lunedì 29 giugno 2026

RICORDO DELLA TRANSUMANZA DEI PASTORI di Vincenzo Capodiferro

 



 «Settembre andiamo è tempo di migrare…» canta il vate. E fanno da eco i Nomadi: «Poi una notte di settembre me ne andai…». La storia che voglio raccontare, infatti, è quella di una delle ultime transumanze che si sono svolte nel mio paese di origine, Castelsaraceno, in Lucania, un paese allegro, come un bambinello cullato da due monti della Lucania: l’Alpi ed il Raparo, che paiono proprio la madre e il padre. Questo borghetto aggrappato ai piedi della “Tempa”, propaggine del poggio Castelveglio, è come una pietra preziosa incastonata nella corona delle cime dell’Appennino. Il primo monte ad occidente, la madre, e il secondo a settentrione, il padre, proteggono il paese in modo che l’orizzonte si allarga solo ad oriente, verso un’amena vallata. Quanto doveva apparire inospitale agli antichi! L’erudito Gaetano Arcieri, nel descriverlo, usava questi termini:

- Di angusto orizzonte, di orrendevole aspetto.

 Eppure tra queste montagne pareva veramente di stare sulle Alpi, come Heidi:

Heidi, ti sorridono i monti,

Heidi, le caprette ti fanno ciao.

 Io allora avevo appena dieci anni. Mio nonno Egidio, tornato dall’esperienza tragica della seconda guerra mondiale, non si era più ripreso, soffriva molto. Era bianco. Mangiava sempre le uova sbattute, ora con caffè, o con vino dolce, marsala, o liquore, credute miracolose. Mia nonna Maria provvedeva a tutto ed avevano ancora un gregge numeroso. Abitavano alla Portella, su di un dirupo, dove oggi parte il ponte tibetano più lungo del mondo. Anche la casa di Don Alfonso affacciava con una porticina sul baratro. I briganti fuggivano da quel buco e si davano alla macchia. Erano come lupi feraci: era difficilissimo scovarli sulle montagne. Agli inizi del Novecento si arresero, perché furono gli stessi signorotti del paese a non sostenerli più. Uno degli ultimi briganti fu Domenico Groppa, protagonista di un fatto raccapricciante: due piccoli fratellini decisero di mettersi alla sua sequela ed egli chiese loro una prova. Gli portarono la testa dei genitori in un sacchetto e cercarono di uccidere la sorellina che si finse morta. Poi ella li denunziò e li fece arrestare insieme a quel sanguinario manigoldo.

Una volta che non pioveva da tanto, per incitare il Padreterno a mandare i rovesci, portarono in processione la statua di Sant’Antonio e l’andarono a gettare dal dirupo, così pensavano che Iddio si sarebbe commosso, e piangendo avrebbe mandato giù l’acqua. E così fu. Noi bambini eravamo tanto dispiaciuti di quell’atto, che andammo a raccogliere i cocci di quella statua, li incollammo alla buona e con quella facevamo delle piccole processioni attraverso il paese, cantando i canti tradizionali. Quando arrivavano le bufere, se la pigliavano coi maghi tempestari, i “Cerauni”, che avevano fatto cadere mezzo monte sul paese, provocando una frana insanabile, perché una volta i contadini di Acqua Russo avevano negato loro del pane.

A settembre, dopo la festa della Madonna del Carmine e di San Rocco, che venivano celebrate sempre il 3 e il 4, partivano fiumare di armenti e si riversavano sui tratturi e poi a valle, l’orrida valle del Racanello, piena di gole e di insidie. «Mai fidarsi delle fiumare sorde!»: dicevano gli antichi! Una volta una piena improvvisa, proveniente da tempeste a monte, aveva travolto pastore e greggi.

