Nel breve ma corposo saggio di Ida Travi il tempo ha una valenza non solo cronologica bensì psicologica, simbolica e filosofica, venendosi a collocare in una dimensione atemporale o astorica. Non per nulla il titolo del libro manca di un articolo che l’accompagni, non si cita un tempo o il tempo, ma si scrive semplicemente tempo: siamo al di là e al di sopra del contingente.
“Si tratta di stare accanto
a figure sovrastoriche. Forse a venire, forse arcaiche antidiluviane”, è
l’incipit del saggio che vuol essere da subito una sorta di dichiarazione di
poetica. “Certo i Tolki passano il tempo a modo loro: vanno da un libro
all’altro, vaganti, smemorati d’ogni accadimento (…) Sono lì, mentre li scrivo,
sono lì mentre scivolo nel sonno”.
E come i suoi Tolki
vivono in una dimensione senza inizio e senza fine, in un mondo irenico dove il
vissuto è fatto di gesti quasi rituali, semplici e silenziosi, allo stesso modo
le pagine di questo libro hanno il sapore dell’indefinito, la lievità di
un andamento che non spiega ma descrive, la capacità di un pensiero che
coinvolge, il fascino di un sogno che è principio speranza, come afferma
l’autrice citando Ernest Bloch.
“I Tolki invecchiano,
diventano grandi e ritornano piccoli, vanno da un mondo all’altro, a volte
vanno avanti nel tempo a volte ritornano giù nella preistoria.”
Una situazione, questa, che mi
riporta alla mente una vita costruita sui valori dello spirito più che su quelli
cronologicamente materiali. Se è vero che le ore ti travolgono – chi non
ricorda quel drammatico verso virgiliano: "Sed
fugit interea, fugit irreparabile tempus"? – è altrettanto
vero che devi resistere e non farti travolgere. La scrittrice non evoca il carpe
diem oraziano ma la pienezza dell’esistenza e quindi del tempo. C’è in
queste pagine una vicinanza alle parole di Seneca che sosteneva “Longa vita
si plena est”. Non altro. E si potrebbe aggiungere: Ecce nunc tempus
acceptabile”, come recita un’antifona quaresimale. L’ambiente e le vicende dei
Tolki trascorrono infatti un tempo accettabile e transumano che non ha
spiegazione proprio perché al di fuori di se stesso, dando ragione a Dante
quando scrive: Trasumanar significar per verba / non si poria.
“Fai attenzione, ogni volta
che inventi un tuo simile lo getti nel tempo.” È una
raccomandazione, ma pure una constatazione. E una meditazione
sull’inconsistenza e la labilità del vissuto, arrivando con ciò forse anche
alla rivelazione di una perenne menzogna di costruzioni e costrizioni che
ammanettano, soffocano, rubano libertà di azione e di pensiero. Per questa
ragione ci si rifugia nel mondo dell’infanzia e del fantastico, perché in
questo modo è facile entrare e uscire, allontanarsi e riemergere, come fanno ad
esempio necessariamente i Tolki, stravolgendo l’ordine temporale nel dar vita a
qualcosa d’altro.
Tutto sommato la poesia è
creazione e il poeta diventa il taumaturgo che compie il miracolo di donare la
propria opera: un’opera rigorosamente aperta, come suggeriva Eco, affinché se
ne approprino a loro volta gli umani, un’opera che non contempla la parola
fine, ma è in eterno divenire e formarsi. “Forse un giorno vedrai un
antico teatro greco, sorgere nel futuro.”
Sicuramente il tempo è il
cardine di questo saggio. Il tempo prodigio che tiene aperto l’inizio e la
fine. Il giorno, la notte, il vento, l’albero. La neve, la palizzata. Tuttavia,
al di là del tempo sviscerato in maniera estremamente approfondita con
esempi e citazioni di autorevoli filosofi quali Sant’Agostino, Bergson, Freud,
Meister Eckhart, in queste pagine appaiono altri significativi indicatori, come
fil-rouge apparentemente nascosti, sicuramente impliciti e coerenti. Si
tratta di momenti che sono parte integrante di una più vasta e profonda
riflessione poetica che ha visto e vede Ida Travi tra le migliori voci della
poesia contemporanea italiana.
Ecco allora il pensiero della scrittrice
che fluisce tra asserzioni, digressioni ed esemplificazioni che in alcuni brani
si rivelano come confessioni di un percorso poetico interessante. Parte da qui
quella voglia di esemplificazione, un modus operandi che affronta il
lettore non direttamente bensì in maniera circolare. Nascono allora i dati che
riflettono la coscienza e di conseguenza la conoscenza: “una resurrezione
nel segno, nella voce, un’immagine in azione”. Ed una confessione che
riporta il lettore in una dimensione atemporale: “nessuno sa se quella città
lontana è una città del passato o il disegno d’un luogo a venire. Nessuno sa
chi sono i suoi abitanti, ma certo sono una di loro.”
Sorge però un desiderio di
chiarificazione: “Se dovessi fare una dichiarazione di poetica direi: vedo
bene come in ogni istante ogni cosa se ne va con la testa rovesciata
all’indietro.” E ritornano i suoi Tolki, quegli esseri parlanti che non
fanno altro che star lì nel vento, perché è appunto qui il busillis, raccogliere
la vita per farne un’opera poetica, ascoltarne la voce, irrompere nel tempo e farne una ginnastica, masticare
storie antiche, crearne di nuove.
Si capiscono, alla fine, i
suoi riferimenti letterari, e non solo. Fra questi C.S. Lewis, Howars Philips Lovecraft,
Stephen King, ma anche Pavese, Tolkien, Molnar, Malot, nonché registi come
Bergman, Godard, Bresson. Né va dimenticato l’accenno alla pop
art, che sembra inserito quasi per caso ma che offre una motivazione
maggiore per comprendere sia il suo pensiero sia la sua scrittura.
In questa ottica, spiega
l’autrice, “la favola reinventa il tempo e, col tempo tratta le condizioni
della nostra attesa del nostro desiderio”, lasciando lo spazio e le
condizioni per la nascita della parola poetica. Sottolineo parola, perché
l’oralità rimane elemento essenziale della poesia. “Prima impariamo a
parlare, poi cominciamo a scrivere, spesso perché ciò che è scritto possa alla
fine essere detto.” Ce lo conferma, ad esempio, l’attenzione che la
scrittrice pone all’elemento teatrale, a partire dai classici greci, Eschilo,
Sofocle, Euripide, a giustificazione che la tragedia greca è l’esempio più
completo di fusione tra lingua parlata e lingua scritta.
Un saggio prezioso, quindi,
questo libro di Ida Travi che ci immerge nel mondo poetico della scrittrice
fornendoci elementi di comprensione, di riflessione e di discussione non solo e
non tanto, come esplicitato all’inizio, sul tempo, ma anche sulla natura stessa
della poesia, perché poesia è parente del tempo che fugge.
Enea Biumi

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