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Alberto Mori,
poeta, performer e artista, tra le voci più originali della generazione poetica
nata nei primi anni Sessanta, ci dona il titolo “Framing”. Accezione
linguistica nell’ottica delle distorsioni nelle quali la percezione delle cose
cambia a seconda di come il messaggio viene incorniciato, ma anche veicolato
attraverso i mutamenti personali di prospettiva. Significativo che Mori
inauguri la pagina citando il sociologo Erving Goffman, in particolare quando
indica il framing come una lente che può deformare o mettere a fuoco, in uno
sviluppo che porta quindi, inevitabilmente, ad una peculiarità soggettiva e
interpretativa. Il libro è suddiviso in sei sezioni su partitura mobile e
strutturata, accattivante e modulare, come alternanza di percezioni abilitata
alla cattura di elementi fonetici e visivi graficamente posti nella tracciatura
poliedrica. “Le ciglia viste finalmente in due archi/ Dal basso verso il piano
dello sportello/ dove discoste s’appartano dallo schermo” e ancora “Dalla
ringhiera per inerzia/ Penzolano basse mani rilasciate/ Il ginocchio spinge
sollevato/ con pressione del corpo/ Baluardo dello sfinimento tenuto in
trazione”. Sono inquadrature esigenti, accorte perché sperimentate nei ritagli
di una singolarità che acuisce la percezione del particolare portato a segno
tangibile e capace di richiamare lo sguardo e reindirizzare il pensiero. Non è
un caso che le sezioni siano aperte da una sorta di pagina “dialogica”, quasi a
definire un processo cinematografico di preparazione alla ripresa filmica. Gli
accostamenti delimitano gli spazi e ne ammettono la liceità irregolare,
l’ampiezza estorta alla condizione dicibile, relativa al cospicuo fenomeno che
osa l’alternanza ma anche la modifica nella possibilità che include sentire di
sinestesia: “Vento disinquadra ora/ Increspa accenno invisibile/ Abbandona
fiato buio”. E’ un rapportarsi alle aperture che disegnano scorci e intagli,
arrivando a configurare percezioni asimmetriche, posture, passaggi, enti che
imprimono reazioni di sosta e di gesto, di frantumazioni e insistenze. Anche
l’elemento in natura determina agnizioni improvvise e selettive, in auspicio di
colori attesi o parziali, di movimenti e mutamenti da interpretare: “Nuvola
nella nube/ Nembo in strato/ Cirri appesi/ sopra masse cumuliformi”. Nella sezione
“Luce” è possibile cogliere una flessibilità di veduta che opera in versi la
prosecuzione di un accenno situazionale costituito da fotogrammi irrisolti,
tratti che concedono soste e sequenze, riproducibilità peculiari compiute nella
sonorità della parola attraversata dallo sguardo del poeta. “Oscilla chiarità
nota della trasparenza/ aperta al formicolio di fosfeni invisibili”, evocando
quelle luci del sistema visivo, i fosfeni appunto, che già Andrea Zanzotto
poneva come ciò che resta della visione, in una pluralità che non esclude una
particolare sensibilità di veglia. Nella sezione “Aria e sorvolo”, poi, Alberto
Mori costruisce anche un esempio di architettura strofica dove i versi sono
compattati in una differenza d’interlinea, attraverso una successione di moduli
caratterizzati da accensioni e spegnimenti: “Origine accesa l’interno spazio
luminoso attraverso/ immagini dettaglia giorno” e “Scomparsa in evanescenza
restringente obbiettivo/ chiuso da portale dissonante”. Così dentro e fuori
l’autore dirama, acuisce l’attenzione verso le strategie espressive che si
contaminano diffondendosi in tracce di fiato, d’ossigeno, di gravità minimali.
Nell’ultima sezione “Suono e corpo”, l’attenzione si concentra sulla visibilità
di un esito testuale che accorpa i lemmi, in un caso ne pone anche il seguito
con anagramma a frase, interviene sulla stessa variabilità di corpo dei
caratteri, concentra il filtro interpretativo nel particolare asimmetrico,
quando si esprime una collocazione che implica l’esistenza dell’opposto perché
in riferimento a quello sussiste, in una condivisa osservazione che riafferma
la decisiva tonalità dei particolari: “Lo spigolo ritma/ Trattiene frammento”;
un frammento che Alberto Mori rileva e propone per evidenziare i molteplici
significati del reale stesso sotto “cieli perfettibili”.
Andrea Rompianesi
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