Si tratta di un’epistola immaginaria, inviata dalla Badessa del monastero di Torba, presso Castelseprio a Guido da Velate, vescovo di Milano, dopo la morte di Arialdo, santo diacono, legato alla Pataria Milanese, avvenuta il 27 giugno del 1066, per eccidio, di cui, in qualche modo fu responsabile lo stesso principe della Chiesa. La figura della badessa Urbana è inventata. Naturalmente ogni riferimento a fatti, persone o luoghi reali è puramente casuale.
Madre Urbana da Castelseprio, Badessa del Monastero di Torba, al suo dilettissimo figlio Guglielmo da Velate
Episcopo e pastore della Ecclesia Milanese, nell’A.D. MLXVI, in die 30 Juni
Disappunto per la morte del beato Arialdo, accaduta nell’infausto die XXVII per eccidio
È
questa semplicità che ci ha permesso di ricordare con slancio un’anima che in
terra abbiamo visto qualche volta soltanto. Nelle profondità del suo essere non
era una persona dubbia, come in verità, ti sei rivelato, o Principe della
Chiesa, ma vera e sincera, e queste virtù sono quelle che più amiamo e da parte
nostra ci rallegriamo punto del fatto che sia più vivo il ricordo di Arialdo
che abbiamo veduto qualche volta, mercè l’affetto per la creatura sorella, che il
ricordo di voi, mercè la diffidenza per una persona di dubbia religiosità, come
vi siete dimostrato.
Molto
è mutato in te, Guido da Velate, dal tempo in cui ti abbiamo conosciuto, una
sola cosa è però rimasta immutata in Arialdo, anzi accresciuta, da quando
l’abbiamo conosciuto: l’amor di Dio. Più ti avvicini a Dio, più ti accorgi di
non conoscerlo. Credevamo di servirlo parlando di Lui, ma ora ci accorgiamo che
solo il silenzio e l’umiltà sanno degnamente riverirlo.
Quando
le anime con verità vanno verso Dio non sono mai peggiori o migliori di altre
che le accompagnano; solo sono diverse. È proprio la diversità che crea l’equilibrio.
Immagina che tutti fossimo eguali, o tutte le cose fossero eguali, che noia!
Non riusciremmo neppure a distinguere nulla. Se tutti gli alberi della foresta
fossero eguali, e tutti i fili d’erba, e tutti gli animanti e piante!
Achille
e la tartaruga possono dirigersi nella gara verso la medesima meta, ma lo
faranno in modo diverso, perché sono diversi. Potrà dire forse Achille alla
tartaruga: «Sono più bravo di te perché so correre!». O non è più bravo l’eroe
perché, se egli corre, non è per sua bravura, ma per opera di Dio che così l’ha
fatto? Se vanaglorioso Achille, certo di vittoria, al confronto della sua lenta
compagna, dovesse proseguire distratto a ciondoloni il suo cammino, potrebbe la
tartaruga vincerlo per impegno, se non per andatura.
Similmente
non s’inzuppi di gloria la tartaruga di aver raggiunto cotali traguardi, perché
non per sua virtù piano è giunta lontano, ma per l’aiuto di Colui che il tutto
mosse.
San
Paolo quando era Saulo, non uccideva i cristiani per invidia, ma nella
convinzione di servire Dio. Egli voleva far propria la causa di Dio, il quale
proprio per questa ragione lo ha illuminato, guardando al fervore della sua
anima, all’impeto di devozione che lo spingeva a compiere qualcosa che, se pur
errata nella sostanza, era giusta per essenza. L’essenza è l’amor di Dio! Non
così l’ipocrisia di Caifa e dei Farisei!
Tu,
o Guido, da che parte stai? Se a muovere i nostri passi è vero Amore ed umiltà
sincera, nelle eventualità in cui uno di noi si trovasse in un’errata via, sono
certa che il Signore non mancherebbe di ammonirci, a noi poi il dovere di non
farci sordi per non udire e ciechi per non vedere.
