Scrittore,
saggista, critico letterario e poeta, Gianfranco Gavianu con la silloge “Icone
di un viaggio” offre al lettore la sintesi di un binomio che affronta un
iter in cui e su cui insistono figure e situazioni emblematiche di trascorsi di
vita. Si sa che il viaggio è un topos della letteratura che sta a
significare desiderio di crescita nella conoscenza e coscienza del sé, così
come altrettanto le icone rappresentano la metafora della storia icasticamente
definita e collocata nel tempo. Suddivisa in tanti quadri che giustificano le
liriche in essi riunite, la raccolta è caratterizzata da un percorso psichico
esistenziale dove memoria, desiderio, ricerca si intrecciano e si sovrappongono
facendo emergere colpe, rimproveri, perdono, sconfitte, rimpianti. Si tratta in
sostanza di un cammino interiore, del tutto personale e soggettivo che,
partendo dal ricordo dell’infanzia, guarda alle ferite di una fanciullezza non
del tutto assolta e non priva di tristezza e pure di dolore: l’inizio di una
vita che sembra non offrire speranze di resurrezione e di grazia se non in rari
e sporadici episodi perché “forse è questa la condanna di un eterno / che a
noi più prodigi non schiude”.
Il mondo che circonda il Poeta è quello della provincia, (ignari demoni / che la notte cupa della provincia generava) un mondo sordo, quasi infernale, che lo soffoca e lo emargina, che lo spaventa e atterrisce, fatto di violenza e incomprensione, dove anche l’aiuto famigliare è ambiguo, traumatico, salvifico da una parte e minaccioso dall’altra.
“Io, miserrimo e irretito dal tuo stesso desiderante fraterno nulla, / tra selve aspre e scalinosi incubi in un velo benevolo di rosea luce, / tra dedali di volti ossuti, tra vetrose siepi d'ansia, / in me, sempre più nel chiuso di me, precipitavo eclissandomi.”
La prima esistenza ricalca quindi una discesa agli inferi dalla quale, certo, si può risalire, anzi si deve risalire. Si sente, qui, lo studio dei classici. E non solo. L’uomo ha in sé le caratteristiche del neofita, il catecumeno che osserva e apprende, che cade e che si rialza, come lo è stato per Ulisse, o per Andreuccio da Perugia, o come lo era per un iniziato delle religioni antiche, egiziane, mesopotamiche, persino greche. La resurrezione rende perciò possibili nuove consapevolezze: dall’infanzia ferita si arriva a una maturità disincantata. Nuove esperienze si aggiungono a vecchi percorsi. Si acquisiscono contezze e conoscenze che evidenziano responsabilità e riflessioni civili. L’io si ritrova circondato da un noi.
“Risuona ancora // nel vuoto degli anni un'aspra voce nemica / che su me, sacrale e severa, si frange. // E poi l'ironico nulla dei giorni che vennero / a infrangere attese... e il presente // dove un'empia bontà strugge e consuma / la mia inquieta ombra bruna di vita e priva di scusa.”
Le sezioni centrali (Archeologie psichiche, Il potere e l’educare) aprendosi a un discorso più ampio sulla formazione del sé, sul trauma come matrice dell’identità, sull’educazione repressiva religiosa e patriarcale, avviano una riflessione ulteriore che sfocia in una vera e propria presa di posizione filosofica, sociale e politica.
“A tratti, tra schianti e grida ulcerose, / tra sordi gemiti di sdegno, benedicenti si levano / minacciose mani a punire l'assenza di colpa per generarla dal nulla.”
“Schegge di preghiere apprese nell'infanzia, ferite infitte / all'indifeso infans dalla memoria, improvvise stille di sangue, / sgorgano / nell'acciottolio dei loro ritmi privi di senso e in un carcere / ti cullano.”
Nel prosieguo Gavianu evidenzia, in maniera più esplicita, una lucidissima critica sociale e antropologica: nell’osservare l’Occidente contemporaneo come un deserto di immagini, di consumo e di cinismo, il poeta dialoga con un tu che può essere, a tratti, l’alter ego, a tratti, un amico, a tratti, un interlocutore esterno e inconsapevole del disastro che l’uomo sta combinando.
“Tra polvere, crolli e calcinate macerie e odore di sangue rappreso / (le sirene trafiggono l'aria) / t'aggiri: nella distruzione che annichila l'umano rispecchi / il nulla dei valori di un mondo merce di cui sei colpevole parte.”
“FoIle di giovani donne sciamano per strade triturate da carri, / cosparse di fangosa polvere e di detriti calcinati / un appello muto lanciano ignorate; / dispotico un vessillo di trionfante indifferenza s'infigge / su quei corpi all'angoscia abbandonati.”
Non manca in tutto questo la volontà di esternare la propria poetica, o per lo meno di prestarle attenzione. In una introspezione che Gavianu chiama “Intermezzo metapoietico” ecco venire a galla alcune considerazioni che fanno da fil rouge a tutta la raccolta sostenendola idealmente e ideologicamente. Così, come scriveva W. H. Auden, che «Una poesia è un atto di chiarificazione» l’Autore si presta al dialogo con i lettori volendo quasi tradurre ciò che nella silloge ha esposto. E non è possibile non proporre tutta quanta la lirica che s’intitola “Il sussurro della Musa silente”, perché è l’esplicazione sintetica di ciò che il Nostro pensa della propria poesia.
