Le quattro sezioni in cui è divisa la silloge (Bios, Onirica, Eliotiana, Fragmenta) offrono immediatamente l’idea sia del contenuto sia del percorso che il lettore si trova ad affrontare. E sembra quasi una sfida: prima di tutto con il tempo che diventa elemento immateriale di riconoscimento, contratto in passaggi che guarniscono quesiti ancestrali come, ad esempio, “Chi soccomberà, chi trionferà?” fra bene e male, fra memoria e oblio, fra visione e realtà.
“Ridono gli ignari del
tempo in dono / dimentichi forse del vile inganno / perpetuo cielo di
vitamorte”
“È andato il tempo / l’ora
è ferma / lei soltanto siede nel cerchio”
“La vita è andata /
pulvis es / la collina si farà montagna / con ossa spaccate / et in pulverem /
che resterà dell’uomo?”
C’è una varietà d’intenti
segnata dal voler riportare ogni motivo poetico alla sua sostanza, dove le idee
sono immagini e le immagini assumono il ruolo di idee in un contesto che appare
un labile cosmo. Il tutto si risolve, o si riconduce, alle emozioni individuali
della poetessa che debbono oggettivarsi nella concretezza della realtà. Da qui
il suo linguaggio: sobrio, quotidiano, a volte apparentemente freddo per non
dire arido, ma che si apre a echi di mistero, a risonanze metafisiche, a
fantasie di sogni.
“Polvere grigia / barlumi
di brama / tensione dispersa / farraginosi spettri / di castelli incantati. / Il
mondo resta silente / dinnanzi al folle capriccio del fato.”
“Battono i colpi ed è
risonanza / di ricordi apocrifi a galla / scolano in acqua di stagno: resta la
melma.”
Assunta Sànzari Panza è
una scrittrice sorvegliata e attenta, che possiede una coscienza e conoscenza
verbale ascrivibile alla tradizionale classicità, calata però in un contesto
storico attuale che le permette di utilizzare un lessico genuino, fedele a se
stesso. Nei suoi versi si avverte una specie di estrosa grecità che si incarna
in sintagmi di differente estensione, così come enunciato nell’esergo tratto da
Max Bense “scrivere significa costruire il linguaggio”. Ecco perché le
immagini si riconducono ai miti e il sentimento che ne scaturisce le ordina e
subordina.
“Infinito il tempo del
gioco / tenace memoria del frutto acerbo. / Dov’è la bimba che godeva / rotonde
delizie sapore ancestrale? / Dove la voce che irrompeva / nel folto del bosco?”
Il richiamo di Cicerone è
qui doveroso, là dove afferma “Brevis
a natura vita vobis data est, at memoria bene redditae vitae sempiterna”. E
non c’è chi non veda nei versi successivi un rimando alla letteratura
novecentesca. Da Proust a Montale. All’aridità montaliana, per essere meglio
precisi, come sosteneva il Flora.
“Taci, non voglio sapere,
/ smetti il mugolio dolente / affrettiamo il passo prima che il gelo / rapisca
la quiete. / Il freddo è ruggine sparsa / corrode annienta la lingua / Ecco il
cavallo stramazzato / ultimo gemito mortale. Cerchiamo anche noi il tempo
perduto.”
Nonostante ciò, la
memoria pensosa e affettuosa della poetessa affronta la vita tentando di
liberarla dal male e diviene, la vita, ipso facto luogo di verità e
realismo, rapendo l’anima del lettore e trasportandola verso orizzonti di quasi
mistica evasione.
Traspare allora e fluisce
un vocabolario classico ed elegante, nel quale si intravedono rime e ritmi
scientemente travasati in ricchezza di stile e contenuto.
“Ultime stelle / ultimo
volo mancato: / fine dei giochi. / Nessuno si muova. / Tutto fermo. /Niente
pioggia, / nell’arido volto implorante / nessun desiderio. / Spenti i lumi
trapassano il nulla / mercanzia di vane speranze / baratti di falsi mercanti.”
La struttura della frase,
non solo nei versi citati precedentemente, bensì in tutta la raccolta “La
visionaria”, fa pensare al lavoro dell’archeologo che pazientemente
analizza, raffronta e ricostruisce. Si trovano in effetti nelle liriche di
Assunta Sànzari Panza richiami d’ogni tipo: da quelli letterari a quelli
filosofici. Sono tanti puzzle che si intrecciano con altrettanti
significati e significanti, attraverso morfemi e “logemi”, che richiamando
strati latenti della psiche vogliono portare alla luce ciò che il nostro es
vorrebbe tener nascosto. “La poesia è memoria fatta voce”
diagnosticava Octavio Paz. E in ciò la poetessa è senz’altro una degna
esecutrice.
Enea Biumi

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