Veramente spettacolare è questo canto popolare riferito a Santa Lucrezia. Il testo originale, poi riadattato, è stato ripreso sempre dai devoti della parrocchia SS. Spirito di C. Saraceno, in Lucania. Il riferimento non è, però, a Lucrezia di Merida, martire nell’età dioclezianea, ma a Lucrezia Borgia. Questa è la nota particolare di questo canto: lo si evince dai riferimenti a seduzioni e a Giulio d’Este, alla congiura estense contro Alfonso. Si citano i castelli ed i possedimenti ferraresi, riportati nella fantasia popolare. Lucrezia Borgia (1480-1519) non godeva certamente di fama di santità, al suo terzo matrimonio, però dalle sue note biografiche appuriamo che portò il cilicio, indossò l’abito del Terz’ordine di S. Francesco e fece un percorso di conversione. Molto probabilmente Lucrezia sventò la congiura estense, come si può filtrare da certi passaggi. Molto intensa è l’allegoria della donna fatta a pezzi a causa degli amori cortigiani che poi viene salvata mercè l’intervento della Madre di Dio. Si cita il santuario della Madonna della Schiavonia, in frazione di Este. Il nucleo originario della chiesa, dedicata alla natività della B. V. Maria, risale al XIII secolo. Probabilmente il culto improprio di Lucrezia venne portato in Lucania con don Giulio De Grandis, nominato vescovo di Anglona nel 1548, come riporta nelle sue note storiche Carlo Caterini. Il notaio Antonio Giocoli, esule da Ferrara, seguì a C. Saraceno. Abbiamo notizia anche di un sacerdote: don Alessandro Giocoli. Gli esuli ferraresi, i Giocoli e gli Abelardi, trovarono rifugio nella terra di Lucania e recarono dalla loro patria i dolori e le angosce, che la pietà popolare ha saputo accogliere e rielaborare. Il canto asconde una visione veramente divergente di questa donna, Lucrezia Borgia, vittima di amori combinati congiure e faide di potere. Lucrezia, pur peccatrice, seppe trovare Dio.
Vidi chi chiandu e chi
crudilitani
suffrìhu Lucrezia! A salvau
Maria!
Nu cumbari si la vulìa
purtani:
nu iurnu lì parlau ri
villarìa.
“Cumbari va travaglia pì
havuta via!
Nun so femmina cha fazzu pì
teni”.
Au maritu fò rappurtatu:
“Ohi ria!
Cummari mia hi Lucrezia ti
ni veni?”
Subbetu u maritu accasa fò
arruatu:
“Lucrezia mia hama ì a la
Schiavunia!”
“Nun ti purtani né schittu,
né maritatu”.
“Adduvi vòi, Giuliu meiu,
pigliamu via!”
“Lu sacciu, Giuliu, ca mi
vòi ammazzari.
Fammila vireni pria Matri
Maria.
Nu Patri Nostu vogliu
priricani,
a la Maronna ri la
Schiavunìa”.
Nu fossu ri nu parmu lì fò
cafatu.
Zanghe e munnezza ‘mmenzu a
via.
Ha feci a pezzi: u cuorpu fu
‘mbussatu.
‘Ncapu a tre ghiurni hìu
Matri Maria.
Si prisintau: “Avuziti
Lucrezia mia!
Rammi na manu ca ti
‘nghiungu l’ossa.”
“So tutta pezzi cum’a preti
‘menzu a via.”
E Lucrezia si livau ra ‘nda
na fossa.
Subbetu au maritu fozi
purtata.
Quannu ci foze ‘nnandi a
queddi porti:
“Rimmi si sì rimmonio o sì
rannata?”
Li rihu na spenda e na
bussata forti.
“Hè nun so nì rimmonio e nì
rannata.
Viri chi hai fattu? Chi
gravi piccatu!
T’aggiu purtatu a Lucrezia
honorata.
U cumbari firatu t’havi
favuzatu.
A lu cumbari toiu tutti li
castella,
trecendu vacchi l’aggia
livani:
finu a lu settu ri la
massaria bella,
cu troni e lambi lu fazzu
siccani.
Guardatìlu quannu vai a la
messe,
cumi a na cannela s’adda
ammurtani!”
Chi la ‘ntendi sta razioni
la ricesse:
Sanda Lucrezia si mittess’a
prigani.
TRADUZIONE
Vedi che pianto e che
crudeltà
soffrì Lucrezia: la salvò
Maria.
Un suo compare la voleva
sedurre.
Un giorno le parlò di
villania.
“Compare vattene per
un’altra strada!
Non sono donna che faccio
per te!
Al marito tutto fu
rapportato. “Rea!”
“Comare, cosa mi dici di
Lucrezia mia?”.
Subito il marito giunse di
corsa a casa.
“Lucrezia dobbiamo andare
alla Schiavonia”.
“Non ti portar dietro né
celibe né maritato”.
“Dove vuoi andiamo, o Giulio
mio!”.
“Lo so, Giulio, che mi vuoi
ammazzare.
Fammela vedere prima la
Madre Maria.
Un Padre Nostro voglio
recitare
alla Madonna della
Schiavonia”.
Una fossa di un palmo fu
cavata,
fango e monnezza in mezzo
alla via.
La fece a pezzi: il corpo fu
sepolto.
Dopo tre giorni andò Madre
Maria.
Si presentò: “Alzati,
Lucrezia mia!
Dammi la mano. Ti congiungo
le ossa”.
“Sono tutta a pezzi come le
pietre sulla via”.
Lucrezia si levò dalla
fossa.
Subito al marito fu portata.
Quando si trovò innanzi alle
sue porte:
“Dimmi se sei demonio o sei
dannata!”
Dette una spinta e una
bussata forte.
“Io non sono né demonio, né
dannata.
Vedi che hai fatto? Che
grave peccato?
Ti ho riportato Lucrezia
onorata.
Il tuo fidato compare ti ha
tradito.
Al tuo compare tutti i
castelli,
più trecento vacche debbo
togliere.
Fin alle fondamenta della
sua masseria,
con tuoni e lampi la devo
far crollare.
Guardalo bene quando va alla
messa,
come una candela si deve
spegnere.
Chi intende questa razione
la dicesse,
un Pater e un’Ave a Lucrezia
pregasse.

Nessun commento:
Posta un commento