martedì 3 febbraio 2026

Annalisa Rodeghiero “Opposte verità” (Mac Comunicazione, 2025)



È un ossimoro il titolo dell’esito poetico di Annalisa Rodeghiero, “Opposte verità”? O forse esiste una verità talmente dinamica da contenere gli opposti e farsi essa stessa realtà ossimorica? L’accorta osservazione indugia nell’apertura su di un tratto prosastico concentrato nel destino e nel suo riflesso, attraverso quella domanda inerente al nostro dato esistenziale, all’afflato filosofico che non può mancare nel momento in cui comprendiamo la reiterata richiesta d’incursione nel senso, anche quando questo ci sembra inafferrabile ma necessario polo d’attrazione, comunque. Annalisa Rodeghiero inaugura un avvio accorpato nel fare poetico mediante successioni testuali di una versificazione controllata e breve, alternata ad incursioni nella forma del poemetto in prosa. Il moto è condensato nella parsimoniosa concentrazione dei vocaboli coinvolti e dicibili: “In solitudine e pienezza/ abbandonarsi/ al battito della parola dal/ fuorimondo degli scorticati”, quando l’andare è già primaria scelta. Lo slargo è atteso, la notte è onirica; conduce e deterge encomio lo spezzare la continuità metrica prevista in una ricomposizione di accostamento nominale a configurare lo spazio che innesca il sentire di radura. E qui sembra davvero di potersi già collegare al concetto stesso del diradamento quale nozione heideggeriana di essere, processo in grado di svelare gli enti. Così natura assume connotazione di riferimento e possibilità operosa se adeguatamente filtrata, interpretata, quale acquisizione di prospettive generanti. E’ moto e mutamento di stati imprevisti, configurazioni frante, origini innestate nelle ipotesi d’immediatezza o relativo connubio di processi inarrestabili, come indica il riferimento ad un verso di Ranieri Teti. E’ responsabilità dell’autrice affrontare la domanda incalzante, il quesito esistenziale, l’orbita convergente nei riflessi acquisiti e rarefatti dalla molteplicità dei languori e dei disagi, il flusso reiterante dei contorni sillabati; “per miglia e miglia di promesse/ legando ardore a penombre/ nel corto dei respiri persegue/ come possibile l’unico accanto”. Entra nel ruolo l’amore, allora, la sua complessità determinante sia in presenza che in assenza, quale voluto o atteso esito capace di produrre genesi dialoganti tra timori e tremori. Qui accorre lo svolgersi di una acquisita lentezza riprodotta in passaggi meditati lungo l’asse temporale, dove lo sguardo è riflesso e la meta è origine. Annalisa Rodeghiero esprime la sua fede nella parola, in una grazia incolpevole e atavica, attraverso il tratto leggero di strofe a volte brevi e sospensive nella conduzione di una osservazione accadente: “luce ancora originaria/ brace che sempre”, dove l’assenza verbale introduce la pratica d’urto e innesta l’asserzione atemporale che il tempo esclude. L’attesa si svolge comunque nella mobilità apparente della vita, nelle luci e nei venti che dominano la contestualità riprodotta dalle attenzioni rivolte alle cose, alle diramazioni visitate quando lo sguardo autoriale è testimonianza liturgica: “Legare voce alla voce nella liturgia/ dei nomi convocati nell’ordine preciso”. Dicitura accolta e sospesa nella conduzione dei versi tra annunciazione e mancanza, stordimento e frantumazione, vertigine e compimento; passi “per la sfasatura in sorte/ di reciproci quadranti a volte/ perdura un suono d’inestricabile”. La vocazione nomade insorge a comprendere ciò che si filtra tra gli elementi e compone traiettorie esprimibili. Molto interessante il verso “tutto non può essere questo” che sembra riportare ad una osservazione metafisica di Sofia Vanni Rovighi circa il dato che se ciò che si mostra all’esperienza fosse tutta la realtà, essa sarebbe contraddittoria, in quanto non in grado di esprimere i principi necessari che la determinano. Allora dovrà sussistere altro, oltre a ciò che appare. Gli sviluppi di una poesia pensante, quella di Annalisa Rodeghiero, che non solo osserva ma approfondisce in una attenzione concettuale concentrata verso effettivi segnali di svelamento, nella più fertile opzione della vocazione filosofica: “Mia incredula nel palmo verità/ che di me sa ogni disperata piega”;  non rimane che ritornare forse ad una origine: “E tutto ciò che siamo stati/ nel dove dell’estate resta”.

                                                                                                                   Andrea Rompianesi

 


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