lunedì 2 febbraio 2026

Una poesia in vernacolo di Vincenzo Capodiferro

 

dipinto di Franz Porta

RACANELLO

Iamu! Viniti tutt’ a la iumara

e scinnimu pi ‘ndà stu piriceddu:

quandi lavandari fannu a gara,

finu ha arrivà a lu mundiceddu.


Sott’u carraru, u mulinu u Mangusu:

‘ngi tirinu pasturi a li canali,

li vi’! Cu n’occhiu apertu e natu chiusu,

a matina prestu cu tandi riali.


Li femmini portinu ‘ncapu li cesti,

chini ri lana e tandi linzuli

e cuperti: parinu vistuti a festi,

e suttane e sottanedde ‘nculi.


E lavinu a lu iumu li panni,

cu saponi hi lardedda e ri putassu,

appinnihinu a’ l’erici chiù granni

vertuli: ù friscu, ù s’arripa u lassu.


E ni lavavinu, zinni zinni,

puru a nui, cha erimu criaturi,

ch’aiutavimu li robbi a spanni

a prete a soli tutti curi nuri.


E po’ si startaravinu puru lori

e l’hommini dà, stijnu arucchiandi,

s’ammucciavinu tutt’a cori a cori

a Capuluvata, u lacu ri brigandi.


Ohi chi frischezza ‘ndà l’ossi,

quannu ti striculavinu lavandari!

Cum’a strazzi ti stringihinu li cossi,

e sta iumara ti parià nu mari!


Traduzione:

RACANELLO

Scendete alla tersa fiumara!

Scendete per questo declivo,

quante lavandaie fanno a gara,

fino a giunger al rude rivo.


Sotto c’è il Mulino di Mancuso,

e il tratturo ove passano i pastori,

ha un occhio aperto e l’altro chiuso:

odi il presto mattin i lai canori.


Portan le ceste le donne in testa,

pien di lana e di late lenzuola

e coperte: paiono vestite a festa

e sottane e collanine sulla gola.


Strizzano al fiume i panni zozzi,

con sapone di potassio e lardo,

appese le borse agli elci mozzi

tra le lande ove riposa il cardo.


E ci lavavano con quel sapone

anche a noialtri, piccini e rudi:

di grossi massi al sol sul ciglione

con le robe ci stendevan nudi.


E poi si lavavano le donne:

i maschi, di là adocchianti,

ascosi tra spine e spase gonne,

a “Capo-levata”, lago di briganti.


Oh! Che freschezza nelle ossa,

ché ti torchiavano le lavandare,

le cosce pigiavano nella fossa

d’acqua che ti pareva un mare!

sabato 24 gennaio 2026

Una poesia in vernacolo di Vincenzo Capodiferro

 



ALIANEDDU

 

Quannu passu ‘mbera a lu pitticeddu,

ca ‘nghiana sopa a la valli ri l’Agru,

e vehu appisu, sop’au munticeddu,

u paiseddu … u cori me fia agru.

 

È Alianeddu! Nun ‘ngi sta ‘chiù nisciuni.

Quandi famiglieddi sopa sti muri!

E mo’ a chi viri? Sulu li mamuni,

‘ndà sti maceri. E pria tandi pasturi

 

a transumàri runna a l’Achirondi,

‘nc’era sulu nu pondi: hi Russuleu!

Hittavinu li cappeddi a l’acqui fondi,

ha sera hi vinu si facihinu meu meu!

 

Raddà sfaccia ron Luigio ri Mele,

e ni biniricia Patri e Figliu.

Paria ca ‘ndà vocca avia nu mele,

po’ facimu lena lena natu migliu,

 

pì arrivà a Massaria hi ron Fulici.

Ohi quanti pecuri e pastureddi,

nghianavinu e scinnijnu cu dui alici

sopa a na fidduccia hi paniceddi!

 

E ‘ndà quiddi riserti ri calanghi,

seri seri ti vinia na paci a l’arma,

atturnu u focareddu tutti stanghi,

a cundà li fatti, a candà li carma.

 

E ni purtaviu ‘ndi cofani hi li ciucci,

eramu tandi: tandi uangnuneddi!

