Disposizione
all’attesa o curatela ancestrale, disciolto portento o compressione avvitante;
ecco un segno che appare ad eludere continenze reiterate e pianeggianti, verso
invece una stratificazione che non esclude il verticale riarso, l’appunto
dispiegato che condona la domanda inerente alla pretesa del mito. “Ma il mio
palmo non è una zattera/ una finestra,/ eppure ha vista e fitta e fiato e/ dal
vuoto del suo centro/ io spio la terra che mi spoglia/ dentro”; sono versi di
Flaminia Rocca nel suo esito poetico “Strappare lo scalpo”. Maturo testo capace
di consolidare una voce che sa coniugare sensualità e misticismo, crudezza e
trasporto; oltre l’assiduo sentire di una musicalità trattenuta ma incisiva,
condotta attraverso le sembianze di una ipotesi di attenzione non esibita,
piuttosto coltivata, nella condensazione di un inciso: “Sei con me/ nella sete
che/ non placo”. Il versetto 8.7 di Giovanni dice: “chi di voi è senza peccato,
scagli per primo la pietra contro di lei”; ma ancora più significativo è il successivo
“neanche io ti condanno; và e d’ora in poi non peccare più” sapendo bene che
ogni passo porta a ricadute e a ulteriori infiniti perdoni. Flaminia Rocca ne
sottolinea il dato, il legame caduto tra il sasso e la colpa, la mano che
scrive sulla sabbia ciò che nella sabbia non resta perché passa un vento nuovo;
ma tutto implica il pensiero che si avvita, che si inoltra e non teme
trafitture o anche solo distrazioni che si fanno mancanze, assenze di
pacificazione. L’autrice pone le coordinate di un’attenzione mimetica, passo
dopo passo, in strategie attive, anche umorali, energiche, quasi violente:
“Trafitta/ dal ricordo - ad ogni passo/ coltelli ai piedi/ dell’acerba sirena
che/ più non canta”. Ed è un fugare di scalpi e di labbra, di bocche e nomi, di
partiture inedite così come di costole e capelli, di graffi e d’aceto; di
domande comunque sospese alla inesorabile frattura di equilibri irrisolti che
comportano tratteggi di mappe fonetiche delimitate da ricorrenze dolenti ed immagini
limitrofe che gravano come “snodata scolopendra sinuosa”. Stefano Massari,
nella postfazione, parla giustamente del porsi quasi come ostacolo che chiama
all’attraversamento e, direi, al contatto anche se fugace, in contrapposizione
radicale con una realtà odierna votata alla inconsistenza virtuale. Incombe il
dato stregonesco che dietro l’angolo può invadere o deturpare dove muove lo sguardo
alla capillare attenzione verso l’estenuante pericolo echeggiato: “Rettilario
di vene sublinguali/ Cattività pallida di desiderio/ che rumina o semina
morsi”. E poi emergono figure mitologiche del folklore nordico, il senso della
morte in agguato, la sventura, i rilievi di isole immaginarie; così come le
case di pietra, le maschere, le ossa, le braci e i tronchi, quelli che restano
a galla. L’autrice accede ai suggerimenti estremi partendo da “il gesso sudato
dei palmi”; nelle fasi di una dicitura ebbra di rimandi alternati alle tregue
riproposte nella versificazione breve, assertiva nel distinguere la capillarità
emergente degli equivoci, l’approssimarsi di confinate intonazioni, di
tormentate reliquie. E’ poesia
veicolante una “verticale della sete” che non si placa, un riproporsi di
domande che affiorano dalle porosità e dalle cortecce, da solitarie abluzioni
che si fanno ritratti intimi di una vocazione al sentire ma, forse, in disparte
perché l’esegesi filtra le cose ma poi allude ad una prossimità, rivela
Flaminia Rocca, “che non proprio mi s’addice”.
Andrea Rompianesi

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