Due anni dopo, nel 1959, Franz Porta, forte delle sue
nuove esperienze, ritorna in Italia. Si dedica al restauro, sotto la guida di Mauro
Pelliccioli. Lavora nella chiesa di S. Antonio a Bergamo su opere del Trecento
e della scuola bizantina, del Foppa, del Romanino, della scuola del Mantegna,
sugli affreschi del Bramante, scoperti dallo stesso Pelliccioli nel Palazzo
Donizetti di Bergamo e sugli affreschi del Veronese nella Villa Palladiana
Sesso-Schiavo di Sandrigo.
L’arte di Franz Porta è la risultante armoniosa di queste esperienze. Nel 1960 Franz Porta s'impone al Premio Internazionale «Primavera degli artisti» ad Albissola Mare, conseguendovi la Medaglia d'Oro dell'Ente Provinciale del Turismo, Città di La Spezia, e una seconda volta nel 1962 il Premio dell'A.l.G. di Firenze. Nel 1964 ottiene la Medaglia d'Oro al «Premio Città di Savona» e nel 1965 ottiene a Roma per la prima volta un successo straordinario alla sua Prima Mostra Personale nella Galleria «Giulia Flavia» al centro della Roma rinascimentale nei pressi di Piazza Farnese e di Campo de' Fiori, a Via Giulia, il vecchio corso di Roma.
La produzione di Franz Porta si articola su di una
tematica molto varia e interessante. Il mondo artistico del pittore bergamasco
si popola di personaggi sempre tipici che l'artista coglie negli ambienti dove
ha trascorso la sua vita: Bergamo e Monaco, ossia l'Italia cattolica e la
Germania neopagana, un ambiente conformista e un paese abbastanza progressista.
Ma nell'uno e nell'altro ambiente Franz Porta sceglie i personaggi che meglio
degli altri esprimono qualcosa di nuovo e di interessante. Dall'ambiente
cattolico bergamasco che ricorda più da vicino la sua infanzia riprende, con un
senso di reazione e di sarcasmo, le scene dei chierichetti, le «processioni», i
«prelati», le «scholae cantorum», le «suore», i «preti» in una infinità di
situazioni.
Dall'ambiente germanico Franz Porta prende, invece,
tutto un mondo di angoli, tanto cari agli espressionisti tedeschi, in analogia
a situazioni e vissuti che si ritrovano nei romanzi dei nostri più quotati
scrittori neorealisti, tipo Moravia o Pasolini. Si tratta di osterie, di donne
ubriache, bestemmiatrici e divaganti in oscenità, si tratta di personaggi del
terzo sesso o, ad esempio, soldati messi, come i «chierichetti» di memoria
italiana, alla berlina, espressione di un antimilitarismo nato nel dopoguerra
in Germania.
Da una simile tematica non bisogna escludere i
«Paesaggi», le «Marine» e i «Fiori» che riflettono lo stato poetico del giovane
pittore in cui si sente il bisogno di un attimo di tranquillità nella natura. La
sua figuratività nasce dall’esperienza, dal vissuto, proprio quell’erleben,
caro ai germanisti: quell’esperienza espressa, appunto, con coscienza o con
incoscienza, su di un piano reale o fantastico diviene il sottofondo su cui poi
si sviluppa il dipinto il quale, contrariamente al divisionismo italico, che
cercava di ottenere la massima sfera luminosa, accostando i colori puri sulla
tela, senza prima impastarli tra di loro, tende, invece, al sintetismo. Come in
uno Zola, si riscontra nel Nostro una venatura naturalistico-verista. Franz
Porta ha saputo tratteggiare un quadro cupo e realistico della natura umana:
questo quadro/teatro ha come cornice un riquadro comico. Il suo è un riso
sarcastico, pungente, che rivela immobilismo, impotenza, incapacità, cioè i
vizi, soprattutto la pigrizia, che sta alla base del quieta non movere.
La sua non è arte per il grande pubblico, ma per gli animi attenti, riflessivi.
Il messaggio recondito è rendersi conto di una condizione di immaturità e di
qui uno stimolo artistico a voler ripartire a superare il complesso di impotenza,
oltreché di inferiorità congenito al genere umano. Leonardo riteneva che la
pittura è poesia resa visibile. Qui possiamo dire che è prosa resa visibile.
Qui siamo, per stare con Croce, all’età della prosa, non della poesia più. Il
problema della pittura è la bidimensionalità: cioè rendere un effetto che di
per sé è tridimensionale, o quadridimensionale, da Einstein in poi, in termini
bidimensionali. Nelle visioni di Porta pare assente la prospettiva: tutto è
reso nella sua naturalezza.