Si curcavinu ha sera tutt’ ciucchi,

ha matina scinnihinu a pinnineddi.

 

E mo ca passi ‘ndà sti casi vote,

a chiesia rotta, ubi stia sandu Nicola,

t’arricordi e u cori si rivote,

nu fischju hi vendu: l’aurecchiu ti rola.

 

 

ALIANELLO

 

Quando passo sotto al balzello

che sale sopra alla valle dell’Agri,

e vedo appeso sopra il monticello

il paesello! Gli occhi si fan agri!

 

È Alianello. Non ci sta più nessuna

di tante famigliole, tra questi muri!

Adesso chi vedi? Qualche Mammona[1]

tra queste macerie! Prima tanti pastori

 

transumanti risalivano l’Acheronte[2];

c’era solo d’Orsoleo[3] il ponticello:

gettavano i cappelli al novo fonte,

a bere, a rinfrescar il fronte bello[4].

 

Di lì s’affaccia don Luigi Mele,

ci benediceva: – Padre e Figlio!

Pareva che in bocca aveva un miele.

Poi, facciamo veloce un altro miglio,

 

fino alla masseria di don Felice[5].

Gli armenti scendevano da Alianello.

Quanto era bello! – Chi ti dice?

Due alici sopra una fetta di panello!

 

In quegli arsi deserti di calanchi,

pace all’alma, tra d’uccelli stormi,

attorno al focherello tutti stanchi,

a raccontare i fatti, a cantare i carmi.

 

In cofani d’asini, tanti bambini!

Si coricavano tutti ubriachi,

presto di mattina, tra fumi di vini,

tosto a volar quai farfallon da bachi.

 

Or che passi tra queste case vuote,

vedi a san Nicola la diruta chiesa,

quanti ricordi! Il cuore si riscuote.

Un fischio di vento all’orecchio pesa!

 

 


[1] La parola deriva da “Mammona” un demone biblico e sta ad indicare, perciò, uno spettro, un fantasma.

[2] Antico nome dell’Agri, insieme allo Stigie, l’odierno Sinni: evidente allusione arcaica alla terra dell’Inferno.

[3] Secondo la tradizione l’unico ponte, che adesso si trova lungo la vecchia statale Val d’Agri, sul torbido fiume, era stato costruito dai monaci basiliani dell’antica Badia di Orsoleo, a Sant’Arcangelo. Il ponte sull’Acheronte naturalmente allude al passaggio al regno dei morti.

[4] Si accenna all’uso di gettare i cappelli nelle acque, sia per rinfrescarsi un po’ la testa, ma anche per bere: i pastori usavano i cappelli come grosse tazze per bere e raccontano che ancora sentono quell’odore acre delle teste. Nella cultura contadina si fa ancora riferimento alla cozza, intesa come cranio, per bere. La sera bevevano il vino che trasportavano in grossi otri, fatti con pellame ovino. Il “novo fonte”: riferimento alla sorgente presso l’Agri che caccia sempre acqua nuova.

[5] Don Felice De Ruggeri era un proprietario terriero che possedeva una masseria storica su di un poggio tra Tursi, Montalbano e Policoro. Ospitava le mandrie che la sera si posavano per transumare, perché aveva ampi locali e si trovava in una posizione strategica, lungo i tratturi regi.





giovedì 22 gennaio 2026

Una poesia in latino di Prospero Cascini

 


IN GENETLIACO MICHAELAE MARIAE NEPOTIS

PROSPERI CASCINI COMPOSITA VEL TRADUCTA

A ME VC

Interminans crucians dolor nec extinguitur

Poetae inhospitale veniam tempore donum

Adtendit aeterne Michaele risus custode riso

Maria manum tuam da ferens iter homini novi.



A Micaela Maria nata in piena pandemia (22/06/2020)


Il dolore del poeta

lancinante, infinito,

senza sosta

aspetta  da te

il perdono 

come dono

per l'inospitalità

di questo tempo...

Per essere

MICAELA MARIA

per sempre...

serba il sorriso...

nel tuo sorriso.

