martedì 10 febbraio 2026

Dario Villa “Opera in versi” (Crocetti Editore, 2025)

 

 


                          

Basta fermarsi in questa sede alla prima poesia. La prima indicativa di un massiccio volume antologico, “Opera in versi”, che propone l’intero corpus poetico di Dario Villa, uno dei più significativi e originali poeti della generazione nata nei primi anni Cinquanta e scomparso nel 1996. Un primo testo emblematico e rappresentativo che nella esattezza geniale delle sue strofe (quattro quartine) comprende la straordinarietà di uno sviluppo poetico non limitabile ad una definizione vincolante, ma percorso capace d’integrare con piena efficacia una sorta di rigore linguistico a vocazione petrarchesca con il lessico quotidiano e materico. “Consapevolezza del proprio esercizio e funambolismo” secondo Tiziano Rossi, “capacità di essere sempre un passo avanti, sempre un po’ altrove” secondo Giovanni Raboni. Villa è stato forse il Rimbaud della Milano postmoderna, virtuosistico ma nello stesso tempo ancorato alle derive del quotidiano, come specificamente segnalato dal curatore Alessandro Giammei. L’accostamento imprevisto detiene il primato di una epifania linguistica sorprendente ma mai gratuita, anticipante la ricezione possibile e accolta nell’acquisita formula indipendente della mutevolezza esegetica. “Il terzo giorno ho inventato sapori/ ossuti come un disegno di Schiele./ Aprendo il frigorifero ho compreso/ le architetture deserte del vuoto”; sinestesie accorpano il tratto del poeta che già provoca e scardina il rituale appagante, rimodella la funzione proponente, emerge senza fuorviare nella componibile precisione prosodica. Il segno grafico veicola il visivo, attenua l’attesa mitigando il flusso, così il quotidiano irrompe con la lucidità dell’intarsio. “Stranito dalla fame, percorrendo/ stradine dove gli uomini erano altri,/ ho letto epigrafi straniere a iosa/ scritte sotto la foto di un prodotto”. Dario Villa è passeggiatore ironico tra le pieghe della modernità, in una rilevanza già postuma, come il bisogno attorce le plurali vicissitudini accolte e filtrate con conseguente presa d’atto di un sentire vibrante d’appartato, nel confronto con il simile spesso in realtà dissimile od estraneo, condotto alla pluralità della contenenza sillabica acquisita in corpo. Ed ecco l’apertura che confida e rivela, con il terzo verso della strofa, l’attenzione svagata e precisa, memore e nuova, sibillina e cortese, quando ciò che rappresenta l’elemento intertestuale diviene, con versificazione calibrata, postmoderno agibile in misura preponderante, fino alla opposta marginalità esiziale del consumistico contenuto espresso dal delirio di una società precipitata nella convinzione della superfluità di ogni approfondimento. “Tra i pinnacoli in cima alla città/ di un duomo tardo gotico, ravvolto/ in un kaftano sbiadito, ho intravisto/ l’omino di Chagall, col suo violino”. E qui si alza lo sguardo del poeta alla possibilità che intercorre come postura variabile e sempre posta nell’osservazione agibile e acuta che trattiene la curva ilare e, allo stesso tempo, dolente della consapevole coscienza di una distanza spesso incolmabile quando la condizione si fa spazio per accadimenti visti o pensati. Il segno monumentale di una sacralità inurbata nella città testimone e tratto comporta gli intrecci prolifici di suggestioni da un lato esotiche, dall’altro profondamente europee, all’interno di una connessione in odore di onirismo più che di surrealismo. La sintesi non è del tutto lunare né del tutto terrena, ma orizzonte che assorbe la nostra imbarazzata proposta dove il tema della scrittura diviene avamposto sensibile da scolta che si rilegge con la dicitura dell’autoritratto privo d’indulgenza. “Forse era meglio scendere. Incontrare/ una lattina di tonno in un punto/ della navata laterale, in fondo,/ mi era parso possibile. Che errore”. Davvero è d’uso il tentativo affiorato dalle molteplicità indicanti la significazione del quotidiano materico, non del tutto asettico ma esigente nel farsi correlativo, nella corposità grumosa resa lieve e poi trascinante al suolo udibile per la prossimità degli espedienti. Magistrale il riferirsi all’oggetto povero, al contrasto che impone una soluzione di connubio ove forse possibile esercitare la peculiarità di un rimando qui abilmente introdotto dall’efficacia a incursione dell’assonanza. Dunque l’errore è quello similare, arguto, desolato ma non spento, reiterante nella domanda; quello che abbinato ad una perplessità dell’erroneo richiama Fortini, suscita riflessi negli occhieggianti episodi con quella parte di produzione poetica lineare proposta da Adriano Spatola. S’inoltra ancora il tutto per costituire l’esito di una poliedrica capacità operante che in Dario Villa disegna una nominazione anche rara, colta, ricca di provocazioni linguistiche e catene allitteranti, accostamenti inusuali e sonorità accalcanti, alcune variabili asimmetriche e più continuità prosodiche; così esperita, in una partitura ibrida e policroma che si espande e si conferma come effettiva eccezionalità dell’opera.

                                                  Andrea Rompianesi

 

 


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