domenica 13 settembre 2026

Enea Biumi “Magatèi/ Burattini” (Puntoacapo Editrice, 2026)

 


E’ lieve e antico, calibrato e partecipe, il passo di Enea Biumi in questo suo esito in lingua bosina a fronte della versione italiana. “Magatèi/ Burattini” conferma, come bene dice Mauro Ferrari nella nota, ironia dolente e tenerezza feroce, per congiungere gli stimoli operosi del contesto anche naturale con gli afflati, le attenzioni, le sensazioni, gli accostamenti propriamente visibili e percepibili nelle sfumature che l’autore coglie, registra, filtra e interpreta. “Sémm chì a pé biòtt/ ca bàlum in la fiòca”; “Siamo qui a piedi nudi/ che balliamo nella neve”; viviamo le ansie quotidiane, assistendo impotenti alla deriva dell’umanesimo, alla resa di una società in cui è arduo riconoscersi. Sembra di essere “al freddo del Titanic”, titolo della prima sezione del libro dove l’assuefazione ai tragici segnali del contesto impedisce una presa di coscienza collettiva nella mistificazione di una necessità che inoltra esiti bellici e barbarie diffuse; così come si evidenzia una temporalità malata ed espressamente amara: “La végia ringhéra la gà un fàa/ da vérd ransc”; “La vecchia ringhiera ha un sapore/ di verde rancido”; un colore che coniuga la sinestesia operativa e determina il senso di fermentazione dei continui refusi etici che nemmeno ammettono giustificazioni di mancata conoscenza a indicare, con il titolo della seconda sezione, che “così passa la gloria del mondo”. Biumi accosta l’orecchio alle cose, ai rimandi di una memoria che evoca e scolpisce la storia dei siti, gli eventi anche minimi quando si colorano di segnali e agnizioni. Tempo che incide e lascia tracce di rughe sui volti, nella vocazione di una attesa rivolta agli elementi, percependo che “un bòt da vènt strepéna ul silènzi/ indùa la munìna disbròia la storia”; “un soffio di vento spettina il silenzio/ dove il muschio dipana la storia”. La vanità si rivela nelle rovine che ne testimoniano l’incombere, così come quel dissolversi lento dei sogni, delle illusioni spogliate e frante. I versi brevi sono essenziali nella loro stesura, nell’avvalersi della centralità di uno spazio, quello della pagina, in poesia sempre sospensivo e, nello stesso tempo, svelante, vero respiro ritmico e visivo. In questa parte del libro, il senso della transitorietà aveva innescato un confronto attento con quella maestra di vita che spesso perde, a causa nostra, il suo ruolo. Raccogliendo nel percorso gli stimoli dei luoghi, come il Sacro Monte di Varese, Biumo Superiore “con le lucertole sul muro/ fra l’edera l’erbacce e le foglie secche”, i boschi del Seprio. L’ambiente conosciuto dal poeta rispecchia, nei suoi intimi lineamenti, il sentire l’afflato emozionale qui stratificato in passaggi quieti ma decisi, in una considerazione dove la lucida amarezza convive con la sensibile ironia. C’è in Enea Biumi un senso del levare orpelli e distrazioni, per una poetica intenta ad assaporare le levigature che possono offrire un segno identificabile nelle tracce di natura e nelle vicissitudini dei tempi; la sua intenzione civile riverbera mite, quasi in una dicitura volta alla sacralità minima delle cose, a quelle tonalità di tramonto che promettono un rifugio tenue, una pausa silente. “Fòrzi l’è dumà un regòrd/ ul tò nom o la tò fàcia/ stampàda in dul spéc du l’aqua/ che pòch a pòch s’impàna”; “Forse è solo un ricordo/ il tuo nome o il tuo viso/ stampato nello specchio dell’acqua/ che poco a poco svanisce”...quindi l’amore vissuto e ricordato nelle sequenze di una biografia posta a confronto con gli eventi grandi e piccoli, con le apparenze, quasi fossero “bolle di sapone” come il titolo dell’ulteriore sequenza. Desiderio di ascolto e vicinanza, di contatto e dialogo, di attenzione nello sguardo, come bene indica una citazione che richiama Tolmino Baldassari. D’altra parte, afferma Biumi, gli stessi desideri sono bolle appunto che “scoppiano nel niente” anche se il niente non c’è, e quello che rimane sono sogni al risveglio, quindi qualcosa comunque. Su questo qualcosa s’innesta il cammino, la campana del vespro, un’ulteriore voce di bocche in affanno. Così la quarta e conclusiva sezione rivela “capricci di una clessidra”, “st’ umbrìa ca scàpi/ l’è ‘l mè destìn”; “Quest’ombra che fuggo/ è il mio destino”, attraverso sensibilità di lago, fervore di foglie, burattini senza tasche, gatti in calore, melodie ondulate. Il procedere dei pensieri accosta strofe nella cucitura dei dettagli, evaporazioni conducono alla presa d’atto emissaria di un rovello quotidiano che non rinuncia all’appiglio, allo scorgere particolari e anfratti, “mentre la breva/ asciuga le scintille del cuore”, in uno smarrimento leopardiano.

                                                             Andrea Rompianesi

 

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