Se Raymond Queneau non si fosse soffermato solo su
novantanove esercizi di stile, “Arcaismo a fronte” potrebbe esserne la
prosecuzione naturale con un cambiamento importante: il gioco non si innesta
sulla modifica di un episodio (il tema che costituisce la variazione) bensì su
di uno slittamento continuo della semantica in un contesto di fonosintassi a
confronto.
L’errore, a mio avviso, sarebbe considerare questa piccola
raccolta solo come sperimentazione ludica. Oltre il gioco, oltre l’esperimento,
c’è un desiderio di inseguire una specie di sonorizzazione della parola. In tal
modo, utilizzando anche una metrica tradizionale – l’endecasillabo è di gran
lunga il verso più impiegato – si rende omaggio alla musicalità addivenendo
alla costruzione di un canto dove le sillabe hanno una funzione orchestrale.
Le strofe arcaiche hanno un ruolo introduttivo in cui la
conseguente traduzione, sicuramente e giustamente non letterale, si conclude
come una eco instabile che ricostruisce, interpreta, a volte inventa senza del
tutto chiarire, ma lasciando in sospeso in una immaterialità espressiva il
flusso fonetico che ne deriva. In effetti il testo arcaico non può essere
linearmente traducibile se non in un’ottica che amplia e in parte sostituisce
l’arcaismo stesso.
Sembra, quasi, di essere davanti ad una glossa filologica,
naturalmente inventata, che ha bisogno di connaturarsi in un quadro parallelo
dove la pressione sonora si integra e si rielabora.
C’è compattezza consonantica in questi versi che riproducono
frasi che sembrano appartenere a troubadours
medievali. E la traduzione che ne sorte crea atmosfere e percezioni che
possono essere unicamente soggettive, in linea con quello che si pone l’arte
moderna in forme e formule aperte e sostituibili.
È forse questo l’aspetto più interessante della raccolta: il
non volere assolutamente significare (nella maniera comune del termine) qualcosa,
ma evocare – sia nel linguaggio arcaico, sia nella traduzione – una sorta di
lingua possibile che sia poeticamente musicale in ogni suo effetto.
La poesia assurge allora a luogo interessato ad uno scavo
del materiale linguistico, in direzione anche metalinguistica, liberata dal
soffocamento del significato e avviata verso il significante colto in
vertiginosi accostamenti fonici.
Ci sento, dietro a tutto ciò, la densità lessicale,
l’abilità fonica, e la deformazione linguistica con la messa in crisi
dell’assolutezza del linguaggio di Andrea Zanzotto, nonché il riconoscimento dell’invenzione
dialettale (quel vernacolo comprensibile quasi in toto nato dall’incrocio di
diversi dialetti dell’area padana) di Giovanni Testori nella Trilogia degli
scarrozzanti, e di Dario Fo nel suo Mistero buffo, dove il postmoderno trae
origine e funzionalità. Una continuazione, se vogliamo, di quella poetica
ungarettiana che sosteneva “la parola ha valore come suono”.
Enea Biumi

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