Dai una mano,

la tua

ad un cammino

che porti 

una nuova umanità!


(traduzione del prof. Vincenzo Capodiferro)

lunedì 12 gennaio 2026

Alberto Pellegatta “Piccola estate” (Ugo Guanda Editore, 2025)

 

         


“Veranillo” è termine spagnolo che tradotto in italiano viene reso con “Piccola estate”, ultima fase di una stagione calda e titolo dell’esito poetico di Alberto Pellegatta. Testo difficilmente definibile all’interno di una categoria stilistica se non per una caratteristica rilevante: il cortocircuito semantico. La gestione poi di tale azione o effetto comporta l’adesione dell’autore ad una sorta di ricezione deliberante che assume però l’opzione di alternanza reiterata poesia/prosa. Non sussiste proprio la regolarità del prosimetro, ma l’evidente intenzione disarticolante nei confronti di una forma prestabilita, verso la dinamica parlata che appiana l’estromessa funzione estetica e la sostituisce con l’accadente percepibile ed aperto, attraverso accostamenti di vocaboli semanticamente autonomi, nella successione imprevista ed evolvente: “Quando è scoppiata la guerra ero in Spagna/ tu cucinavi canticchiando, efficiente nel vizio./ Era complice il marzo numerato.”, così la valenza non più asettica di un mese può ripetersi:  “Non penso al mare che ti imita/ ma ai pesci che scongelano/ nei tuoi occhi-vasetti di mazurche.// Questa mattina-purtroppo senza alcol/ implora l’inzuppata scienza di marzo”. L’onirico e il divergente, il rinvio e la presenza, il secondario e il frammento insistono sullo spazio della pagina ad effetto d’orma, successioni di un dire fuorviante volutamente oppositivo rispetto al previsto e atteso approdo. Oserei azzardare la definizione di una costruzione a volte sapientemente disturbante, forse con accenno di eversione linguistica non nei termini ma negli accostamenti, dettata da un sentire che filtra i minimi punti di una sofferenza cristallizzata: “Quando te ne ricordi è già freddo./ Puoi partire dai nomi di città/ ma non voglio arrivarci così”. Seguente è l’indurirsi delle cose, lo spezzarsi delle linee, il succedersi delle direzioni inospitali, delle divergenze urbane e dei conflitti ricevibili: “Un vento più debole di quello che avevo in testa/ dilaga sui campetti da calcio./ Le parole non sono più riflessioni:/ la luce spinge le barelle nei giri di Do”. Il tono veicolante contrasti semantici assume l’indicazione imprevista, la nota deturpante tutto ciò che implica l’inerzia decorativa. E’ un organismo in continua necessità d’intervento, di risistemazione, quasi un espediente articolato in un passaggio dimensionale; oltre la consuetudine rivolta al visibile attenersi direttamente ad una linearità infranta. Le parti incombono su melodie artificiali; superamenti inusuali depongono slanci azzerati e mediazioni fuorvianti. Alberto Pellegatta esclude esiti previsti, assume responsabilità di manomissione verbale, acutizzazione delle vibrazioni ibride, quando l’ibrido nel senso più acuto e includente riesce ad unire cose tra loro diverse. Altitudini e spinte, inquadrature e sottopassi, emistichi e ingranaggi contendono la separabile intelaiatura che dirama le divergenze espletate, mentre “l’inverno si scarica sui pontili con frasi di circostanza/ e ti risvegli come gli insetti gommoso”. Viali aprono a viaggiatori spesso condotti e dirottati nelle prospettive, dove le colorazioni antepongono dissidi e molestie, inequivocabili enigmi che il dato certifica e l’esigenza isola nel responsabile assetto. “Non era ancora sera/ i prati erano del loro colore/ deperito, soprattutto silenziosi/ estranei al linguaggio”; si concentrano concatenazioni anche di spazi, nei risvolti che le categorie fissano quali supporti della contemporaneità. Gli elementi di natura acquisiscono ruoli che l’osservazione reinterpreta. Alberto Pellegatta muove il logos, nel suo duplice senso di discorso e pensiero, attraverso la volontà di ricerca linguistica nell’accostamento improvviso di lemmi anche tra loro estranei. Viviamo stagioni in cui perfino diversi addetti ai lavori non riescono a riconoscere l’effettiva necessità di un superamento dell’espressione ordinaria nella ricerca poetica, preoccupandosi d’incontrare architetture testuali complesse, richiedenti un’adesione adeguata alla reale stratificazione ontologica. Magari fossero invece ben più sostenuti gli esiti capaci di porre sulla pagina fioriture linguistiche articolate e impreviste, eversive nei confronti di una banalità espressiva troppo spesso dilagante. In Pellegatta emerge una vocazione filosofica interpretata attraverso una operazione “in progress” di accostamenti e rilevazioni accennate che, ad una prima lettura, possono lasciare l’inquietudine benefica della domanda sospesa che richiede il successivo passaggio nel quale si realizza il tono rivelante: “Pensavamo che, per quanto lenta, la corda del mondo/ avrebbe suonato altre volte./ Si mette male-la prossima volta sarò più chiaro”. Non mancano poi affezioni esigibili dove l’autore muove passi che concedono incursioni nella rilevanza di un pensiero non abdicante ma provocatoriamente esplicativo ed ironico: “il neoindividualismo prevede che i diritti vengano attribuiti al singolo e non delegati a vincoli collettivi – famiglie, autotrasportatori, commessi”. “Piccola estate” di Alberto Pellegatta ci obbliga ad una frequentazione di lettura non esauribile e ad una collocazione che rigetta etichette univoche.