Partimmo anche noi, insieme ai miei zii, a portare il gregge fino a Pomarico, poco prima di Matera. Allora i Sassi di Matera erano tutti rifugi di animali, che convivevano con gli uomini. Nei “catoi”, cioè i sottani delle case, c’erano gli asini, i maiali, le galline. Quando si mangiava spuntavano anche questi e si mettevano sotto le mense a cibarsi delle loro cianfrusaglie. Comare Angelina teneva sempre una gallina nel balcone. La sua casetta era una scatola di cartone. E mi ricordo che quando negli anni Ottanta vinse il partito socialista con lo stemma della spiga, buttavano grano in segno di vittoria. E vedevi una mandria di galline che si riversava nelle piazze. I maiali si ammazzavano d’inverno, così curavano i salumi, protetti dalle mosche con bende di lino e i prosciutti con calze. E vedevi nelle case dai cieli stendersi ogni bene. Pendevano da lunghi bastoni, dette “verghe”. Poi venivano riposti nella sugna e si conservavano per tutto l’inverno. Accanto ai focolari c’erano sempre le pignatte che sbuffavano e le caldaie sui treppiedi, o sui ganci.

Si spostava tanta gente a settembre: pecore, capre e vacche. Giungevano alle marine, dove svernavano, nel Metapontino e nel Materano. Io allora ero piccolino: mi riposero dentro i “cofani” a dorso di un asino. I “cofani” erano grossi recipienti fatti di forti giunchi, a forma cilindrica, che venivano legati al “masto” dell’asino, o del mulo. Ci coprivano con una “pilegna”, una coltre molto densa e impermeabile, che proteggeva per le piogge torrenziali. Spiavamo dalle fessure dei giunchi i paesaggi che si succedevano: dalle fresche montagne ai boschi, dalle praterie, dove abbondava la macchia, ai calanchi: un deserto sterminato, che da Aliano ti accompagnava fino a Pisticci, e poi a Ferrandina, prima di risalire verso la catena di Matera. Quei luoghi li conoscevamo a memoria: paese per paese, perché li avevamo attraversati a piedi, ogni anno. E quando ci ritorno, a volte, con lacrime che scendono sulle gote, come Leopardi mi trovo in un forte senso di smarrimento: «… e mi sovvien l’eterno/ e le morte stagioni…». «Aliano e Alianello, Sant’Arcangelo e Missanello, se vuoi maritarti vai a Stigliano!»: diceva il proverbio antico. Oggi Alianello è abbandonato! Ogni estate ci rivengo e sto per ore ed ore a pensare, tra gli spifferi delle porte e i macabri paesaggi. Tutto è cambiato!

Nelle marine d’inverso andavano a cavare le macchie: grosse radici che scaldavano bene. Erano arbusti che crescevano più di sotto che di sopra. Le greggi, passando, rubavano i fili d’erba più teneri, poi riposavano ogni tanto all’ombra di qualche faggio, o quercia. Mai andare sotto le noci! La loro frescura è così forte che può procurare la bronchite. Quante grotte c’erano per strada! A volte servivano da rifugio. E spesso non mancava che vi trovassero qualche tesoro di brigante nascosto.

Gli ombrelli dei pastori erano spessi e densi, erano eterni. C’era “Michi Michi” - come lo chiamavano - che aveva un botteghino al quartiere “Giudea”, chiara rimembranza della presenza ebraica, come la Rabatana di Tursi, ove fabbricava ombrelli e impagliava sedie.

Il viaggio durava otto giorni.

La notte si fermavano alle cosiddette stazioni, rimembranza delle romane località di sosta, o alle grandi masserizie che c’erano per strada, come quella di Don Felice a Montalbano. Offrivano se potevano un mesto alloggio, qualche materasso, fatto di foglie di mais, se ce n’era, sennò dormivano per terra, o nei pagliai. Era dura la vita. Bisognava sempre lasciare in cambio qualcosa, per ripagare l’ospitalità: le “matinate”, che erano grosse forme di cacio. Poi la mattina presto ci si alzava e si riprendeva il cammino. Ci si fermava per un frugale pasto e poi si riprendeva. Oramai le pecore e le capre conoscevano bene i tratturi, le fontane che si trovavano per strada, con le acque fresche, montane. Ora quei tratturi sono persi. La vegetazione si è ripreso tutto. Dove passavano gli armenti era come Attila: non cresceva mai l’erba! Si passava da sotto i paesi. Craco era stata abbandonata per una frana e spesso ci si rifugiava in questi centri diroccati. Sembrava di stare in un altro pianeta, o come Astolfo sulla Luna:

 Altri fiumi, altri laghi, altre campagne

sono là su, che non son qui tra noi:

altri piani, altre valli, altre montagne,

c’han le cittadi, hanno i castelli suoi.

