mercoledì 3 giugno 2026

LA FESTA DI S. ANTONIO E IL CULTO ARBOREO IN LUCANIA di Vincenzo Capodiferro


LA FESTA DI S. ANTONIO E IL CULTO ARBOREO          

IN LUCANIA

 

Partiamo da alcune testimonianze sulla festa di Sant’Antonio e il culto arboreo in un paese della Lucania. La prima è tratta da T. Armenti, I. Iannella, Nella magia della fede, Braciliano (SA) -1996. Teresa ed Ida, scrittrici e letterate, da tempo sono impegnate nella ricerca storica ed antropologica sul territorio. La loro è una descrizione molto accurata ed intensa sulla festa di S. Antonio.

«Il rito pagano … si compone di tre fasi: la ndenna, la cunocchia e l’innalzamento.

La ndenna, attualmente, si svolge la prima domenica di Giugno, con grande concorso di popolo ... Dopo la … S. Messa mattutina, ci si riunisce nella piazza principale e … ci si reca a Favino, noto per la maestà dei suoi faggi ... Nel bosco si va alla ricerca del faggio più diritto e maestoso che supera sempre i 20 metri di altezza e pesa tra le 13 e le 15 tonnellate ... Una volta individuato l’albero, tutta la gente si avvicina e si procede al taglio con una motosega (una volta si usava la scure); il tronco viene sfrondato e in parte decorticato; poi viene trasportato sulla strada a forza di braccia e con l’aiuto delle pannodde: grossi bastoni preparati appena giunti nel bosco, con le scuri; servono da appoggio e da leva per spingere e guidare la ‘ndenna e le proffiche. Contemporaneamente, si scelgono altri faggi più piccoli, che vengono privati dei rami e trasportati sulla strada da un mulo, da un asinello o dal trattore. Sono le cosiddette proffiche, di altezza variabile dai 6 ai 10 metri, che serviranno per alzare la ‘ndenna. Si esce dal bosco in ordine …  C’è la sosta per il pranzo … si gustano prodotti locali ... Il vino si beve per lo più con la cannedda: piccolo becco di cannuccia, applicato alla bocca del fiasco, dal quale ognuno beve a garganella. Nel primo pomeriggio inizia la discesa verso il paese; prima entrano le proffiche che vengono depositate nella piazzetta; per ultima è trasportata la ‘ndenna, che fa il suo ingresso trionfale circondata da numerosissima gente …

Fino agli anni sessanta-settanta partecipavano … i bovari e gli uomini del popolo. Di buon mattino, essi si recavano a Manca Rotonda, una località ai piedi del monte Raparo […]. Dopo il taglio si consumava una frugale colazione e poi ci si affrettava per giungere in paese prima che annottasse. La ‘ndenna e le proffiche erano trainate dai buoi …

Le donne, che avevano preparato un ottimo buffet casereccio, attendevano gli uomini nella piazzetta del Santo […]. Durante la prima e la seconda guerra mondiale, il rito fu interrotto per mancanza di forza maschile, chiamata alle armi.

La cunocchia è la chioma di un pino di 6/10 metri, che viene tagliata la seconda domenica di giugno. Anche questa volta ci si riunisce in piazza … ci si avvia verso il monte Armizzone, al suono delle fisarmoniche e delle zampogne; in località «Vidente» si procede alla scelta dell’albero. Una volta individuato, ci si dispone in circolo ed ognuno assesta un colpo di scure al tronco fino a quando non cade a terra; si eliminano i rami più bassi e si taglia parte del fusto. Poi viene trasportato a forza di braccia, tra suoni e canti, in una radura, dove i più anziani … legano insieme i rami intorno a un lungo tronco sottile, facendolo rotolare e stringendo dei nodi ad ogni giro ...

