
La citazione
parla di un’isola che per Auden è irreale...ma quella che Maura Baldini
affronta nel suo testo di poesia “Insula” invece non lo è. L’Islanda, teatro
naturale di una rapsodia, un avvicinarsi all’inizio, una terra nella quale
l’aria si spezza e ferma il tempo, un simulacro. Ogni singola poesia si apre
con una citazione che coinvolge un vasto orizzonte di riferimenti: da Rilke a
Shelley, da Byron a Walcott, da Verne a Montale, da Celan a Ungaretti, da Hugo
a Sereni. E’ l’ascolto il dizionario fonetico che propone l’evidenza di una
osservazione filtrante il dato oggettivo, lo personalizza coinvolgendo la
reazione seduttiva e posta quale alternativa alla solitudine esistenziale. “La
notte, qui, è una voglia,/ che sfrega dietro la rètina,/ mentre il giorno
imperterrito/ veglia, non recede,/ in un tempo di fasulla quiete”. Ecco che la
strofa mista di settenari, senario e ottonario piano, compone un avvio
indicativo che conclude con assonanza modulata e tenue. Allora si congiunge il
ritmo con la complessità di ogni ritorno, o tentativo, poiché mai in realtà si
ritorna davvero, e ancor di più dove si è stati felici. Sono viaggi che
concedono una resa apparente alle inquietudini notturne, ad approdi e
convergenze, ad un alternarsi di stati che le brevi strofe compongono nella
formula applicata ad una versificazione di rigore e nitore nell’emergere dagli
spazi d’interlinea. Maura Baldini acquisisce flusso davvero levigato,
attraverso la possibilità allitterativa appena accennata, cauta, espressiva
nella opzione : “Immagina un vento che aggredisce,/ d’acchito, e tenta di
divellere la pelle./ Un vento che s’insinua addosso”. E’ un coro d’acque che
spiega dolori, avverte circa le ferite riconoscibili e condivise nella quotidianità
delle fratture; è linguaggio e testimonianza, sovrana in forra così come in
oceano; è un richiamo che mi riporta ad un riferimento prezioso: “Libro
d’acqua” di Massimo Scrignòli. Il percorso osserva, coglie, interpreta le
percussioni della praticabilità dissestata; così come s’intersecano illusioni
di pausa e ristoro, spoglie terrigne, assenze incombenti, la falcata
agognata... e poi giunge “il requiem del giorno”. Il sentire è corposo e
rarefatto insieme, scavalca l’ossimoro, conduce alla riproducibilità
dell’assente; “Ho visto quella luce di seta/ scivolare dagli occhi alle spalle
chiare/ come il fiato che si soffia in amore”; tre endecasillabi sciolti che
disegnano un tessuto di similitudini attese nella modalità di una composizione
calibrata. Sussulti di strade, flora e laghi, spettri di colori, incendi e
cavalli, aprono espressioni cucite intorno a proporzioni leggibili,
riconoscibili nelle pratiche di relazione che intuiscono la presenza di densità
non limitabili, almeno nella percezione concessa dalla prassi poetica quando
favorisce un’agnizione. Scrive Maura Baldini: “Appesa a una foglia guardo/
sbiadire le offese, e guardo te,/ paleolitico cielo che avevo tracciato”. In
alcuni punti del libro, s’inseriscono interventi in una prosa poetica che
estende la visibilità in un flusso orizzontale. E’ un passare anche per i
luoghi dell’isola: Reykjavìk, Gullfoss, Husavìk, Stokksness, Landmannalaugar e
altri. Così succedono avvistamenti di balene, respiri, porti, luci, cieli
screziati, solitudini ataviche, silenzi albini, emersioni e tonfi, resistenze e
paure, rifugi di dèi. Il verso in alcuni casi si allunga fino a diventare
pentadecasillabo, quasi a costruire un accenno di narrazione intima e panica
allo stesso tempo: “Perché tu sei la testuggine capovolta nell’indugio”. Gli
elementi di natura determinano sviluppi e rimandi alla composizione inquieta
del nostro sentire più profondo, più nascosto; così il filtraggio avviene in
empatica sussistenza, comprende le reiterate migrazioni, le successioni dei
rimandi. “Dal ghiacciaio, in discesa, venti catabatici/ increspano la laguna,/
le correnti sui fondali smuovono il ghiaccio/ che comincia a migrare verso
l’oceano”, oltre i passi e le soste, le acclamate accelerazioni che le
partiture frenano. Davvero allora, per l’autrice, la salvezza possibile muove
gli aneliti attraverso distanze e cautele, nelle verticalità incessanti, ben
compattate dal nitido rigore delle strofe. Anche le pagine in prosa esprimono
uno stile raffinato e ritmico: “Così cantano i viandanti quando riprendono il
cammino, con il passo che fa razzia di scoscendimenti, e di avvallamenti
d’acque stagnanti. Avanzano verso il cerchio dei monti striati di malachite, di
zafferano giallo e rosa, di ocra rossa”. Un rievocare sinuoso percorsi di genti
nomadi come nomade è il nostro vagare nella complessità degli intarsi e dei
riflessi quando, dice Maura Baldini, il volto cercato “non è nell’esilio/ e
nemmeno nel ritorno”.
Andrea Rompianesi
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