Se
solo potessi leggerci dentro e vedere tutta l’angoscia che abbiamo provato al
pensiero della morte di Arialdo! Sapresti con quanta celerità si trasforma l’anima
nostra, che a stento riusciamo con la testa a stare dietro a tutto quello che
si muove nel cuore, sarebbe come andare nel laboratorio di uno scultore prima
che egli abbia portato a termine la sua opera a voler osservare quello che un
giorno potrebbe pur essere un capolavoro, ma che in quel mentre di certo ha del
mostruoso.
Meno
male che la fede muove i nostri passi: se confidassimo in noi stessi, fin d’ora
saremmo persi per sempre.
Un
profeta di Dio non lo si riconosce solo da quel che insegna, bensì dalla sua
stessa vita e dal suo operato. Questo possiamo dirlo certo di Arialdo, ma non
di te. Velate era patria di eretici e colà Ambrogio possente, come Elia
sconfisse i sacerdoti di Baal, egli stesso cacciò gli Ariani.
«Chi
salirà al Monte del Signore? Chi ha mani innocenti e cuore puro». Noi non siamo
giunti alla cima del valoroso monte, che ancora a fatica con tanti ruzzoloni stiamo
scalando. Ma voi, o diletto figlio? Con questo atto vi siete precipitato
nell’abisso. Come potremmo cert’anco solo osar di dirvi: «Vieni, segui il mio
andare!» ed arrischiare l’anima vostra a battere con noi un sentiero che ci è
ancora ignoto? Chi in verità può essere maestro del cielo se non chi l’abita?
Oh! Sì. In molti si dicono e si sono detti della Sapienza dotti, ma abbiamo
chiuso le orecchie alla voce dei molti per aprirle al Verbo. La prudenza è lo
scudo dei saggi e da essa abbiamo imparato che un profeta di Dio non lo si
riconosce solo da quel che insegna, bensì dalla sua stessa vita e dal suo
operato che deve essere coerente a quel che predica. Un Dio che non dà le sue
perle ai porci cosa dovrebbe pensare di te? E come potremmo credere a chi
dall’alto di un trono di porpora si dice apostolo di un Cristo che è nato in
una stalla?
Non
sta a noi giudicare, bensì a Dio soltanto, nelle cui mani abbiamo riposto la nostra
vita, implorandolo come la più misera fra gli ignoranti e l’ultima dei
mendicanti che non elemosina cibo per il ventre, ma per l’anima. Ora una cosa sola sappiamo e cioè di non
sapere.
Abbiamo
compreso che credere non è sapere. Quale terrore ci attanaglia il cuore nel
dover enunciare qualcosa di Colui dinnanzi al quale, per sua grandezza, saremo
sempre a dir poco ridicoli come bimbi presuntuosi che parlano di sapienza ad un
adulto.
O
celeste Verità, che sola di sé sa parlare, facendosi udir volendo anche dai
sordi!
Per
di più, siamo diversi gli uni dagli altri e non uno può dire all’altro: «Fa
questo!» anziché quest’altro, ma solo può farlo Colui che ci ha creati membra
di un unico Corpo di cui Egli è il Capo, ed è il Corpo a dire alla Mano: «Ora
muoviti così!», e non il piede, tanto meno la mano potrebbe muoversi da sé
stessa senza apparire spastica. L’uccello volerà verso la cima del monte, il
cervo vi giungerà saltando e correndo, la lumaca vi striscerà pian piano, forse
morendo anche prima di giungere, ma tutti procederanno senza errore se
leveranno gli occhi alla via che hanno dinanzi anziché a quei compagni di
viaggio che mai potranno imitare, per questo non l’uomo può istruire l’altro
uomo sulla Verità celeste, la quale è la sola che di sé sa parlare, facendosi
udir volendo anche dai sordi.
Dio
non si studia come si studiano le leggi del mondo: chi fa così, come i dotti Farisei
che ben conoscevano le Sacre Scritture, finirà per non riconoscere la Verità
che indica la Via che conduce alla Vita; Dio si ottiene per grazia. Beati i
piccoli, poiché a Dio è piaciuto rivelare a loro la Verità sua, negandola a
coloro che già di essa si credono dotti!
