Occhio del cielo, specchio divino,
fondo
dall’alto, Varese, ti vedo,
or gaio e
ritto, or triste e chino
un riposo
presso te mi concedo.
Or al
nubiloso onnicoprente velo
t’inquieti,
ora al sereno ti rallegri,
onda
solitaria che tendi al cielo,
dorati
riflessi, dolci ritmi pigri.
Acciuffo una
misertà di piatti sassi,
li tiro a
danzare sulle tue chiome,
si ingarbugliano, affondano lassi,
in finali
tanghi cadono le some.
Ti vedo, o
nobile cavaliere,
lustrante
nell’albedine di gelo,
lucente pelo di nigro destriero,
che
attraversi il lago antico in volo.
Tu sei
rimasto del diluvio
antico, orma
della glacialità,
e voi,
palafitte eterne al pluvio,
potessi
abitarvi in posterità!
Qual posto
migliore poteva prestarsi alle aspirazioni degli artisti liberty? E difatti
abbondano le villette che riecheggiano l’antico stile. Queste ville richiamano
maestose le ville antiche, settecentesche: ci basti citare la magnifica Villa
estense, sede oggi dei palazzi del Comune, col giardino splendido, villa
Recalcati, che ha ospitato il cuore dell’eroe polacco Taddeo Kosciuszcho.
Questa tradizione che si prestava ad un territorio ameno, bucolico, è
proseguita nel tardo Ottocento, fino agli inizi del Novecento. Qui il Liberty
si innesta sull’antico solco tracciato dagli architetti settecenteschi. Varese
sorge su dei colli, ed in questo somiglia a Roma: «Si scorgono,
incominciando dall’estrema destra e nel più lontano orizzonte, il dolcemente
acuminato Bisbino: più in qua le nude rocce del Generoso; più in qua ancora, la
boscosa montagna d’Induno, il bizzarro Poncione di Ganna, il Campo dei Fiori,
indi più lontano assai, la biancheggiante catena delle Alpi, che, incominciando
dal maestoso Rosa, va a poco a poco stendendosi a sinistra finché,
abbassandosi, scompare, coperta dalle colline. Più vicino i colli di Giubiano,
di Biumo Superiore, dei Miogni, dei Campigli, di Montalbano, di Bosto, formano
intorno alla città una corona contesta di variopinte ville e di verdeggianti
giardini» (G. C. Bizzozzero, Varese e il suo territorio, Varese
1874, pp. 57-58). Bellissima è questa descrizione della città, la quale già
dalla natura è dotata di straordinaria beltà. Vi sono i “sette colli” che
ricordano Roma, ed anche la ricchezza delle acque, intorno si ergono queste
montagnelle, che quasi fanno da coro alla catena retrostante delle Alpi, quasi
sempre innevate, tra cui troneggia il Rosa, che coi suoi maestosi colori fa
gara col luminescente Sole. Le Alpi sono le protettrici naturali delle vallate
che scoscendono man mano alla Padana.
Questa forte
somiglianza con Roma forse destò in Mussolini l’attenzione per questa cittadina
che erse a Provincia e decorò con monumenti, di chiara matrice fascista: basta
passeggiare in Piazza Monte Grappa. Qui si erge maestosa l’antica Camera dei
Fasci e delle Corporazioni, la Torre ed il Palazzo del Governo. «Varese, che
gli antichi dicevano Varisium, Baretium, Vicus Varonis, Valexium, è nel centro
degli Insubri Orobj, tra il lago Maggiore ed il Ceresio, ed all’uscita delle
valli di Laveno, di Cuvio, di Marchirolo, di Stabio, di Malnate e di Vedano, da
cui derivò il nome. Questa città, creduta abitazione degli Umbri di celtica
origine, 2000 anni avanti Gesù Cristo, è fabbricata in un ampio catino
attorniato da ameni colli; è circondata da una profonda fossa, entro la quale
scorre il torrente Vellone; fa capo alle principali strade di Milano, di
Gallarate, di Laveno, di Lugano e di Como» (Storia fisica e
politica della città di Varese, Varese 1837, p. 5.).