I nostri genitori ci portavano dietro di loro, come le pecore madri conducevano i loro agnellini. E i nostri padri ci prendevano sul petto, perché poi ci stancavamo. Aiutavamo, coi cani pastori, a parare le mandrie. L’inverno si stava lì, con il clima mite e i pascoli ubertosi. Poi arrivava giugno e si ripartiva. Andavamo a scuola a Pomarico. E ritornavamo ai nostri freschi monti. Ogni anno per la fiera eravamo là, agli inizi di giugno: tutti andavano a vendere gli animali. Gli asini vecchi venivano camuffati e bisognava guardare in bocca per rendersi conto dell’età. Perciò si dice: «A caval donato non si guarda in bocca!». «Il ciuccio vecchio in mano del fesso muore!»: per coloro che si facevano fregare, per così dire.

All’arrivo c’era di consueto la festa di Sant’Antonio, come ci racconta il professore Ermenegildo Cascini, morto giovane in un incidente stradale sulla 106 negli anni ‘50: «I festeggiamenti in onore del S. Patrono si celebrano ogni anno il 17 giugno con grande intervento anche di forestieri, attratti soprattutto dallo espletamento di una tradizione, la quale annualmente si ripete e si rinnova con vero e sentito entusiasmo. Si descrivono, ora, le fasi di quel culto perché, esso, è veramente originale e tale resterà ancora chi sa fino a quando: si tratta dell’albero della cuccagna. Quindici giorni prima della festa, con un bando pubblico si avverte che il giorno X si va a prendere l’albero della cuccagna. Il mattino di quel giorno, tutti i proprietari di buoi si danno convegno nel bosco Favino. Gli animali bovini non sono mai meno di cento. A questi bovari si unisce gran massa di giovani contadini con un palo ciascuno in mano. Dopo la scelta dell’albero e dopo l’abbattimento di esso, tra i bovari si tira a sorte la fortuna e l’onore di cacciare, con i buoi, il fusto bello e pulito, dal bosco. Altra sorte si tira tra i bovari per chi deve entrare l’albero nella piazza di S. Antonio. Dopo una settimana dal prelevamento … si bandisce ancora il giorno nel quale si va nel bosco comunale di Carbone detto Budda, a prelevare la chioma di un abete (detta conocchia) da legare all’albero. A questo il giorno della festa, infatti, ne legano la predetta conocchia carica di agnelli, polli, prosciutti e quindi con grandi sforzi, il grosso e lungo fusto … viene eretto. Si dispongono intorno i tiratori con decine di fucili ed a turno essi aprono il fuoco sui poveri animali. Lo strazio è evidente: sebbene la legge sulla protezione animali lo proibisca, tuttavia la tradizione è tradizione e nemmeno i Carabinieri o le altre autorità possono intervenire: sarebbero guai! Dopo una mezz’ora di fuoco si dà il via agli scalatori: è una scena magnifica: come grappoli gli audaci, vestiti con cenci ed impiastricciati di miele e terriccio, salgono; i più forti raggiungono l’alta cima, i meno, a distanza spesso di solo qualche metro dall’agognata vetta, scendono precipitosamente, perché le forze sono venute meno. È una tradizione che si ripete di anno in anno e chi volesse prevederne la fine, azzarderebbe una scommessa non facile a vincersi. Altre due tradizioni sono ancora vive: ogni anno si svolge un pellegrinaggio alla Vergine del Monte di Novi Velia; prima si andava al santuario a piedi impiegando sei giorni … si sale a piedi scalzi, dopo averli immersi in un’acqua che sgorga alle falde del monte … L’altra tradizione è quella della formalità del culto dei morti; questo è praticato con un’offerta di grano di orzo alla chiesa ed al prete, il mattino del 2 Novembre, depositando, sul pavimento della chiesa parrocchiale, in un mucchio che man mano va impinguandosi, il piatto di grano». Adesso è un po’ cambiato perché non c’è più lo sparo dei cacciatori e al posto degli animali si mettono dei tacchetti di legno.

