martedì 24 febbraio 2026

Assunta Sànzari Panza, La visionaria, Vallecchi, Firenze, 2026


 

Le quattro sezioni in cui è divisa la silloge (Bios, Onirica, Eliotiana, Fragmenta) offrono immediatamente l’idea sia del contenuto sia del percorso che il lettore si trova ad affrontare. E sembra quasi una sfida: prima di tutto con il tempo che diventa elemento immateriale di riconoscimento, contratto in passaggi che guarniscono quesiti ancestrali come, ad esempio, “Chi soccomberà, chi trionferà?” fra bene e male, fra memoria e oblio, fra visione e realtà.

“Ridono gli ignari del tempo in dono / dimentichi forse del vile inganno / perpetuo cielo di vitamorte”

“È andato il tempo / l’ora è ferma / lei soltanto siede nel cerchio”

“La vita è andata / pulvis es / la collina si farà montagna / con ossa spaccate / et in pulverem / che resterà dell’uomo?”

C’è una varietà d’intenti segnata dal voler riportare ogni motivo poetico alla sua sostanza, dove le idee sono immagini e le immagini assumono il ruolo di idee in un contesto che appare un labile cosmo. Il tutto si risolve, o si riconduce, alle emozioni individuali della poetessa che debbono oggettivarsi nella concretezza della realtà. Da qui il suo linguaggio: sobrio, quotidiano, a volte apparentemente freddo per non dire arido, ma che si apre a echi di mistero, a risonanze metafisiche, a fantasie di sogni.

“Polvere grigia / barlumi di brama / tensione dispersa / farraginosi spettri / di castelli incantati. / Il mondo resta silente / dinnanzi al folle capriccio del fato.”

“Battono i colpi ed è risonanza / di ricordi apocrifi a galla / scolano in acqua di stagno: resta la melma.”

Assunta Sànzari Panza è una scrittrice sorvegliata e attenta, che possiede una coscienza e conoscenza verbale ascrivibile alla tradizionale classicità, calata però in un contesto storico attuale che le permette di utilizzare un lessico genuino, fedele a se stesso. Nei suoi versi si avverte una specie di estrosa grecità che si incarna in sintagmi di differente estensione, così come enunciato nell’esergo tratto da Max Bense “scrivere significa costruire il linguaggio”. Ecco perché le immagini si riconducono ai miti e il sentimento che ne scaturisce le ordina e subordina.

Infinito il tempo del gioco / tenace memoria del frutto acerbo. / Dov’è la bimba che godeva / rotonde delizie sapore ancestrale? / Dove la voce che irrompeva / nel folto del bosco?”

Il richiamo di Cicerone è qui doveroso, là dove afferma “Brevis a natura vita vobis data est, at memoria bene redditae vitae sempiterna”. E non c’è chi non veda nei versi successivi un rimando alla letteratura novecentesca. Da Proust a Montale. All’aridità montaliana, per essere meglio precisi, come sosteneva il Flora.

“Taci, non voglio sapere, / smetti il mugolio dolente / affrettiamo il passo prima che il gelo / rapisca la quiete. / Il freddo è ruggine sparsa / corrode annienta la lingua / Ecco il cavallo stramazzato / ultimo gemito mortale. Cerchiamo anche noi il tempo perduto.”

Nonostante ciò, la memoria pensosa e affettuosa della poetessa affronta la vita tentando di liberarla dal male e diviene, la vita, ipso facto luogo di verità e realismo, rapendo l’anima del lettore e trasportandola verso orizzonti di quasi mistica evasione.

Traspare allora e fluisce un vocabolario classico ed elegante, nel quale si intravedono rime e ritmi scientemente travasati in ricchezza di stile e contenuto.

“Ultime stelle / ultimo volo mancato: / fine dei giochi. / Nessuno si muova. / Tutto fermo. /Niente pioggia, / nell’arido volto implorante / nessun desiderio. / Spenti i lumi trapassano il nulla / mercanzia di vane speranze / baratti di falsi mercanti.”