                                                    Andrea Rompianesi

 

 


sabato 10 gennaio 2026

Marina Rezzonico “La forbice e il fiore” (Book Editore, 2025)

 


C’è innanzitutto una grande fiducia nelle parole. La parola poetica, in primis, quella capace di trasformare in qualità semantica l’accaduto in accadente da cogliere nella molteplicità delle sue sfumature cromatiche offerte dal risultato prosodico. Siamo di fronte a “La forbice e il fiore”, esito editoriale di Marina Rezzonico. Sono sguardi dalla periferia del presente, confida il sottotitolo; incisioni scritturali che veicolano movimenti vissuti e pensati in una sensibilità ricettiva attenta ai luoghi e ai fatti. Ma anche alle derive e contraddizioni del nostro stare, attraverso una dicitura che sospende quasi, in molti passi, l’opzione fonetica a favore di una versificazione che ammette una voluta tonalità piana, non nella tessitura stessa dei versi ma nel nucleo intimo dei vocaboli posti a richiamo, a testimonianza etica: “Lo zenith si è abbassato: ha subito la confisca/ del tempo e dello spazio”. Emerge da certi squarci linguistici l’attrazione di Marina Rezzonico per l’equilibrio delle parti in natura emergenti dalla fascinazione dei luoghi che veicolano stati d’animo, possibilità remote ma dicibili, tratti che scompongono le fioriture espletate dai sentimenti muti dei volti, delle conflittualità non arginabili. Un tono evidente nella ironia amara conduce ad osservazioni che concentrano nelle strofe la necessità della sosta momentanea, episodica, chiamata alla riflessione che scalza la consuetudine, l’arrendevole disagio delle revisioni. Il dato sembra richiedere una traccia che risulta difficilmente circoscrivibile, piuttosto inaugura una vocazione mite dove l’assolo è ascolto, la tonalità è brina. Il tocco leggero imprime comunque la consistenza della presa d’atto che educa il nesso in un’aria trafitta ma non vinta. “Alla finestra si sa/ che è laggiù che si gioca la comune/sorte:/ dove si agita l’attraversare/ lo spintonarsi/ e l’urtare della folla”; l’asimmetria rende, nel versificare, gli squilibri del trauma, l’affanno materico del porsi, la perdita possibile della continuazione. E’ un’accezione che muove il “prima”, la domanda, quello che non è stato, la rosa non colta. Lo iato non esclude il senso di rivolta, l’ostinata volontà di connettere l’espressione lucida che non estirpa l’evento ma lo integra; il segno che collega le pratiche terse della definizione al supporto responsabile della cura, anche se troppo spesso difficilmente attuabile. C’è, nello scrivere dell’autrice, una epidermica condivisione ancorata al valore dei ricordi reinterpretati e franti ma, nello stesso tempo, solidi e capaci di elaborare il senso degli eventi e delle storie ben al di là degli apparenti rilievi minimali. Ciò che rimane è quindi voce, plesso costitutivo di un approccio esegetico, parola ancora rilevante nella sua prossimità e postura: “sezioni senza misure/ geometrie perpendicolari/ avvitate in una spira”. L’impressione sale e si distribuisce tra territori e litorali, ipotesi di deserti o radure nelle quali le domande che Marina Rezzonico si pone sono molteplici spine comprese nel pungolo quotidiano che forma il nostro precario procedere. “Litorale che vogliamo/ di sponda. Di radici/ che si ritirano dall’onda, mentre/ nella gola il respiro già si prepara/ ancora all’andare./ A tentare ancora il piacere dell’orma,/ a non perdere il mare”; sembra un accenno all’inevitabile passo che distende ma, nello stesso tempo, il procedere poetico sembra quasi volersi fermare, evitare il possibile flusso, l’ancorarsi ad un dicibile rassicurante, “essere la roccia rinunciataria”. Il tono spinge a evocare anche fatti che riguardano gli effetti subiti dalla natura nei suoi travagli, così come sono gli spopolamenti, le alluvioni, le caducità di condizioni che mettono a nudo impotenze, paure, velleità reiterate, tristezze innervate, perplessità affioranti, algidi ritratti periferici: “caseggiato di/ memoria operaia,/ vano opaco/ tra soffitto e pavimento/ oltre una finestra vuota”. E non può mancare l’approccio alla peculiarità del mare, in un coinvolgimento biografico che riguarda l’autrice, originaria di Basilea, ma vissuta poi in Liguria e Toscana. Il testo poetico, nel suo definirsi, rivela sottotraccia una marcatura che potrebbe determinarsi in opzioni di approdo prosastico.

