Annenskij nacque a Omsk in Siberia nel 1855. Cinque anni dopo la famiglia si trasferì a Pietroburgo e Pietroburgo rimase la sua città, benedetta e maledetta allo stesso tempo.
Invece di una fiaba nel
nostro passato / Ci son solo pietre e una storia spaventosa.
Il poeta si laureò
proprio a Pietroburgo in linguistica comparata, insegnò lettere greche e latine
e letteratura russa in vari ginnasi e licei. Scrisse drammi mitologici e saggi
di letteratura. Tradusse Euripide, Goethe, Heine, Rimbaud, Verlaine e perfino
sei liriche di Ada Negri.
Per poter meglio
comprendere la sua opera è comunque necessario contestualizzare, sia pur
brevemente, i suoi scritti.
Come viene sottolineato
nella sua biografia Pietroburgo fu il centro della sua attività. E in quel
periodo la città si distinse non solo come capitale dell’Impero russo bensì
come centro politico, culturale e industriale. Pietroburgo infatti vide un
forte sviluppo industriale, finanziato anche da capitali provenienti
dall’estero, per cui sorsero un gran numero di fabbriche e una forte
concentrazione di proletarizzazione urbana. Nacquero, accanto ai quartieri
dell’aristocrazia zarista, periferie operaie sovrappopolate di case povere e
malsane (ne è una dignitosa testimonianza Delitto e castigo di
Dostoevskij). In questo contesto si registrarono forti tensioni sociali che
sfociarono nella purtroppo tristemente famosa “domenica di sangue” del
1905.
Culturalmente la città
visse una stagione di grande fermento contrapposto alla profonda crisi politica
e sociale dell’Impero zarista. I circoli letterari e filosofici si avvicinarono
alle avanguardie europee e a quella dimensione decadente, estetica e mistica,
offerta dall’Europa occidentale. Annenskij stesso ne fu
coinvolto. Ne sono una testimonianza, come abbiamo visto, le sue traduzioni.
Bene, quindi, ha fatto l’editrice Bibliotheka ad avvalersi del lavoro di
Eridano Bazzarelli che ha raggruppato alcune delle sue traduzioni tratte da
sillogi diverse. Il risultato è stata la nascita di una sorta di antologia dal
titolo suggestivo “La neve gialla”.
Io sono il debole figlio
di una generazione malata / E non andrò a cercare le rose delle Alpi, / Né il
rumore delle onde, né il rombo dei primi temporali / Mi daranno consolanti
emozioni.
Così parla Annenskij in
una lirica della succitata antologia in cui riflette il suo disorientamento, la
sua crisi spirituale segnata dal crollo delle certezze positiviste e
dall’avanzare di grandi tensioni sociali. È una fragilità individuale di fronte
ad un mondo che viene percepito come malato ed esausto, dove la ragione lascia
il posto all’incertezza, all’introspezione e a istanze irrazionali.
Esaustiva in questo caso
la lirica Pietroburgo in cui l'inquietudine individuale apre una
finestra alla dimensione storica e collettiva. Non c’è nessuna celebrazione
della grandezza monumentale della città, bensì si accentua la violenza, le
pietre, le piazze mute, le esecuzioni, gli errori dell’Impero mai risolti e
superati. Il disagio del poeta diventa disagio universale. La sua poesia si fa
civile e getta uno sguardo sulla contemporaneità e sui problemi reali, non più
simbolici, dei concittadini.
Ma Annenskij appartenne
soprattutto alla sfera dei poeti e degli intellettuali russi decadenti e
simbolisti ed è in questa panoramica che va studiato. Sebbene appartato e
riservato, poco propenso ad una vita di società, la sua attività culturale fu
ampia e notevole, tanto è vero che lo si può annoverare tra i massimi esponenti
del cosiddetto “Secolo d’argento” russo.
È necessario sottolineare
comunque che il suo simbolismo, o il suo decadentismo, non è solo raffronto fra
paesaggio esteriore e sentimento interiore ma specchio di una condizione
ontologica. La sua poesia supera la pura materialità, scruta il vissuto,
scandaglia, si muove in una dimensione di ricerca estetica, come atto che
delimita e allontana la dissoluzione dell’esistenza per recuperare almeno in
parte la bellezza. Nei suoi versi c’è una forza creativa e suggestiva delle
immagini che riesce a trasformare stati d’animo, in sé astratti, in icone
memorabili.
Prendo ad esempio la
prima lirica della raccolta: La bambola di Vallen-Koski. Gettata nel
fiume per divertimento diventa progressivamente qualcosa di molto più grande di
un semplice oggetto: una creatura inerme, sottoposta a una violenza continua,
incapace di sottrarsi al proprio destino, è insieme vittima e simbolo
dell'essere umano abbandonato alla corrente dell'esistenza.