Varese è
legato al celtico Vara, che significa acqua (donde “varici”): c’è un profondo
legame, infatti, tra questa città e l’elemento acqueo. Circondata da laghi
ameni, e da fiumi, posta sul declivio dei poggi che delicatamente scoscendono a
valle, è una città incantevole. Ecco perché riscosse l’attrattiva degli artisti
liberty, che in qualche modo si ponevano in contrapposizione all’imperante
positivismo, all’esaltazione della scienza e della tecnica, del progresso,
sebbene non manchino anche qui sintesi meravigliose in esperimenti come le
tranvie. Città futurista e naturalistica: quale posto migliore per impiantare
un’architettura liberty? Non fu un caso che la borghesia varesina si avvalesse
di Giuseppe Sommaruga: «Quando ancora la città di Varese era lontana,
dovevano catturare lo sguardo del viaggiatore, sia che vi giungesse in treno, o
con l’automobile, le due macchie color chiaro, entro il verde vivido dei
boschi, che indicavano la struttura dei grandi alberghi: uno sul colle
Campigli, l’altro sul Campo dei Fiori. La loro posizione era ambientalmente
felicissima … Sommaruga, impegnandosi al massimo, anche in problemi complessi
di ingegneria, certamente aiutato da molti, realizzò quello che può
considerarsi il suo capolavoro: tutte e tre le strutture, pregevoli anche nei
particolari decorativi, assecondano, in empito assolutamente moderno,
un’inedita tensione verso l’alto, approdando, soprattutto nel Grand Hotel, ad
esiti che, a quella data, sarebbe stato arduo proseguire. Vi tentò, qualche
anno dopo, Antonio Sant’Elia, ma solo in schizzi e disegni, non
riuscendo a realizzarli, perché la morte lo colse a ventott’anni, caduto in
guerra» (Varese. La provincia Liberty. Itinerari tra Natura, arte e
impresa, Nicolini, Gavirate 2003). Lo slancio verso l’alto richiama le
cattedrali gotiche, che oggi sono cattedrali nel deserto, come l’Hotel Campo
dei Fiori. Un tempo avevano sognato: i colli preminenti, l’Elisio e l’Angelico,
furono quasi abbelliti da questi due splendidi cappelli, che si ergevano come
quei magnifici cilindri a salutare Varese. I due colli naturalmente si
rapportavano al grande colle: il Sacro Monte, con le sue cappelle estasianti.
Tre monti che si guardano l’un l’altro, una trinità naturale vivente, coi suoi
templi sacri e profani. Il tempio umano si rapporta al tempio sacro. Oggi uno
di questi templi dei tempi antichi è decaduto. Questi monti ancestrali erano
collegati coi fili delle tranvie e delle funicolari: chi arriva giunge presto
alle cime, ai luoghi della meditazione, dell’orazione. L’opera di Sommaruga
lascia una traccia indelebile, seguita da molti, anche semplici geometri,
affascinati dal suo stile. L’altro colle, Giubiano, vede un altro tempio
liberty, il cimitero, progettato da Carlo Maciachini ed aperto il 3 maggio del
1880.
Museo Pogliaghi al Sacro Monte di Varese
Sacro Monte, poggio alpino,
picco dal manto argentino,
Varese tu guardi e difendi,
dalle rupi tue alte scoscendi.
Si è aperta la porta del cielo,
ammainato il nebbioso velo
che ti copre valle amena,
di lati otri lacuali tu piena.
Uggiose le
tue cappelle
leniscono
l’erta salita,
fioriscono le chiome belle
d’alma natura ora ignita.
Baluardo d’acclive campagna
sacrario di fonda montagna,
ostante di mersa bragagna,
dell’agro Padan capitagna.
Un vallo di aguzze fortezze
fondarono i santi i santuari,
contra
barbara fede prodezze
commisero i missionari.
D’eroine fu fatto il castello,
di romite pigliare un mantello,
d’immemori tempi protetto,
del mondo, in te monte, tu tetto.
Ti saluto regina del mondo,
ti saluto sperone del pondo,
e sempre dal basso ti guardo
di speme e di fede tu cardo.
Ecco fingersi il Monte Sacro,
di Elea al santo va il cuore,
all’essere per divo ambulacro
scorre, beato monte, l’icore.