               

                         Andrea Rompianesi

 


martedì 23 dicembre 2025

Giorgio Ghiotti, Due paradisi, Vallecchi, Firenze, 2025, € 12,00


Divisa in sei capitoletti la silloge “Due paradisi” appare come un chiarimento, passo dopo passo, di una giornata tipo del poeta in cui ogni vicenda diventa un rapporto con l’anima, ogni desiderio richiama una coscienza che deve sentirsi pienamente e attivamente coinvolta nella vita stessa, come una rivelazione di ciò che sta altrove, verosimilmente nascosto.

Tutta una vita attaccata addosso / come una resina, raccolta per la strada, / così la rada che svela ciò che è sotto / una città, che è attorno, è dentro.

Da qui la quotidianità che scardina tempi e dissolve ricordi – trasfigurazioni oniriche di una realtà vissuta e rivissuta anche in situazioni limitatamente erogene – per giungere ad una specie di epinicio che celebri i momenti trascorsi, le grida dell’oggi e il timore del domani. La necessità del racconto di un modo d’essere si trasforma in una doverosa inchiesta su se stesso. Molteplici sono le domande e sebbene non sempre si aprano a soluzioni, restano comunque auspicabili perché segnalano l’esistenza di un mondo organizzato a spezzoni dove l’individualismo cerca di ottenere il sopravvento. Forse a questo punto l’incertezza è la sola certezza del domani costruito su un ieri rivelatosi traditore e tradito: un amore latente delle cose e per le cose, degli uomini e per gli uomini.

