domenica 25 ottobre 2026

Innokentij Fëdorovič Annenskij. La neve gialla, Bibliotheka Edizioni, 2026

 


Annenskij nacque a Omsk in Siberia nel 1855. Cinque anni dopo la famiglia si trasferì a Pietroburgo e Pietroburgo rimase la sua città, benedetta e maledetta allo stesso tempo.  

Invece di una fiaba nel nostro passato / Ci son solo pietre e una storia spaventosa.

Il poeta si laureò proprio a Pietroburgo in linguistica comparata, insegnò lettere greche e latine e letteratura russa in vari ginnasi e licei. Scrisse drammi mitologici e saggi di letteratura. Tradusse Euripide, Goethe, Heine, Rimbaud, Verlaine e perfino sei liriche di Ada Negri.

Per poter meglio comprendere la sua opera è comunque necessario contestualizzare, sia pur brevemente, i suoi scritti.

Come viene sottolineato nella sua biografia Pietroburgo fu il centro della sua attività. E in quel periodo la città si distinse non solo come capitale dell’Impero russo bensì come centro politico, culturale e industriale. Pietroburgo infatti vide un forte sviluppo industriale, finanziato anche da capitali provenienti dall’estero, per cui sorsero un gran numero di fabbriche e una forte concentrazione di proletarizzazione urbana. Nacquero, accanto ai quartieri dell’aristocrazia zarista, periferie operaie sovrappopolate di case povere e malsane (ne è una dignitosa testimonianza Delitto e castigo di Dostoevskij). In questo contesto si registrarono forti tensioni sociali che sfociarono nella purtroppo tristemente famosa “domenica di sangue” del 1905. 

Culturalmente la città visse una stagione di grande fermento contrapposto alla profonda crisi politica e sociale dell’Impero zarista. I circoli letterari e filosofici si avvicinarono alle avanguardie europee e a quella dimensione decadente, estetica e mistica, offerta dall’Europa occidentale. Annenskij stesso ne fu coinvolto. Ne sono una testimonianza, come abbiamo visto, le sue traduzioni. Bene, quindi, ha fatto l’editrice Bibliotheka ad avvalersi del lavoro di Eridano Bazzarelli che ha raggruppato alcune delle sue traduzioni tratte da sillogi diverse. Il risultato è stata la nascita di una sorta di antologia dal titolo suggestivo “La neve gialla”. 

Io sono il debole figlio di una generazione malata / E non andrò a cercare le rose delle Alpi, / Né il rumore delle onde, né il rombo dei primi temporali / Mi daranno consolanti emozioni.

Così parla Annenskij in una lirica della succitata antologia in cui riflette il suo disorientamento, la sua crisi spirituale segnata dal crollo delle certezze positiviste e dall’avanzare di grandi tensioni sociali. È una fragilità individuale di fronte ad un mondo che viene percepito come malato ed esausto, dove la ragione lascia il posto all’incertezza, all’introspezione e a istanze irrazionali.

Esaustiva in questo caso la lirica Pietroburgo in cui l'inquietudine individuale apre una finestra alla dimensione storica e collettiva. Non c’è nessuna celebrazione della grandezza monumentale della città, bensì si accentua la violenza, le pietre, le piazze mute, le esecuzioni, gli errori dell’Impero mai risolti e superati. Il disagio del poeta diventa disagio universale. La sua poesia si fa civile e getta uno sguardo sulla contemporaneità e sui problemi reali, non più simbolici, dei concittadini.

Ma Annenskij appartenne soprattutto alla sfera dei poeti e degli intellettuali russi decadenti e simbolisti ed è in questa panoramica che va studiato. Sebbene appartato e riservato, poco propenso ad una vita di società, la sua attività culturale fu ampia e notevole, tanto è vero che lo si può annoverare tra i massimi esponenti del cosiddetto “Secolo d’argento” russo.

È necessario sottolineare comunque che il suo simbolismo, o il suo decadentismo, non è solo raffronto fra paesaggio esteriore e sentimento interiore ma specchio di una condizione ontologica. La sua poesia supera la pura materialità, scruta il vissuto, scandaglia, si muove in una dimensione di ricerca estetica, come atto che delimita e allontana la dissoluzione dell’esistenza per recuperare almeno in parte la bellezza. Nei suoi versi c’è una forza creativa e suggestiva delle immagini che riesce a trasformare stati d’animo, in sé astratti, in icone memorabili.

Prendo ad esempio la prima lirica della raccolta: La bambola di Vallen-Koski. Gettata nel fiume per divertimento diventa progressivamente qualcosa di molto più grande di un semplice oggetto: una creatura inerme, sottoposta a una violenza continua, incapace di sottrarsi al proprio destino, è insieme vittima e simbolo dell'essere umano abbandonato alla corrente dell'esistenza.

