, un tubo/ che cola, una fessura da cui un cupo/ radionuclide penetra/ la falda acquifera, la Dora Baltea”. Il ricordo di Chernobyl, l’evento radioattivo reinterpretato dalla percezione propria dell’infanzia dell’autore, quale processo d’incubi e accostamenti a spettro futuribile in occasioni di rilevazioni anche provocatoriamente asettiche ma che lasciano in realtà trasparire tutte le peculiari caratteristiche del percepire i possibili disastri ambientali. Una costruzione sintattica a volte compatta, altre strutturata in brevi strofe, acquisisce il passo di una marcatura di figure relazionate ad una periferica stasi intrecciata a similare fenomenologia botanica nell’espressione propria di una guttazione, un pianto naturale; un succedersi poi di comparse e autoritratti in potenza: “ero a cena quando è finita/ con amici in un’osteria del centro/ c’era vino abbastanza per non inaridire subito” e ancora: “io pensavo alla moquette/ che divenne una foresta pluviale,/ l’ultima notte che passammo insieme”. C’è un operare dei versi, nel tratteggio d’Italiano, che in quanto tali si fanno segni apparentemente indelebili di una mappatura esposta alla volontà archeologica disseminata tra i reperti, i frammenti, le scorie rivisitate nella maculata definizione dell’istantaneo riferirsi all’imprevisto, al solco che non garantisce la continuità ma la scalza verso l’espediente che, solo se riattato, può così eternarsi nella formula della incisione. E’ l’occorso remoto nell’arcaico ondeggiare di un timore accostato nella rigorosa contemplazione della deriva, del varco ostruito dalla sedimentazione degli errori, delle ostinate estenuazioni. “Con l’eloquio di una perdita colta/ in flagrante, l’umidità mi ha tradito”; l’alternarsi delle figurazioni e degli schemi verbali ospita l’apparato che coniuga istinto e ragione, predazione e domanda, tessuti vegetali ed innesti urbani, e poi nei versi lunghi si esprimono i luoghi, le mappature di viaggi ed incontri: “dentro un bus tutto blu te ne andasti oltre il ponte sull’Isar/ che bagnava a ritroso i vetri della fermata sotto la pioggia”, e la pioggia stessa qui diventa reiterato termine del secondo verso di ogni distico in forma di epifora. Un coniugarsi topografico depone le ancorate partecipazioni ad attraversamenti che toccano Francia, Lituania, Germania, Belgio, Austria e altre mappe, dove l’accadere è nel particolare rivelante: “Immerso in quel diluvio il larice svaniva/ e la sua verità grondava a terra/ inservibile e muta/ tra rosmarini di palude e ruta”. Tutto comporta il dispiegarsi di richiami dal quotidiano alle insegne della storia quale teatro di passaggi e riti resi nella dicitura: “ora che il sole obliquo/ unge il davanzale e brucia le tende,/ due spade nel tramonto”. Federico Italiano vaga tra spazi e stagioni, osservatore acuto, tra tavoli e scaffali, teche e tele, utensili e libri, bicchieri e duelli, “finché un fiocco non cadde come cenere/ sulla fronte di Tiresia...”, riportandomi alla memoria alcuni lontani e allora inediti versi di Stefano Di Lauro: “e se la notte, Tiresia, questa notte/ dovesse donarci l’amore o la guerra...” come un riferito arpeggio che riecheggia nella tenuta oscillante della temporalità. E’ un ricorrere adulto, con passo sicuro, alla versificazione che alterna moduli, strofe compatte e distici, collocazioni asimmetriche, pernottamenti preposti alla consapevolezza dei traumi innestati in un’anatomia dei verdetti pausati che il ritmo dei giorni impone sulla stessa frantumazione, sulla corporeità. Quanto più un pianeta è distante dal Sole, tanto più tempo impiega a completare un’orbita, così la terza legge di Keplero che Italiano sceglie come titolo per la sezione che conclude l’opera. Allora è possibile vedere che “un faggio resiste al grigio, ai silenzi/ cuneiformi dei pini che lo serrano, ai dazi/ imposti sulle foglie dall’autunno, alle nuvole”, come l’inarcatura spezza l’unità sintattica e non si concede iato fonetico minore poiché il fine verso implica sempre l’esigenza della pausa quale sospensione che qui si fa meditante. L’autore, comunque, avverte l’insinuarsi della possibilità alternativa, del risvolto operante nella prosecuzione vitale quando si determinano caratteri passati che potrebbero ancora rivelarsi, osservando che “non c’era da preoccuparsi: la luce/ delle otto indorava il parco, lambiva/ i verdi pentagoni della malva,/ la geometria delle precedenze”. Federico Italiano apre contorni di spazi galattici e ipogei ancestrali, scariche elettrostatiche e prismi turbativi, fluttuazioni umide e fabbricazioni meteorologiche; inusuali accostamenti che compongono l’aerato, dialettico, sensuale bisogno di prosecuzione; non dimenticando che, secondo l’autore, al di là dei ricondotti itinerari, “siamo residui”.

 

                                                                                                       Andrea Rompianesi

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