Una poesia che mentre si fa riflette sul suo farsi, in un domandare continuo veicolato dalla partitura in versi lunghi di una sorta di metapoesia; un oltre la poesia che è comunque ancora e sempre tale. Stefano Guglielmin, in “Vaporizzazioni”, si chiede il senso e il ruolo di confrontarsi con l’identità ibrida del paratesto, con il dissidio lirica/antilirica, con le sfaccettature polivalenti dell’io e della frantumazione contemporanea. Da subito emergono figure di riferimento poste a segnale di una corposità poliedrica; così Pagliarani e Zanzotto, Alesi e Montale, nella possibilità di riferirsi a scelte attinenti alla complessità del labirinto linguistico eversivo nei confronti di una qualche appartenenza univoca e vincolante. “Cerchi il dire figurato, il cesello, l’effetto gagliardo?/ Sogni dignità ed elevazione?// Il tocco della moneta al suolo dice il falso a ogni rimbalzo”. La configurazione testuale assume la forma di poesie brevi in versi lunghi, alcuni in continuazione nella corretta formula della parentesi quadra aperta, con variazioni d’interlinea, nella prospettiva di una combinazione graficamente coerente con un progetto modulare che sa di programma, di work in progress, di formulazione anche interrogativa e prosastica: “Qualcosa che somigli al vero al bello al buono e che ogni generazione tramanda nel proprio inconfondibile modo?”; quale spazio idoneo per la poesia, quindi, e se tale opzione sia ancora possibile, nella inerenza ad un fare che comporti una qualche ragione di dibattito tale da riscattare il contestuale appiattimento determinante la drammatica crisi di un’epoca. E’ un passaggio per punti, per sommesse attenzioni, per disgiunti margini come fossero ritrovamenti franti, scenari umili, rilievi disagevoli. Ferite, forse, immedicabili e quindi reiterate, avulse dalla configurazione di un sistema rigido; piuttosto accenni alla paratestualità come pensiero e pretesto e contesto, nella convinzione comunque “che per scrivere sei versi non basta andare a capo”. Guglielmin ammette una verificabilità tracciata e una espressione di poetica quando scrive: “nessun naufragio definitivo; tanti piccoli smottamenti/ di senso, piuttosto, e agri pensieri, e tovaglie senza fiori”. Originale la poesia che si fa schema essa stessa attraverso una serie di espedienti tecnici efficaci e significativi in uso di parentesi tonde e quadre, slashes, trattini, vettori a formare una griglia grafica della scrittura in composizione anche visiva. Così come quella direttamente rivolta al “tu” lettore circa una considerazione sulla quarta di copertina: “ora però esci dal loop, gira pagina o guarda altrove”, e “a guardare bene, qui non c’è un testo per i premi:/ nessuno possiede il luccichio che abbagli o la felice meraviglia”, attraverso rimandi e cenni alla quotidianità che incalza e si fa riferimento anche dello stesso lavoro editoriale. L’insieme non può però uscire da quel primato dell’essere che in sé contiene pensiero e linguaggio che lo esprimono. In questo caso, con la particolare limatura critica dei versi di Stefano Guglielmin.
Andrea Rompianesi

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