La struttura della frase, non solo nei versi citati precedentemente, bensì in tutta la raccolta “La visionaria”, fa pensare al lavoro dell’archeologo che pazientemente analizza, raffronta e ricostruisce. Si trovano in effetti nelle liriche di Assunta Sànzari Panza richiami d’ogni tipo: da quelli letterari a quelli filosofici. Sono tanti puzzle che si intrecciano con altrettanti significati e significanti, attraverso morfemi e “logemi”, che richiamando strati latenti della psiche vogliono portare alla luce ciò che il nostro es vorrebbe tener nascosto. “La poesia è memoria fatta voce” diagnosticava Octavio Paz. E in ciò la poetessa è senz’altro una degna esecutrice.

 

Enea Biumi

 

domenica 22 febbraio 2026

Gianfranco Gavianu, Icone di un viaggio, Dantebus Edizioni, Roma, 2025


 

Scrittore, saggista, critico letterario e poeta, Gianfranco Gavianu con la silloge “Icone di un viaggio” offre al lettore la sintesi di un binomio che affronta un iter in cui e su cui insistono figure e situazioni emblematiche di trascorsi di vita. Si sa che il viaggio è un topos della letteratura che sta a significare desiderio di crescita nella conoscenza e coscienza del sé, così come altrettanto le icone rappresentano la metafora della storia icasticamente definita e collocata nel tempo. Suddivisa in tanti quadri che giustificano le liriche in essi riunite, la raccolta è caratterizzata da un percorso psichico esistenziale dove memoria, desiderio, ricerca si intrecciano e si sovrappongono facendo emergere colpe, rimproveri, perdono, sconfitte, rimpianti. Si tratta in sostanza di un cammino interiore, del tutto personale e soggettivo che, partendo dal ricordo dell’infanzia, guarda alle ferite di una fanciullezza non del tutto assolta e non priva di tristezza e pure di dolore: l’inizio di una vita che sembra non offrire speranze di resurrezione e di grazia se non in rari e sporadici episodi perché “forse è questa la condanna di un eterno / che a noi più prodigi non schiude”.

Il mondo che circonda il Poeta è quello della provincia, (ignari demoni / che la notte cupa della provincia generava) un mondo sordo, quasi infernale, che lo soffoca e lo emargina, che lo spaventa e atterrisce, fatto di violenza e incomprensione, dove anche l’aiuto famigliare è ambiguo, traumatico, salvifico da una parte e minaccioso dall’altra.

“Io, miserrimo e irretito dal tuo stesso desiderante fraterno nulla, / tra selve aspre e scalinosi incubi in un velo benevolo di rosea luce, / tra dedali di volti ossuti, tra vetrose siepi d'ansia, / in me, sempre più nel chiuso di me, precipitavo eclissandomi.”  

La prima esistenza ricalca quindi una discesa agli inferi dalla quale, certo, si può risalire, anzi si deve risalire. Si sente, qui, lo studio dei classici. E non solo. L’uomo ha in sé le caratteristiche del neofita, il catecumeno che osserva e apprende, che cade e che si rialza, come lo è stato per Ulisse, o per Andreuccio da Perugia, o come lo era per un iniziato delle religioni antiche, egiziane, mesopotamiche, persino greche. La resurrezione rende perciò possibili nuove consapevolezze: dall’infanzia ferita si arriva a una maturità disincantata. Nuove esperienze si aggiungono a vecchi percorsi. Si acquisiscono contezze e conoscenze che evidenziano responsabilità e riflessioni civili. L’io si ritrova circondato da un noi.

“Risuona ancora // nel vuoto degli anni un'aspra voce nemica / che su me, sacrale e severa, si frange. // E poi l'ironico nulla dei giorni che vennero / a infrangere attese... e il presente // dove un'empia bontà strugge e consuma / la mia inquieta ombra bruna di vita e priva di scusa.”