Oltre a queste feste si celebrava la festa della mietitura. Avveniva in genere nel mese di agosto, quando giungeva a maturazione il grano nei paesi di montagna, come Castelsaraceno. Io ho assistito anche agli ultimi mietitori. Raccoglievo i covoni e li portavo nell’”aria”, dove poi il grano veniva separato dalla pula. Erano zone ventose, dove si sfruttava il soffio. La festa non aveva una data precisa, perché era legata al ciclo naturale della cerealicoltura. Si portava in processione la gregna”, un grande covone inghirlandato. Era un rito bellissimo, tanto è vero che per assisterlo, venivano dai paesi vicini di San Chirico Raparo, Carbone. Ecco come avveniva: alcuni designati per la raccolta della “gregna” da utilizzare per la ricorrenza, insieme agli agricoltori, sceglievano liberamente i covoni da presentare, in genere i migliori, quelli più alti. Prendevano le spighe, ne sfilavano la paglia con le mani, in modo che restasse solo l’astuccio. Così preparate le spighe venivano raccolte in mazzi, indi portate in testa da ragazze nella Piazza di Sant’Antonio, ove aveva sede la manifestazione, quello stesso largo, in cui tuttora viene praticato l’altra usanza della Antenna, o albero della cuccagna. In tutta questa prima fase della tradizione, i mietitori si recavano nei campi e poi accompagnavano i covoni in processione fino al posto predetto. A capo del corteo stavano degli zampognari, cui seguivano le ragazze con le “cente” (covoni decorati e pile di candele) in testa e poi il resto dei partecipanti, i quali cantavano e recitavano formule propiziatorie. Una volta giunti vicino alla cappella di Sant’Antonio, su di uno spiano a margine del paese, fatto allora di terra e ciottoli, sistemavano i covoni in una grossa e spettacolare “gregna”, la quale produceva tre quarti di grano. Questo maestoso covone veniva decorato con fiori e ghirlande e posto al centro della piazza, poi iniziava il gioco mimico della mietitura: dei falciatori si avvicinavano e tagliavano scenicamente il grano. Presi a scherzo alcuni visitatori della “gregna”, di solito forestieri, scelti come vittime, erano testualmente minacciati, sacrificati, uccisi simbolicamente con le falci e presi a calci. Gli anziani dicono che con le punte delle falci venivano sbalzati cappelli e spuntate camicie. In seguito gareggiavano per gioco a chi falciava di più dei piccoli covoni fissati a terra sul ciottolato con dei sassi, che poi buttavano in aria sempre con le estremità della falcatura. Poi, intorno ad una bella donna, sulla cui testa veniva posto un covone, si avvicinavano due mietitori, i quali - facendo dei movimenti circolari in aria - le passavano la falce intorno alla testa, gli occhi, le gambe ed il corpo in una sorta di mimesi sacrificale, che si chiudeva con un ballo espressivo. Il rito in genere terminava con un convivio, in cui si beveva vino in un baccanale gozzoviglia agreste. Alla fine, portavano il covone nella Cappella di Sant’Antonio e lo offrivano in voto: infatti il grano prodotto da quello lo donavano alla Chiesa.

Un altro viaggio di gente, oltre alla transumanza, era quello del pellegrinaggio a Novi Velia. Noi andavamo coi pullman, però mia nonna mi raccontava che i fedeli si recavano a piedi, impiegandovi sei giorni, alla Madonna di Novi Velia, l’antica Elea, che era sede dell’illustre scuola di Parmenide, ed anche di una scuola medica, portando grano ed animali, che poi donavano al Santuario. Il Monte Sacro, il più alto del Cilento, immerso in una lussureggiante natura, si chiama anche Monte Gelbison, nome che gli fu dato dai Saraceni e che significa “monte dell’idolo”, perché era sede di un santuario dedicato ad Atena. La Madonna di Novi Velia era una delle famose «sette sorelle», dove i pellegrini si recavano annualmente. Mia nonna ci raccontava che un anno all’arrivo dei pellegrini del nostro paese le campane si misero a suonare da sole. Mi ricordo ancora uno dei canti:

  Iamu a lu Monti

            e ki ci vò venire.

