Godzilla, il
mostro misterioso della cinematografia giapponese apparso per la prima volta
nel 1954, come simbolo iconico di una visione distopica. Titolo dell’esito
proposto da Federico Italiano, tra i più interessanti poeti della generazione
nata negli anni Settanta del Novecento. “C’è un momento tra il mattino e la
notte/ in cui non senti macchine passare”; un inizio quasi dimesso che sospende
l’atto in sorta d’attesa, d’ascolto del possibile evento anche incombente. Ma
c’è un partire dal noto verso l’ignoto, un senso altro che acuisce la scelta
dell’innesto paratattico; coniuga l’apparente contestuale con il temuto
precipitare, quando sappiamo che “l’apocalisse è una perdita, un tubo/ che
cola, una fessura da cui un cupo/ radionuclide penetra/ la falda acquifera, la
Dora Baltea”. Il ricordo di Chernobyl, l’evento radioattivo reinterpretato
dalla percezione propria dell’infanzia dell’autore, quale processo d’incubi e
accostamenti a spettro futuribile in occasioni di rilevazioni anche
provocatoriamente asettiche ma che lasciano in realtà trasparire tutte le
peculiari caratteristiche del percepire i possibili disastri ambientali. Una
costruzione sintattica a volte compatta, altre strutturata in brevi strofe,
acquisisce il passo di una marcatura di figure relazionate ad una periferica
stasi intrecciata a similare fenomenologia botanica nell’espressione propria di
una guttazione, un pianto naturale; un succedersi poi di comparse e
autoritratti in potenza: “ero a cena quando è finita/ con amici in un’osteria
del centro/ c’era vino abbastanza per non inaridire subito” e ancora: “io
pensavo alla moquette/ che divenne una foresta pluviale,/ l’ultima notte che
passammo insieme”. C’è un operare dei versi, nel tratteggio d’Italiano, che in
quanto tali si fanno segni apparentemente indelebili di una mappatura esposta
alla volontà archeologica disseminata tra i reperti, i frammenti, le scorie
rivisitate nella maculata definizione dell’istantaneo riferirsi all’imprevisto,
al solco che non garantisce la continuità ma la scalza verso l’espediente che,
solo se riattato, può così eternarsi nella formula della incisione. E’
l’occorso remoto nell’arcaico ondeggiare di un timore accostato nella rigorosa
contemplazione della deriva, del varco ostruito dalla sedimentazione degli
errori, delle ostinate estenuazioni. “Con l’eloquio di una perdita colta/ in
flagrante, l’umidità mi ha tradito”; l’alternarsi delle figurazioni e degli
schemi verbali ospita l’apparato che coniuga istinto e ragione, predazione e
domanda, tessuti vegetali ed innesti urbani, e poi nei versi lunghi si
esprimono i luoghi, le mappature di viaggi ed incontri: “dentro un bus tutto
blu te ne andasti oltre il ponte sull’Isar/ che bagnava a ritroso i vetri della
fermata sotto la pioggia”, e la pioggia stessa qui diventa reiterato termine
del secondo verso di ogni distico in forma di epifora. Un coniugarsi
topografico depone le ancorate partecipazioni ad attraversamenti che toccano
Francia, Lituania, Germania, Belgio, Austria e altre mappe, dove l’accadere è
nel particolare rivelante: “Immerso in quel diluvio il larice svaniva/ e la sua
verità grondava a terra/ inservibile e muta/ tra rosmarini di palude e ruta”.
Tutto comporta il dispiegarsi di richiami dal quotidiano alle insegne della
storia quale teatro di passaggi e riti resi nella dicitura: “ora che il sole
obliquo/ unge il davanzale e brucia le tende,/ due spade nel tramonto”.
Federico Italiano vaga tra spazi e stagioni, osservatore acuto, tra tavoli e
scaffali, teche e tele, utensili e libri, bicchieri e duelli, “finché un fiocco
non cadde come cenere/ sulla fronte di Tiresia...”, riportandomi alla memoria
alcuni lontani e allora inediti versi di Stefano Di Lauro: “e se la notte,
Tiresia, questa notte/ dovesse donarci l’amore o la guerra...” come un riferito
arpeggio che riecheggia nella tenuta oscillante della temporalità. E’ un
ricorrere adulto, con passo sicuro, alla versificazione che alterna moduli,
strofe compatte e distici, collocazioni asimmetriche, pernottamenti preposti
alla consapevolezza dei traumi innestati in un’anatomia dei verdetti pausati
che il ritmo dei giorni impone sulla stessa frantumazione, sulla corporeità.
Quanto più un pianeta è distante dal Sole, tanto più tempo impiega a completare
un’orbita, così la terza legge di Keplero che Italiano sceglie come titolo per
la sezione che conclude l’opera. Allora è possibile vedere che “un faggio
resiste al grigio, ai silenzi/ cuneiformi dei pini che lo serrano, ai dazi/
imposti sulle foglie dall’autunno, alle nuvole”, come l’inarcatura spezza
l’unità sintattica e non si concede iato fonetico minore poiché il fine verso
implica sempre l’esigenza della pausa quale sospensione che qui si fa
meditante. L’autore, comunque, avverte l’insinuarsi della possibilità
alternativa, del risvolto operante nella prosecuzione vitale quando si
determinano caratteri passati che potrebbero ancora rivelarsi, osservando che
“non c’era da preoccuparsi: la luce/ delle otto indorava il parco, lambiva/ i
verdi pentagoni della malva,/ la geometria delle precedenze”. Federico Italiano
apre contorni di spazi galattici e ipogei ancestrali, scariche elettrostatiche
e prismi turbativi, fluttuazioni umide e fabbricazioni meteorologiche; inusuali
accostamenti che compongono l’aerato, dialettico, sensuale bisogno di
prosecuzione; non dimenticando che, secondo l’autore, al di là dei ricondotti
itinerari, “siamo residui”.
Andrea Rompianesi

Nessun commento:
Posta un commento