Viviamo di abitudini segrete, l’uno / all’altro ignoti, come tra polvere / e vento le fasi remote della luna (…)

Nulla di noi / sappiamo fuori dell’agosto, io / e il mio giardino vivi al mondo / un’unica stagione, quella che non fa / mai notte (…)

L’immagine poetica si rinnova in costanti e perpetui trapassi dalla realtà ai sogni, dai desideri alle delusioni, in un fluire di versi che assommano ritmo alternato di rime, assonanze, enjambement. La strofa diventa una struttura espressionistica, una partitura che presenta cesure, pause e accelerazioni tali che indirizzano verso una lettura consapevole e attenta. È un procedere attraverso figure retoriche che suggeriscono rimandi intertestuali, dove non manca, come in ogni buon testo poetico, l’ironia amabile e leggera. In tal modo la poesia, nata come espressione di una rinnovata e riconquistata innocenza, trasforma l’infanzia, dandole un valore di serena beatitudine in contrapposizione al mondo adulto che sa offrire solo fragilità e mancanza di punti di riferimento perché disgregatosi in una sorta di liquidità.

Un vecchio patetico di trent’anni, / ecco a cosa si riduce / il precoce poeta acclamato / anche da dio. Ho sognato / per una notte intera, ora / mi resta soltanto / la timida realtà del giorno.

Allora ho iniziato a immaginare, a illudermi / a scendere in guerra col reale svolgersi dei giorni / a scrivere poesie. Ma il prima?

E tutto ha inizio e fine in questo dégorgement (mi si perdoni il riferimento enologico, dove l’enologo, naturalmente, è il destino) di una vita tessellata da difficoltà, scontri, incongruenze, piacevolezze, abitudini, improvvisazioni, amori. Rimane forse solo l’apparire, non tanto per sé, quanto per gli altri, oppure l’illusione di essere al centro del mondo. L’uomo avverte di essere irretito dalla sorte, trasportato in un mare in tempesta, seduto in una “piccioletta barca”, eppure fiducioso di non affondare.

Distrarre / ancora un poco la morte per darmi / da fare con la vita.

Forse le pagine si scrivono / con le briciole, mentre la vita / reclama intera la portata.

Stacca dalla punta a ogni boccata / la sagoma della stagione, me la riporta / in cenere un vento di memorie bruciate / già future, monito e missiva spedita / da uno che spaventosamente mi somiglia.

L’autore, partendo da alcune situazioni tattili (la ringhiera, una via, una città, il mare) arriva, quasi come in un sogno, al paradiso, per inerzia di cose o per un destino inaspettato: epigono di una vita a volte tormentata, a volte subita, fatta propria solo nel momento finale della consapevolezza. Resiste comunque in sottofondo per tutta la raccolta quell’interrogativo kantiano: “Che cosa possiamo fare?” La risposta è dettata dall’esperienza dell’imprevisto, inquietante oppure rasserenante, che si aggancia alla nostra esistenza come fosse una pellicola da osservare in continuazione, teso tra la quotidianità di una cornice metropolitana e il teatro agreste (reminiscenza virgiliana) che tanto ci addolcisce e ci consola.

È in certe ore immeritate in dono / (è giugno, è a Roma, è dopocena) / che si offre – spalancandosi la scena / sull’affresco sconosciuto d’un viso // il paradiso.

Una poesia di questa natura mostra il contatto e il richiamo interiore della vita esterna, e una necessità meditativa che parte sempre, o quasi sempre, da una vicenda o da una sensazione che si traduce in verso. Qui c’è il senso di una costruzione metodica e meditata, fedele a una sorta di sentimento mistico del reale in cui le immagini escono dall’onirico e si fanno specchio dell’anima. Allora la storia personale mette tra parentesi l’io e si innalza a diventare storia di tutti, proprio come dovrebbe essere l’autenticità della poesia.

Poco riposa nel tempo / come il tempo che ci vide uniti, / compagni, testardi o più miti / di quando – in affanno – abbiamo creduto / poter inseguire anche noi / la nostra parte di mondo / in questa parte di storia.

 

Enea Biumi  

  

mercoledì 17 dicembre 2025

Gianfranco Gavianu, Icone di un viaggio, Dantebus Edizioni, Roma, 2025


 Opera poetica stratificata, densa e meditativa

 recensione a cura di Vincenzo Capodiferro

«“Icone di un viaggio” di Gianfranco Gavianu è un’opera poetica stratificata, densa, meditativa, frutto di una lunga esperienza esistenziale, intellettuale, spirituale. Ogni poesia una tappa, ogni sezione una stagione della coscienza, ogni verso un’indagine sulla memoria, sul tempo, sull’identità e sull’illusione del significato. È un viaggio psichico ed educativo che attraversa infanzia e maturità, ideologie vissute e disattese, amori e apparizioni, dolore e tenerezza …» scrive Massimo Gherardini nella prefazione.

