martedì 21 aprile 2026

IL LEGGENDARIO PINO LORICATO, a cura di Vincenzo Capodiferro

 

                                           

Una specie rarissima che abita gli strapiombi divini del Pollino

 Il pino loricato è una rarissima specie di conifere, detta così per la dura e spessa corteccia. Di solito lo si avvista sugli strapiombi divini dei monti. Ama abitare sulle rocce, sui cigli dei baratri. Si trova sulle catene montuose dei Balcani. Qualche esemplare lo ritroviamo anche sul Monte Pollino e sul Monte Alpi, a ridosso tra Latronico e Castelsaraceno.

In pochi conoscono questa possente conifera, anche perché è arduo il passo per raggiungerla, perché ama radicarsi in posti insoliti, al limitar dei precipizi. Il pino prende il nome dalla corteccia molto spessa, che pare, appunto, una lorica, un’armatura d’antichi legionari. E le rughe di questi alberi, che paiono buttarsi dalle rupi, sono così possenti e resistono ai venti, alle tempeste, alle intemperie. Ma ancor più in pochi conoscono come mai questa pianta così rara cresce solo qua e sfida il potente vento. Pare come quel ceppo, di cui canta il poeta:

Porta le fronde. Vedovato e solo

Il rude tronco oppone alla tempesta

L’invitto schermo de’ suoi lustri, e resta

Con saldo amplesso abbarbicato al suolo.

 C’è una leggenda che circola su questo strano albero. Si dice che vi fosse una giovane fanciulla nella città di Castello Saraceno. Si chiamava Pitis. Era bella e tutti la desideravano. Ma ella non si concedeva a nessuno. Era casta e garbata. Era innamorata del Principe Orio, cui era stata promessa in sposa.

Il malvagio Principe di Stigliano avanzava pretese sul feudo e cacciò Orio Sanseverino, figlio di Ugone, gettandolo in prigione. Orio riuscì a fuggire e si rifugiò nel bosco di Favino, ma fu colto da maledizione. Intanto l’iniquo Principe di Stigliano governava dispoticamente la città, insieme sia al duca Ugone che all’Abate Sanseverino, imponendo un potere intollerabile. Il Duca e l’Abate d’accordo, perché della stessa famiglia, esigevano la piazza, i pesi e le misure, mantenevano le tasse e pretendevano tutto ciò che al feudo si appartenesse. Il Principe di Stigliano, con la forza, pretendeva in eguale misura tutto quanto sopra e, oltre a ciò, estese i diritti feudali a cose di onore di estrema delicatezza. In pratica esercitava lo ius primae noctis. Probabilmente furono questi soprusi che sollecitarono alcuni buoni mariti a ribellarsi. Si racconta che uno di essi si travestisse da donna e picchiasse a morte il Principe. Molti cittadini si allontanarono da Castello e trasferirono alle falde del Pollino. Il vate così esprimeva queste lamentanze:

 Quanti padroni mi dia barbara sorte,

mi diè tutti a oltraggi, a infamia, a morte;

addio prisca moral, bei giorni aviti

quando mi ebbi a signori i cenobiti.

 Il Principe di Stigliano gettò gli occhi sulla bella Pitis, ma ella si sottraeva ai suoi avanzi, come Penelope. Non potendola avere alle buone, mandò a lei dei bravi per adescarla e catturarla, ma la casta Pitis riuscì a fuggire nel bosco di Favino. Il bosco era esteso. Pitis si disperse per non farsi prendere, nonostante il Principe mandasse ogni tanto i cacciatori a cercarla. E nel bosco di Favino si era addormentata. Faceva un gran freddo. Ad un certo punto venne raccolta da un uomo che viveva nel bosco. Era strano quell’essere: era un uomo di legno. Era un uomo-albero, che camminava. La portò nel suo castello, tutto di legno, dentro il bosco. Pitis rinvenne:

– Chi è? Sto sognando. O sono morta? O chi tu sei? Ma sei Orio? Ma cosa ti è successo?

– Sono Orio. Ti amo.

– Un Principe tutto di legno?! Ma come fai a parlare? Ma io sto sognando? O sono morta!

– Noi siamo come alberi viventi: i piedi sono le radici, abbiamo il tronco e i rami, le nostre braccia e la testa e i capelli sono la chioma con le foglie.

E Orio raccontò la sua storia. Il Principe di Stigliano aveva fatto fare una maledizione dal terribile mago Pan: aveva trasformato il Principe Orio, Signore di Castello, in un uomo di legno. Orio s’era rifugiato nel bosco. E Pitis fu accudita dal Principe di legno per tanti anni. Tutti si erano dimenticata di lei. Ad un certo punto, dopo dieci anni, una vecchietta con uno scialle nero, tutto ricamato, andava nel bosco a cercare dei funghi e incontrò la giovane Pitis.

– Io lo so che tu sei Pitis. Il Principe Orio è colto da maledizione. Ma se tu aspetti la notte di Natale di Luna piena, che accadrà quest’anno, puoi rompere l’incantesimo. Quando il Principe si addormenta a mezzanotte, cala sulle sue labbra questo elisir che ti do. Ed egli tornerà come prima. Io sono Borea, moglie di Pan, il mago che mi ha abbandonato per seguire una giovane maga. Mi ha tradito. Però, ricordati, figlia mia, che il Principe di Stigliano possiede una freccia d’argento, che ha poteri magici solo nel bosco di Favino e se viene scoccata trova il principe e l’ammazza. Ma io ti proteggerò. Non ti preoccupare.

E così fece Pitis: infatti, la notte di Natale versò sulle labbra l’unguento magico e baciò il Principe e il Principe tornò uomo. Era bellissimo. Pitis l’amò e stette con lui. Orio, spodestato, intanto, stava riorganizzando un esercito per cacciare il Principe di Stigliano da Castello. Passarono nove mesi e Pitis ebbe un figlio dal Principe Orio, che fu chiamato Ugone, come il nonno. Era bello e carnoso. Il principe di Stigliano, saputo che nel bosco si stava riorganizzando un esercito, anche perché Orio depredava, come Robin Hood, tutte le carrozze con le ricchezze che dovevano passare di là, per darle ai poveri, mandò dei cacciatori agguerriti con la freccia d’argento per colpire Orio, che nel frattempo si era appostato sul ciglio di un dirupo e stava precipitando per difendersi. Scoccata la freccia d’argento, d’un tratto Pitis si lanciò per fare da schermo e per salvare l’amato. Borea, che stava lì a guardare, per impedire che Pitis precipitasse nell’abisso, fece una magia e trasformò Pitis in pino loricato. La freccia scontrandosi contro la dura lorica si ruppe e così fu rotto l’incantesimo. Non si vide più Pitis. Era un albero rugoso e forte che stava sui dirupi del monte Alpi, sul bosco di Favino. Da allora molti pini loricati, suoi figlioli, sorsero sulla montagna. Il Principe Orio riuscì a riconquistare il feudo e a cacciare l’usurpatore. E Pitis, donna-albero, come era stato per un po’ il suo amato Orio, ancora sfida sull’aspro monte il vento, come il vate canta:

 Ei le fronde si porta, inane soma;

Ma questo capo eretto in vèr le stelle,

D’umana possa spregiator, non doma.





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