Il salgemma è un
minerale, un sale di rocca che ha un legame significativo con la cultura
ebraica. Nella Bibbia, infatti, il sale è simbolo dell’alleanza eterna tra Dio
e il popolo d’Israele. Un sale che, quindi, rappresenta una continuità poiché è
stabile, non si corrompe. E “Salgemma” è il titolo dell’opera poetica di Silvia
Comoglio, una delle voci più interessanti del panorama poetico contemporaneo.
Il lavoro si ricollega anche al precedente esito, “Margit”, che affrontava,
attraverso un disegno con fiori e farfalle della protagonista, un destino
drammatico presso il campo di concentramento di Terezin. Da subito si snodano
riferimenti alla Genesi, all’Esodo, ai Salmi, coinvolgendo la figura
dell’allodola che inaugura il testo, condensandosi nell’avvio di una quartina
allitterante quale prima stazione rigorosamente calibrata sull’endecasillabo:
“l’ombra, amore, piantata, dentro/ nella gola, è ombra, tutta senza fondo,/
dell’unica tua ala che trilla, dentro,/ nella gola, a eterno spigolo di vita”.
Poi, una serie di parole-chiave ad iterazione nelle strofe successive,
“dentro”, “trilla”, “gola”, “parola”, e innanzitutto “allodola”, l’uccello che
anticipa l’alba, accompagna l’uscita dalle tenebre notturne e acquisisce, in
questo senso, un valore sacrale. L’effetto ritmico e fonetico si pone nella
determinazione del verso che esprime anche tutta la necessità della dimensione
grafica, con uso forte, in particolare, di parentesi tonde, trattini, tre
punti. Incide la tecnica della ripetizione strutturale applicata a determinate
strofe a contrasto temporale: “ieri, è ombra-/ di terra a svanire,/ splendore-/
di fiaccola accesa/ a taglio-/ di allodola di pietra”. Seguono poi, con grande
perizia, innesti a diverso carattere grafico, tmesi, punti di domanda,
assonanze; la reiterazione salda la compattezza dell’evento, la fissa nel
dettaglio; la “quantità” visiva di spazio ammette perfino i tre punti tra
parentesi quadre. Il succedersi che Silvia Comoglio costruisce sulla pagina ha
una straordinaria coerenza di suono agibile, emissione di toni perfettamente
compiuti ma, nello stesso tempo, aperti alla provvidenziale successione, come
l’impatto di passi che colgono giunture così come avvallamenti in cui ci si
rispecchia. Ci sono casi nei quali il verso si allunga, diviene una sorta di
alessandrino con rimando montaliano: “tu, stammi solo a scudo semplice e
risolto, a ombra”, dove incalza il refolo, la sua eco, la soglia atavica e
sottile; ma anche l’inesprimibile indicato sulla pagina con una strofa visuale,
a totale consistenza segnica, che presenta tre versi fatti solo di una
successione lineare di punti. Il sintagma a diverso carattere innestato nella
traccia rivolta all’evento possibile, pone il senso dell’attribuzione al
proposito, alla responsabilità dello sguardo e del quesito, attesa ed uscita,
pietra e sale, ancora l’ombra e il ventre. Forse i volumi indicati nello spazio
possono essere accolti come mappe segnate dai termini di riferimento quali
tangibili fonti delle possibilità semantiche che Silvia Comoglio assume in una
procedura letteraria determinata nella flessibilità vocalica, così come nella
solidità consonantica: “a pietra di mare, dove,/ infranto, ora risplende-/ il
bacio, duro, di cielo-“. Quale vivibile vicinanza, o affetto, o amore, nella
diuturna consapevolezza del dolore inevaso, della mancanza silente percepita
negli intagli ricorrenti di elementi franti? Ma il corso della versificazione è
così ben composto da strutturare un raro esempio di accensione verbale verso
espansioni che prendono avvio da inizi embrionali e calibrature essenziali
davvero precise e centrate. La veglia deterge l’accolta ubiquità che apporta
discendenze assunte, sussurri sapienziali, occorrenze profetiche, memorie
traspirate, sogni germogliati, “e infine, sta scritto: sono brina,/ le labbra,
a ombra di confine”. Le appendici sono fronti di avvistamenti, di anabasi
tradotte nella volontà di conoscere, registrare le impronte a testimonianza di
dati innestati nella perizia dei giorni e delle notti, verso l’attesa e il
consenso che possa agire sulle labbra, su una opzione desiderante. Esito,
questo di Silvia Comoglio, che conferma un altissimo equilibrio fonetico ed una
efficace e sempre rigorosa architettura testuale, a conferma della fondamentale
importanza, in poesia, della tessitura grafica.
Andrea Rompianesi
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