martedì 11 agosto 2026

Silvia Comoglio “Salgemma” (Book Editore, 2026)

 


                              

Il salgemma è un minerale,  un sale di rocca che ha un legame significativo con la cultura ebraica. Nella Bibbia, infatti, il sale è simbolo dell’alleanza eterna tra Dio e il popolo d’Israele. Un sale che, quindi, rappresenta una continuità poiché è stabile, non si corrompe. E “Salgemma” è il titolo dell’opera poetica di Silvia Comoglio, una delle voci più interessanti del panorama poetico contemporaneo. Il lavoro si ricollega anche al precedente esito, “Margit”, che affrontava, attraverso un disegno con fiori e farfalle della protagonista, un destino drammatico presso il campo di concentramento di Terezin. Da subito si snodano riferimenti alla Genesi, all’Esodo, ai Salmi, coinvolgendo la figura dell’allodola che inaugura il testo, condensandosi nell’avvio di una quartina allitterante quale prima stazione rigorosamente calibrata sull’endecasillabo: “l’ombra, amore, piantata, dentro/ nella gola, è ombra, tutta senza fondo,/ dell’unica tua ala che trilla, dentro,/ nella gola, a eterno spigolo di vita”. Poi, una serie di parole-chiave ad iterazione nelle strofe successive, “dentro”, “trilla”, “gola”, “parola”, e innanzitutto “allodola”, l’uccello che anticipa l’alba, accompagna l’uscita dalle tenebre notturne e acquisisce, in questo senso, un valore sacrale. L’effetto ritmico e fonetico si pone nella determinazione del verso che esprime anche tutta la necessità della dimensione grafica, con uso forte, in particolare, di parentesi tonde, trattini, tre punti. Incide la tecnica della ripetizione strutturale applicata a determinate strofe a contrasto temporale: “ieri, è ombra-/ di terra a svanire,/ splendore-/ di fiaccola accesa/ a taglio-/ di allodola di pietra”. Seguono poi, con grande perizia, innesti a diverso carattere grafico, tmesi, punti di domanda, assonanze; la reiterazione salda la compattezza dell’evento, la fissa nel dettaglio; la “quantità” visiva di spazio ammette perfino i tre punti tra parentesi quadre. Il succedersi che Silvia Comoglio costruisce sulla pagina ha una straordinaria coerenza di suono agibile, emissione di toni perfettamente compiuti ma, nello stesso tempo, aperti alla provvidenziale successione, come l’impatto di passi che colgono giunture così come avvallamenti in cui ci si rispecchia. Ci sono casi nei quali il verso si allunga, diviene una sorta di alessandrino con rimando montaliano: “tu, stammi solo a scudo semplice e risolto, a ombra”, dove incalza il refolo, la sua eco, la soglia atavica e sottile; ma anche l’inesprimibile indicato sulla pagina con una strofa visuale, a totale consistenza segnica, che presenta tre versi fatti solo di una successione lineare di punti. Il sintagma a diverso carattere innestato nella traccia rivolta all’evento possibile, pone il senso dell’attribuzione al proposito, alla responsabilità dello sguardo e del quesito, attesa ed uscita, pietra e sale, ancora l’ombra e il ventre. Forse i volumi indicati nello spazio possono essere accolti come mappe segnate dai termini di riferimento quali tangibili fonti delle possibilità semantiche che Silvia Comoglio assume in una procedura letteraria determinata nella flessibilità vocalica, così come nella solidità consonantica: “a pietra di mare, dove,/ infranto, ora risplende-/ il bacio, duro, di cielo-“. Quale vivibile vicinanza, o affetto, o amore, nella diuturna consapevolezza del dolore inevaso, della mancanza silente percepita negli intagli ricorrenti di elementi franti? Ma il corso della versificazione è così ben composto da strutturare un raro esempio di accensione verbale verso espansioni che prendono avvio da inizi embrionali e calibrature essenziali davvero precise e centrate. La veglia deterge l’accolta ubiquità che apporta discendenze assunte, sussurri sapienziali, occorrenze profetiche, memorie traspirate, sogni germogliati, “e infine, sta scritto: sono brina,/ le labbra, a ombra di confine”. Le appendici sono fronti di avvistamenti, di anabasi tradotte nella volontà di conoscere, registrare le impronte a testimonianza di dati innestati nella perizia dei giorni e delle notti, verso l’attesa e il consenso che possa agire sulle labbra, su una opzione desiderante. Esito, questo di Silvia Comoglio, che conferma un altissimo equilibrio fonetico ed una efficace e sempre rigorosa architettura testuale, a conferma della fondamentale importanza, in poesia, della tessitura grafica.

                                                                          Andrea Rompianesi

 

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