martedì 14 aprile 2026

LA RAZIONE DI SANTA LUCREZIA, a cura di Vincenzo Capodiferro

 


Veramente spettacolare è questo canto popolare riferito a Santa Lucrezia. Il testo originale, poi riadattato, è stato ripreso sempre dai devoti della parrocchia SS. Spirito di C. Saraceno, in Lucania. Il riferimento non è, però, a Lucrezia di Merida, martire nell’età dioclezianea, ma a Lucrezia Borgia. Questa è la nota particolare di questo canto: lo si evince dai riferimenti a seduzioni e a Giulio d’Este, alla congiura estense contro Alfonso. Si citano i castelli ed i possedimenti ferraresi, riportati nella fantasia popolare. Lucrezia Borgia (1480-1519) non godeva certamente di fama di santità, al suo terzo matrimonio, però dalle sue note biografiche appuriamo che portò il cilicio, indossò l’abito del Terz’ordine di S. Francesco e fece un percorso di conversione. Molto probabilmente Lucrezia sventò la congiura estense, come si può filtrare da certi passaggi. Molto intensa è l’allegoria della donna fatta a pezzi a causa degli amori cortigiani che poi viene salvata mercè l’intervento della Madre di Dio. Si cita il santuario della Madonna della Schiavonia, in frazione di Este. Il nucleo originario della chiesa, dedicata alla natività della B. V. Maria, risale al XIII secolo. Probabilmente il culto improprio di Lucrezia venne portato in Lucania con don Giulio De Grandis, nominato vescovo di Anglona nel 1548, come riporta nelle sue note storiche Carlo Caterini. Il notaio Antonio Giocoli, esule da Ferrara, seguì a C. Saraceno. Abbiamo notizia anche di un sacerdote: don Alessandro Giocoli. Gli esuli ferraresi, i Giocoli e gli Abelardi, trovarono rifugio nella terra di Lucania e recarono dalla loro patria i dolori e le angosce, che la pietà popolare ha saputo accogliere e rielaborare. Il canto asconde una visione veramente divergente di questa donna, Lucrezia Borgia, vittima di amori combinati congiure e faide di potere. Lucrezia, pur peccatrice, seppe trovare Dio. 

 (Vincenzo Capodiferro)


Vidi chi chiandu e chi crudilitani

suffrìhu Lucrezia! A salvau Maria!

Nu cumbari si la vulìa purtani:

nu iurnu lì parlau ri villarìa.

 

“Cumbari va travaglia pì havuta via!

Nun so femmina cha fazzu pì teni”.

Au maritu fò rappurtatu: “Ohi ria!

Cummari mia hi Lucrezia ti ni veni?”

 

Subbetu u maritu accasa fò arruatu:

“Lucrezia mia hama ì a la Schiavunia!”

“Nun ti purtani né schittu, né maritatu”.

“Adduvi vòi, Giuliu meiu, pigliamu via!”

 

“Lu sacciu, Giuliu, ca mi vòi ammazzari.

Fammila vireni pria Matri Maria.

Nu Patri Nostu vogliu priricani,

a la Maronna ri la Schiavunìa”.

 

Nu fossu ri nu parmu lì fò cafatu.

Zanghe e munnezza ‘mmenzu a via.

Ha feci a pezzi: u cuorpu fu ‘mbussatu.

‘Ncapu a tre ghiurni hìu Matri Maria.

 

Si prisintau: “Avuziti Lucrezia mia!

Rammi na manu ca ti ‘nghiungu l’ossa.”

“So tutta pezzi cum’a preti ‘menzu a via.”

E Lucrezia si livau ra ‘nda na fossa.

 

Subbetu au maritu fozi purtata.

Quannu ci foze ‘nnandi a queddi porti:

“Rimmi si sì rimmonio o sì rannata?”

Li rihu na spenda e na bussata forti.

 

“Hè nun so nì rimmonio e nì rannata.

Viri chi hai fattu? Chi gravi piccatu!

T’aggiu purtatu a Lucrezia honorata.

U cumbari firatu t’havi favuzatu.

 

A lu cumbari toiu tutti li castella,

trecendu vacchi l’aggia livani:

finu a lu settu ri la massaria bella,

cu troni e lambi lu fazzu siccani.

 

Guardatìlu quannu vai a la messe,

cumi a na cannela s’adda ammurtani!”

Chi la ‘ntendi sta razioni la ricesse:

Sanda Lucrezia si mittess’a prigani.

 

 

TRADUZIONE

 

Vedi che pianto e che crudeltà

soffrì Lucrezia: la salvò Maria.

Un suo compare la voleva sedurre.

Un giorno le parlò di villania.

 

“Compare vattene per un’altra strada!

Non sono donna che faccio per te!

Al marito tutto fu rapportato. “Rea!”

“Comare, cosa mi dici di Lucrezia mia?”.

 

Subito il marito giunse di corsa a casa.

“Lucrezia dobbiamo andare alla Schiavonia”.

“Non ti portar dietro né celibe né maritato”.

“Dove vuoi andiamo, o Giulio mio!”.

 

“Lo so, Giulio, che mi vuoi ammazzare.

Fammela vedere prima la Madre Maria.

Un Padre Nostro voglio recitare

alla Madonna della Schiavonia”.

 

Una fossa di un palmo fu cavata,

fango e monnezza in mezzo alla via.

La fece a pezzi: il corpo fu sepolto.

Dopo tre giorni andò Madre Maria.

 

Si presentò: “Alzati, Lucrezia mia!

Dammi la mano. Ti congiungo le ossa”.

“Sono tutta a pezzi come le pietre sulla via”.

Lucrezia si levò dalla fossa.

 

Subito al marito fu portata.

Quando si trovò innanzi alle sue porte:

“Dimmi se sei demonio o sei dannata!”

Dette una spinta e una bussata forte.

 

“Io non sono né demonio, né dannata.

Vedi che hai fatto? Che grave peccato?

Ti ho riportato Lucrezia onorata.

Il tuo fidato compare ti ha tradito.

 

Al tuo compare tutti i castelli,

più trecento vacche debbo togliere.

Fin alle fondamenta della sua masseria,

con tuoni e lampi la devo far crollare.

 

Guardalo bene quando va alla messa,

come una candela si deve spegnere.

Chi intende questa razione la dicesse,

un Pater e un’Ave a Lucrezia pregasse.


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