martedì 24 febbraio 2026

Assunta Sànzari Panza, La visionaria, Vallecchi, Firenze, 2026


 

Le quattro sezioni in cui è divisa la silloge (Bios, Onirica, Eliotiana, Fragmenta) offrono immediatamente l’idea sia del contenuto sia del percorso che il lettore si trova ad affrontare. E sembra quasi una sfida: prima di tutto con il tempo che diventa elemento immateriale di riconoscimento, contratto in passaggi che guarniscono quesiti ancestrali come, ad esempio, “Chi soccomberà, chi trionferà?” fra bene e male, fra memoria e oblio, fra visione e realtà.

“Ridono gli ignari del tempo in dono / dimentichi forse del vile inganno / perpetuo cielo di vitamorte”

“È andato il tempo / l’ora è ferma / lei soltanto siede nel cerchio”

“La vita è andata / pulvis es / la collina si farà montagna / con ossa spaccate / et in pulverem / che resterà dell’uomo?”

C’è una varietà d’intenti segnata dal voler riportare ogni motivo poetico alla sua sostanza, dove le idee sono immagini e le immagini assumono il ruolo di idee in un contesto che appare un labile cosmo. Il tutto si risolve, o si riconduce, alle emozioni individuali della poetessa che debbono oggettivarsi nella concretezza della realtà. Da qui il suo linguaggio: sobrio, quotidiano, a volte apparentemente freddo per non dire arido, ma che si apre a echi di mistero, a risonanze metafisiche, a fantasie di sogni.

“Polvere grigia / barlumi di brama / tensione dispersa / farraginosi spettri / di castelli incantati. / Il mondo resta silente / dinnanzi al folle capriccio del fato.”

“Battono i colpi ed è risonanza / di ricordi apocrifi a galla / scolano in acqua di stagno: resta la melma.”

Assunta Sànzari Panza è una scrittrice sorvegliata e attenta, che possiede una coscienza e conoscenza verbale ascrivibile alla tradizionale classicità, calata però in un contesto storico attuale che le permette di utilizzare un lessico genuino, fedele a se stesso. Nei suoi versi si avverte una specie di estrosa grecità che si incarna in sintagmi di differente estensione, così come enunciato nell’esergo tratto da Max Bense “scrivere significa costruire il linguaggio”. Ecco perché le immagini si riconducono ai miti e il sentimento che ne scaturisce le ordina e subordina.

Infinito il tempo del gioco / tenace memoria del frutto acerbo. / Dov’è la bimba che godeva / rotonde delizie sapore ancestrale? / Dove la voce che irrompeva / nel folto del bosco?”

Il richiamo di Cicerone è qui doveroso, là dove afferma “Brevis a natura vita vobis data est, at memoria bene redditae vitae sempiterna”. E non c’è chi non veda nei versi successivi un rimando alla letteratura novecentesca. Da Proust a Montale. All’aridità montaliana, per essere meglio precisi, come sosteneva il Flora.

“Taci, non voglio sapere, / smetti il mugolio dolente / affrettiamo il passo prima che il gelo / rapisca la quiete. / Il freddo è ruggine sparsa / corrode annienta la lingua / Ecco il cavallo stramazzato / ultimo gemito mortale. Cerchiamo anche noi il tempo perduto.”

Nonostante ciò, la memoria pensosa e affettuosa della poetessa affronta la vita tentando di liberarla dal male e diviene, la vita, ipso facto luogo di verità e realismo, rapendo l’anima del lettore e trasportandola verso orizzonti di quasi mistica evasione.

Traspare allora e fluisce un vocabolario classico ed elegante, nel quale si intravedono rime e ritmi scientemente travasati in ricchezza di stile e contenuto.

“Ultime stelle / ultimo volo mancato: / fine dei giochi. / Nessuno si muova. / Tutto fermo. /Niente pioggia, / nell’arido volto implorante / nessun desiderio. / Spenti i lumi trapassano il nulla / mercanzia di vane speranze / baratti di falsi mercanti.”

La struttura della frase, non solo nei versi citati precedentemente, bensì in tutta la raccolta “La visionaria”, fa pensare al lavoro dell’archeologo che pazientemente analizza, raffronta e ricostruisce. Si trovano in effetti nelle liriche di Assunta Sànzari Panza richiami d’ogni tipo: da quelli letterari a quelli filosofici. Sono tanti puzzle che si intrecciano con altrettanti significati e significanti, attraverso morfemi e “logemi”, che richiamando strati latenti della psiche vogliono portare alla luce ciò che il nostro es vorrebbe tener nascosto. “La poesia è memoria fatta voce” diagnosticava Octavio Paz. E in ciò la poetessa è senz’altro una degna esecutrice.

 

Enea Biumi

 

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