Le sezioni centrali (Archeologie psichiche, Il potere e l’educare) aprendosi a un discorso più ampio sulla formazione del sé, sul trauma come matrice dell’identità, sull’educazione repressiva religiosa e patriarcale, avviano una riflessione ulteriore che sfocia in una vera e propria presa di posizione filosofica, sociale e politica.

“A tratti, tra schianti e grida ulcerose, / tra sordi gemiti di sdegno, benedicenti si levano / minacciose mani a punire l'assenza di colpa per generarla dal nulla.”

Schegge di preghiere apprese nell'infanzia, ferite infitte / all'indifeso infans dalla memoria, improvvise stille di sangue, / sgorgano / nell'acciottolio dei loro ritmi privi di senso e in un carcere / ti cullano.”

Nel prosieguo Gavianu evidenzia, in maniera più esplicita, una lucidissima critica sociale e antropologica: nell’osservare l’Occidente contemporaneo come un deserto di immagini, di consumo e di cinismo, il poeta dialoga con un tu che può essere, a tratti, l’alter ego, a tratti, un amico, a tratti, un interlocutore esterno e inconsapevole del disastro che l’uomo sta combinando.

“Tra polvere, crolli e calcinate macerie e odore di sangue rappreso / (le sirene trafiggono l'aria) / t'aggiri: nella distruzione che annichila l'umano rispecchi / il nulla dei valori di un mondo merce di cui sei colpevole parte.”

“FoIle di giovani donne sciamano per strade triturate da carri, / cosparse di fangosa polvere e di detriti calcinati / un appello muto lanciano ignorate; / dispotico un vessillo di trionfante indifferenza s'infigge / su quei corpi all'angoscia abbandonati.”

Non manca in tutto questo la volontà di esternare la propria poetica, o per lo meno di prestarle attenzione. In una introspezione che Gavianu chiama “Intermezzo metapoietico” ecco venire a galla alcune considerazioni che fanno da fil rouge a tutta la raccolta sostenendola idealmente e ideologicamente. Così, come scriveva W. H. Auden, che «Una poesia è un atto di chiarificazione» l’Autore si presta al dialogo con i lettori volendo quasi tradurre ciò che nella silloge ha esposto. E non è possibile non proporre tutta quanta la lirica che s’intitola “Il sussurro della Musa silente”, perché è l’esplicazione sintetica di ciò che il Nostro pensa della propria poesia.

“Un nulla tremante, una linea sinuosa, anche uno storto grafema / implorava di poter scrivere l'io solitario / pervaso di immagini che da remoti Dei inesistenti / giungevano. Invece comparvero volti austeri a educarlo / con ciechi, muti divieti rabbiosamente lividi. / Poi s’affollarono bocche docenti allungate e deformi / a deporre da botti e rigagnoli spurghi di putrida fede / nella mente indifesa dell'infante. S'aggiunsero / frotte di adolescenti fanciulle a sciami, percosse / e agitate da uno scherno irridente / che perpetuava l'inganno ed il male / una rotta scrittura impossibile sussurrando.”

La poesia, ci suggerisce Gavianu, nasce nella solitudine dell’io, che sente in sé una forza insopprimibile che lo induce a scrivere, anche solo uno storto grafema. L’ispirazione, invece, è un sentimento che proviene da altrove (remoti Dei inesistenti) e che si traduce in immagini. Purtroppo, spesso, queste immagini lottano con chi vorrebbe piegarle a proprio favore (ciechi, muti divieti rabbiosamente lividi) tanto che la scrittura diventa quasi impossibile e si infrange nell’inganno e nel male, riuscendo forse unicamente a sussurrare. Implicito in ciò il messaggio di Rilke che sosteneva come «Le opere d’arte sono di una solitudine infinita».

