mercoledì 22 luglio 2026

Giovanni Laera “Creanza” (Marco Saya Edizioni, 2026)

 

                         


 

La maturità letteraria non è anagrafica. Parla già nel tratto aperto, si incista nella materica consistenza bilanciata del verso quando contiene ed esprime la condivisa forma sintattica e metrica, nel groviglio creativo di geniale sonorità. “Creanza”, edito poetico di Giovanni Laera, riporta sulla pagina tutta la perizia linguistica e la ricchezza terminologica di una ricerca autentica, riuscita e particolarmente raffinata. I quattro versi finali della lunga poesia di apertura riportati in quarta di copertina sono emblematici di un risultato svelante: “ferocemente andando a colpi d’ascia/ e perdonati mai morire ma felici/ felici nell’azzurro eterno dirsi/ restiamo ancora qui – non è più tardi”; così la versificazione compatta conclude un iniziale avvio che nel suo sviluppo da “Luminosa maniera di esistere/ nel bosco di un buio fammi male/ ridicolo chiamarti puberale e/ reviviscente, sciame di specchi, respiro”, rimarcava il dato delle pluralità in assonanza con anche presenza di rima, ma un insistere graziato da una avvolgente armonia irregolare abbinata al senso del passaggio in urto e ritorno, nella possibilità terrigna così come nelle variabilità atmosferiche che stratificano l’approccio al tu posto nella condizione di possibile relazione in procinto di avviarsi o estendere la praticabilità nella giusta complessità che richiede l’intervento poietico potenziato, qui, dal passaggio alla intelaiatura facente con i versi asimmetrici un impianto che non esclude vocazione rivolta agli accostamenti paratattici e alle allitterazioni reiterate. Anche il trattino entra in campo in alcuni passi esprimenti aggregazioni grafiche, oppure episodi d’intenzione tesi a mantenere il passaggio interrotto però dal rientro di un blocco strofico in cornice parentetica; elencazioni a responsabilità acuita dal lemma emergente e, allo stesso tempo, integrato nella serialità dei vocaboli stessi: “(essere, brain rot, zero/ tra reel e storie, rot, brillano, brain/ le scorie, brain, la storia, rot, la stella”. Giovanni Laera sa anche esprimere il senso d’amore in una versificazione nobile, di eleganza ritmica e metrica mista, attraverso l’effettuarsi dei rimandi: “come nel vero si riduca il quieto falso/ della bellezza, ti spio per ogni lusco/ fiore di primavera nell’acquaglia, ti/ dico che ti amo in questo azzurro in cui// siamo infiniti, eterni – il paradiso esiste”. Ma, in contrasto, sorgono e si innestano nel tessuto linguistico anche raffiche e scoppi, risate e numeri, turisti e monopattini, episodi ad incastro e rivelazione nella mappatura emissaria di collegamenti spesso inusuali, con auspicio di endecasillabo e rimario, enjambement e afflato lirico rivisitato. Una miscellanea espressiva varia e complessa dove, come giustamente affermato da Guglielmo Aprile, il tempo non è lineare ma sviluppa intrecci e ritorni che s’intersecano. Una effettiva koinè operante in stato di prolungato atto, disposizione verso una intelaiatura multiforme d’inquietante e assiduo compenso nel rintracciare, al passo sincopato dei versi, le pluralità materiche evolventi, abitate nel loro mutarsi e riprodursi. L’instabilità biologica avverte condizioni riflessive esposte al tratto energico e capace di esprimere l’intento nascosto; così assistiamo ad esiti che rivolgono alla dicitura la coesistenza di raffigurazioni binarie: “La spiaggia/ è un periodo fitto di concessive...” dove duplice è l’emersione nel dato dal luogo e dal tempo, nell’intrecciarsi di significati multipli ma rigorosamente scolpiti. Domande metafisiche appaiono nella consistenza erratica della scrittura quasi termica che Giovanni Laera propone in un dispiegarsi di solidi costrutti a diramare gli afflati ma anche gli spaventi, le consistenze toccate e poste all’attenzione che impongono i quesiti; “Opzioni vaginali, uomini – uccelli, multicolori/ suoni sbadigliano sul lungomare: il mondo-/ solo tatuaggi sulla terra emersa”, dove la concretezza eversiva incontra una opzione surreale. Le pagine presentano uno sviluppo votato anche ad aspetti di onomastica, quale vera e propria linguistica intrecciata alla storia che si connette ai processi di denominazione in una articolata toponimia. Emergono poi successioni fonetiche complesse, richiami al provenzale e al vocalismo chiuso, con una sorprendente vitalità di alternanze e rimandi, inserti vernacolari a specchio nella miscela di timbri espressivi che comprendono una mistura colta che non esclude il termine volutamente crudo: “e la notte mancata sarà per te foresta/ quando spompinerai  marmitte nei parcheggi/ o riempirai le bocche con l’acquata/ che sta arrivando, monna, monna/ Leonessa de le peccata, della fogna”. Presente è poi la terra natale di Noci, le fragranze e i colori, il trasportare gli stimoli d’origine alla possibilità di aperture ulteriori, quali riecheggianti ritmi in vivacità fonetica: “o quando autunno o alunno, sarchio, spera/ di ritrovarsi indenne con le piume,/ finché la primavera apra le tende”. La sezione “Rugose, ineffabili scimmie” presenta quelli che verrebbero definiti poemetti in prosa ma che preferisco nominare come brani in prosa poetica, dove la successione continuativa nega la versificazione e, qui, si costituisce in un’alternativa affiorante da schema testuale nel quale s’innestano rimandi a lupi antropomorfi, volatili azzurri, angeli passanti, poeti vampiri, amici e marmotte, tovaglioli e statue, folgori e pescatori, deserti di paure, strami di cinismo. E l’opera continua con una sezione, “Stanze del vero bene”, dove le poesie rivelano una centratura esemplare nel composto rigore di versi che determinano una precisa inquadratura: “Nel trito verso che non spera un sonno/ allunga la verdura e freme. Il tramite/ è una voce che immilla in verbi e frasi/ questa paura. Coste immerse in siero”. Ma l’intero esito di “Creanza”, nella sua complessità, detiene la peculiare valenza ritmica, pur nelle differenti scansioni, di uno spartito magistralmente proposto da Giovanni Laera attraverso un continuo sviluppo battente mentre “La noia intanto inghiotte altre domande,/ l’afa opprimente ci dissolve al bianco” e ancora “tra i pitosfori gonfi verso il mare./ E’ tutta luce, sembra dirci: è un sogno”.

 

                                                                               Andrea Rompianesi

 

 

 

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