Guai
a coloro che da sé stessi vogliono erigere la Torre di Babele per toccare il
Cielo, perché non vi riusciranno e finiranno per parlare ognuno in modo diverso
dall’altro di un cielo che mai hanno raggiunto!
Non
potendo, dunque, in altro modo, non farò altro che ricordarti quel che già sai,
ma che di certo, anche tu come me, meglio dovrai adempiere. A chi domandò a
Cristo: «Maestro, come si accede al Regno?» egli rispose: «Adempi i
comandamenti e se di più vuoi fare lascia tutto e seguimi». E tu come potrai
dire come si segue il Signore? Hai amato il Signore Dio con tutto il cuore, con
tutta la mente, con tutto sé stesso, e il prossimo suo come sé stesso, dopo
quello che avete fatto? Hai amato il suo profeta Arialdo?
La
cruenta morte del beato Arialdo ci lascia col cuore ferito e in pena. Arialdo
con passo lesto girava paese per paese, contrada per contrada per annunziare la
lieta novella, per castigare i costumi, riformare la Chiesa, rinnovellare i
borghi. È stato ucciso! Il suo corpo martoriato gettato nel lago! Il Signore lo
conserverà in eterno. Non dobbiamo temere, come ben sai, chi uccide i corpi, ma
chi uccide le anime, perché c’è la seconda morte e quella è eterna. Arialdo, a
differenza tua, è stato un amante del Signore.
Come
poi si ami non v’è bisogno di insegnarvelo, come non dovrebbe insegnarsi ad uno
sposo novello come si fa, perché egli non si perda in naturalezza, allorché
dinanzi alla sua sposa saprà cosa fare come il bimbo sa che deve bere al seno
di sua madre.
Lo
Spirito di Dio, che dà la vita e che in principio aleggiava sulle acque, abita
in ogni uomo. Se voi, dunque, comprenderete di non poterlo intendere con le
orecchie, né vederlo con gli occhi, o capirlo con la mente, in quanto che,
essendo di natura mortale, mai intenderanno l’Eterno e farete di essi tutto
tacere, imparerete a contemplare con l’anima eterna che è in voi, in modo
silente, l’Iddio vivo e vero, come in verità ha ben fatto il beato Arialdo, che
nei suoi sermoni ripeteva: «La mia preghiera è invece il silenzio».
«Oh!
Signore, in noi nasci in una stalla e tu ci chiami a divenire un Tempio».
Io
non prego mai come è in uso fra gli uomini, non recito lunghe preghiere,
contandone addirittura il numero, tanto meno proco a suggerire a colui che è
veramente saggio e giusto quel che di me voglio sia fatto, la mia preghiera è
invece il silenzio che una cosa soltanto gli dice: «O Dio, ora è la tua Voce
che deve essere udita e non la mia. Possa io udire te che tutto hai da dirmi e
non tu ad ascoltare il niente del mio dire».
Spero
così, mio caro amico, che tu abbia inteso che ciò che Dio chiede alla tua anima:
non da altri devi saperlo, ma da te stesso, imparando prima solo l’umiltà del
riconoscersi di Lui totalmente ignorante e così alla sua porta bussare, a Lui
chiedere, e da Lui cercare, poiché egli ha promesso e non mente: «Il Padre
vostro che è nei cieli darà lo Spirito Santo a tutti coloro che glielo
chiederanno» e bada bene che chi crede di avere già, non chiede e quindi non
ottiene.
L’aver
chiesto sapienza per Salomone fu motivo di virtù e merito agli occhi di Dio e
non di condanna e questo doppiamente dal momento in cui per riceverla non si
rivolse a profeti, né a sacerdoti, né fece affidamento alle sue capacità
intellettive, mettendosi a studiare i sacri testi, bensì spinto da un amore
tanto grande verso Dio da non volere essere mediato da opachi specchi terreni,
la chiese a Lui stesso e la ottenne.
