mercoledì 16 gennaio 2019

Gilberto Isella “Arepo” (Book Editore, 2018)

“Mai si raggruma limo su chiodi d’assito/ né in pance d’alambicchi ombra è tenuta”; eccelso esempio di una magistrale architettura linguistica, questo distico iniziale fa parte di una poesia di “Arepo”, opera di Gilberto Isella. Autore di preziose figurazioni letterarie, tra i più significativi della generazione nata negli anni Quaranta del Novecento, Isella appare sempre più teso verso un vertice creativo che abbina l’esemplare costruzione poetica nella meticolosa definizione del significante con la profondità filosofica della identificazione del particolare nascosto ed enigmatico nel significato. Il titolo evoca l’elemento compreso in una antica iscrizione latina in forma di magico quadrato composto dalle parole sator, arepo, tenet, opera, rotas, capaci di determinare un palindromo. Ma l’autore non si sofferma su aspetti esoterici, privilegiando l’osservazione problematica nella sua inquieta dinamicità. Se l’esserci stesso in quanto tale è di per sé dinamico, secondo l’accezione espressa da Heidegger, l’esserci poetico ancor più infonde sostanza alle sfumature che acquisiscono toni ontologici. La materia deve riconvertirsi in forma capace di distinguere le personali attitudini che sensibilizzano cromie e fenomeni, emblemi e riemersioni, devozioni in un considerare aligero che scorre. Ma certo se il giallo è impaziente e non placa, trasferire i tratti inattuali è determinare il segreto possibile decifrarsi dei sintomi. La malinconia è trascinata dallo scorrere di tempi ubiqui, lontani dalla nostra capacità di coglierli se non sedotti, arresi alle discoste spinte vibranti sui bordi dei versi riaffacciati alle possibilità semantiche e autoriali. Isella ben comprende la necessità di superare, oltrepassare il significato usuale per svolgere ricognizione più vasta e adeguata all’ardente pazienza dei poeti. Un fluire incredulo detiene la grazia della continuazione esposta al bisogno emotivo di quella domanda alla quale la poesia azzarda la scelta della parola esatta, la folgorazione attimale dell’indicibile. I versi scolpiscono con la grazia del tratto una finezza espressiva che colpisce, nella stupita attenzione dell’ascolto. Siamo posti di fronte ad un esempio poetico di rara presenza nel tracciato di una produzione contemporanea troppo spesso adagiata in formule scontate e prevedibili. Qui la sostanza compone le simbologie e le coniugazioni, attraverso un’estensione lessicale ondulata e rapsodica. Le allitterazioni ricamano un disegno dalla raffinatezza espressiva oltre il definito, “dove la mente in esilio disvela/ i suoi segni più sagaci”, come profumi di pino che interrogano le nostre debolezze inusuali. Non vale forse l’episodio che concentra l’assolo nel deposto ancoraggio, attraverso sospensione di epitaffi e rigurgiti ad oltranza; meglio la svista, se mai sedotta, all’apice della configurazione nominale che sovrasta.  E così sai di poter individuare un’alternanza che, nei rivoli esegetici, comprende una via percorribile ed esposta alla riconoscibilità delle scansioni. Esistono ed emergono segnali di ripetute fisicità, rovine e pozzi, mulini ed anfore, sabbie e fave, sismi e ibis; come non esita a manifestarsi anche l’innesto in una prosa poetica che arde in umore di contenuta apocalisse. Denotazioni arcaiche impongono esperite visioni sottoposte all’implacabile e diuturno romitaggio quando, scrive Isella, “qualcosa peraltro s’inceppa/ nel montaggio vettoriale”. Significativa l’attenzione all’opera di Piranesi nei temi relativi alle rovine come elemento di un compiuto architettonico e il labirinto (o carcere) quale allegoria della condizione umana; proprio l’espressione, così, si attira l’elegante fioritura di una strofa del poeta capace di concentrare il sentimento delle cose colte dai sensi nella costruzione demiurgica dei moti tangibili: “Sul cilindro girante della notte/ concepì una ronda di pulegge/ per il suo piccolo cerebro/ sovrano”.



                Andrea Rompianesi     


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