            Genti a forza

            nunni vau pigliennu.

 

            Nun ci cririti

            ka muriti hi seti.

            Ogni capu ri via

            nc’è na fundana.

 

            Mbera a stu pettu

            nc’è na fundanella:

            chiù thi ci lavi

            chiù ci pari bellu.

 

            Sopa a stu monti

            nci stài na gran Rigina,

            chi ci vol vinini,

            tutte accuglierà.

 

(Andiamo al monte,

chi ci vuol venire.

Gente a forza

Non ne vado prendendo.

 

Non credete

Di morir di sete,

ogni capo di via

c’è una fontana.

 

Ai piedi della salita

C’è una fontanella.

Più ti ci lavi,

più sembri bello.

 

 

Sopra a questo monte

ci sta una gran regina.

Chi ci vuol venire,

tutti accoglierà).

 

Descrive l’accoglienza e l’ascesi al monte GelbisonI pellegrini seguivano l’abluzione ad una fontana e procedevano scalzi attraverso un bosco, detto “del Signore”, cui era contrapposto quello “del nemico”, con evidente allusione al diavolo, fino al santuario, attorno al quale giravano tre volte in senso orario prima di entrare cantando. Uscendo al ritorno procedevano a marcia indietro con il volto rivolto sempre alla Madonna.

Poi il nonno ha fatto il suo ultimo viaggio. Un canto popolare molto intenso ci riporta la figura della vedova, che la sera non chiude la porta aspettando il marito:

 

La pena ri la virua eglia è la sera,

tutti li mariti s’arritirinu,

e lu miu no, e lu miu no.

Lu mengo o nu lu mengo stu travetto

inta la mascatura.

 

(La pena della vedova è la sera:

tutti i mariti si ritirano

e il mio no, il mio no!

Lo tiro o no lo tiro il travetto

della serratura?).

 

Lasciare aperta la porta significava aspettare i mariti che tornavano la sera dalle bettole, dove andavano a condividere qualche bicchier di vino. Spesso tornavano ubriachi.

            Avevamo conosciuto subito questa ignota visitatrice, la morte: piccolini già i nostri genitori ci portavano alle veglie funebri nelle case, ad ascoltare quelle lunghe cantilene, miste a pianto, che raccontavano la vita dei trapassati. Quello della morte è un viaggio ignoto, che ci tocca, prima o poi.

Questo grande viaggio veniva celebrato in novembre, mese dei morti. Gente in cammino, vivi e morti si incontrano: un viavai di casa in casa. Al cimitero portavano i fiori del tempo. Prendevano dei doni, soprattutto alimentari, li deponevano in un piatto e li lasciavano la notte alla finestra con una candela accesa. Poi sentivano un rumore e si alzavano: ecco è passata la buonanima di tizio, o di Caio, o di Sempronio! Credevano che arrivavano i morti a mangiare. Era la festa loro. Raccoglievano sacchi e sacchetti di grano e li deponevano in chiesa, ai piedi di Gesù crocifisso. Lì si formavano delle montagne altissime di cereale, che poi veniva devoluto per la Chiesa, per i poveri. Andavamo a giocare su quei monti frumentari. Il grano era come l’oro. Il Giorno dei Morti c’era una processione dal paese al cimitero: una lunga fila di velli scuri, che quasi riluceva sul paesaggio imbiancato, a volte, dalle prime nevicate. Portavano il lutto per anni ed anni, i maschi col bottone nero, le donne sempre vestite con lunghi scialli tetri. Ai funerali cominciavano con le cantilene, che raccontavano tutta la vita del defunto. E poi a noi bambini ci raccontavano che non bisognava mai uscire la sera dei morti, perché alle anime era concesso di uscire trai vivi, di festeggiare e di celebrare la messa dei morti. Allora per le strade giravano diavoli, fantasmi: i “mamoni” li chiamavano, con evidente allusione a Mammona.

            Per caso Nunziella uscì di casa ed ignara di quella situazione, si mise a festeggiare. A mezzanotte suonarono le campane a festa. C’era la luna piena e pareva quasi giorno, come nella canzone di Sant’Alfonso: «Quanno nascette Ninno a Bettlemme. Era notte e pareva mienzo juorno».