Lungo l’estremità inferiore del tronco vengono decorticate ad anello 5 o 6 tacche, che serviranno a montare la chioma tramite zanche di ferro … sull’estremità superiore del faggio […]. Una volta che la chioma è stata impastoiata, si procede … ai sorteggi di chi deve precedere la cunocchia lungo le strade ... Verso le 15.30 … si scende verso il paese ... Al «Piano dell’Erba», la cunocchia viene presa dai giovani che la trasportano a spalla per il paese ... Sul far della sera, si arriva alla piazzetta ... Il luogo del taglio della cunocchia è stato più volte variato per mancanza di pini nel territorio di Castelsaraceno che, un tempo, nella località detta ‘Spiredda’, era coperto di abeti. La loro presenza è testimoniata da grossi tronchi trovati nel fosso ‘Salso’ e ‘Vaccarizzo’. È probabile che anticamente venissero utilizzate proprio le chiome degli abeti, ora scomparsi. Per alcuni anni si è andati nel bosco comunale ‘Vaccarizzo’ di Carbone, comunemente detto ‘Vuddo’ dai castellani; in esso si tagliava la cima di un abete bianco.

Un tempo, anche il taglio della cunocchia avveniva in modo più riservato: erano sempre solo gli uomini a recarsi sul luogo ... La cunocchia veniva deposta a volte nella cappella del Santo, altre volte nella chiesa Madre …

La terza domenica di giugno si procede all’unione della cunocchia con la ‘ndenna. Di buon mattino, alla presenza di poche persone … i due elementi vengono saldamente uniti ... Di pomeriggio, verso le 17.30/18.00, dopo aver legato ai rami della chioma numerosi cartellini di legno, detti tacche, ognuno abbinato ad una offerta consistente in agnelli, polli, prosciutti, denaro ed altro, si inizia il sollevamento con le apposite proffiche disposte a cavalletto e con la guida delle corde ...

L’operazione ha fine quando il fusto risulta perfettamente verticale e le proffiche sono tutte a terra, mentre la base del tronco viene interrata nell’apposita buca, che viene riempita di pietre e terriccio. Arriva il turno dei cacciatori che, disposti in ordine secondo il sorteggio, sparano due colpi ciascuno verso le tacche appese alla chioma; chi fa cadere il cartellino ha diritto al premio. Da oltre trent’anni non si assiste più allo spettacolo straziante degli animali colpiti che, appesi vivi ai rami, tingevano di sangue il tronco ... Al termine della sparatoria, ha inizio la scalata della ‘ndenna; il giovane, che è in grado di raggiungere per primo la cunocchia, prende tutti i premi. Si sale a mani nude ... Un tempo gli scalatori si impiastricciavano di miele e di terriccio. La ‘ndenna e le proffiche vengono arriffate il giorno della festa alla fine del rito. La ‘ndenna rimane ritta nella piazzetta per una diecina di giorni, diventando sempre più spoglia, fino a quando il vincitore non l’abbatte.

Questo rito si collega ai vari culti arborei presenti ancora in Basilicata nei seguenti paesi: Castelmezzano, Garaguso, Accettura, Pietrapertosa, Gorgoglione, con l’uso del cerro, e Rotonda, Viggianello, Terranova del Pollino, con l’uso del faggio ... Il simbolismo sessuale si può rilevare anche durante la preparazione dei due elementi ... La cunocchia è la rocca con la quantità di lino o lana avvolta intorno; potrebbe, pertanto, simboleggiare il filo della vita sostenuto dalla ‘ndenna ... Potrebbe rappresentare l’albero della libertà, innalzato a seguito della rivoluzione partenopea alla fine del 1700 ... La data della festa è stata mutata varie volte; agli inizi del secolo era fissata al 13 giugno; fino agli anni ’50 entro l’ottavo giorno del 13, per assicurare la presenza della banda musicale; in seguito fu scelta la data del 19 giugno; da due anni è stata stabilita la terza domenica di giugno».

La seconda è tratta dalla “Monografia su Castelsaraceno” del prof. Ermenegildo Cascini, 1957, fol. 35-37. Il professor Ermenegildo Cascini insegnava lettere ed è morto tragicamente in un incidente stradale.