Eppure, in
questa città c’era tanta fede, devozione, vive tradizioni popolari. Come
riporta la storia (Varese e il suo Circondario, 1874): «Le
processioni d’allora erano mica passeggiate brevi e di poco conto, no:
figuratevi che da Varese si andava al Sacro Monte, a Sant’Elia, sopra Viggiù, a
San Salvatore, in Svizzera. Trovo anzi notato che qualche volta tutte insieme
le confraternite di Varese andarono a Milano… Nel 1828, invece, facendosi la
prima festa del Sacro Monte, Beate Caterina e Giuliana, i confratelli di San
Carlo di Milano vennero a Varese, ricevuti dai confratelli di qui con banda
musicale e allegria. Che passeggiate! … I confratelli di Biumo inferiore
usavano andare a San Salvatore in Svizzera. Seppero ben essi approfittare del
passaggio del confine italo-svizzero, col far servire di coperta ai loro
contrabbandi gli stessi loro abiti».
Il miracolo
del fulmine viene riportato nelle “Cronache”: il 25 agosto 1580, un fulmine,
entrato in chiesa per una porta, ne uscì da un’altra senza recar nocumento ad
alcuna delle persone che si trovavano in chiesa ed erano più i seicento. E
soprattutto il fulmine non colpì le tre Marie.
In un pellegrinaggio al sacro Monte Giangaleazzo Visconti riuscì a far prigioniero lo zio Bernabò e diventare Signore di Milano, il 6 maggio 1385. E nelle “cronache” si ricorda la madonna miracolosa di Varese, di cui c’era una cappella in centro ed adesso non v’è più traccia: «Si cavò Gian Galeazzo la maschera in questo anno. Egli fece prima sapere a Bernabò di voler passare alla visita della miracolosa immagine della Madonna di Varese per adempiere a un suo voto, e che il pregava di scusarlo, se non entrava in Milano, quantunque sommamente desiderasse d’abbracciare il suo carissimo zio e suocero. Poscia partitosi da Pavia con grosso accompagnamento di gente, cioè delle sue guardie, e di assaissimi altri guerniti d’armi di sotto, (nella “Cronaca” estense è scritto egli aver menato seco cinquecento lance), nella sera del 5 di maggio si fermò a Binasco… Si abbracciarono, si baciarono lo zio e il nipote, e dopo sì bella festa Gian Galeazzo, voltatosi a Jacopo dal Verme, e ad Antonio Porro, disse loro in tedesco stinchier. Allora fu circondato Bernabò da tutti quelli armati» (L. M. Muratori, Annali d’Italia, 1827, tomo XXVIII, p. 133). Bella immagine di Bernabò che cavalca un’umile mula, tradito come Cristo. La folle folla facilmente passa da “Osanna” a “Crucifige”.
Manifestazione
processionale che riporta l’Adamollo dell’anno 1599: «Alli 7 dicembre,
giorno di martedì, fu fatta la traslazione della Santa Madonna dei Miracoli, in
san Vittore, a Varese, e portata in processione per il borgo con tanta copia di
gente che è stata cosa grande e vi erano tanti luminari grandissimi, e fu posta
nella cappella del Rosario in San Vittore alla presenza del vicario generale
dell’arcivescovo di Milano, venuto apposta per la suddetta traslazione e vi fu
indulgenza plenaria, concessa dal Sommo Pontefice». Oltre a ciò, l’Adamollo
segnala la domenica dell’11 settembre 1605: tutta la città di Varese, le scuole
le castellanze in visita a Milano per la devozione a San Carlo Borromeo.
Portarono in offerta 300 scudi in un bacile; poi le Quaranta ore in San
Vittore, l’8 aprile del 1607, con una processione di maschi e femmine separati,
la predicazione di frate Matteo da Landriano, la raccolta di 200 scudi di
offerte; la visita del Cardinale Federigo Borromeo a Varese, il 23 maggio del
1612 (Luigi Zanzi, Sacri monti e dintorni, Jaca Book, Milano 1990).
In occasione della traslazione della statua della santissima Vergine Addolorata
nel 1678, Luigi Pusterla compose il “Mazzettino di vari odorosi fiori di
Parnasso”.
Oltre alla
Madonna del Sacro Monte, c’era in centro a Varese una cappella con un’effigie
della Vergine miracolosa, molto venerata dagli Sforza. Questa effigie è poi
scomparsa.
