lunedì 4 maggio 2026

UNA LETTERA DAL PASSATO di Vincenzo Capodiferro

Si tratta di un’epistola immaginaria, inviata dalla Badessa del monastero di Torba, presso Castelseprio a Guido da Velate, vescovo di Milano, dopo la morte di Arialdo, santo diacono, legato alla Pataria Milanese, avvenuta il 27 giugno del 1066, per eccidio, di cui, in qualche modo fu responsabile lo stesso principe della Chiesa. La figura della badessa Urbana è inventata. Naturalmente ogni riferimento a fatti, persone o luoghi reali è puramente casuale.

Madre Urbana da Castelseprio, Badessa del Monastero di Torba, al suo dilettissimo figlio Guglielmo da Velate

Episcopo e pastore della Ecclesia Milanese, nell’A.D. MLXVI, in die 30 Juni

Disappunto per la morte del beato Arialdo, accaduta nell’infausto die XXVII per eccidio

 Al diletto figliolo Guglielmo.

 È con summa sorpresa et dolore che abbiamo appena ricevuto la nova della morte del beato Arialdo. La ragione della sorpresa nostra potete immaginarla, ma quella del nostro sgomento vogliamo, invece, dispiegarvela: quando abbiamo conosciuto Arialdo a Varese, abbiamo subito visto la semplicità dell’anima sua, che sembrava fosse dipinta con i toni innocenti degli infanti, i quali pur rivestendo insegne di estrema vulnerabilità all’inganno, è pur vero che agli occhi di Cristo possiedono virtù indispensabili per accedere al Regno dei Cieli.

È questa semplicità che ci ha permesso di ricordare con slancio un’anima che in terra abbiamo visto qualche volta soltanto. Nelle profondità del suo essere non era una persona dubbia, come in verità, ti sei rivelato, o Principe della Chiesa, ma vera e sincera, e queste virtù sono quelle che più amiamo e da parte nostra ci rallegriamo punto del fatto che sia più vivo il ricordo di Arialdo che abbiamo veduto qualche volta, mercè l’affetto per la creatura sorella, che il ricordo di voi, mercè la diffidenza per una persona di dubbia religiosità, come vi siete dimostrato.

Molto è mutato in te, Guido da Velate, dal tempo in cui ti abbiamo conosciuto, una sola cosa è però rimasta immutata in Arialdo, anzi accresciuta, da quando l’abbiamo conosciuto: l’amor di Dio. Più ti avvicini a Dio, più ti accorgi di non conoscerlo. Credevamo di servirlo parlando di Lui, ma ora ci accorgiamo che solo il silenzio e l’umiltà sanno degnamente riverirlo.

Quando le anime con verità vanno verso Dio non sono mai peggiori o migliori di altre che le accompagnano; solo sono diverse. È proprio la diversità che crea l’equilibrio. Immagina che tutti fossimo eguali, o tutte le cose fossero eguali, che noia! Non riusciremmo neppure a distinguere nulla. Se tutti gli alberi della foresta fossero eguali, e tutti i fili d’erba, e tutti gli animanti e piante!

Achille e la tartaruga possono dirigersi nella gara verso la medesima meta, ma lo faranno in modo diverso, perché sono diversi. Potrà dire forse Achille alla tartaruga: «Sono più bravo di te perché so correre!». O non è più bravo l’eroe perché, se egli corre, non è per sua bravura, ma per opera di Dio che così l’ha fatto? Se vanaglorioso Achille, certo di vittoria, al confronto della sua lenta compagna, dovesse proseguire distratto a ciondoloni il suo cammino, potrebbe la tartaruga vincerlo per impegno, se non per andatura.

Similmente non s’inzuppi di gloria la tartaruga di aver raggiunto cotali traguardi, perché non per sua virtù piano è giunta lontano, ma per l’aiuto di Colui che il tutto mosse.

San Paolo quando era Saulo, non uccideva i cristiani per invidia, ma nella convinzione di servire Dio. Egli voleva far propria la causa di Dio, il quale proprio per questa ragione lo ha illuminato, guardando al fervore della sua anima, all’impeto di devozione che lo spingeva a compiere qualcosa che, se pur errata nella sostanza, era giusta per essenza. L’essenza è l’amor di Dio! Non così l’ipocrisia di Caifa e dei Farisei!