«Nel 1636 fu elevato a Patrono di Castelsaraceno S. Antonio di Padova su proposta del P. Carlo Placuzio dell’ordine di S. Girolamo della Congregazione del B. Pietro da Pisa ... I P.P. Cappuccini diedero la statua, come si rileva dal pubblico strumento per notaro Iacovino ...

I festeggiamenti in onore del S. Patrono si celebrano ogni anno il 17 Giugno con grande intervento anche di forestieri, attratti soprattutto dallo espletamento di una tradizione la quale annualmente si ripete e si rinnova con vero e sentito entusiasmo.

Si descrivono, ora, le fasi di quel culto perché, esso, è veramente originale e tale resterà ancora chi sa fino a quando: si tratta dell’albero della cuccagna.

Quindici giorni prima della festa, con un bando pubblico si avverte che il giorno X si va a prendere l’albero della cuccagna. Il mattino di quel giorno, tutti i proprietari di buoi si danno convegno nel bosco Favino. Gli animali bovini non sono mai meno di cento. A questi bovari si unisce gran massa di giovani contadini con un palo ciascuno in mano. Dopo la scelta dell’albero e dopo l’abbattimento di esso, tra i bovari si tira a sorte la fortuna e l’onore di cacciare, con i buoi, il fusto bello e pulito, dal bosco. Altra sorte si tira tra i bovari per chi deve entrare l’albero nella piazza di S. Antonio. Dopo una settimana dal prelevamento … si bandisce ancora il giorno nel quale si va nel bosco comunale di Carbone detto Budda, a prelevare la chioma di un abete (detta conocchia) da legare all’albero. A questo il giorno della festa, infatti, ne legano la predetta conocchia carica di agnelli, polli, prosciutti e quindi con grandi sforzi, il grosso e lungo fusto … viene eretto. Si dispongono intorno i tiratori con decine di fucili ed a turno essi aprono il fuoco sui poveri animali. Lo strazio è evidente: sebbene la legge sulla protezione animali lo proibisce, tuttavia la tradizione è tradizione e nemmeno i Carabinieri o le altre autorità possono intervenire: sarebbero guai!
            Dopo una mezz’ora di fuoco si da il via agli scalatori: è una scena magnifica: come grappoli gli audaci, vestiti con cenci ed impiastricciati di miele e terriccio, salgono; i più forti raggiungono l’alta cima, i meno, a distanza spesso di solo qualche metro dall’agognata vetta, scendono precipitosamente, perché le forze sono venute meno. È una tradizione che si ripete di anno in anno e chi volesse prevederne la fine, azzarderebbe una scommessa non facile a vincersi. Altre due tradizioni sono ancora vive: ogni anno si svolge un pellegrinaggio alla Vergine del Monte di Novi Velia; prima si andava al santuario a piedi impiegando sei giorni … si sale a piedi scalzi, dopo averli immersi in un’acqua che sgorga alle falde del monte ... L’altra tradizione è quella della formalità del culto dei morti; questo è praticato con un’offerta di grano di orzo alla chiesa ed al prete, il mattino del 2 Novembre, depositando, sul pavimento della chiesa parrocchiale, in un mucchio che man mano va impinguandosi, il piatto di grano».

