sabato 8 agosto 2026

Maura Baldini “Insula” (Marco Saya Edizioni, 2025)

 

                             


 La citazione parla di un’isola che per Auden è irreale...ma quella che Maura Baldini affronta nel suo testo di poesia “Insula” invece non lo è. L’Islanda, teatro naturale di una rapsodia, un avvicinarsi all’inizio, una terra nella quale l’aria si spezza e ferma il tempo, un simulacro. Ogni singola poesia si apre con una citazione che coinvolge un vasto orizzonte di riferimenti: da Rilke a Shelley, da Byron a Walcott, da Verne a Montale, da Celan a Ungaretti, da Hugo a Sereni. E’ l’ascolto il dizionario fonetico che propone l’evidenza di una osservazione filtrante il dato oggettivo, lo personalizza coinvolgendo la reazione seduttiva e posta quale alternativa alla solitudine esistenziale. “La notte, qui, è una voglia,/ che sfrega dietro la rètina,/ mentre il giorno imperterrito/ veglia, non recede,/ in un tempo di fasulla quiete”. Ecco che la strofa mista di settenari, senario e ottonario piano, compone un avvio indicativo che conclude con assonanza modulata e tenue. Allora si congiunge il ritmo con la complessità di ogni ritorno, o tentativo, poiché mai in realtà si ritorna davvero, e ancor di più dove si è stati felici. Sono viaggi che concedono una resa apparente alle inquietudini notturne, ad approdi e convergenze, ad un alternarsi di stati che le brevi strofe compongono nella formula applicata ad una versificazione di rigore e nitore nell’emergere dagli spazi d’interlinea. Maura Baldini acquisisce flusso davvero levigato, attraverso la possibilità allitterativa appena accennata, cauta, espressiva nella opzione : “Immagina un vento che aggredisce,/ d’acchito, e tenta di divellere la pelle./ Un vento che s’insinua addosso”. E’ un coro d’acque che spiega dolori, avverte circa le ferite riconoscibili e condivise nella quotidianità delle fratture; è linguaggio e testimonianza, sovrana in forra così come in oceano; è un richiamo che mi riporta ad un riferimento prezioso: “Libro d’acqua” di Massimo Scrignòli. Il percorso osserva, coglie, interpreta le percussioni della praticabilità dissestata; così come s’intersecano illusioni di pausa e ristoro, spoglie terrigne, assenze incombenti, la falcata agognata... e poi giunge “il requiem del giorno”. Il sentire è corposo e rarefatto insieme, scavalca l’ossimoro, conduce alla riproducibilità dell’assente; “Ho visto quella luce di seta/ scivolare dagli occhi alle spalle chiare/ come il fiato che si soffia in amore”; tre endecasillabi sciolti che disegnano un tessuto di similitudini attese nella modalità di una composizione calibrata. Sussulti di strade, flora e laghi, spettri di colori, incendi e cavalli, aprono espressioni cucite intorno a proporzioni leggibili, riconoscibili nelle pratiche di relazione che intuiscono la presenza di densità non limitabili, almeno nella percezione concessa dalla prassi poetica quando favorisce un’agnizione. Scrive Maura Baldini: “Appesa a una foglia guardo/ sbiadire le offese, e guardo te,/ paleolitico cielo che avevo tracciato”. In alcuni punti del libro, s’inseriscono interventi in una prosa poetica che estende la visibilità in un flusso orizzontale. E’ un passare anche per i luoghi dell’isola: Reykjavìk, Gullfoss, Husavìk, Stokksness, Landmannalaugar e altri. Così succedono avvistamenti di balene, respiri, porti, luci, cieli screziati, solitudini ataviche, silenzi albini, emersioni e tonfi, resistenze e paure, rifugi di dèi. Il verso in alcuni casi si allunga fino a diventare pentadecasillabo, quasi a costruire un accenno di narrazione intima e panica allo stesso tempo: “Perché tu sei la testuggine capovolta nell’indugio”. Gli elementi di natura determinano sviluppi e rimandi alla composizione inquieta del nostro sentire più profondo, più nascosto; così il filtraggio avviene in empatica sussistenza, comprende le reiterate migrazioni, le successioni dei rimandi. “Dal ghiacciaio, in discesa, venti catabatici/ increspano la laguna,/ le correnti sui fondali smuovono il ghiaccio/ che comincia a migrare verso l’oceano”, oltre i passi e le soste, le acclamate accelerazioni che le partiture frenano. Davvero allora, per l’autrice, la salvezza possibile muove gli aneliti attraverso distanze e cautele, nelle verticalità incessanti, ben compattate dal nitido rigore delle strofe. Anche le pagine in prosa esprimono uno stile raffinato e ritmico: “Così cantano i viandanti quando riprendono il cammino, con il passo che fa razzia di scoscendimenti, e di avvallamenti d’acque stagnanti. Avanzano verso il cerchio dei monti striati di malachite, di zafferano giallo e rosa, di ocra rossa”. Un rievocare sinuoso percorsi di genti nomadi come nomade è il nostro vagare nella complessità degli intarsi e dei riflessi quando, dice Maura Baldini, il volto cercato “non è nell’esilio/ e nemmeno nel ritorno”.

                                                   Andrea Rompianesi

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