Tu, o Guido, da che parte stai? Se a muovere i nostri passi è vero Amore ed umiltà sincera, nelle eventualità in cui uno di noi si trovasse in un’errata via, sono certa che il Signore non mancherebbe di ammonirci, a noi poi il dovere di non farci sordi per non udire e ciechi per non vedere.

Se solo potessi leggerci dentro e vedere tutta l’angoscia che abbiamo provato al pensiero della morte di Arialdo! Sapresti con quanta celerità si trasforma l’anima nostra, che a stento riusciamo con la testa a stare dietro a tutto quello che si muove nel cuore, sarebbe come andare nel laboratorio di uno scultore prima che egli abbia portato a termine la sua opera a voler osservare quello che un giorno potrebbe pur essere un capolavoro, ma che in quel mentre di certo ha del mostruoso.

Meno male che la fede muove i nostri passi: se confidassimo in noi stessi, fin d’ora saremmo persi per sempre.

Un profeta di Dio non lo si riconosce solo da quel che insegna, bensì dalla sua stessa vita e dal suo operato. Questo possiamo dirlo certo di Arialdo, ma non di te. Velate era patria di eretici e colà Ambrogio possente, come Elia sconfisse i sacerdoti di Baal, egli stesso cacciò gli Ariani.

«Chi salirà al Monte del Signore? Chi ha mani innocenti e cuore puro». Noi non siamo giunti alla cima del valoroso monte, che ancora a fatica con tanti ruzzoloni stiamo scalando. Ma voi, o diletto figlio? Con questo atto vi siete precipitato nell’abisso. Come potremmo cert’anco solo osar di dirvi: «Vieni, segui il mio andare!» ed arrischiare l’anima vostra a battere con noi un sentiero che ci è ancora ignoto? Chi in verità può essere maestro del cielo se non chi l’abita? Oh! Sì. In molti si dicono e si sono detti della Sapienza dotti, ma abbiamo chiuso le orecchie alla voce dei molti per aprirle al Verbo. La prudenza è lo scudo dei saggi e da essa abbiamo imparato che un profeta di Dio non lo si riconosce solo da quel che insegna, bensì dalla sua stessa vita e dal suo operato che deve essere coerente a quel che predica. Un Dio che non dà le sue perle ai porci cosa dovrebbe pensare di te? E come potremmo credere a chi dall’alto di un trono di porpora si dice apostolo di un Cristo che è nato in una stalla?

Non sta a noi giudicare, bensì a Dio soltanto, nelle cui mani abbiamo riposto la nostra vita, implorandolo come la più misera fra gli ignoranti e l’ultima dei mendicanti che non elemosina cibo per il ventre, ma per l’anima. Ora una cosa sola sappiamo e cioè di non sapere.

Abbiamo compreso che credere non è sapere. Quale terrore ci attanaglia il cuore nel dover enunciare qualcosa di Colui dinnanzi al quale, per sua grandezza, saremo sempre a dir poco ridicoli come bimbi presuntuosi che parlano di sapienza ad un adulto.

O celeste Verità, che sola di sé sa parlare, facendosi udir volendo anche dai sordi!

Per di più, siamo diversi gli uni dagli altri e non uno può dire all’altro: «Fa questo!» anziché quest’altro, ma solo può farlo Colui che ci ha creati membra di un unico Corpo di cui Egli è il Capo, ed è il Corpo a dire alla Mano: «Ora muoviti così!», e non il piede, tanto meno la mano potrebbe muoversi da sé stessa senza apparire spastica. L’uccello volerà verso la cima del monte, il cervo vi giungerà saltando e correndo, la lumaca vi striscerà pian piano, forse morendo anche prima di giungere, ma tutti procederanno senza errore se leveranno gli occhi alla via che hanno dinanzi anziché a quei compagni di viaggio che mai potranno imitare, per questo non l’uomo può istruire l’altro uomo sulla Verità celeste, la quale è la sola che di sé sa parlare, facendosi udir volendo anche dai sordi.

