Basta fermarsi in
questa sede alla prima poesia. La prima indicativa di un massiccio volume
antologico, “Opera in versi”, che propone l’intero corpus poetico di Dario
Villa, uno dei più significativi e originali poeti della generazione nata nei
primi anni Cinquanta e scomparso nel 1996. Un primo testo emblematico e
rappresentativo che nella esattezza geniale delle sue strofe (quattro quartine)
comprende la straordinarietà di uno sviluppo poetico non limitabile ad una
definizione vincolante, ma percorso capace d’integrare con piena efficacia una
sorta di rigore linguistico a vocazione petrarchesca con il lessico quotidiano
e materico. “Consapevolezza del proprio esercizio e funambolismo” secondo
Tiziano Rossi, “capacità di essere sempre un passo avanti, sempre un po’
altrove” secondo Giovanni Raboni. Villa è stato forse il Rimbaud della Milano
postmoderna, virtuosistico ma nello stesso tempo ancorato alle derive del
quotidiano, come specificamente segnalato dal curatore Alessandro Giammei.
L’accostamento imprevisto detiene il primato di una epifania linguistica
sorprendente ma mai gratuita, anticipante la ricezione possibile e accolta
nell’acquisita formula indipendente della mutevolezza esegetica. “Il terzo
giorno ho inventato sapori/ ossuti come un disegno di Schiele./ Aprendo il
frigorifero ho compreso/ le architetture deserte del vuoto”; sinestesie
accorpano il tratto del poeta che già provoca e scardina il rituale appagante,
rimodella la funzione proponente, emerge senza fuorviare nella componibile
precisione prosodica. Il segno grafico veicola il visivo, attenua l’attesa
mitigando il flusso, così il quotidiano irrompe con la lucidità dell’intarsio.
“Stranito dalla fame, percorrendo/ stradine dove gli uomini erano altri,/ ho
letto epigrafi straniere a iosa/ scritte sotto la foto di un prodotto”. Dario
Villa è passeggiatore ironico tra le pieghe della modernità, in una rilevanza
già postuma, come il bisogno attorce le plurali vicissitudini accolte e
filtrate con conseguente presa d’atto di un sentire vibrante d’appartato, nel
confronto con il simile spesso in realtà dissimile od estraneo, condotto alla
pluralità della contenenza sillabica acquisita in corpo. Ed ecco l’apertura che
confida e rivela, con il terzo verso della strofa, l’attenzione svagata e precisa,
memore e nuova, sibillina e cortese, quando ciò che rappresenta l’elemento
intertestuale diviene, con versificazione calibrata, postmoderno agibile in
misura preponderante, fino alla opposta marginalità esiziale del consumistico
contenuto espresso dal delirio di una società precipitata nella convinzione
della superfluità di ogni approfondimento. “Tra i pinnacoli in cima alla città/
di un duomo tardo gotico, ravvolto/ in un kaftano sbiadito, ho intravisto/
l’omino di Chagall, col suo violino”. E qui si alza lo sguardo del poeta alla
possibilità che intercorre come postura variabile e sempre posta
nell’osservazione agibile e acuta che trattiene la curva ilare e, allo stesso
tempo, dolente della consapevole coscienza di una distanza spesso incolmabile
quando la condizione si fa spazio per accadimenti visti o pensati. Il segno
monumentale di una sacralità inurbata nella città testimone e tratto comporta
gli intrecci prolifici di suggestioni da un lato esotiche, dall’altro
profondamente europee, all’interno di una connessione in odore di onirismo più
che di surrealismo. La sintesi non è del tutto lunare né del tutto terrena, ma
orizzonte che assorbe la nostra imbarazzata proposta dove il tema della
scrittura diviene avamposto sensibile da scolta che si rilegge con la dicitura
dell’autoritratto privo d’indulgenza. “Forse era meglio scendere. Incontrare/
una lattina di tonno in un punto/ della navata laterale, in fondo,/ mi era
parso possibile. Che errore”. Davvero è d’uso il tentativo affiorato dalle molteplicità
indicanti la significazione del quotidiano materico, non del tutto asettico ma
esigente nel farsi correlativo, nella corposità grumosa resa lieve e poi
trascinante al suolo udibile per la prossimità degli espedienti. Magistrale il
riferirsi all’oggetto povero, al contrasto che impone una soluzione di connubio
ove forse possibile esercitare la peculiarità di un rimando qui abilmente
introdotto dall’efficacia a incursione dell’assonanza. Dunque l’errore è quello
similare, arguto, desolato ma non spento, reiterante nella domanda; quello che
abbinato ad una perplessità dell’erroneo richiama Fortini, suscita riflessi
negli occhieggianti episodi con quella parte di produzione poetica lineare
proposta da Adriano Spatola. S’inoltra ancora il tutto per costituire l’esito
di una poliedrica capacità operante che in Dario Villa disegna una nominazione
anche rara, colta, ricca di provocazioni linguistiche e catene allitteranti,
accostamenti inusuali e sonorità accalcanti, alcune variabili asimmetriche e
più continuità prosodiche; così esperita, in una partitura ibrida e policroma
che si espande e si conferma come effettiva eccezionalità dell’opera.
Andrea Rompianesi

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