Con gli ultimi testi (Verso Siena, Sul Lago d’Orta, Distico d’addio) il Poeta torna a una dimensione più intima: amore come grazia e sospensione del tempo, eros come possibile riscatto dell’essere. La memoria individuale si fa specchio alla fine di una civiltà rovinosamente in decadenza.

“A lungo dialogammo ingenui sui destini del mondo presso la spiaggia / di un lago ironicamente immobile nell' azzurro: / «Ricorda Kensington Park» dicesti / ilare e festosa. Un cigno d'altri tempi lisciandosi / una scia schiumante lasciava.”      

“Sghembo sul mal sintonizzato schermo / il volto del politico s'allungò strillando / giudizi; poi la bocca distorse e tremò isterico / in ogni suo fibra senza quiete trovare.”

La vita del presente si associa e si accumula a quella del passato, le emozioni diventano svelamento di una sensibilità che non solo coglie e narra se stessa e chi le sta vicino, ma soprattutto si confronta con l’altro e con la storia passata e recente. Notevoli e numerosi sono, in modo particolare in quest’ultima parte, i riferimenti a personaggi e avvenimenti storici.

“Ad Angera una chiesetta santuario / d'un Seicento barocco ci accolse con un monito / della Controriforma. Quasi beffarda / dopo il martirio le ossa del martire Arialdo custodiva, / fragili resti di una rivolta effimera, priva di forma / a futura memoria…”

 “Esistiamo così, indifferenti: là sui deserti si perpetuano i massacri / sotto i nostri sguardi spenti.”

 “Un tram-treno - amavi chiamarlo così - ci portava, / dondolandoci immemori in un rumore di ferraglia, / a Cusano Milanino dove insegnavi.”

 La poesia di Gavianu diventa quindi rappresentativa di un sentire che, sia sul piano teorico che formale, lo avvicina ai grandi della letteratura italiana, dove è evidente un uso consapevole del registro poetico tardo-novecentesco, debitore di autori come Luzi, Caproni, Zanzotto, con echi di Pasolini nei momenti in cui si avvicina maggiormente ad argomenti più civili.      

Il suo linguaggio risulta alto, denso, visionario, con un lessico colto e a tratti arcaizzante (“almo”, “lieve passo di danza”,tinnuli, ammiccanti, come te petulanti”), ma anche con improvvisi squarci di realismo quasi brutale (“fetido riso del branco”, “artigliavano e straziavano”, “lugubre sudario”, “dove occhieggiando selvaggia cagna latri”, “del tuo rabbioso imperio insozzi”).

 Attraverso una sintassi complessa e ipotattica, con molte subordinate, enjambement lunghi, e un ritmo meditativo, si snodano allo stesso tempo immagini pittoriche e psicanalitiche. Così luce e ombra, ferita e purezza, corpo e spirito continuamente si rifrangono in una tendenza che sublima il dolore in simbolo, rendendo la lettura densa ma mai gratuita: l’Autore sembra scrivere partendo sempre da una necessità interiore, non certo da un manierismo fine a se stesso. C’è dramma ma non disperazione. Infatti la voce poetica oscilla tra nostalgia e disincanto, tra colpa e desiderio di salvezza, in un contesto in cui il Poeta cerca di comprendere il male attraverso un’intelligenza etica che si dipana in tutta l’opera, soprattutto nei testi maggiormente civili dove emerge indiscutibilmente una pietà laica, non disgiunta però da certe invettive che pur ricordando Montale o Fortini, si inseriscono in quella linea lombarda tanto cara a Isella o a Sereni.

In conclusione Icone di un viaggio è una silloge di notevole ambizione e profondità, che unisce autobiografia, mito e critica del presente in un’unica architettura. Non si tratta di una poesia “facile”: richiede attenzione e abbandono, ma ripaga con una densità emotiva e concettuale rara nella poesia italiana contemporanea. In essa ci troviamo un’alta coerenza tematica (il viaggio, l’infanzia, la caduta, la ricerca del senso), un linguaggio curato, spesso di grande potenza visiva e musicale e riflessione morale e civile profonda, mai retorica o nichilista.

