venerdì 18 settembre 2026

Massimo Viganò “[Luci della notte e luce del giorno]” (Anterem Edizioni, 2026)

 

    


Forse si potrebbe ricorrere alle inezie laboriose di Giorgio Manganelli quando, magistralmente, si soffermava sui frammenti di Eraclito, l’amante del contraddittorio e del fuoco suscitante guizzi, schegge che si diffondono esili ed eterne. Allora appare l’operante desto e dormiente nelle cose, come poter dire che i sogni sono accadimenti e hanno quindi in sé principio di verità. Sì, perché il sogno, come ben indicato nella nota di Silvia Comoglio, è materia su cui costruisce la sua eccezionale impalcatura testuale, Massimo Viganò con il libro di poesia “[Luci della notte e luce del giorno]”. E già emerge una peculiarità che occhieggia alla dimensione dei risultati-guida per le navigazioni delle attuali poetiche, come si rivelerà nell’opera. Il titolo è racchiuso tra parentesi quadre. Tutta l’architettura dell’esito esprime una forza esplicativa dominata da un fattore fondamentale. La versificazione, per lo più lunga e prosastica, è comunque decisa da una netta formazione asimmetrica degli stessi corpi testuali, in una complessità emergente nel costante e dirompente utilizzo dell’interpunzione. Trattini, tre punti, parentesi tonde, quadre, graffe, intervalli, spaziature, sospensioni, inserimento dello slash (singolo e doppio), iati, diversità di caratteri e, in alcuni casi, di corpi di carattere...insomma Massimo Viganò applica una formulazione scritturale in versi di assoluta varietà e molteplicità, a testimoniare che, anche nella strutturazione più contemporanea, oltre ad aspetti evidentemente fonetici e ritmici, qui volutamente scardinati e aperti, assume primaria importanza tutta la dimensione visiva e grafica. Quasi un arazzo asimmetrico nel quale abitano le esplicazioni oniriche che interpretano e traducono timori e desideri, necessità veicolate ed opzioni irrisolte, “confido [...]/ [...] che del sogno invidio il sonno e al sonno l’(in)capacità di narrarsi, di dis-“ e non manca il verso lungo che si concede la tmesi e propone un passaggio che delle interruzioni fa la comparazione dei dissesti linguistici registrati nella prospettiva della mappatura: “porsi (come ci fosse) dis-velarsi agli occhi [e altri ammenicoli] durante la...”. In altro passo poi: “[che] sbatta nel vento (come gli infissi di certe case inabitate) e dissangui e possa/ essere agevolmente (ri)condotto a un senso”. Che dire, se non il felice riscontro di una scrittura poetica imprevedibile e, nello stesso tempo, rigorosa quasi in accezione analitica. Certo, in questo spazio, la centralità delle filiazioni grafiche tende a porre in secondo piano la sonorità timbrica dell’accostamento fonetico, poiché la priorità dell’esecuzione si concentra sul disegno testuale, avvalorando una opzione di trame prosastiche, attraverso il senso della vocazione atonale. E sono voci accolte dalla prospettiva delle lontananze e delle interruzioni, dell’alternarsi di sonno e veglia, del loro confondersi. Quasi, per citare un titolo di Adelio Fusé, altro eccelso esempio di risultato poetico, una “veglia del sonnambulo”. E’ un alternarsi di compattezze e diradamenti, occlusioni e aperture, intermittenze e fusioni, dove l’interlinea è procedura di possibilità ulteriore nella chiave della sosta riflessiva e matura, così da riversare silenzi perturbanti nel momento in cui subentra l’annotazione, “ove si compie il gesto interminabile/ mai intrapreso né il viaggio a perdersi”. Massimo Viganò mette in campo il tema del volo e della fine, della memoria e dell’eco, per poi attenuare il passo o, improvvisamente, porlo in caduta verticale tra pensieri, carni, bocche irrequiete, ombrose radure, biondo grano, odori aquilini, gravità dei momenti. Muoversi su tali pagine è districarsi tra collocazioni lessicali e sintattiche sia frantumate e dissolte, sia ricomposte e ordinate su tempi differenti che giungono a variare la durata stessa della composizione; “trasporta di che viver pel sonno di sotto la scorza/ a pelo  coll’instancabile vivere ad occhi socchiusi dato per sottendere e/ riparare”. C’è anche un “K” che sogna direttamente, forse, la fine del tempo, giungendo ad un empirico risveglio che ancora non è interamente tale o lo è di più. La domanda costituisce l’evento, il quesito il suo senso; attraverso naufragio ed approdo a destini incrociati di calviniana memoria. Ma il variare stesso porta anche al recupero di vocaboli propri di poetiche attribuibili ad usi linguistici che furono di Montale e Pascoli: “e guardando pencolare/ dai rappi del querciolo una fune”; così la ricerca formale si nutre di suggestioni intertestuali, ancorando alla radice la prossimità del riferimento composto e fertile. Le opzioni della notte, al plurale, si confrontano quindi con l’opzione del giorno, al singolare, dove è priorità espressiva la possibilità delle varianti, delle frantumazioni così come delle ricongiunzioni, in un processo dinamico da edificare, pagina dopo pagina, senza tralasciare l’inesorabilità destinale. Il corsivo, a volte, si pone a fronte di un aroma di recupero antico e narrante, invola auspicio di rimando come testimonianza acuita dalle suggestioni delle pause, dei sensibili a difesa di coltura nella prossimità di frastuoni e tramonti, di un “continua...” che riporta il passato ad una tangibilità onirica. Si rianimano poi sensi di viaggio ed opzione: “quando sarai partito certo avrai lasciato la sedia e il letto da rifare la porta chiusa/ a due mandate sicché vorrai serbare da dove procedi a breve (e trovarlo com’è/ rimasto) ma tant’è il mondo sempre gira con regolarità e ci saranno pur sempre/ altri venti e visioni...”. Il registro di definizioni comporta l’operosa attenzione al recupero di stimoli che la vocazione sperimentale espresse nelle avanguardie, notando la plausibilità della notazione confidente, del “silenziosamente” e del “tacitamente”, nella comparsa di citazioni latine, francesi, ammissioni uditive, uso parentetico, contrazioni improvvise, ritorni a segnale, accenni e iterazioni, riporto filologico, iato esplicativo, perfino cancellazioni; “percorrendo infine rue la boétie/ a villefranche-sur-mer oppure/ era parigi? con la sua nudità”. Allora, per Massimo Viganò, la scelta è ritorno ed è rinnovo del possibile esito, quando la spazialità della pagina diviene categoria espressiva di qualità essa stessa, concedendoci un’esperienza davvero ad alto tasso stilistico.

                                                                                 Andrea Rompianesi

 

 

 

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