Tra le
persone in odore di santità, oltre a Domenichino Zamberletti (1936-1950),
fratello dell’onorevole Giuseppe Zamberletti (1933-2019), ricordiamo Cesare
Porto: «Amico di san Carlo, il quale, venendo a Varese, si compiaceva di
intrattenersi seco lui lunghe ore, ed anco lasciare l’abitazione dei conventi
per abitare insieme. Era uomo di grandi virtù. Morì il 23 settembre 1615, in
odore di santità, a settantaquattro anni. Gli si fecero splendidi funerali, e
fu il primo calato nel sepolcreto dei preposti, da lui fatto costruire. Quel
sepolcreto esisteva sotto la cupola della Basilica…».
Tanti gli
affreschi interessanti, dal “Giudizio universale” di santa Maria del Brunello
alla “Camera Picta”, oltre a tutte le opere d’arte notevoli, segnaliamo le
seguenti, tratte dalla “Cronaca Prealpina”: «Nei secoli XV e XVI, la viva fede
e a sincera pietà dei padri nostri volevano le case nostre affrescate con
immagini sacre ed affrescate da mani maestre, non da pittorini. Sulla parete
verso levante della casa colonica n. 126, al Colombèe, a Biumo Inferiore è
dipinto un bello affresco della fine del XV secolo, rappresentante la Vergine
col Bambino, posti a destra del riguardante e a sinistra san Bernardo abate… In
Casbeno esteriormente alla casa di proprietà della signora Giuseppina Macchi,
coniugata Zanotti, vi è un affresco del secolo XVI. In un trittico sono
raffigurati san Rocco, la Madonna con Bambino e san Sebastiano. Peccato che sia
stato alquanto guastato dalle intemperie e dagli uomini. L’esecuzione è davvero
magistrale, davvero classica! Pure in Casbeno, sulla parete verso la strada
campestre della casa colonica n. 12, di proprietà Mariotti (nella quale notai
un antico stemma dipinto, che rappresenta leone rampante, sormontato da corona
marchionale, credo del marchese Recalcati, vi ‘è un piccolo affresco del 1569,
colla legenda: - S. Caterina alla Palma. Rappresenta la Vergine seduta, recante
il bambino al ginocchio, che pone in dito l’anello dei mistici sponsali e santa
Caterina, vergine e martire, detta comunemente Santa Caterina della Ruota. Due
anni or sono quell’affresco venne disgraziatamente ritoccato da un casbenese,
al quale stanno meglio in mano la sega, la pialla e un martello, e così fu
deturpato… la casa, verso la fine del 1906, sarà atterrata e l’affresco, forse
e senza forse, non verrà risparmiato dal piccone demolitore».
Abbiamo
voluto riportare questi esempi di devozione popolare molto forti, per
dimostrare che anche qua c’era una sentita pietà popolare, che andrebbe
recuperata, come il culto della Madonna miracolosa di Varese centro.
Vincenzo Capodiferro
Breve
bibliografia:
Storia
fisica e politica della città di Varese, Varese 1837, p. 5. Su Varese, oltre le guide, come Milano
e Laghi, TCI, Milano 1998; Varese e Provincia, TCI, Milano
2003; Cfr. anche G. Ghirlanda, Compendiose notizie di Varese e dei
luoghi adiacenti, Milano 1817; Storia fisica e politica della città
di Varese, Varese 1837; L. Brambilla, Varese ed il suo circondario,
Varese 1874; Varese bella ed indimenticabile, Macchione Varese
2013; C. Bombaglio, Varese che sfugge, Lativa, Varese 1983; I.
Pederzani, Varese. Ville di delizia. Rinnovamento e sviluppo
(1760-1861); AA VV, Un secolo di architettura a Varese, Alinea,
Firenze 1990; AA VV, R. Ausenda, A. Griffandi, Storia della ceramica
nel territorio di Varese dal ‘700 al ‘900, Saronno 2007; Cronaca di
Varese, Nicolini, Gavirate 1998; Storia di Varese, Macchione,
Varese 2017; sul sacro Monte: Origine e progresso delle cappelle
fabbricate nel sacro Monte sopra Varese, Milano 1623; Le glorie
della Gran Vergine del sacro Monte sopra Varese, Milano 1708; Guida
al Santuario di Santa Maria del Monte sopra Varese, Milano 1823; M.
Sartorio, Il Santuario di Santa Maria del Monte sopra Varese,
Milano 1823.






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