È una poesia che tenta di redimere il male attraverso l’uso consapevole della parola e che adopera, sempre consapevolmente, gli strumenti tipici della lirica: l’uso frequente, ad esempio, di ossimori, metafore ardite, sinestesie, che creano un’atmosfera onirica e perturbante, dovuta anche ad una sintassi franta e ritmica, che riflette lo stato emotivo e mentale del soggetto poetico. E se, come scriveva Paul Celan, «La poesia è un incontro» allora questo volumetto di Gianfranco Gavianu è il testimone che un simile cammino non è stato vano perché ci ha teso una mano rendendoci maggiormente consapevoli del nostro destino.

Enea Biumi

Mostra d'arte a Potenza il 6,7,8 marzo -- Collettiva e Spazio Letterario, Home Basile, 2026

 



All'attività culturale e sicuramente multidisciplinare parteciperanno la Vice Sindaco Federica D'Andrea e l'Assessore alla Cultura Roberto Falotico. Nico Basile interverrà come moderatore. Gli artisti presenti saranno: Linsalata, Motta, Lisanti, Montesano, Miko, Bonelli, Nicastro, Violini, Pecchia, De Stefano T., Sarangelo, Del Prete, Rosa, Santarsiero,  Sanza, Santomassimo, Riccio, Scavone, Miraglia, Caprara, Cillis, Macagite, Verrastro, Sileo, Arbia, Trisolini, Paolicelli, Cipolla, Di Lascio, Empart, Pergola, Notargiacomo, Vaccaro, Torre, Cassano, Schettini, Martino, Incudine, Martello, Festadon, De Stefano N., Cicala, Orlando, Cirasola, Frank, Cortese, Gelsomino, Giordano, Candeliere, Barbarito, Festa, Dom, Genio, Lampade, Yusuf, Losito, Cifarelli, Carriero, Coviello, Emal Cortes.

Riempiranno lo spazio letterario: Rossella Capobianco, Alessandra Lapolla, Antonio Maroscia, Carmen Cipolla, Aria Bechere Carmen Cangi, Cinzia D'Agostino, Novella Capolongo, Antonio Avenosa, Doemnico Lauria, Michelangelo D'Auria, Prospero Cascini. Moderatrice sarà  Cinzia D'Agostino, coordinatrice Carmen Cangi. Il Curatore artistico della manifestazione è stato Domenico Dragonetti.

Gli intermezzi musicali sono a cura dei Maestri Michele Lorusso, Simona Russillo, e  di Kenzo.

sabato 21 febbraio 2026

FRONNA D’ALIA - Un canto carnascialesco (a cura di Vincenzo Capodiferro)

 


FRONNA D’ALIA

 (a cura di Vincenzo Capodiferro)

Riadattamento di un canto popolare carnascialesco che narra delle vicende amorose di Fronda d’Oliva, che denominiamo Olivia, innamorata del Conte Scello, la quale viene costretta dal padre a sposarsi con il Conte Maggio. Contesa tra questi due nobili, alla fine Olivia, celebrato il matrimonio, la prima notte di nozze, dopo aver drogato il Conte Maggio, scappa con il Conte Scello, il suo amore. Durante i riti di carnevale questa canzone veniva cantata dalle “farze”, le sfilate di maschere, guidate da una banda popolare di musicanti, detta “arrivotapopulo”.

 

Fronna d’Alia attaccati li trecci,

ca lu tuo patri t’adda maritani.

R’a casa tuia nu’ vogliu ca ti cacci,

figghia mia bedda, a’ tuia haia stani.

 

Ohi tata, tata, a chi mi vòi rani?