“Un nulla tremante, una linea sinuosa, anche uno storto grafema / implorava di poter scrivere l'io solitario / pervaso di immagini che da remoti Dei inesistenti / giungevano. Invece comparvero volti austeri a educarlo / con ciechi, muti divieti rabbiosamente lividi. / Poi s’affollarono bocche docenti allungate e deformi / a deporre da botti e rigagnoli spurghi di putrida fede / nella mente indifesa dell'infante. S'aggiunsero / frotte di adolescenti fanciulle a sciami, percosse / e agitate da uno scherno irridente / che perpetuava l'inganno ed il male / una rotta scrittura impossibile sussurrando.”
La poesia, ci suggerisce Gavianu, nasce nella solitudine dell’io, che sente in sé una forza insopprimibile che lo induce a scrivere, anche solo uno storto grafema. L’ispirazione, invece, è un sentimento che proviene da altrove (remoti Dei inesistenti) e che si traduce in immagini. Purtroppo, spesso, queste immagini lottano con chi vorrebbe piegarle a proprio favore (ciechi, muti divieti rabbiosamente lividi) tanto che la scrittura diventa quasi impossibile e si infrange nell’inganno e nel male, riuscendo forse unicamente a sussurrare. Implicito in ciò il messaggio di Rilke che sosteneva come «Le opere d’arte sono di una solitudine infinita».
Con gli ultimi testi (Verso Siena, Sul Lago d’Orta, Distico d’addio) il Poeta torna a una dimensione più intima: amore come grazia e sospensione del tempo, eros come possibile riscatto dell’essere. La memoria individuale si fa specchio alla fine di una civiltà rovinosamente in decadenza.
“A lungo dialogammo ingenui sui destini del mondo presso la spiaggia / di un lago ironicamente immobile nell' azzurro: / «Ricorda Kensington Park» dicesti / ilare e festosa. Un cigno d'altri tempi lisciandosi / una scia schiumante lasciava.”
“Sghembo sul mal sintonizzato schermo / il volto del politico s'allungò strillando / giudizi; poi la bocca distorse e tremò isterico / in ogni suo fibra senza quiete trovare.”
La vita del presente si associa e si accumula a quella del passato, le emozioni diventano svelamento di una sensibilità che non solo coglie e narra se stessa e chi le sta vicino, ma soprattutto si confronta con l’altro e con la storia passata e recente. Notevoli e numerosi sono, in modo particolare in quest’ultima parte, i riferimenti a personaggi e avvenimenti storici.
“Ad Angera una chiesetta santuario / d'un Seicento barocco ci accolse con un monito / della Controriforma. Quasi beffarda / dopo il martirio le ossa del martire Arialdo custodiva, / fragili resti di una rivolta effimera, priva di forma / a futura memoria…”
Il
suo linguaggio risulta alto, denso, visionario, con un lessico colto e a tratti
arcaizzante (“almo”, “lieve passo di danza”, “tinnuli, ammiccanti,
come te petulanti”), ma anche con improvvisi squarci di realismo quasi
brutale (“fetido riso del branco”, “artigliavano e straziavano”, “lugubre
sudario”, “dove occhieggiando selvaggia cagna latri”, “del tuo rabbioso imperio
insozzi”).
Attraverso una sintassi complessa e
ipotattica, con molte subordinate, enjambement lunghi, e un ritmo meditativo,
si snodano allo stesso tempo immagini pittoriche e psicanalitiche. Così luce e
ombra, ferita e purezza, corpo e spirito continuamente si rifrangono in una
tendenza che sublima il dolore in simbolo, rendendo la lettura densa ma mai
gratuita: l’Autore sembra scrivere partendo sempre da una necessità interiore,
non certo da un manierismo fine a se stesso. C’è dramma ma non disperazione. Infatti
la voce poetica oscilla tra nostalgia e disincanto, tra colpa e desiderio di
salvezza, in un contesto in cui il Poeta cerca di comprendere il male
attraverso un’intelligenza etica che si dipana in tutta l’opera, soprattutto
nei testi maggiormente civili dove emerge indiscutibilmente una pietà laica,
non disgiunta però da certe invettive che pur ricordando Montale o Fortini, si
inseriscono in quella linea lombarda tanto cara a Isella o a Sereni.
In
conclusione Icone di un viaggio è una silloge di notevole ambizione e
profondità, che unisce autobiografia, mito e critica del presente in un’unica
architettura. Non si tratta di una poesia “facile”: richiede attenzione e
abbandono, ma ripaga con una densità emotiva e concettuale rara nella poesia
italiana contemporanea. In essa ci troviamo un’alta coerenza tematica (il
viaggio, l’infanzia, la caduta, la ricerca del senso), un linguaggio curato,
spesso di grande potenza visiva e musicale e riflessione morale e civile
profonda, mai retorica o nichilista.
È
una poesia che tenta di redimere il male attraverso l’uso consapevole della
parola e che adopera, sempre consapevolmente, gli strumenti tipici della
lirica: l’uso frequente, ad esempio, di ossimori, metafore ardite, sinestesie,
che creano un’atmosfera onirica e perturbante, dovuta anche ad una sintassi franta
e ritmica, che riflette lo stato emotivo e mentale del soggetto poetico. E se, come
scriveva Paul Celan, «La poesia è un incontro» allora questo volumetto
di Gianfranco Gavianu è il testimone che un simile cammino non è stato vano perché
ci ha teso una mano rendendoci maggiormente consapevoli del nostro destino.
Enea Biumi

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