E c'è un tal cielo, / E un tale gioco di raggi, / Che al cuore l'offesa della bambola / È ancora più pesante della propria. // […] E nel cuore c'è la coscienza profonda / Che col cuore è nata solo la paura, / Che nel mondo il cuore è solo / Come la vecchia bambola fra le onde.

Qui, l’immagine produce il pensiero. Ed è l’efficacia di questa breve ma significativa antologia. Il poeta non ha nessuna intenzione di spiegare tutto ciò che accade e che vede, lascia al lettore la capacità di disbrigarsi nell’intuizione e nell’immaginazione soggettiva.

Emergono, nella raccolta, alcuni elementi ricorrenti che danno abbrivio ad una serie di funzioni interdipendenti tra loro. Ad esempio: la natura (contrassegnata da nebbie, neve, acque, giardini, luna) sembra soffrire; gli oggetti a volte colti in una animazione inaspettata (specchi, orologi, candele) vogliono ricordare, mentre le stanze conservano il sentore della morte e la luce non sempre aiuta nel consolare e consolarsi.

Ecco allora che la sveglia diventa l’emblema di un tempo che scorre quasi alla cieca, è l’allegoria di un’esistenza che perde la brillantezza della speranza in un mondo che perpetuo si ripete senza un perché.

Il balbettante delirio / Su qualcosa di non compiuto ... / La noiosa balbuzie del dolore / Di anni che non sono giunti, // Dove non ci sono lacrime di addio, / Né il gelo del cielo, / Dove il cuore è un abaco di tormenti, / Una macchinetta di prodigi ... // E liberando con noia / La molla delle mezz'ore, / Dove si nasconde ridicola / E inutile la Bellezza.

Un altro aspetto della raccolta è l’estraneità dell’io nei confronti del mondo. In Presso la bara, Annenskij osserva il morto e riconosce se stesso.

Perplesso, ho scoperto il morto ... / Mi parve che fosse me stesso ...

Il cadavere, allora, non è più soltanto un corpo estraneo: assume la visione anticipata della propria fine. Si percepisce come una frattura nella comprensione quotidiana della realtà. La morte non afferisce soltanto gli altri, ma trasforma in qualcosa di inquietante la propria identità e quindi la stessa esistenza.

Il tema della morte interviene esplicitamente anche in un’altra lirica “La domenica delle Palme”, dove si sente tutto il dolore, la tristezza e la drammaticità di una vita le cui ragioni non si riescono a cogliere in profondità.

Nelle gialle tenebre di un morto aprile / Dopo aver salutato il deserto stellare / È giunta fluttuante la Domenica delle Palme / Sull'ultimo ghiaccio nevato destinato alla morte;

Allo stesso modo la notte diviene il simbolo di un passato irrecuperabile mentre il presente è evanescente e incomprensibilmente oscuro. Anche la casa che dovrebbe offrire accoglienza, rifugio sicuro e amore, si converte in uno spazio irrelato.

E tutto quello che ora sta qui / Ed era prima azzurro, questo a chi serve? / Ombre, ombre, non vi conosco, / Siete così tanto estranee al cuore. // Ma davvero, forse, dio mio, / Qui io ho amato, sono stato giovane, / E dopo dove andare ?... A casa / Sono tornato in questo freddo lunare?

Sottolineati questi aspetti della silloge viene spontanea una domanda: ma per Annenskij la poesia che cos’è? Ha uno scopo o è solo una fuga temporanea dalla realtà del tempo? La risposta viene offerta dal poeta stesso che dichiara:

Ma io amo i versi, non c'è nulla di più sacro: / Così ama solo una madre, e solo i figli malati.

Il richiamo all’amore materno offre una sfumatura che non si può trascurare: è quel suo rimando ai figli malati. La malattia, in effetti, venne posta in prima pagina proprio da quel mondo decadente che la idolatrava, la assecondava e se ne vantava. Annenskij apparteneva a quel mondo e la sua poesia ne era una conseguenza. Sebbene diede una sfumatura classicheggiante alla sua poesia, non poté sottrarsi a quel clima. E nonostante la sua partecipazione al populismo, che nell’ambito degli intellettuali del tempo stava nascendo, (per la sua adesione alle proteste degli studenti durante i moti del 1905 venne escluso dalla cattedra universitaria) non si allontanò mai dal simbolismo che, apparentemente, sembrava in lui innato.

Una sfumatura di bianco e di argento / Ammorbidisce di linee vellutate / Il sottile lavoro della penna ...

 

 

Enea Biumi

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