A Cundu Maggiu tu t’haia spusani.

A Cundu Scellu mi vogliu pigliani.

Ohi tata, tata, nun mi cuntrariani.

 

Ohi tata, tata, a chi mi vòi rani?

Ca Cundu Scellu è l’amori miu.

A Cundu Maggiu mi vòi fà pigliani,

ma Cundu Scellu è l’ammori miu!

 

Aggiu fattu nu votu a sanda Rita,

si to a Cundu Maggiu mi vòi rani,

ca ci aggia tattu stà tre notti zita,

la prima notti lu vogliu gabbani.

 

Si ni vòi treni, pigliatinni quattu,

figlia mia bella, sanda ti vòi vireni,

basta ca sciogli lu votu ca hai fattu,

mangu nu Conti allatu ti sai tinèni.

 

Ohi c’a via ri lu Puonciu si è scurita,

s’adda pigliani tostu a Cundu Maggiu,

ra quannu la figlia mia s’è fatta zita:

chi granni presciu ‘ndà lu cori aggiu.

 

Ohi tata, tata, nu lu vogliu ‘cchiùni,

ca Cundu Scellu è l’ammori miu!

A Cundu Maggiu nu’ lu vogliu ‘cchiùni,

ca Cundu Scellu è l’ammori miu!

 

Nun mi purtari, tattu meiu, l’altari,

l’aneddu nun mi mitt’a lu rihitali,

ca si po’ a forza mi ci vòi portari,

la prima notti ‘nci so tandi riali.

 

Nun mi pòi vireni la fresca fundana,

lu cambaneddu ca t’ha fattu mamma

lu velu nun mi tangi ‘nda suttana,

accussì ti lu teni ‘mmenzu a jamma.

 

T’aggiu purtatu, Cundu Maggiu, mele,

vivi, Cundu Maggiu, cu tandu ammori,

tu nun lu sai, ma ci aggiu misu u fele,

ca t’addurmisci pì tre notti au cori.

 

Veni stasera, Cundu Maggiu meiu!

Vivitilu stu calciu hi vinu bonu.

Veni sott’a menna mia, he ti preju,

ti vogliu rani, ammori miu, stu ronu.

 

Veni stasera, Cundu Scellu bellu!

Veni mi piglia cà n’ama scappani,

veni stasera, ammori miu ribellu,

iamunìnn, Scellu, ‘nduttu lundani.

 

Veni, Cundu Scellu, ca partimu,

prestu, ca partimu pi l’Americu,

veni mi piglia e u scuru ni virimu,

nun ti fa virè, ca n’aiuta u mericu.

 

Si si riveglia Cundu Maggiu t’acciri,

nu ghji girennu ra l’Aleppu a Meccu,

si si n’adduna tattu mò li griri

sendi, mi chiuri ‘ndà nu strittu voccu.

 

Prima ca si riveglia, nui amà sparisci,

portamminni cu ticu a l’Argindina,

‘ngroppa a lu cavaddu e mò ti pisci,

prima ru soli, ca luci t’abbacina.

 

Chi peni, Cundu Maggiu, eglia li sere,

si nun si ritira a casa Fronni d’Alia,

e lassa a mascatura senza serre,

mi ni so ghiuta cu ticu ‘menza na via.

 

Pigliati, Cundu Maggiu, a soru mia,

lassimi hini a mì cu Cundu Scellu,

lassimi stani, ca so Fronna d’Alia,

a capu tosta tegnu e u cori scellu.

 

Maggiu, Maggiu, Maggiu, nu lassà

a porta aperta, ca mò schittu so vinuti

li malandrini Fronna r’Alia a si piglià

li vì ca ‘ndà lu vavuzu si nì so ‘ssuti.

 

Maggiu, Maggiu meiu, hè ti vogli beni,

ma Cundu Scellu è l’ammori miu,

pigliate a ma scioscia, si ti la vòi teni,

lassimmi hìni, ca mò passamu u riu.

