Ognuno di noi concepisce il tempo in forma diversa, l’uno dall’altro. Si tratta di una soggettività giustificata dal fatto che la vita ci conduce su strade e luoghi differenti. A volte opposti. Nessuno ne possiede una ricetta, tanto meno può accampare dei dogmi. È la coscienza, a questo punto, che si fa carico di dare spazio al prima e al dopo ricorrendo alla memoria, al sogno, al desiderio: la memoria di ciò che è stato, il sogno e il desiderio di ciò che sarà. In questa silloge di Daniela Attanasio la poetessa introduce le sue liriche con una costatazione che pone come punto di partenza, quasi una pietra miliare su cui costruire il suo racconto, una sorta di tesi – ammesso e non concesso che la poesia si esprima per tesi – indiscutibile: il tempo è un dio che non nasce e non muore, simile a quella porta dell’Inferno dantesco: “Dinanzi a me non fuor cose create / se non etterne, e io etterno duro.” E con il tempo, comunque, tutti conviviamo, ne siamo plasmati, perché lui, il tempo, ci attende ogni mattina, al risveglio, e ce lo portiamo di giorno in giorno sulle spalle, ne condividiamo gli umori e i tremori, lo supportiamo e sopportiamo, lo riproduciamo nella nostra mente. Non ne possiamo fare a meno. In questo incessante migrare, in una specie di universo parallelo, l’ombra del tempo è una meridiana che non segnala nulla, nemmeno la morte, è una clessidra senza sabbia, perennemente ferma, sospesa.
“… la misura del tempo è l’infinito” “… notte
e giorno non hanno / fine nel loro perenne avanzare e nel tempo si ripetono in
una / stanca continuità”
“è la vita che passa difficile a volte da
ricordare / nelle sue salite nelle curve nelle sue improvvise sterzate / vita
dissolta negli spazi vuoti della memoria / vita iniettata nel corpo da un’entità
imperfetta e sconosciuta”
Quindi nessuno stress, nessuna rincorsa all’hic
et nunc, nessun abbandono all’attimo fuggente, il carpe diem
oraziano, perché siamo in una dimensione “altra”, in una astrazione che
giustamente pregiudica quel ruit hora di Carducci. Ma, come nell’Ode
citata, Carducci inneggia all’amore, così Daniela Attanasio indugia nel ricordo
dell’amore, soprattutto nell’ultima parte, quella intitolata “Oggettivando”,
e nell’intermezzo “Una ragazza che ho conosciuto”.
“Per P.F. la vita era un cammino di sottomissione
alla morte”
“ma insieme alla sopravvivenza c’erano
altre questioni da affrontare / la casa il traffico della città i tempi che
erano troppo stretti per il suo tempo // e come sempre l’amore”
L’autrice sublima l’amore, trasfigurandolo e
imprimendolo nella memoria con quel dovuto distacco che l’accompagna nel suo
iperuranio del tempo.
“ora guarda fuori dalla finestra / il sole
sta scendendo ma non muore / domani sarà ancora lì presente come un occhio del
firmamento / che dall’alto ci illumina e ci scalda / una stella infuocata che
brillerà per sempre”
“quanto si è scritto sull’amore rimane nei
millenni / come un lungo breviario di estasi e tormento - / opera di poeti che
nelle poesie d’amore hanno annullato il tempo”
Certo, la poesia ha un ruolo essenziale, per Daniela
Attanasio. Ricorrono spesso nella sua opera affermazioni che ne dimostrano l’efficacia,
a dispetto, magari, di chi la disprezza o l’ignora. Nonostante il tempo
presente – questo sì materiale, rancoroso e belligerante – l’umanità sente la
necessità di tranquillità e sogno. Ed è con la poesia che ciò può avvenire. Sicuramente
non come rifugio, ma come mezzo per superare i limiti che la materia ci impone.
Un ponte culturale che travalica il quotidiano, un elemento che rassicura scortandoci
nei passi dolorosi di un’esistenza incerta e traballante.
“i versi di Emily Dckinson hanno un
effetto salvifico sul mio corpo / come la tachipirina quando attenua un dolore
- / divento sua paziente e mi faccio curare”
E a proposito di Saffo:
“quello che resta delle tue poesie / sono
i versi giovani di una civiltà antica / tu hai dato senso alla bellezza e all’insensatezza
dell’amore / lasciando sciogliere nell’acqua dell’Egeo il corpo dolce della
vita”
Ecco. In quest’ottica e con questo metro il tempo si
dilata nell’eterno, scompare perfino la morte che scioglie il corpo dolce
della vita. E la poesia arriva dall’antichità con il suo ruolo di bellezza
e d’amore, sia pur insensato. Perché la poesia è vita e come la vita si
rigenera, di anno in anno, di stagione in stagione, misura i passi, raccoglie
emozioni in un continuum che non s’arresta, senza confini. È quell’ininterrotto
“eternoretornografo” di cui parlava il poeta cubano Luis Rogelio
Nogueras nella sua silloge “L’ultimo caso dell’ispettore”(1)
ove, nella lirica finale, sosteneva appunto che la poesia fosse nata nella
notte dei tempi in una caverna di Chu Tien, ripresa in successione da vari poeti (dalla caverna di Chu Tien agli
Hittiti e agli Egizi, da Omero a Virgilio, da Imru-Ui-Qais a Villon, da Rimbaud
ad Apollinaire) per giungere sino a noi.
Enea Biumi
(1) Da
“il Majakovskij”, rivista trimestrale di poesia scrittura e differenze, N°
19-20, 1995, Laveno Mombello (Va), traduzione di Maria Luz Loloy Maqruina ed
Enea Biumi. Copyright Editorial Letras
cubanas, 1983.

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