            Nunziella, trascinata dal fiume della folla si ritrovò in chiesa e c’era una festa grande. L’organo suonava a tutta canna. Entrò un prelato tutto inghirlandato. Cominciò una messa solenne che durò tre ore. Pareva la notte di Natale.

- Oh come è bella questa funzione!

Diceva comare Nunziella. E poi da lontano intravedeva dei volti noti: i genitori, i fratelli, gli zii, i parenti, gli amici, ma erano morti. Cominciavano a salutarla ed a gioire di vederla. Ed ella pensava:

- Mah! Che strana festa.

Quelle persone erano morte.

Quando Nunziella si accorse che erano tutti morti, dallo spavento le prese un tocco e rimase stecchita pure lei trai banchi della Chiesa.

Tutti prima o poi debbono intraprendere il grande viaggio della morte. Gli antichi descrivevano il viaggio che facevano i defunti nel regno dei morti. Da noi passavano il fosso dei morti, sotto la campagna di “Ruspagano”, un canyon profondo che il fiume Racano aveva solcato tra le dure pareti di pietra delle montagne del Raparo e del Castelveglio. Nessuno mai percorreva impunito quel canyon: lì i pastori avevano visto il diavolo, avevano parlato con lui. C’è ancora la grotta del diavolo. Una donna al fosso dei morti andando a lavare la lana, aveva visto un bimbo nelle acque. Pareva Mosè nel cesto, allora lo prese e lo caricò sulle spalle. Salendo dal fiume però questo bambino, tutto barbuto, divenne pesante ed allora ad un certo punto lo buttò giù dalla schiena. Parlava come se fosse uno adulto. Era un diavoletto. Quel fosso è pieno di demoni, che ogni tanto scatenano delle tempeste inaudite. Allora vedevi i tempestari in fila, che coi loro riti strani, respingono le folgori ardenti. La festa dei morti era un’occasione propizia di convivenza coi trapassati. Tra il regno dei vivi e quello dei morti c’è continuità e amore, quella foscoliana «celeste... corrispondenza di amorosi sensi».

A Natale poi tornavamo un attimo dai parenti, a casa, nel nostro paese: lasciavamo qualcuno a guardare le greggi nelle marine. Era giusto rivedere i cari e stare un po’ con loro. Perciò si dice: «Natale coi tuoi, Pasqua con chi vuoi». I nostri dicevano: «Pasca ‘nda na frasca,» cioè «Pasqua in una frasca!». Dopo la messa di mezzanotte tornavano a casa a mangiare e bere, come se avessero fatto un ramadan. Questa era la messa di mezzanotte dei vivi, a differenza di quella dei morti, che la celebravano tutti i defunti. E poi partiva la processione di Natale.

In tutti i vicinati si accendevano dei falò, col significato di dover scaldare Gesù Bambino. Attorno a questi falò era sempre gran festa. Arrostivano carne, patate, cipolle sotto la cenere. Questi falò erano significativi e ve ne erano alcuni durante l’anno che sempre si facevano: quelli di San Giuseppe, il 19 marzo a sera con le ginestre che scoppiettavano. Bellissimo! E i fuochi di San Giovanni, il 24 giugno. Corrispondevano generalmente ai solstizi. Il presepe vivente era una processione lungo le vie del paese. Avanti passavano san Giuseppe e Maria col bambinello, seguivano i tre re magi, Melchiorre, Baldassarre e Gaspare con i doni, poi una fila di zampognari e i pastori. Non era raro trovare qualche animale che veniva portato in processione. Seguivano i preti con l’asinello che raccoglievano i doni e li riponevano nei cofani fatti di giunchi. I preti poi giravano anche le campagne e si fermavano a dormire la notte, magari presso qualche vedova. Queste processioni si facevano ogni tanto per ricorrenze festive. La processione è simbolo del popolo in cammino: molto devote e seguite erano quelle religiose, in occasione delle feste, san Rocco, sant’Antonio e la Madonna del Carmine. Il Venerdì Santo, i maschi seguivano Gesù morto nella parte alta del paese e le donne, invece, seguivano Maria Addolorata nella parte bassa. Poi si riunivano tutti in piazza e tornavano in Chiesa.

