C’è innanzitutto una grande fiducia nelle parole. La parola poetica, in primis, quella capace di trasformare in qualità semantica l’accaduto in accadente da cogliere nella molteplicità delle sue sfumature cromatiche offerte dal risultato prosodico. Siamo di fronte a “La forbice e il fiore”, esito editoriale di Marina Rezzonico. Sono sguardi dalla periferia del presente, confida il sottotitolo; incisioni scritturali che veicolano movimenti vissuti e pensati in una sensibilità ricettiva attenta ai luoghi e ai fatti. Ma anche alle derive e contraddizioni del nostro stare, attraverso una dicitura che sospende quasi, in molti passi, l’opzione fonetica a favore di una versificazione che ammette una voluta tonalità piana, non nella tessitura stessa dei versi ma nel nucleo intimo dei vocaboli posti a richiamo, a testimonianza etica: “Lo zenith si è abbassato: ha subito la confisca/ del tempo e dello spazio”. Emerge da certi squarci linguistici l’attrazione di Marina Rezzonico per l’equilibrio delle parti in natura emergenti dalla fascinazione dei luoghi che veicolano stati d’animo, possibilità remote ma dicibili, tratti che scompongono le fioriture espletate dai sentimenti muti dei volti, delle conflittualità non arginabili. Un tono evidente nella ironia amara conduce ad osservazioni che concentrano nelle strofe la necessità della sosta momentanea, episodica, chiamata alla riflessione che scalza la consuetudine, l’arrendevole disagio delle revisioni. Il dato sembra richiedere una traccia che risulta difficilmente circoscrivibile, piuttosto inaugura una vocazione mite dove l’assolo è ascolto, la tonalità è brina. Il tocco leggero imprime comunque la consistenza della presa d’atto che educa il nesso in un’aria trafitta ma non vinta. “Alla finestra si sa/ che è laggiù che si gioca la comune/sorte:/ dove si agita l’attraversare/ lo spintonarsi/ e l’urtare della folla”; l’asimmetria rende, nel versificare, gli squilibri del trauma, l’affanno materico del porsi, la perdita possibile della continuazione. E’ un’accezione che muove il “prima”, la domanda, quello che non è stato, la rosa non colta. Lo iato non esclude il senso di rivolta, l’ostinata volontà di connettere l’espressione lucida che non estirpa l’evento ma lo integra; il segno che collega le pratiche terse della definizione al supporto responsabile della cura, anche se troppo spesso difficilmente attuabile. C’è, nello scrivere dell’autrice, una epidermica condivisione ancorata al valore dei ricordi reinterpretati e franti ma, nello stesso tempo, solidi e capaci di elaborare il senso degli eventi e delle storie ben al di là degli apparenti rilievi minimali. Ciò che rimane è quindi voce, plesso costitutivo di un approccio esegetico, parola ancora rilevante nella sua prossimità e postura: “sezioni senza misure/ geometrie perpendicolari/ avvitate in una spira”. L’impressione sale e si distribuisce tra territori e litorali, ipotesi di deserti o radure nelle quali le domande che Marina Rezzonico si pone sono molteplici spine comprese nel pungolo quotidiano che forma il nostro precario procedere. “Litorale che vogliamo/ di sponda. Di radici/ che si ritirano dall’onda, mentre/ nella gola il respiro già si prepara/ ancora all’andare./ A tentare ancora il piacere dell’orma,/ a non perdere il mare”; sembra un accenno all’inevitabile passo che distende ma, nello stesso tempo, il procedere poetico sembra quasi volersi fermare, evitare il possibile flusso, l’ancorarsi ad un dicibile rassicurante, “essere la roccia rinunciataria”. Il tono spinge a evocare anche fatti che riguardano gli effetti subiti dalla natura nei suoi travagli, così come sono gli spopolamenti, le alluvioni, le caducità di condizioni che mettono a nudo impotenze, paure, velleità reiterate, tristezze innervate, perplessità affioranti, algidi ritratti periferici: “caseggiato di/ memoria operaia,/ vano opaco/ tra soffitto e pavimento/ oltre una finestra vuota”. E non può mancare l’approccio alla peculiarità del mare, in un coinvolgimento biografico che riguarda l’autrice, originaria di Basilea, ma vissuta poi in Liguria e Toscana. Il testo poetico, nel suo definirsi, rivela sottotraccia una marcatura che potrebbe determinarsi in opzioni di approdo prosastico.
Andrea Rompianesi
