Elea risuona come
luogo e come stato. Apporta la nota conoscitiva ed estrema, il fascino della
scuola eleatica, dell’essere che è e non può non essere. Di ciò che invece a
noi appare ed è illusione. E’ un tenere fermi i confini. L’opera poetica di
Bruno Di Pietro “Elea. Quando verrà il passato” si raccoglie in una nitida
contemplazione posata ma mai sazia, mai distratta, percepibile attraverso un
raccoglimento tenue diretto alla stabilità delle cose, degli enti; di quelli di
natura, in particolare. “Si mischiano le acque/ del cielo e del fiume/ con il
mare alla foce”; l’attesa è compatibile con la temperanza della continuità,
nell’avvalersi di una dicitura apparentemente essenziale, tradotta in versi
brevi, nitidi, che determinano strofe portanti l’accenno olfattivo delle
tensioni sciolte nella rientranza del remoto che si rivela presente: “Il
presente è ricordo/ Inaugura il mondo/ uno scialbo mattino”. Il rumore comporta
la dialettica accezione della complessità che si fa esitante e, nello stesso
tempo, effettuale; distinta nella rielaborazione di un insieme policromo e
persistente. Il negativo non è ammissibile, non detiene legittimità ontologica,
ma nutre il timore e la domanda, ricerca il dato primevo, l’attesa che è
istante, deposto sintagma che Bruno Di Pietro incardina nella trattazione
versificata apposta alla soglia che detiene i parametri di canneti e fiori,
alberi e venti, arenili e argille che “dicono di un’isola/ dalle spiagge rosa”.
Imenei astrali solidificano le appurate attese tradotte in un filtraggio
linguistico che dona l’accenno come agnizione deposta al terreno dei ritagli
terrosi, intendendo l’osservazione come una pratica eliminante gli orpelli e
diretta a penetrare il nucleo riposto nell’essenza che si fa senso stabile, e
ritiene illusione la perdita. Ma Di Pietro affronta anche la storia, “la scoria
del tempo negato”; quasi il contesto con la fisicità che testimonia l’insorgere
della contraddizione, della continua rivalsa delle apparenze, come un disporsi
al vago riflesso della tesi che si fa ipotesi o dilemma o altro: “un abbaglio l’eterno
presente/ l’ora che non passa”. Sabbia, sassi e scogli, dune e gusci, una
bellezza panica che contiene domande, quesiti reiterati: “Nel tempo seriale
imploso/ irrompe il dono/ l’avvento, il senso”; distinto il passo nella
moltitudine degli eventi, rientranti nel circolo degli essenti, la solitudine
dell’Essere. L’autore esprime nel suo versificare l’acuito nitore della
venatura linguistica, della traccia dotata di cromatica valenza nel
distinguersi inevitabile delle parti, quando si apposta la percezione a
sembiante calato sulla riproducibilità delle stagioni, dei particolari, dello
sguardo del poeta che sembra seguire i passi del filosofo, affrontando forse
quel parricidio mancato riaffiorante nella riflessione di Severino. E’ un mare
greco che apporta le fluttuazioni delle vicissitudini dialettiche, dei sospesi
atti complessi dove la speculazione fertile inonda le terre della “calura
estiva” e della “notte illune”. Non dizione verso l’inesprimibile, non rilascio
di ciò che è immoto. “Il cosmo è foglie/ suoni, colori, corpi/ spine e cardi.//
(Il pensiero arriva tardi)”; venti e visi, erbe e silenzi, tutto concede grazia
di attenzione, passo che è sosta, sguardo che si vuole attento, una corposità
stoica, l’aerato regesto accogliente il flutto e il tratto. Come bene accenna
Daniele Ventre nella postfazione (sostanzialmente un vero e proprio saggio)
c’è, nella poesia di Bruno Di Pietro, una sorta di maniera virgiliana nel
rapportarsi alle cose che sono, saranno, perché sempre state. Il tracciato si
concretizza linguisticamente nel peculiare controllo dei versi, in contrappunti
tonali, passaggi a distinzione di frammento, contrapporsi subitaneo di spazialità
nella pagina e colorazione notturna affiorante nella duplicità del remoto
presente, dei correlativi oggettivi fissati nell’intaglio di distici, terzine,
quartine, soluzioni che si alternano a strofe leggermente più lunghe. Ed è un
contrapporsi insistente di essere ed apparente divenire, nella dizione di
un’attesa che è ritorno mentre, sostiene il poeta, “si annida/ il disincanto/
fra gli ultimi brandelli/ di stelle”.
Andrea Rompianesi

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