Raffaela Fazio, in questo suo esito poetico, dialoga o, meglio, auspica l'esito stesso in forma nuova. È apertura e scommessa, sentimento e accezione, volontà e proposta. E di tale volontà si percepisce il filtro nella prima sezione che inaugura una ipotesi di dialogo con alcuni grandi filosofi. È un chiedersi costante e puntuto, affiorante e vitale, come nel porsi alla provata ricezione che incalza, in una prima battuta, la stessa provocazione emergente dal pensiero di Schopenhauer. "Arthur, verrò da lei alle tre./ Non parleremo. Sarebbe vano./ Lei scelga solo il brano/ che ascolteremo"; c'è forse rinuncia al dettare opzione di rigidità e, nello stesso tempo, disposizione all'osservare quale scelta che rifiuta il distacco auspicato dal filosofo, dal suo negare finalismo e senso, dove ciò che contende al dato l'informe e il divelto assorbe nel soggetto che conosce la specifica rappresentazione solitaria che però richiede salvezza dalla deriva solipsistica. Così l'autrice risponde interpretando il nostro stato spesso infelice: "è ogni solitaria abiura/ di ciò che ci accomuna/ e sopravanza"; se l'episodio non raccoglie lo sviluppo e l'incontro. Come la specificità creativa del linguaggio che non esclude il mistero, anche quando la domanda appropriata incorpora dubbio e limite espressivo, difficoltà estrema per la condizione di esatta sensatezza ma riproponendo svolte e conduzioni, ineffabile in un senso ma visibile in un altro, proprio nella fascinazione liminare della poesia stessa individuata da Ludwig Wittgenstein come possibilità ulteriore, incalzante avvento che pone le basi di una esplorazione linguistica. Raffaela Fazio concede quel porsi a redimere ogni prospettiva d'arbitrio, quel descrivere gli utilizzi propri del linguaggio che fu carattere del pensatore austriaco, "Allora venga/ la parola che ha coscienza/ della sua insufficienza/ e canta, chiama/ libera il pensiero, lo sovverte". Il tratto sviluppa versi asimmetrici in vocazione verticale, a catena di rimandi che pongono successione di quesiti; proiettano relazionandosi, quasi fosse viva l'accezione di Aristotele, la somma felicità propria di un risultato etico, il filosofare con gli amici. E allora ecco il tema del "conatus" spinoziano che, per l'autrice, non può essere "l'unico motore" a determinare un'azione che, in effetti, nella sua stessa natura concettuale è intesa non solo come automantenimento ma come prodotto dinamico che si afferma in quanto "enérgeia" nella sua etimologia originaria attribuibile ancora allo stagirita. Dalle riflessioni emerge il confronto con esiti riconoscibili in uno scetticismo classicheggiante, rappresentato dal pensiero di Montaigne a cui risponde la versificazione ulteriore: "contro il cielo scuro/ scuro covone che s'infuoca/ di piacere puro"; attraverso passaggi che elaborano il redimersi solitario nella continua e logorante battaglia con le falsificazioni e la necessaria verifica empirica che ci condiziona, a volte deturpa il nostro desiderio più anarchico e giunge al tema calzante di come affrontare la prospettiva dialettica: "Allora, Signor Popper, so che la verità/ non è concessa/ (neanch'io mi affido/ alla ricorrenza come prova)./ Per questo finché posso/ scelgo la fede, il partito preso". E questo ben sapendo che in realtà, oggi più che mai, certa metafisica analitica vede invece come concreto esito il raggiungimento di affermazioni veritative anche nella teologia razionale. Raffaela Fazio pone la verifica nel confronto con le aspettative e i dissidi, le asperità gnoseologiche che esaltano la funzionalità estetica in Baumgarten, ponendo il filtro del sensibile che è concretezza e direzione: "Il qui, l'adesso, l'esperito/ buca la membrana/ all'infinito, si sporge/ oltre sé stesso". È un flusso continuativo che interroga, che coniuga l'attesa nelle proprietà evidenti del processo fenomenologico dell'esperienza, quell'infinita serie di relazioni tra ciò che diciamo io e ciò che diciamo mondo. Così la figura di Edmund Husserl si esprime nel ruolo d'interlocutore del momento in cui si avverte che "non avverrà/ l'incontro col reale/ che spinge le parole e che le tira/ -con quella me che scrive/ dentro una contingenza/ se l'impermanente/ eccede/ e sfugge alla cattura". La grande scelta che origina un'epocale sospensione del giudizio, un individuare il sentito più intimo come centro di percezione sempre però parziale, nella complessità di quel fenomeno che si rivela quale "abschattung", ombreggiatura dovuta alla resa inevitabilmente solo prospettica. Allora la poesia recupererà profili leggibili "su ogni traccia/ un tendersi di braccia/ un'occasione", e l'impermanenza sarà struttura non escludente nella evoluzione di un margine ritraibile. Infine Nietzsche quale tappa nel grido colto e riproposto anche oltre tanti fraintendimenti che giustamente l'autrice individua, esprimendo "come corda in boccheggi di note/ come danza che vuole/ al suo interno/ l'abisso, la notte e la rosa/ come serpe che si squama/ e rinasce"; tutto attraverso l'asperità del solco che la parola poetica scava ma, nello stesso tempo, pone in uno spunto più quieto, in attinenza con la specifica vocazione diacronica del pensatore rivolto ad una sofferta trasvalutazione che interseca, intreccia, alterna; nel ripetersi incessante e ciclico del nostro volere, "ma lo spazio che preme/ non trova/ nella mente confini". Ancora è vuoto l'abisso se non rimedia la forza volitiva dell'interpretazione perché, appunto, "il fatto in sé è vuoto/ se si omette/ la vena sottotraccia/ o il fuoco al centro/ di ogni avvenimento". Raffaela Fazio dispone un articolato prolungamento di questo passo, rispondendo attraverso l'immissione del significato salvifico di una promessa che include e si proietta verso l'Oltre. Una connessione graficamente resa in accostamenti asimmetrici reiterati e interventi parentetici, abilmente innestati nello spazio della pagina rivelante agganci di pensiero diretti ad una espressione che potrebbe riconoscersi nell'umanesimo integrale: "l'uomo non lascia/ la natura intatta/ ma ne diventa intarsio/ mantice urna/ dall'istante in cui nasce". Nella seconda sezione dell'opera s'impongono evidenti le relazioni nella loro complessità, sempre comunque fertile e policroma attraverso l'interscambio emotivo che ci riporta, in determinate stagioni della vita, all'ancoraggio con quanto di più atavico: "Mi dico/ attenzione/ attenzione all'infanzia:// in avanti proietta una fiamma/ ha in gola una miccia compiuta". Sondare il confronto dialettico, l'auspicio dialogante acconsente al tratto rivolto, al rapportarsi ammissibile perché proficuo; si parla anche del vuoto, quello che i fisici ci dicono colmo di energie: "O forse basta solo ripartire/ non da zero/ ma dalla prima stella"; accostamenti inoltre seguono anniversari e occasioni che riportano tracce di eventi, assenze, mancanze, ma anche ipotesi ed alternative, morti e rinascite. L'amore pare possibile, pur nella frammentazione del distacco, nelle prove che punteggiano il cammino dei giorni, nella riconoscibilità di un dolore, un evento avverso, la costrizione generata dal timore, la ricezione in chi ci incontra: "Non sa da quali vie/ è il mio congedo/ né a quali porte origlio", come la progressiva possibilità di un procedere che assume su di sé connotazioni dantesche. La terza ed ultima sezione vede l'autrice avvicinare gli stimoli offerti dalle arti visive; la pittura in primis; gli iris di Van Gogh attraverso i quali qualcosa "è grido/ che in alto nell'oro/ si avvita"; così affiorano riflessi e barlumi d'acque, attese e lutti, materie e visioni, soste di parole traboccanti "dall'orlo della notte". Richiami a Munch, a Friedrich, a Modigliani; il tema della sofferenza, del sacrificio, "e il volto che indossi/ è schermo e spiraglio/ come maschera che amplifica la voce/ serrandone il mistero". Un incrociarsi dei sensi e delle posture che si accavallano in questo esito articolato di Raffaela Fazio, in un accostarsi interrogativo di elementi filosofici, biblici, pittorici, a corroborare l'enigma esistenziale nella venuta di simboli anche mistici a trattare capacità e purificazione in una attribuibile opzione celata nell'idea del grembo materno. Così emergono gestazione ed elevazione verso un'auspicata trascendenza che nel testo coinvolge il dono: "Non mi dici/ -se il senso esiste- quale./ Ma sei di colpo pace".

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