Oltre a quelle religiose vi erano le processioni profane, come quella di Carnevale. Una piccola banda di musicisti, detta “arrivotapopolo” si avviava per le vie del borgo in un clima festoso. Si portavano due asini, su di uno riponevano un pupazzo che era “Carnuvaro” e sull’altro “Quaremma”. Seguivano la fila delle “farze”, o maschere, che giravano per le vie del borgo e cantavano col “cupi cupi”, uno strano strumento fatto in pelli di capra, simile ad un tamburello che reca un astuccio nella sommità. Era il caso di dire con Pirandello: «Nella vita incontrerai tante maschere e pochi volti». Questa processione girava il paese e raccoglieva i doni che poi venivano consumati nella festa.

Questi erano i nostri piccoli viaggi. I pastori sono gente in cammino, sempre. Si alzano presto e portano a spasso gli armenti. Si riposano un po’ il meriggio sotto l’ombra di qualche faggio. Ancora quando ci penso, mi sovviene Virgilio:

Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagi…

Ci raccontavano che sotto uno di quei faggi dell’immenso monte del Raparo una volta i briganti avevano ucciso un uomo: gli avevano spuntato un capo si intestino e l’avevano legato al faggio. Poi l’avevano costretto a girare intorno fino a morirne. Gli alberi sanno tutto. Come ripensavo in qualche verso, rivolgendomi al faggio antico:

 

Lo so. Non dirmi

dell’uomo ucciso

dal brigante,

le sue viscere avvolte

al tuo stanco tronco.

Certe ferite giammai

si rimarginano.

Io sono venuto solo

come armento lanoso

alle tue ombre fameliche

a meriggiare. Permetti

di posare il mio capo

infuocato su questi cuscini

di foglie, seccate pantofole
dei tuoi verdi piedi.

 

Sanno quando cadde l’aereo, durante la guerra, sulle cime di quella catena. Tutti si erano recati a prendere qualcosa che era rimasto. I membri dell’equipaggio erano tutti morti. I pastori erano come formiche che piano piano mangiavano i resti di un uccello morto. Vennero dalla montagna tutti ben vestiti e cominciarono a far insospettire tutti.

-      Ecco Muzzolone. Ha appeso gli zoccoli al fagastone!

Cioè chi portava gli zoccoli di legame duro, se non andava scalzo, venne visto con belle scarpe. Quando fu scoperto l’aereo, i corpi degli estinti vennero riposti in una fossa comune. C’era tanta fame durante a guerra! Perciò per necessità prendevano quel che potevano e lo nascondevano nella paglia. Anche qui raccontavano un fatto simpatico. I carabinieri, quando seppero dell’accaduto, andarono ad interrogare un “gualano”, che veniva chiamato “il guappo”, mentre arava i campi. Ad un certo punto dell’interrogatorio, il maresciallo cominciò a replicare:

-      Ebbè! Io sono un’autorità! Mi dovete dare del Voi! Non potere rivolgervi a me così!

Al che rispose:

-      E maresciallo mio se vi do i “Voi” come finisco di arare i campi?

Il maresciallo pretendeva il “plurale maiestatis” e quello aveva capito che doveva cedergli i buoi.

Io non ho mai visto gente più itinerante dei pastori: sempre, notte e giorno a seguire gli armenti. Così dicevano:

-      I fattori escono di notte e tornano di notte a casa.

La vita loro era un perenne cammino, fino al viaggio finale, quello della morte, che ti porta in tratturi oscuri, sconosciuti, in mete imprevedibili. Anzi quella morte veniva nelle antiche immagini paragonata ad una pecora che sempre pasce: la morte si ciberà delle anime, come se fossero fili d’erba, che sempre sono brucati e ricrescono in eterno. Mors depascet eos, canta il salmo. E commenta San Bernardo: Sicut animalia depascunt herbas, sed remanent radices, sic miseri in inferno corrodentur a morte – come riporta Sant’Alfonso nel suo “Apparecchio”.

 

 Vincenzo Capodiferro


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