“Veranillo” è
termine spagnolo che tradotto in italiano viene reso con “Piccola estate”,
ultima fase di una stagione calda e titolo dell’esito poetico di Alberto
Pellegatta. Testo difficilmente definibile all’interno di una categoria
stilistica se non per una caratteristica rilevante: il cortocircuito semantico.
La gestione poi di tale azione o effetto comporta l’adesione dell’autore ad una
sorta di ricezione deliberante che assume però l’opzione di alternanza
reiterata poesia/prosa. Non sussiste proprio la regolarità del prosimetro, ma
l’evidente intenzione disarticolante nei confronti di una forma prestabilita,
verso la dinamica parlata che appiana l’estromessa funzione estetica e la
sostituisce con l’accadente percepibile ed aperto, attraverso accostamenti di
vocaboli semanticamente autonomi, nella successione imprevista ed evolvente:
“Quando è scoppiata la guerra ero in Spagna/ tu cucinavi canticchiando,
efficiente nel vizio./ Era complice il marzo numerato.”, così la valenza non
più asettica di un mese può ripetersi:
“Non penso al mare che ti imita/ ma ai pesci che scongelano/ nei tuoi
occhi-vasetti di mazurche.// Questa mattina-purtroppo senza alcol/ implora
l’inzuppata scienza di marzo”. L’onirico e il divergente, il rinvio e la
presenza, il secondario e il frammento insistono sullo spazio della pagina ad
effetto d’orma, successioni di un dire fuorviante volutamente oppositivo
rispetto al previsto e atteso approdo. Oserei azzardare la definizione di una
costruzione a volte sapientemente disturbante, forse con accenno di eversione
linguistica non nei termini ma negli accostamenti, dettata da un sentire che
filtra i minimi punti di una sofferenza cristallizzata: “Quando te ne ricordi è
già freddo./ Puoi partire dai nomi di città/ ma non voglio arrivarci così”.
Seguente è l’indurirsi delle cose, lo spezzarsi delle linee, il succedersi
delle direzioni inospitali, delle divergenze urbane e dei conflitti ricevibili:
“Un vento più debole di quello che avevo in testa/ dilaga sui campetti da
calcio./ Le parole non sono più riflessioni:/ la luce spinge le barelle nei
giri di Do”. Il tono veicolante contrasti semantici assume l’indicazione
imprevista, la nota deturpante tutto ciò che implica l’inerzia decorativa. E’
un organismo in continua necessità d’intervento, di risistemazione, quasi un
espediente articolato in un passaggio dimensionale; oltre la consuetudine
rivolta al visibile attenersi direttamente ad una linearità infranta. Le parti
incombono su melodie artificiali; superamenti inusuali depongono slanci azzerati
e mediazioni fuorvianti. Alberto Pellegatta esclude esiti previsti, assume
responsabilità di manomissione verbale, acutizzazione delle vibrazioni ibride,
quando l’ibrido nel senso più acuto e includente riesce ad unire cose tra loro
diverse. Altitudini e spinte, inquadrature e sottopassi, emistichi e ingranaggi
contendono la separabile intelaiatura che dirama le divergenze espletate,
mentre “l’inverno si scarica sui pontili con frasi di circostanza/ e ti
risvegli come gli insetti gommoso”. Viali aprono a viaggiatori spesso condotti
e dirottati nelle prospettive, dove le colorazioni antepongono dissidi e
molestie, inequivocabili enigmi che il dato certifica e l’esigenza isola nel
responsabile assetto. “Non era ancora sera/ i prati erano del loro colore/
deperito, soprattutto silenziosi/ estranei al linguaggio”; si concentrano
concatenazioni anche di spazi, nei risvolti che le categorie fissano quali
supporti della contemporaneità. Gli elementi di natura acquisiscono ruoli che
l’osservazione reinterpreta. Alberto Pellegatta muove il logos, nel suo duplice
senso di discorso e pensiero, attraverso la volontà di ricerca linguistica
nell’accostamento improvviso di lemmi anche tra loro estranei. Viviamo stagioni
in cui perfino diversi addetti ai lavori non riescono a riconoscere l’effettiva
necessità di un superamento dell’espressione ordinaria nella ricerca poetica,
preoccupandosi d’incontrare architetture testuali complesse, richiedenti
un’adesione adeguata alla reale stratificazione ontologica. Magari fossero invece
ben più sostenuti gli esiti capaci di porre sulla pagina fioriture linguistiche
articolate e impreviste, eversive nei confronti di una banalità espressiva
troppo spesso dilagante. In Pellegatta emerge una vocazione filosofica
interpretata attraverso una operazione “in progress” di accostamenti e
rilevazioni accennate che, ad una prima lettura, possono lasciare
l’inquietudine benefica della domanda sospesa che richiede il successivo
passaggio nel quale si realizza il tono rivelante: “Pensavamo che, per quanto
lenta, la corda del mondo/ avrebbe suonato altre volte./ Si mette male-la
prossima volta sarò più chiaro”. Non mancano poi affezioni esigibili dove
l’autore muove passi che concedono incursioni nella rilevanza di un pensiero
non abdicante ma provocatoriamente esplicativo ed ironico: “il
neoindividualismo prevede che i diritti vengano attribuiti al singolo e non
delegati a vincoli collettivi – famiglie, autotrasportatori, commessi”.
“Piccola estate” di Alberto Pellegatta ci obbliga ad una frequentazione di
lettura non esauribile e ad una collocazione che rigetta etichette univoche.
Andrea Rompianesi

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