Versi brevi e strofe di distici accarezzano il lettore invitandolo in un percorso fatto di sospensioni e rimandi. La scrittura appare così in una cornice che si dipana sopra una pagina bianca atta a risaltare l’opportuna musicalità che si deve alla poesia senza per altro dimenticarsi il contenuto: il significante diventa allora mezzo insostituibile per riconoscere il significato. La qualità estetica e ritmica della parola conduce la poetessa alla presentazione di un vissuto che dialoga con un altro (o altra) da sé, che, a tratti, pare essere o divenire un alter ego. In questo quadro l’immediatezza del quotidiano si eleva a simbolo del vivere, all’essenzialità di forme e formule esistenziali, alla disanima di coscienze sospese che meditano sull’immensità di un mondo che ci costringe, giorno dopo giorno, a gesti, ricordi, costatazioni.
“Qualcosa ancora cede / dalle case che sempre // ci
camminano accanto / forse un verso // di una maniglia / la soglia di una poesia
// o di una porta qualunque”.
I versi appaiono dunque come luci e ombre che avanzano in
una ribalta che subisce o genera fattori di crescita e di consuetudini,
districandosi in una specie di tela di ragno, come fossero nubi, vapor acqueo,
ombre o fantasmi. La loro incisività si consuma in un racconto fulmineo che
rafforza un progetto di sintesi, frutto del più raffinato artificio, come ebbe
a dire Sereni a proposito di Ruffilli, attestante una pratica consolidata da un
limare sapiente e costante come si addice a una poetica che non si limita solo
al bel pensiero bensì a un lavoro fatto di revisione scrupolosa.
“È forse un errore / questo nostro // parlare e parlare /
questo cercare // il vocabolo puntuale / per dire la cavità // su cui tutti
poggiamo / e che regge l’assenza”.
Non si può quindi tergiversare, la vita ha questo andamento
circolare, si consuma nel nulla e se si sporge nel vuoto desidera recuperare se
stessa. È necessaria l’attenzione, è indispensabile l’ascolto e la memoria non può
fallire.
“Vivevi tra la cera e il marmo / in attesa di cambiare
forma // per mano di piccone o fiamma / ti vedevo a volte // sciolto nella
colpa / oppure caduto // a blocchi nel rimpianto”.
La silloge, in effetti, si regge su di una erlebnis
personale ma non si ferma qui, travalica il soggetto per identificarsi con l’esperienza
di ciascuno di noi, perché ognuno ha riflettuto sui propri dubbi, sui propri
sogni, si è scontrato con i propri fantasmi. Ed è appunto in questa direzione
che l’autrice ci conduce, con i suoi brevi versi, con quella loro intima
musicalità seduttiva. Le liriche che ci presenta ci riscaldano il cuore,
sopravanzano allo zero termico, ci cullano in una specie di sospensione
atemporale.
“Mentre ti infili i guanti / con la scusa del freddo //
mi dici che sotto lo zero / il vuoto ci congela”.
Certo, le liriche qui presenti si snodano su vari livelli,
da quello strettamente quotidiano alla dimensione del tempo, dal mistero della
morte che ci attende al sentimento interiore dell’amore: il tutto registrato
con delicatezza ed eleganza stilistica che non rifiuta la filosofia bergsoniana
e la poetica ungarettiana dell’intuizione, sia come conoscenza e sia come
categoria poetica.
Enea Biumi

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