domenica 31 maggio 2026

Andrea Rompianesi, Arcaismo a fronte, Transeuropa, 2026

 


Se Raymond Queneau non si fosse soffermato solo su novantanove esercizi di stile, “Arcaismo a fronte” potrebbe esserne la prosecuzione naturale con un cambiamento importante: il gioco non si innesta sulla modifica di un episodio (il tema che costituisce la variazione) bensì su di uno slittamento continuo della semantica in un contesto di fonosintassi a confronto.

L’errore, a mio avviso, sarebbe considerare questa piccola raccolta solo come sperimentazione ludica. Oltre il gioco, oltre l’esperimento, c’è un desiderio di inseguire una specie di sonorizzazione della parola. In tal modo, utilizzando anche una metrica tradizionale – l’endecasillabo è di gran lunga il verso più impiegato – si rende omaggio alla musicalità addivenendo alla costruzione di un canto dove le sillabe hanno una funzione orchestrale.

Le strofe arcaiche hanno un ruolo introduttivo in cui la conseguente traduzione, sicuramente e giustamente non letterale, si conclude come una eco instabile che ricostruisce, interpreta, a volte inventa senza del tutto chiarire, ma lasciando in sospeso in una immaterialità espressiva il flusso fonetico che ne deriva. In effetti il testo arcaico non può essere linearmente traducibile se non in un’ottica che amplia e in parte sostituisce l’arcaismo stesso.

Sembra, quasi, di essere davanti ad una glossa filologica, naturalmente inventata, che ha bisogno di connaturarsi in un quadro parallelo dove la pressione sonora si integra e si rielabora.

C’è compattezza consonantica in questi versi che riproducono frasi che sembrano appartenere a troubadours  medievali. E la traduzione che ne sorte crea atmosfere e percezioni che possono essere unicamente soggettive, in linea con quello che si pone l’arte moderna in forme e formule aperte e sostituibili.

È forse questo l’aspetto più interessante della raccolta: il non volere assolutamente significare (nella maniera comune del termine) qualcosa, ma evocare – sia nel linguaggio arcaico, sia nella traduzione – una sorta di lingua possibile che sia poeticamente musicale in ogni suo effetto.

La poesia assurge allora a luogo interessato ad uno scavo del materiale linguistico, in direzione anche metalinguistica, liberata dal soffocamento del significato e avviata verso il significante colto in vertiginosi accostamenti fonici.

Ci sento, dietro a tutto ciò, la densità lessicale, l’abilità fonica, e la deformazione linguistica con la messa in crisi dell’assolutezza del linguaggio di Andrea Zanzotto, nonché il riconoscimento dell’invenzione dialettale (quel vernacolo comprensibile quasi in toto nato dall’incrocio di diversi dialetti dell’area padana) di Giovanni Testori nella Trilogia degli scarrozzanti, e di Dario Fo nel suo Mistero buffo, dove il postmoderno trae origine e funzionalità. Una continuazione, se vogliamo, di quella poetica ungarettiana che sosteneva “la parola ha valore come suono”.

 

Enea Biumi


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