La maturità
letteraria non è anagrafica. Parla già nel tratto aperto, si incista nella
materica consistenza bilanciata del verso quando contiene ed esprime la
condivisa forma sintattica e metrica, nel groviglio creativo di geniale
sonorità. “Creanza”, edito poetico di Giovanni Laera, riporta sulla pagina
tutta la perizia linguistica e la ricchezza terminologica di una ricerca
autentica, riuscita e particolarmente raffinata. I quattro versi finali della
lunga poesia di apertura riportati in quarta di copertina sono emblematici di
un risultato svelante: “ferocemente andando a colpi d’ascia/ e perdonati mai
morire ma felici/ felici nell’azzurro eterno dirsi/ restiamo ancora qui – non è
più tardi”; così la versificazione compatta conclude un iniziale avvio che nel
suo sviluppo da “Luminosa maniera di esistere/ nel bosco di un buio fammi male/
ridicolo chiamarti puberale e/ reviviscente, sciame di specchi, respiro”,
rimarcava il dato delle pluralità in assonanza con anche presenza di rima, ma
un insistere graziato da una avvolgente armonia irregolare abbinata al senso
del passaggio in urto e ritorno, nella possibilità terrigna così come nelle
variabilità atmosferiche che stratificano l’approccio al tu posto nella
condizione di possibile relazione in procinto di avviarsi o estendere la
praticabilità nella giusta complessità che richiede l’intervento poietico
potenziato, qui, dal passaggio alla intelaiatura facente con i versi
asimmetrici un impianto che non esclude vocazione rivolta agli accostamenti
paratattici e alle allitterazioni reiterate. Anche il trattino entra in campo
in alcuni passi esprimenti aggregazioni grafiche, oppure episodi d’intenzione
tesi a mantenere il passaggio interrotto però dal rientro di un blocco strofico
in cornice parentetica; elencazioni a responsabilità acuita dal lemma emergente
e, allo stesso tempo, integrato nella serialità dei vocaboli stessi: “(essere,
brain rot, zero/ tra reel e storie, rot, brillano, brain/ le scorie, brain, la
storia, rot, la stella”. Giovanni Laera sa anche esprimere il senso d’amore in
una versificazione nobile, di eleganza ritmica e metrica mista, attraverso
l’effettuarsi dei rimandi: “come nel vero si riduca il quieto falso/ della
bellezza, ti spio per ogni lusco/ fiore di primavera nell’acquaglia, ti/ dico
che ti amo in questo azzurro in cui// siamo infiniti, eterni – il paradiso
esiste”. Ma, in contrasto, sorgono e si innestano nel tessuto linguistico anche
raffiche e scoppi, risate e numeri, turisti e monopattini, episodi ad incastro
e rivelazione nella mappatura emissaria di collegamenti spesso inusuali, con
auspicio di endecasillabo e rimario, enjambement e afflato lirico rivisitato.
Una miscellanea espressiva varia e complessa dove, come giustamente affermato da
Guglielmo Aprile, il tempo non è lineare ma sviluppa intrecci e ritorni che
s’intersecano. Una effettiva koinè operante in stato di prolungato atto,
disposizione verso una intelaiatura multiforme d’inquietante e assiduo compenso
nel rintracciare, al passo sincopato dei versi, le pluralità materiche
evolventi, abitate nel loro mutarsi e riprodursi. L’instabilità biologica
avverte condizioni riflessive esposte al tratto energico e capace di esprimere
l’intento nascosto; così assistiamo ad esiti che rivolgono alla dicitura la
coesistenza di raffigurazioni binarie: “La spiaggia/ è un periodo fitto di
concessive...” dove duplice è l’emersione nel dato dal luogo e dal tempo,
nell’intrecciarsi di significati multipli ma rigorosamente scolpiti. Domande
metafisiche appaiono nella consistenza erratica della scrittura quasi termica
che Giovanni Laera propone in un dispiegarsi di solidi costrutti a diramare gli
afflati ma anche gli spaventi, le consistenze toccate e poste all’attenzione
che impongono i quesiti; “Opzioni vaginali, uomini – uccelli, multicolori/
suoni sbadigliano sul lungomare: il mondo-/ solo tatuaggi sulla terra emersa”,
dove la concretezza eversiva incontra una opzione surreale. Le pagine
presentano uno sviluppo votato anche ad aspetti di onomastica, quale vera e
propria linguistica intrecciata alla storia che si connette ai processi di
denominazione in una articolata toponimia. Emergono poi successioni fonetiche
complesse, richiami al provenzale e al vocalismo chiuso, con una sorprendente
vitalità di alternanze e rimandi, inserti vernacolari a specchio nella miscela
di timbri espressivi che comprendono una mistura colta che non esclude il
termine volutamente crudo: “e la notte mancata sarà per te foresta/ quando
spompinerai marmitte nei parcheggi/ o
riempirai le bocche con l’acquata/ che sta arrivando, monna, monna/ Leonessa de
le peccata, della fogna”. Presente è poi la terra natale di Noci, le fragranze
e i colori, il trasportare gli stimoli d’origine alla possibilità di aperture
ulteriori, quali riecheggianti ritmi in vivacità fonetica: “o quando autunno o
alunno, sarchio, spera/ di ritrovarsi indenne con le piume,/ finché la
primavera apra le tende”. La sezione “Rugose, ineffabili scimmie” presenta
quelli che verrebbero definiti poemetti in prosa ma che preferisco nominare
come brani in prosa poetica, dove la successione continuativa nega la
versificazione e, qui, si costituisce in un’alternativa affiorante da schema
testuale nel quale s’innestano rimandi a lupi antropomorfi, volatili azzurri,
angeli passanti, poeti vampiri, amici e marmotte, tovaglioli e statue, folgori
e pescatori, deserti di paure, strami di cinismo. E l’opera continua con una
sezione, “Stanze del vero bene”, dove le poesie rivelano una centratura
esemplare nel composto rigore di versi che determinano una precisa
inquadratura: “Nel trito verso che non spera un sonno/ allunga la verdura e
freme. Il tramite/ è una voce che immilla in verbi e frasi/ questa paura. Coste
immerse in siero”. Ma l’intero esito di “Creanza”, nella sua complessità,
detiene la peculiare valenza ritmica, pur nelle differenti scansioni, di uno
spartito magistralmente proposto da Giovanni Laera attraverso un continuo
sviluppo battente mentre “La noia intanto inghiotte altre domande,/ l’afa
opprimente ci dissolve al bianco” e ancora “tra i pitosfori gonfi verso il
mare./ E’ tutta luce, sembra dirci: è un sogno”.
Andrea Rompianesi

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