Come quasi ogni artista, il pittore soffre uno
scompenso nella società, un intimo tormento per cui stabilisce un vero dialogo
con la natura e soprattutto con i personaggi che egli ritrae sulla tela con
violenza.
Questo colloquio tra realtà e umanità, tra artista e
personaggi di una rinnovata società umana si modula in tonalità diverse, si
esprime in colori fortemente dosati, in volti parlanti che mostrano qualcosa di
intimo, una semplice curiosità come le «Due amiche», come il caratteristico
atteggiamento della «Pescivendola» e come in tanti quadri di «chierichetti» e
di «Suore» sorprese nella loro preghiera o un attimo prima o dopo la colazione.
Il colore, poi, ha un’importanza fondamentale, come sappiamo, nell’arte
figurativa. La luce, l’oscurità e le varie tonalità, possono influire sullo
stato d’animo, suscitare le più svariate emozioni. Questi effetti luminosi in
Porta possiamo quasi affermare con un’assonanza cognitiva, penetrano nella
porta dell’anima. Come sosteneva Schelling i quadri sono finestre e porte verso
il mondo realissimo della fantasia, quel platonico iperuranio, l’oltre-cielo,
il mondo trascendente. L’artista è l’oltreuomo per eccellenza.
Molte sue opere figurano in importanti collezioni private e pubbliche. Nella valutazione critica, questo pittore è ritenuto come una delle più autentiche e forti espressioni della pittura italiana contemporanea.
È stato un pittore molto rinomato e citato in
notissimi quotidiani nazionali. Di lui scrisse Aligi Sassu: «Confesso che da
Franz Porta, un giovane che da tempo seguo con interesse, non mi sarei
aspettato una così decisa presa di posizione di fronte alla pittura e alla
vita. Tanto più valida, oggi, nella confusione dilagante degli indirizzi
estetici e del linguaggio pittorico. Nell'opera di Franz Porta, che è quasi un
canto monodico di grigi silenzi e di solitaria desolazione, l'uomo è sempre
presente in un silenzio teso al senso oscuro e travagliato del nostro tempo; in
un dialogo scarno di personaggi, che si rivelano testimoni e protagonisti
insieme di un destino accettato, ma non scontato; in un impegno umano che non
chiude gli occhi dinanzi al grande spettacolo del mondo».
E Pino Lausetti: «L'impegno nei confronti della realtà
si risolve per Porta nella ricerca di una verità morale che sfocia nella
dimensione tragica dei suoi personaggi. Il mondo di questo artista è il mondo
della stanchezza e della rinuncia. Negli ospizi, negli angiporti, nelle osterie
egli situa una umanità prostrata e senza sogni. Egli rifugge ogni compromesso
sentimentalistico, ogni cedimento sul piano del costume e dell'ambiente,
conduce la sua azione demistificatrice con radicale fermezza: mettendo fuori
causa il patetico a favore del tragico, la “lacrima” a favore dell'amara e
cosciente constatazione di una condizione umana».
Ringraziamo Enea Biumi per averci passato questo
incentivo biografico, riconsiderato dalle pennellate narrative sulla
personalità di questo artista di Oron Zecca. Trovandosi dinanzi alle opere di
Porta, che sono di dimensioni spesso monumentali, tanto da somigliare, in
qualche modo, a “Il funerale a Ornans” di Courbet, si rimane estasiati. È stato
un grande artista, che ha saputo riportare in toni vivi e sonanti una realtà
cruda, demistificata, setacciata dal calibro di una sottilissima ironia.
L’ironia brucia, ha lo scopo di stimolare, come la satira, di fustigare i
costumi, di denunciare l’ipocrisia, l’apparenza, quella malattia del
fenomenismo che oggi è imperante, ma che già covava ai tempi del nostro. A
volte le sue opere ci appaiono come sorprendenti e seri naif: una favola
realistica. Il fine dell’arte qui diviene analisi sociologica, ma quasi
veristica, se non fosse per quell’aristotelico risus, che al pari del
pianto, si rivela catartico. La comicità che traspare dalle pennellate non è
banale, ma profonda, riluttante. Ci pone degli interrogativi esistenziali
fortissimi. Risente non solo dell’espressionismo tedesco, ma di quella
teatralità delle nostre chiese, in cui il Nostro ha lavorato come restauratore.
Porta è un artista serio che ride della vita e della società. Tutta la sua arte
rappresenta - per adusare un ossimoro - un pessimistico ottimismo. Un artista
come il Porta andrebbe rivalutato seriamente e valorizzato nell’intenso
panorama della nostrana storia dell’arte.
Vincenzo Capodiferro
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