 

Si vòi vinini hòi ch’è Carnuluvaru,

nu vasu ‘mmocca ti lu possu daru,

s’aspetti a crai ca veni Quaremma,

nun mi ci trovi chiù ‘ndà la garamma.

 

E Carnuvaru meiu chinu r’ogliu,

Quaremma tua cu li tinde fosche,

hòi maccaruni e crai fogliu,

nevure vesti e ti ni faci cosche.

 

Simu partuti cù l’ammori miu,

simu vinuti ‘ndà sta bella terra,

cu Cundu Scellu ch’è l’ammori miu,

he vogliu stani, senza fa na guerra.

 

Adduvi si n’è ghiuta Fronni d’Alia

ricinu a lu paisi: ‘mbera a terra!

mò mi vannu truvennu p’ogni via,

ru chianu a corti finu a ‘ngapu a terra.

 

Ohi soru mia, pigliati a Cundu Scellu,

rici ma scioscia, maritati toni,

cu Cundu Maggiu, ch’è giovini bellu,

hi subbetu n’ata festa cu’ li soni.

 

Accussì lu patri toiu accuitamu,

e tò cu Cundu Scellu ti ni stai bona,

Fronna r’Alia nui ni maritamu,

venitìnni soru mia lundana.

 

Voilì voilà nu bellu maritiellu

ti ci vò, soru mia, a cumbagnia,

po' resti sola senza nu viziellu,

zitella e sola, na femmena pia.

 

Tric tric e lariulà, tric tri e lariulà,

ohi cumi t’aggia fa, venitinni qua

ca si nun ti vòi accunza, resti dà,

schitta rumani e iddu baccalà.

 

Si ni vai Carnuvari e la mugliera

Quaremma resta sola finu auannu

chi veni e mo’ si vesti cum’a sera

a luttu finu a Pasca a niru pannu.

 

Ti vurria cunsulà Quaremma mia,

ma Carnuvaru toiu si n’è ghiutu,

riheri a cavaddu cu ticu pì la via,

u candu, u sonu, u vinu s’è firnutu.

 

 

TRADUZIONE

 

Olivia, Olivia attaccati le trecce,

che il padre tuo di deve maritare,

dalla casa tua non ti voglio cacciare,

figlia mia bella, ma alla tua devi andare.

 

Oh padre, padre, a chi mi vuoi dare?

A Conte Maggio ti devi sposare.

Ma a Conte Scello mi voglio pigliare,

o padre, padre, non mi contrariare.

 

O padre, padre, a chi mi vuoi dare?

Che Conte Scello è l’amore mio!

A Conte Maggio tu mi vuoi dare,

ma Conte Scello è l’amore mio!

 

Ho fatto un voto a Santa Rita,

se tu a Conte Maggio mi vuoi dare,

ci sto solo tre notti fidanzata,

ma la prima notte lo voglio ingannare.

 

Se ne vuoi tre, pigliatene quattro,

figlia mia bella, santa ti vuoi fare,

basta che sciogli il voto che hai fatto,

manco un Conte affianco ti sai tenere.

 

Oh che la via del Poncio si è oscurata,

si deve prendere presto a Conte Maggio,

da quando la figlia mia si è fidanzata,

nel cuore mio mi sento un gran coraggio.

 

O padre, padre, non lo voglio più!

Che Conte Scello è l’amore mio.

A Conte Maggio non lo voglio più.

Conte Scello è l’amore mio!

 

Non mi portare, padre mio, all’altare,

l’anello al dito non mi vuoi infilare,

se, poi, a forza, Maggio mi fai pigliare,

la prima notte ti faccio un bel regalo.

 

Non mi puoi vedere la fresca fontana,

il campanello che ti ha fatto mamma

il velo non mi tocchi alla sottana,

tienitelo caro in mezzo alle gambe.