Un
uomo che innamorato di una fanciulla, si chiedesse che senso ha dichiararsi a
lei con insistenza, portarle fiori e doni in abbondanza, decantare la sua
bellezza, mostrare e provare interesse per la sua vita e per i suoi nascosti
pensieri, desiderare di conoscerla e possederla in tutta la sua nudità se poi,
in fondo lei si concede solo a chi le piace, non finirebbe del privarsi da solo
della possibilità di farsi amare? Per averla, infatti, non basta il farsi bello
o il rimirarla da lontano, poiché premiato sarà soltanto l’intraprendente.
Ora
è Dio e non noi a paragonare il rapporto con il suo popolo ad un legame fra due
sposi, i quali se sono tali è in virtù di un amore reciproco e non
incorrisposto come nel caso in cui la sposa di Dio è detta adultera. In verità
Cristo disse che Dio avrebbe dato lo Spirito Santo a chiunque glielo avesse
chiesto. Chiedere è possedere sempre di più l’Amato. Diversamente mostreremmo
solo che il nostro timore di non piacergli è più forte dell’amore che ci
spinge, palesando forse proprio in questo caso più amor proprio che amor per
Lui. È orgoglioso, infatti, che non tollera di non essere respinto e non
l’umile! Voi siete sposi di Cristo! Odiate dunque il concubinato e la simonia!
O
mio Dio, troppe incoerenze e blasfemie osservo da non voler più proseguire
nell’elencarle, non volevo turbarti oltre misura, Guido, tanto più che so
quanto la durezza di questo mio dire ti faccia soffrire, a quanto pare, e
doppiamente confondere. Dovrei per questo dubitare della Chiesa? Affatto.
Ma
sappiamo bene entrambi che c’è la Chiesa terrena e la Chiesa celeste: «Fecerunt
itaque civitates duas amores duo».
Infinita
è la Verità e quindi irraggiungibile, tale per forza deve essere anche la Via
che ad essa conduce, ma poiché la Via e la Verità sono la medesima cosa, già
nel percorrerla se ne ottengono indicibili grazie.
Medita
allora, o Guido, su questa misteriosa Scienza che è negata, a dir dell’Apostolo,
a coloro che ancora vivono del peccato, ma non nel peccato: molta è la
differenza! Non è una sapienza carnale, ottenibile per via intellettiva, alla
maniera della comune scienza teologica.
Può
forse il sole specchiarsi anche nelle impure pozzanghere? Si può bere l’acqua
pura da un contenitore sporco? C’è una Chiesa celeste e una Chiesa terrena.
A
Pietro Cristo disse: «Quando ti sarai ravveduto, va e conferma i tuoi
fratelli». Quando ti sarai ravveduto però, caro figliolo!
Quando
tacciono i fallibili insegnamenti del mondo, quando intorno non si scorge altro
che tenebra e dentro i tarli del dubbio ci corrodono, null’altro ci rimane allora
che affinar l’udito perché l’unico Verbo, nell’ascolto lambisca il silenzio e
poi domandarsi: son cieco? O è buio?
Potrà
realmente conoscere chi non l’ha mai vista la bellezza dei fiori solo dal
racconto di altri? Non potrà in verità il cieco immaginar codesti di tutt’altra
fattura, non avendoli mai visti e non avendo alcuna cognizione delle varietà
dei colori? Oh sì! Ben lontano è il concetto del vero dalla Verità ed essa non
è proprietà culturale e tesoro delle tradizioni del mondo, bensì Luce che solo
scorge chi non teme di aprire gli occhi e vedere da sé.
«Guai
all’uomo che confida nell’uomo!», perché nessuno conoscerà mai la Verità se non
da Dio stesso e nessuno vede se non con i propri occhi.
Medita,
figliolo, su questo grave delitto. Fate pentimento. Convertitevi e che possa
questo richiamo guidarvi nel tornare sulla retta via.
Dato
in Castel Seprio, in die 30 Juni
(Vincenzo Capodiferro)

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