Dio non si studia come si studiano le leggi del mondo: chi fa così, come i dotti Farisei che ben conoscevano le Sacre Scritture, finirà per non riconoscere la Verità che indica la Via che conduce alla Vita; Dio si ottiene per grazia. Beati i piccoli, poiché a Dio è piaciuto rivelare a loro la Verità sua, negandola a coloro che già di essa si credono dotti!

Guai a coloro che da sé stessi vogliono erigere la Torre di Babele per toccare il Cielo, perché non vi riusciranno e finiranno per parlare ognuno in modo diverso dall’altro di un cielo che mai hanno raggiunto!

Non potendo, dunque, in altro modo, non farò altro che ricordarti quel che già sai, ma che di certo, anche tu come me, meglio dovrai adempiere. A chi domandò a Cristo: «Maestro, come si accede al Regno?» egli rispose: «Adempi i comandamenti e se di più vuoi fare lascia tutto e seguimi». E tu come potrai dire come si segue il Signore? Hai amato il Signore Dio con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutto sé stesso, e il prossimo suo come sé stesso, dopo quello che avete fatto? Hai amato il suo profeta Arialdo?

La cruenta morte del beato Arialdo ci lascia col cuore ferito e in pena. Arialdo con passo lesto girava paese per paese, contrada per contrada per annunziare la lieta novella, per castigare i costumi, riformare la Chiesa, rinnovellare i borghi. È stato ucciso! Il suo corpo martoriato gettato nel lago! Il Signore lo conserverà in eterno. Non dobbiamo temere, come ben sai, chi uccide i corpi, ma chi uccide le anime, perché c’è la seconda morte e quella è eterna. Arialdo, a differenza tua, è stato un amante del Signore. 

Come poi si ami non v’è bisogno di insegnarvelo, come non dovrebbe insegnarsi ad uno sposo novello come si fa, perché egli non si perda in naturalezza, allorché dinanzi alla sua sposa saprà cosa fare come il bimbo sa che deve bere al seno di sua madre.

Lo Spirito di Dio, che dà la vita e che in principio aleggiava sulle acque, abita in ogni uomo. Se voi, dunque, comprenderete di non poterlo intendere con le orecchie, né vederlo con gli occhi, o capirlo con la mente, in quanto che, essendo di natura mortale, mai intenderanno l’Eterno e farete di essi tutto tacere, imparerete a contemplare con l’anima eterna che è in voi, in modo silente, l’Iddio vivo e vero, come in verità ha ben fatto il beato Arialdo, che nei suoi sermoni ripeteva: «La mia preghiera è invece il silenzio».

«Oh! Signore, in noi nasci in una stalla e tu ci chiami a divenire un Tempio».

Io non prego mai come è in uso fra gli uomini, non recito lunghe preghiere, contandone addirittura il numero, tanto meno proco a suggerire a colui che è veramente saggio e giusto quel che di me voglio sia fatto, la mia preghiera è invece il silenzio che una cosa soltanto gli dice: «O Dio, ora è la tua Voce che deve essere udita e non la mia. Possa io udire te che tutto hai da dirmi e non tu ad ascoltare il niente del mio dire».

Spero così, mio caro amico, che tu abbia inteso che ciò che Dio chiede alla tua anima: non da altri devi saperlo, ma da te stesso, imparando prima solo l’umiltà del riconoscersi di Lui totalmente ignorante e così alla sua porta bussare, a Lui chiedere, e da Lui cercare, poiché egli ha promesso e non mente: «Il Padre vostro che è nei cieli darà lo Spirito Santo a tutti coloro che glielo chiederanno» e bada bene che chi crede di avere già, non chiede e quindi non ottiene.

L’aver chiesto sapienza per Salomone fu motivo di virtù e merito agli occhi di Dio e non di condanna e questo doppiamente dal momento in cui per riceverla non si rivolse a profeti, né a sacerdoti, né fece affidamento alle sue capacità intellettive, mettendosi a studiare i sacri testi, bensì spinto da un amore tanto grande verso Dio da non volere essere mediato da opachi specchi terreni, la chiese a Lui stesso e la ottenne.