 

Ti ho portato, Conte Maggio, del miele,

bevi, Conte Maggio, con tanto amore,

tu non lo sai, ma ci ho messo un fiele,

che ti fa dormire per tre notti il cuore.

 

Vieni stasera, Conte Maggio mio!

Bevi questo calice di vino buono,

viene sotto alla mammella, ti prego,

accetta, amore mio, questo mio dono.

 

Vieni stasera, Conte Scello bello!

Vieni a prendermi che dobbiamo scappare,

vieni stasera, amore mio ribelle,

andiamocene, Scello, allora lontano.

 

Vieni, Conte Scello, che partiamo,

presto che partiamo per l’America,

vieni di notte, non ti far vedere,

vieni amore mio, ci aiuta il medico.

 

Se si sveglia, Conte Maggio, t’uccide.

Non andar gironzolando a vanvera,

se se n’accorge mio papà le urla

senti e mi rinchiude in stretta prigione.

 

Prima che si svegli dobbiamo sparire,

portamene con te in Argentina,

in groppa al cavallo e subito ti pisci,

prima del sole, che la luce abbagli.

 

Che pena Conte Maggio avrà la sera,

se non si ritira a casa la sua Olivia,

lascia la serratura senza sbarra,

me ne son andata con te in mezzo a una via.

 

Pigliati, Conte Maggio, mia sorella,

lasciami stare, che sono Olivia,

io voglio stare con Conte Scello,

la testa dura ho e il cuor ribelle.

 

Maggio, Maggio Maggio, non lasciare

la porta aperta che Olivia sono venuti

i malandrini presto a rubare,

da quel dirupo se ne sono usciti.

 

Maggio, Maggio mio, ti voglio bene,

prendi mia sorella, se la vuoi,

lasciami andare con l’amore mio,

ecco abbiamo già guadato il fiume.

 

Se vuoi venire oggi, che c’è Carnevale,

un bacio in bocca te lo posso dare,

ma se aspetti a domani che c’è Quaresima,

non mi ci trovi più in questa vallata.

 

Carnevale mio pieno d’olio,

oggi maccheroni e domani foglie.

Ecco Quaresima tua con fosche

tinte si veste e fa tante scorregge.

 

Siamo partiti con l’amore mio,

siamo venuti in questa bella terra,

con Conte Scello io voglio restare,

lo voglio amare senza fare guerra.

 

Dove se n’è andata Olivia?

Dicono al paese: di là sotto!

La vanno cercando ormai per ogni via,

dalla piazza grande fino a sopra.

 

Sorella mia, prenditi Conte Scello!

Mi dice la sorella: e tu maritati

con Conte Maggio, un giovane bello!

Subito si fa festa con canti e suoni!

 

Così tuo padre lo acquietiamo

e tu con Conte Scello te ne stai buona.

Olivia, ecco, noi ci sposiamo!

Vieni sorella mia lontana!

 

Ecco qui, ecco là un bel marito,

ti ci vuole sorella mia la compagnia,

sennò resti sola e senza vizi,

zitella e sola, una donna pia.

 

Ecco qui, come devo fare, ecco là?

Sorella mia, non mi abbandonare.

Vieni qua. Se non ti vuoi sposare,

resti zitella e lui fa il baccalà.

 

Se ne va Carnevale e la sua moglie,

Quaresima rimane sola fino all’anno

che verrà: s’è vestita a lutto come la sera,

fino a Pasqua starà così, col panno nero.

 

Ti vorrei consolare Quaresima mia,

ma Carnevale tuo se n’è andato.

Ieri con te a cavallo per la via,

oggi vino, canto e suono è già finito.


Assunta Sànzari Panza, La visionaria, Vallecchi, Firenze, 2026

  Le quattro sezioni in cui è divisa la silloge ( Bios, Onirica, Eliotiana, Fragmenta ) offrono immediatamente l’idea sia del contenuto sia ...