Dove trarre il filo primo di una matassa? E di una matassa linguistica? Abbiamo conosciuto lo sdoppiarsi e il ritrovarsi nell’oltre-pagina, l’insorgere dissonante della voce, e ora l’entrare nell’altrove della scrittura. Un percorso ventennale, quello di Laura Caccia, che pone un esito di straordinaria valenza letteraria: “Trahere (per traccia e dispersione)”. Esito plurimo, condotto in tracciatura di evidente originalità, anche nell’impianto grafico che mostra l’affacciarsi di strofe a specchio, l’alternarsi nei versi del carattere normale e del grassetto. La tonalità adempie al compito inerente la tracciabilità del lemma, della combinazione che riporta ad un confronto continuo sulla riproducibilità variata della versificazione. “La stessa ancora dove tra le anime di canapa/ non sai di essere corda di viola le viole la brina/ più di quanto una traccia riesca sola a braccio/ a riconoscerti questa figura dell’esistere”; è così che le andature coagulano tentativi linguistici attivati alle temporalità quotidiane, percosse dalle plausibili incertezze, dal timore delle cadute, nelle propulsive reiteranti mozioni che disegnano i contorni della precarietà esistenziale, affrontate dai rigori incisi sulla pagina come chiodi, come impronte deducibili da una policroma foresta di simboli. La spazialità non si evidenzia solo nell’interlinea tra le strofe ma anche all’interno dello stesso verso o nella radura che sembra porne due a confronto nella tramatura orizzontale. La sonorità, nel versificare di Laura Caccia, è incisa a tono di maturità esemplare, esatta nello stesso rigore della potenzialità semantica, nell’afrore sintattico alternante il timbro tipografico nel suo esercizio concettuale. I turbamenti insorgono nel tradursi in ferite, le districate direzioni tratte sulla pagina in attesa; una pagina che rivela, nella sua intelaiatura, tutta la valenza visiva e grafica che implica il dettato poematico. E’ mappatura versificata di pregnante ricamo; avvolgente espressione regolata sulla calibratura millimetrica del passaggio sillabico, come ancoraggio esegetico rivolto al senso riposto nella fertilità dell’opzione ulteriore, mai univoca né usuale. L’intreccio richiede una postura celata nei panneggi e nei paludamenti ricettivi per una disposizione di ascolto e osservazione, seguendo linee scolpite indicanti le ipotesi di traiettoria plausibile nella corposità implicante dei passi, dei tratti, dei segmenti a rilascio fonetico. Emergono percezioni che coinvolgono diciture impreviste di gorghi e cadute, sussurri e soglie, barricate e latenze, attraverso un disperdersi di voci da cui trarre un filo di resistenza all’incedere dei crepuscoli: “l’alba nelle metropolitane sull’inchiostro nello sguardo/ le notti smarrite in trasparenza/ nei vuoti di memoria la vibrazione dei sensi/ i sassi stemperati in pozzanghera a tratti leggeri”. E’ ammissibile “una parola in ostaggio”? “Una screpolatura ancora” quando s’intende “colpo su colpo resistere”? L’autrice muove e inquieta nel sillabare il coagulo linguistico, l’insorgere esperito dei contorni frantumati, delle schegge fonetiche disposte ai travagli immiti, alle fughe ombrose, “sulle rotte lasciate dai dispersi”. Sembra quasi di aggirarsi in una periferia costituita da tracce semiotiche, da segnali referenti e agibili sulla base di un’azione traente. Si sviluppa poi una distinzione verticale, una asimmetria di strofe, un senso percepibile dello spazio che si costituisce “nell’eresia dei frantumi/ tanto prima che appaghi il sottrarsi/ in una minima piega/ una messa in ombra o in scena”. Testi che, davvero, vanno visti sulla pagina nella loro variante architettura, nel loro interpretare la collocazione spaziale come elemento formale e costitutivo, nella coloratura vibrante e meditativa, allo stesso tempo condotta attraverso visibilità di segnali che immettono marcature d’inchiostro, memorie attualizzate, percezioni sensoriali. Ma anche prese d’atto inquiete: “l’oltraggio raso al/ suolo lo stesso sprofondare/ di moltitudini”; o registri affiancati ai nostri spazi urbani: “le città deserte disertate tra/ i parcheggi la brina/ fuoristrada/ concavi i silenzi”. Poi, strutture brevi e specchianti in quartine, terzine, distici a iato centrale, a spazio e pausa, a limatura impressa per accezione visiva, nella consapevolezza di un rigore prosodico. Tenui polveri e fragorose rovine, così come passaggi di acrobati, quasi a ricordare atmosfere di un esito narrativo di Stefano Di Lauro, “Troppo lontano per andarci e tornare”; proprio perché l’andare è nello stesso graffito scritturale, nel taglio che può essere distrazione, nella discordanza remota e attuale che abita le fenditure, lontano ma, allo stesso tempo, vicino alle condizioni degli auspicati e immediati dintorni. Non mancano le diramazioni del perdersi, della consistenza opprimente dei dolori, delle mancanze, le storture apprese attraverso i tumulti, le voragini che dissipano aspettative reiterate, chiedendosi “da quali/ pixel si ritrae a fondo// fino al suo buco nero”. Il dato definisce, in Laura Caccia, l’apparenza intessuta di avvertenze combinate con una riemersa consapevolezza degli estremi raggiunti, nelle complicità dilatate che riportano alla trazione di verifiche che non escludono la drammaticità dei temi: “come terra e melagrana i nostri corpi sono/ gli stessi corpi di tutti i massacrati”. Ma il seguito apre un varco binario “al confino di stelle sugli infissi perfino/ anche noi resistere un pretesto”. Tutto ciò reso in movimento creativo, nell’alternanza dei timbri e delle diverse successioni.
Andrea Rompianesi
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