Il poeta nelle “archeologie psichiche” descrive “antitesi annichilenti”. Archeologia ci fa pensare a Freud, che paragonava il lavoro dell’analista a quello dell’archeologo. L’archeologia psichica rimanda a Jung, agli archetipi dell’es ancestrale, unico. Antitesti ci fa pensare a post-hegeliane sintesi irrisolte: non tutte le storielle della vita finiscono in “E vissero felici e contenti”.

 E tu, felice felce, nel tempo inane e vuoto

deridendomi sicura ti radichi, t’avviticchi, gioisci

e poi sprofondi in torbidi sogni d’amore-umore.

 Il tempo è una pagine vuota, la storia è un foglio bianco che noi riempiamo con le nostre guerre, come diceva Hegel. La felicità umana come una verghiana nave “Provvidenza” sprofonda nel mare dei sogni d’amore, ove “il naufragar m’è dolce”. La poesia di Gavianu si dimena tra meta-poietico e pseudo-sonetti.

 Fummo e siamo fissità in moti illusori

o momenti gioiosi che anelano al più luce.

 Siamo eleatici frammenti di quell’essere che s’asconde e che anela perennemente ad uscire alla luce del giorno:

 E quindi uscimmo a riveder le stelle.

 La poesie di Gavianu riecheggia una forte eco esistenziale ed esistenzialista che rimbomba nelle casse armoniche celebrali con richiami dissonanti d’ogni tipo: letterari, filosofici soprattutto, o semplici richiami, flash, frammenti mnestici che si ricompongono come puzzle di manufatti archeo-psichici. L’armonia esteriore, fonetica, s’intreccia con reconditi significati, con morfemi e “logemi”, che riportano a strati latenti della psiche. Le poesie di Gavianu vanno rilette, non si capiscono subito: è come ripercorrere la corteccia di un tronco vivente, o una sezione geologica, ove si scorgono le varie fasi, o stadi concentrici, le vite che ripopolano l’esistenza, che è banale nella sua conformazione, ma nella sua essenza mira all’autenticità. Questa ricerca di autenticità si riflette in una versificazione densa, a volte scoscesa, che si aggrappa a brandelli di sistemi. Sen’altro i suoi versi invitano ad una profonda ricerca nell’in-sé, l’iperuranico mondo interiore, ove queste Idee/dee guidano la nostra Volontà di vivere (wille). Il poeta ci richiama alle radici dell’essere, a scavare sotto le superfici fenomenologiche dell’esistenza.

 Come verdi paradisi d’infanzia

memori

ora tramano, rami d’amore,

il tedio dei giorni.

 In uno schopenhaueriano pendolo non c’è via di scampo. Non vi sono vie di liberazione, né estetiche, né etiche. La noia è peggiore del desiderio. Nel dialoghi poetici che il Nostro ci propone tra sé e la sua interlocutrice si dice di evanescenti speranze d’al di là. La poesia diviene come lingua/stilo/osso pungente del puro naufragio che è il terminus ante quem dell’al di qua. Nella sua raccolta spessa e pungente la storia di un vita si trasfigura in una vita nella storia.

 Nato nel 1952 a Milano, Gianfranco Gavianu si è laureato in lettere Moderne con una tesi su Mario Luzi. Si è dedicato per anni all’insegnamento e «si è sempre mosso con febbrile curiosità in una sorta di nomadismo spirituale tra interessi letterari, artistici». Ha pubblicato le sue liriche in varie riviste letterarie e nella collana “I poeti del Ponte Vecchio” di Dantebus.

 

FRANZ PORTA (1937-2001) a cura di Vincenzo Capodiferro

    Vivo pittore italiano, tra espressionismo e realistica ironia Il pittore Franz Porta è nato a Bergamo il 21 febbraio del 1937 ed è m...