sabato 10 ottobre 2026

Bruno Di Pietro “Elea. Quando verrà il passato” (Les Flaneurs Edizioni, 2024)

 

       


Elea risuona come luogo e come stato. Apporta la nota conoscitiva ed estrema, il fascino della scuola eleatica, dell’essere che è e non può non essere. Di ciò che invece a noi appare ed è illusione. E’ un tenere fermi i confini. L’opera poetica di Bruno Di Pietro “Elea. Quando verrà il passato” si raccoglie in una nitida contemplazione posata ma mai sazia, mai distratta, percepibile attraverso un raccoglimento tenue diretto alla stabilità delle cose, degli enti; di quelli di natura, in particolare. “Si mischiano le acque/ del cielo e del fiume/ con il mare alla foce”; l’attesa è compatibile con la temperanza della continuità, nell’avvalersi di una dicitura apparentemente essenziale, tradotta in versi brevi, nitidi, che determinano strofe portanti l’accenno olfattivo delle tensioni sciolte nella rientranza del remoto che si rivela presente: “Il presente è ricordo/ Inaugura il mondo/ uno scialbo mattino”. Il rumore comporta la dialettica accezione della complessità che si fa esitante e, nello stesso tempo, effettuale; distinta nella rielaborazione di un insieme policromo e persistente. Il negativo non è ammissibile, non detiene legittimità ontologica, ma nutre il timore e la domanda, ricerca il dato primevo, l’attesa che è istante, deposto sintagma che Bruno Di Pietro incardina nella trattazione versificata apposta alla soglia che detiene i parametri di canneti e fiori, alberi e venti, arenili e argille che “dicono di un’isola/ dalle spiagge rosa”. Imenei astrali solidificano le appurate attese tradotte in un filtraggio linguistico che dona l’accenno come agnizione deposta al terreno dei ritagli terrosi, intendendo l’osservazione come una pratica eliminante gli orpelli e diretta a penetrare il nucleo riposto nell’essenza che si fa senso stabile, e ritiene illusione la perdita. Ma Di Pietro affronta anche la storia, “la scoria del tempo negato”; quasi il contesto con la fisicità che testimonia l’insorgere della contraddizione, della continua rivalsa delle apparenze, come un disporsi al vago riflesso della tesi che si fa ipotesi o dilemma o altro: “un abbaglio l’eterno presente/ l’ora che non passa”. Sabbia, sassi e scogli, dune e gusci, una bellezza panica che contiene domande, quesiti reiterati: “Nel tempo seriale imploso/ irrompe il dono/ l’avvento, il senso”; distinto il passo nella moltitudine degli eventi, rientranti nel circolo degli essenti, la solitudine dell’Essere. L’autore esprime nel suo versificare l’acuito nitore della venatura linguistica, della traccia dotata di cromatica valenza nel distinguersi inevitabile delle parti, quando si apposta la percezione a sembiante calato sulla riproducibilità delle stagioni, dei particolari, dello sguardo del poeta che sembra seguire i passi del filosofo, affrontando forse quel parricidio mancato riaffiorante nella riflessione di Severino. E’ un mare greco che apporta le fluttuazioni delle vicissitudini dialettiche, dei sospesi atti complessi dove la speculazione fertile inonda le terre della “calura estiva” e della “notte illune”. Non dizione verso l’inesprimibile, non rilascio di ciò che è immoto. “Il cosmo è foglie/ suoni, colori, corpi/ spine e cardi.// (Il pensiero arriva tardi)”; venti e visi, erbe e silenzi, tutto concede grazia di attenzione, passo che è sosta, sguardo che si vuole attento, una corposità stoica, l’aerato regesto accogliente il flutto e il tratto. Come bene accenna Daniele Ventre nella postfazione (sostanzialmente un vero e proprio saggio) c’è, nella poesia di Bruno Di Pietro, una sorta di maniera virgiliana nel rapportarsi alle cose che sono, saranno, perché sempre state. Il tracciato si concretizza linguisticamente nel peculiare controllo dei versi, in contrappunti tonali, passaggi a distinzione di frammento, contrapporsi subitaneo di spazialità nella pagina e colorazione notturna affiorante nella duplicità del remoto presente, dei correlativi oggettivi fissati nell’intaglio di distici, terzine, quartine, soluzioni che si alternano a strofe leggermente più lunghe. Ed è un contrapporsi insistente di essere ed apparente divenire, nella dizione di un’attesa che è ritorno mentre, sostiene il poeta, “si annida/ il disincanto/ fra gli ultimi brandelli/ di stelle”.

 

                                                                                   Andrea Rompianesi

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Bruno Di Pietro “Elea. Quando verrà il passato” (Les Flaneurs Edizioni, 2024)

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