Un uomo che innamorato di una fanciulla, si chiedesse che senso ha dichiararsi a lei con insistenza, portarle fiori e doni in abbondanza, decantare la sua bellezza, mostrare e provare interesse per la sua vita e per i suoi nascosti pensieri, desiderare di conoscerla e possederla in tutta la sua nudità se poi, in fondo lei si concede solo a chi le piace, non finirebbe del privarsi da solo della possibilità di farsi amare? Per averla, infatti, non basta il farsi bello o il rimirarla da lontano, poiché premiato sarà soltanto l’intraprendente.

Ora è Dio e non noi a paragonare il rapporto con il suo popolo ad un legame fra due sposi, i quali se sono tali è in virtù di un amore reciproco e non incorrisposto come nel caso in cui la sposa di Dio è detta adultera. In verità Cristo disse che Dio avrebbe dato lo Spirito Santo a chiunque glielo avesse chiesto. Chiedere è possedere sempre di più l’Amato. Diversamente mostreremmo solo che il nostro timore di non piacergli è più forte dell’amore che ci spinge, palesando forse proprio in questo caso più amor proprio che amor per Lui. È orgoglioso, infatti, che non tollera di non essere respinto e non l’umile! Voi siete sposi di Cristo! Odiate dunque il concubinato e la simonia!

O mio Dio, troppe incoerenze e blasfemie osservo da non voler più proseguire nell’elencarle, non volevo turbarti oltre misura, Guido, tanto più che so quanto la durezza di questo mio dire ti faccia soffrire, a quanto pare, e doppiamente confondere. Dovrei per questo dubitare della Chiesa? Affatto.  

Ma sappiamo bene entrambi che c’è la Chiesa terrena e la Chiesa celeste: «Fecerunt itaque civitates duas amores duo».

Infinita è la Verità e quindi irraggiungibile, tale per forza deve essere anche la Via che ad essa conduce, ma poiché la Via e la Verità sono la medesima cosa, già nel percorrerla se ne ottengono indicibili grazie.

Medita allora, o Guido, su questa misteriosa Scienza che è negata, a dir dell’Apostolo, a coloro che ancora vivono del peccato, ma non nel peccato: molta è la differenza! Non è una sapienza carnale, ottenibile per via intellettiva, alla maniera della comune scienza teologica.

Può forse il sole specchiarsi anche nelle impure pozzanghere? Si può bere l’acqua pura da un contenitore sporco? C’è una Chiesa celeste e una Chiesa terrena.

A Pietro Cristo disse: «Quando ti sarai ravveduto, va e conferma i tuoi fratelli». Quando ti sarai ravveduto però, caro figliolo!

Quando tacciono i fallibili insegnamenti del mondo, quando intorno non si scorge altro che tenebra e dentro i tarli del dubbio ci corrodono, null’altro ci rimane allora che affinar l’udito perché l’unico Verbo, nell’ascolto lambisca il silenzio e poi domandarsi: son cieco? O è buio?

Potrà realmente conoscere chi non l’ha mai vista la bellezza dei fiori solo dal racconto di altri? Non potrà in verità il cieco immaginar codesti di tutt’altra fattura, non avendoli mai visti e non avendo alcuna cognizione delle varietà dei colori? Oh sì! Ben lontano è il concetto del vero dalla Verità ed essa non è proprietà culturale e tesoro delle tradizioni del mondo, bensì Luce che solo scorge chi non teme di aprire gli occhi e vedere da sé.

«Guai all’uomo che confida nell’uomo!», perché nessuno conoscerà mai la Verità se non da Dio stesso e nessuno vede se non con i propri occhi.

Medita, figliolo, su questo grave delitto. Fate pentimento. Convertitevi e che possa questo richiamo guidarvi nel tornare sulla retta via.

 In Jesu Cristo Domino Nostro

Dato in Castel Seprio, in die 30 Juni


(Vincenzo Capodiferro)

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