 Il culto arboreo della ‘ndenna ha origini antichissime, ma ricordiamo che è sempre legato al sacro. Il ritualismo della ‘ndenna, rappresenta un rito arboreo. La magia agricola della raccolta è abbinata a quella arborea. Il culto degli alberi era presentissimo nella Lucania, l’antica terra dei boschi e dei lupi, come tuttora è presente in molte parti del mondo, come in India, ove tale venerazione è legata alla Dea Terra. Ma il nesso con l’albero si riscontra inevitabilmente in tutte le forme religiose: a Creta era legato al culto della Pòtnia, la Grande Madre, Signora della Montagna; in Cina e nei paesi semitici, come l’Arabia, si appendevano vestiti ed ornamenti a mo’ di frutti agli alberi sacri, un po’ come si faceva quando si appendevano i doni e gli animali ancora vivi alla ‘ndenna; ma si pensi ai cedri del Libano, sacri a Jahveh, come pure alla configurazione dell’albero della Croce; alberi e boschi sacri sono attestati presso tutti i popoli dell’Europa antica, Latini compresi, come presso i Celti. Attis è collegato al pino nel mito, nel rituale e nei monumenti; Dioniso è detto arboreo; Osiride, ad esempio è legato al Djed, l’Albero Sacro, associato ai riti giubilari egizi e collegato alla resurrezione del Dio, al pilastro sacro (culto caro anche ai Cretesi) osiriaco che sintetizza gli aspetti dell’albero sfrondato e scorticato, della colonna vertebrale e della «stabilità».

Nell’Antico Egitto veniva celebrato di notte un interessantissimo rito, quello appunto della “erezione del Djed”, molto simile al sollevamento della ‘ndenna, come è testimoniato tra l’altro dal Libro dei Morti. Il rito della ‘ndenna è stato associato con l’albero della cuccagna, molto diffuso nel Regno di Napoli fino al ‘700, come agli alberi della libertà delle rivoluzioni liberali del Settecento e dell’Ottocento, ma la sua origine è molto più antica e va ricollegata al conflitto neolitico tra religione astrale e religione terrestre. La coppia del Calendimaggio in Lucania è raffigurata da due alberi che vengono sposati. L’albero maschio, che rappresenta il dio che muore e risorge, di solito viene da un luogo lontano dal paese, a ricordo dello straniero eletto re e sposato alla regina onde evitare di sacrificare uno del villaggio. L’albero femmina ricorda la dea terra vergine e madre, che veniva inseminata per il raccolto. La forma rituale della ‘ndenna rispetta pienamente questa simbologia. Era abitudine appendere ai rami come personificazione dei frutti dei pupazzi «impiccati». Ad esempio ad Efeso, Artemide, adorata in un albero sacro, veniva impiccata. Il corrispondente germanico era Odino «signore delle forche» e scopritore delle Rune. Il rito della ‘ndenna fa parte di un contesto cultuale molto più ampio, che in Lucania, forse più che altrove ha avuto modo di mantenersi, grazia al carattere ritroso di questa regione, da sempre ambita nello studio delle tradizioni antropologiche. Ricordiamo solo come questa Arcadia del Sud fosse stata oggetto di molteplici studi, basti fare il nome insigne del De Martino. Il culto arboreo era sempre legato alla sacralità nei tempi del paganesimo e la stessa sacralità ha conservato col cristianesimo, non è un caso che sia stato associato alla devozione verso Sant’Antonio di Padova. A parte l’omonimia: Antenna e Antonio derivano dalla stessa radice greca, ἀνθέω. Sant’Antonio negli ultimi tempi della sua vita viveva su di una capanna collocata su un albero di noce, rifugio che gli fu offerto dal nobile Tiso da Camposampiero, il quale vide comparire Gesù Bambino tra le braccia del santo. Quanti santi sono legati agli alberi: da Simeone stilita, che viveva su di una colonna a San Francesco, da San Benedetto a Charles de Foucauld. L’Eden era legato a due alberi: l’albero della vita e l’albero gnoseologico. E come dimenticare la vite del Carmelo? Ecco perché il culto arboreo è cristiano. Gesù appeso all’albero della croce, il caduceo esposto da Mosè nel deserto col serpente ne sono solo delle testimonianze. Non si può separare pertanto il culto arboreo dalla festa di S. Antonio. Il cristianesimo ha saputo sempre conservare e non distruggere ciò che c’era di buono nella civiltà antica. Grazie ai monaci amanuensi noi abbiamo tutti i testi dell’antichità. Se i cristiani non li avessero conservati tutta la civiltà antica sarebbe dimenticata.

 

 Vincenzo Capodiferro


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