La silloge poetica di Valeria Rossella insiste su alcuni temi quali la memoria, la natura, l’amore, il tempo, l’identità. Si tratta quindi di una riflessione su più livelli in cui si analizzano situazioni e momenti della propria esistenza in rapporto ad un mondo e ad un modo di concepire la vita. Non è un caso che in questo variegare di considerazioni e osservazioni siano citati filosofi come Talete, Leibniz, Hume, Hegel, o persone della propria famiglia come la sorellina Bianca o il nonno. L’opera, suddivisa i sei sezioni (Fiume affatato, fiume eracliteo; Piroettando nella polvere volubile; Appoggiata alla balaustra della notte; Atlante dei giorni cupi; Spettri d’amore; Allor porsi la mano un poco avante), offre al lettore immagini suggestive attraverso riferimenti letterari, allusioni onirico meditative, cenni filosofici, ricordi, sogni, dialoghi con figure del passato reali o immaginarie.
In Lezioni di
filosofia, ad esempio, l’autrice con un’audace sintesi ricerca un senso di
continuità tra presente e passato, che coglie in una specie di compendio del
pensiero degli autori. “Dice Talete che tutto è pieno di dèi / e dice
Leibniz che siamo microcosmi impenetrabili / e Hume dice che siamo toppe di
Arlecchino / e Hegel: nulla è più difficile / che tenere fermo ciò che è morto”.
Il
tempo attraversa la sua memoria e si trasforma in esperienza spirituale, mentre
il ricordo si radica nei dettagli più semplici, ma vivi e vitalizzanti, e la
presenza della natura, che si trasforma in continue sorprese, ci invita a
riflettere sul visibile e l’invisibile che ci approccia alla vita. “Là dove
il tempo torna friabile materia senza forma / corrono i fili conduttori di luci
e voci, / sottoterra.” (…) “vitaque mancipio nulli datur, e nelle luci /
dei kebab e del Basko o del Carrefour le ossa / della tribù Stellatina mi
nuotano accanto, / malinconici pesci, nelle buche del tempo, / nuvole sul cuore
nichelato del nulla.”
Molteplici
sono i simboli, che, comunque, convergono tutti verso un unico interrogativo: che
cosa siano la vita e la morte. In effetti “Oltre il buio e il tremore” vuole
appunto indagare in ogni lato dell’esistenza e con ogni mezzo a disposizione
della parola poetica. Per questo la memoria è oltremodo indispensabile nella
comprensione dell’universo e il ricordo ci aiuta e ci stimola a soppesare fatti
e parole per cui il “fiume affatato eracliteo” si accompagna alla “Tribù
Stellatina” – vale a dire: il pensiero deve essere ancorato alla realtà e al
vissuto personale – mentre l’esperienza di “Laika in the sky” non è solo
omaggio ad una cagnolina sacrificata alla conoscenza ma anche viaggio verso l’ignoto.
In
questa ottica, allora, sottolineare che “la natura si sfoglia come un libro”
ha il significato di una riflessione sulla ciclicità della natura stessa e
sulla sua metamorfosi, così come quel sottinteso «Nulla si crea, nulla si
distrugge, tutto si trasforma» di Lavoisier, che permea molte parti
della raccolta, ci fa intuire che l’uomo è un minuscolo essere in balia di
forze sconosciute e che la vita altro non è se non un incessante cambiamento. Importante, quindi, se non necessaria, è la
dialettica che si instaura con i defunti e il passato (il nonno, la sorellina
Bianca, i Murazzi, la tribù Stellatina, le necropoli, il nastro di Moebius, i
dischi di Brassens). “Là dove il tempo torna friabile materia senza forma / corrono
i fili conduttori di luci e voci, sottoterra.” (…) “Ma qui
dove la materia si trasforma, / formiche alate, convolvoli, / a una a una io le
riconosco / quando mi urtano sfregandosi / contro la pietra focaia che ho nel
petto / (e ogni fiamma ha un differente aspetto)”.
Gli oggetti, oltre le persone,
diventano custodi della memoria, sia personale, sia collettiva, sia storica. E tutto
ritorna e si trasforma in un perpetuo dialogo tra passato remoto, prossimo e
presente perché la memoria non è statica, come quelle farfalle migranti che “non
sono farfalle partite la scorsa primavera”, perché “sapevo che quella
polvere eri tu.”
L’opera è permeata da una soffusa
spiritualità laica – un ossimoro in grado di visualizzare, senza spiegare, il
mistero dell’esistenza – ed un concetto capace di sublimare il terreno in cui
si svolge il quotidiano trasformando l’effimero in assoluto. Così le anime dei
defunti, insieme con la storia del passato, si manifestano nei sogni, negli
oggetti e persino nei pixel di una fotografia, portando il ricordo a
riconoscere i segni di chi ormai non c’è più. “Sì, è solo un gioco
nascondersi, Nicoletta, / sotto le pietre nei cassetti fra le elitre / degli
insetti e tutto torna / ad essere pura natura, bella natura come ora, / inumana,
tra l’acqua e i pioppi, / la natura sola.” (…) “Col raffio ora
agganciaci, su, portaci via, / divinità invisibile, / mentre passiamo
piroettando nella polvere volubile, / eterna jeunesse dorée qui va mourir, / sventate
ballerine / oltre il buio e il tremore, oltre questa nube di spine, / oltre il
fragore del tempo, oltre l’amore”.
Ecco: l’amore. Per Valeria Rossella è paragonato
ad un’esperienza ineffabile, a volte risulta legato al dolore, a volte alla
sola malinconia. Viene sigillato come “muto e analfabeta”. Non si può
descrivere con parole, ma semplicemente sentire. Un po’ come la musica. “Toccami
/ perché ciò che può essere toccato / non può essere detto / e se non può
essere detto non può esser distrutto.” E c’è un desiderio, una ricerca di
contatto e di senso in quel “toccami”. Di più: “L’amore è cieco perché
è scritto in Braille / e si legge con la bocca e i polpastrelli. / Il mio ha un
cielo di marzo scartavetrato dalla brina, / luce di clorofilla e di ruscello, /
la testa di capriolo, e la gola / crudele di una martora.”
L’ultima parte del libro conclude con un
verso dantesco (“Allor porsi ma mano un poco avante”) in cui la poetessa
riprende il tema della metamorfosi citando l’episodio di Pier delle vigne: “Forse
non schizzerai né sangue né parole / se spezzerò i tuoi rami, albero spinoso, /
addolorata bocca spalancata, bocca muta.” Si ha l’impressione che in queste
ultime liriche Valeria Rossella voglia farci vivere in una sorta di apocalisse
dove “Nel buiore dove tratenebra o traluce / car la nuit sera noire et
blanche”, perché “morire è tornare”. Ed è il gran finale della
silloge, tradotto in quei versi che dicono: “Al vento dondolano, lanterne
tremanti, al respiro / tremendo di Dio nella gabbia toracica del cosmo.”
Tutto sommato “Oltre il buio e il
tremore” offre una poesia che usufruisce di elementi filosofici che ci
indicano come la vita sia una impermanenza. Quell’aforisma di Eraclito di Efeso
che recita “πάντα ῥεῖ” potrebbe essere la summa di tutto il libro, tradotta
attraverso una scrittura polisemica e una sintassi che alterna periodi lunghi e
meditativi a frasi brevi e incisive, riflettendo un andamento di pensieri ed
emozioni che danno l’atout per una meditazione profonda sul senso della
vita e della morte. Un excursus poetico che non dà soluzioni ma solo
interrogativi, sensazioni indefinite e cauchemar.
Enea Biumi

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