E c'è un tal cielo, / E
un tale gioco di raggi, / Che al cuore l'offesa della bambola / È ancora più
pesante della propria. // […] E nel cuore c'è la coscienza profonda / Che col
cuore è nata solo la paura, / Che nel mondo il cuore è solo / Come la vecchia
bambola fra le onde.
Qui, l’immagine produce
il pensiero. Ed è l’efficacia di questa breve ma significativa antologia. Il
poeta non ha nessuna intenzione di spiegare tutto ciò che accade e che vede,
lascia al lettore la capacità di disbrigarsi nell’intuizione e
nell’immaginazione soggettiva.
Emergono, nella raccolta,
alcuni elementi ricorrenti che danno abbrivio ad una serie di funzioni
interdipendenti tra loro. Ad esempio: la natura (contrassegnata da nebbie,
neve, acque, giardini, luna) sembra soffrire; gli oggetti a volte colti in una
animazione inaspettata (specchi, orologi, candele) vogliono ricordare, mentre
le stanze conservano il sentore della morte e la luce non sempre aiuta nel
consolare e consolarsi.
Ecco allora che la
sveglia diventa l’emblema di un tempo che scorre quasi alla cieca, è l’allegoria
di un’esistenza che perde la brillantezza della speranza in un mondo che
perpetuo si ripete senza un perché.
Il balbettante delirio /
Su qualcosa di non compiuto ... / La noiosa balbuzie del dolore / Di anni che
non sono giunti, // Dove non ci sono lacrime di addio, / Né il gelo del cielo,
/ Dove il cuore è un abaco di tormenti, / Una macchinetta di prodigi ... // E
liberando con noia / La molla delle mezz'ore, / Dove si nasconde ridicola / E
inutile la Bellezza.
Un altro aspetto della raccolta
è l’estraneità dell’io nei confronti del mondo. In Presso la bara, Annenskij
osserva il morto e riconosce se stesso.
Perplesso, ho scoperto il
morto ... / Mi parve che fosse me stesso ...
Il cadavere, allora, non
è più soltanto un corpo estraneo: assume la visione anticipata della propria
fine. Si percepisce come una frattura nella comprensione quotidiana della
realtà. La morte non afferisce soltanto gli altri, ma trasforma in qualcosa di
inquietante la propria identità e quindi la stessa esistenza.
Il tema della morte
interviene esplicitamente anche in un’altra lirica “La domenica delle
Palme”, dove si sente tutto il dolore, la tristezza e la drammaticità di
una vita le cui ragioni non si riescono a cogliere in profondità.
Nelle gialle tenebre di
un morto aprile / Dopo aver salutato il deserto stellare / È giunta fluttuante
la Domenica delle Palme / Sull'ultimo ghiaccio nevato destinato alla morte;
Allo stesso modo la notte
diviene il simbolo di un passato irrecuperabile mentre il presente è
evanescente e incomprensibilmente oscuro. Anche la casa che dovrebbe offrire
accoglienza, rifugio sicuro e amore, si converte in uno spazio irrelato.
E tutto quello che ora
sta qui / Ed era prima azzurro, questo a chi serve? / Ombre, ombre, non vi
conosco, / Siete così tanto estranee al cuore. // Ma davvero, forse, dio mio, /
Qui io ho amato, sono stato giovane, / E dopo dove andare ?... A casa / Sono
tornato in questo freddo lunare?
Sottolineati questi
aspetti della silloge viene spontanea una domanda: ma per Annenskij la poesia
che cos’è? Ha uno scopo o è solo una fuga temporanea dalla realtà del tempo? La
risposta viene offerta dal poeta stesso che dichiara:
Ma io amo i versi, non
c'è nulla di più sacro: / Così ama solo una madre, e solo i figli malati.
Il richiamo
all’amore materno offre una sfumatura che non si può trascurare: è quel suo
rimando ai figli malati. La malattia, in effetti, venne posta in prima pagina
proprio da quel mondo decadente che la idolatrava, la assecondava e se ne
vantava. Annenskij apparteneva a quel mondo e la sua poesia ne era una
conseguenza. Sebbene diede una sfumatura classicheggiante alla sua poesia, non
poté sottrarsi a quel clima. E nonostante la sua partecipazione al populismo,
che nell’ambito degli intellettuali del tempo stava nascendo, (per la sua
adesione alle proteste degli studenti durante i moti del 1905 venne escluso
dalla cattedra universitaria) non si allontanò mai dal simbolismo che,
apparentemente, sembrava in lui innato.
Una sfumatura di bianco e di argento /
Ammorbidisce di linee vellutate / Il sottile lavoro della penna ...
Enea Biumi

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